Nel nostro consueto appuntamento che ci permette di far dialogare filosofia e serie tv, oggi proveremo a discutere di come Charlie Harper e suo fratello Alan rappresentino una simpatica esemplificazione degli stati esistenziali di Kierkegaard. Ma procediamo con ordine.

Tutti noi sperimentiamo quotidianamente la possibilità di compiere delle scelte, di prendere delle decisioni. Immaginiamo di essere dinanzi il banco dei dolci di una pasticceria. Quando pensiamo alla scelta, siamo istintivamente portati a concertarci sull’oggetto della nostra preferenza (il bignè ripieno di cioccolato) e non sempre ci soffermiamo su ciò a cui invece rinunciamo (pastiere, cannoli, mousse di ogni tipo). Questa piccola verità è insita nella stessa etimologia di decisione (dal latino de-caedo) che significa tagliare una parte dal tutto, col riferimento al fatto che nel momento in cui facciamo una decisione, prendiamo una scelta, noi separiamo la nostra opzione dal resto delle altre scelte possibili.

Quando si parla della scelta del bignè a scapito della pastiera, la scelta non ci induce in dilemmi esistenziali impossibili da risolvere, ma quando invece in ballo ci sono le decisioni che connaturano la nostra identità, la situazione cambia decisamente. Quando ci ritroviamo a dovere scegliere sul lavoro da fare, sulla persona con la quale condividere la vita, ogni volta che in definitiva ci ritroviamo a dover plasmare la nostra identità, sperimentiamo quel sentimento che Kierkegaard non esita a definire angoscia.
L’angoscia, secondo il filosofo danese, nasce dalla consapevolezza di aver dinanzi una possibilità pressappoco infinita di scelta e dalla responsabilità che ovviamente ne consegue. Cosa c’entrano in questo contesto Charlie e suo fratello Alan?

Secondo Kierkegaard l’essere umano può reagire in maniera diversa dinanzi all’angoscia, adottando diversi “stili” di vita (si scusi il termine volutamente vago) che vengono perfettamente impersonificati dai due fratelli Harper. Iniziamo con il fratello maggiore.
Charlie conduce chiaramente quella che Kierkegaard chiama vita estetica. Questo tipo di vita è caratterizzata dalla decisione di non assumere nessun impegno definitivo, godendosi in maniera atomistica ogni singolo istante. Pensiamo al rapporto di Charlie con le donne: perché Charlie non decide mai di sposarsi nonostante finisca a volte per innamorarsi? Perché Charlie vuole tenere perennemente aperta la totalità delle scelte. Sposarsi, amare solo una donna significa uccidere una parte di sé, quella che può ancora diventare tutto. Non a caso è immediato il parallelismo fra Charlie e il Don Giovanni di Mozart (cui Kierkegaard fa più volte riferimento). Particolarmente significativo è in questo senso il celeberrimo dialogo fra Leporello (servo di Don Giovanni) e Donna Elvira:

Madamina, il catalogo è questo
Delle belle che amò il padron mio;
un catalogo egli è che ho fatt’io;
Osservate, leggete con me.
In Italia seicento e quaranta;
In Alemagna duecento e trentuna;
Cento in Francia, in Turchia novantuna;
Ma in Ispagna son già mille e tre.

Questo catalogo delle conquiste dongiovannesche che Leporello illustra a Donna Elvira ha una forte valenza simbolica, soprattutto nel novero delle donne sedotte in Spagna, cioè mille e tre. Cosa simboleggia il numero 1003? Il migliaio è ovviamente simbolo di pienezza, dell’aver raggiunto un livello di soddisfazione che non necessita di altro. Il fatto che accanto al migliaio di donne già sedotte se ne aggiungano altre tre (numero che rinvia a un nuovo ciclo di conquiste appena iniziato) rivela un tratto essenziale della personalità di Don Giovanni/Charlie Harper: quello che loro desiderano non accumulare il più grande numero di amanti, ma in realtà loro desiderano la possibilità di non dover mai scegliere, di non dover mai assumere un impegno definitivo. La vita estetica, la vita basata sul godimento dell’istante senza nessuna prospettiva sul futuro, è quindi perfettamente incarnata dal nostro Charlie che altri non è che una versione contemporanea dell’immortale mito di Don Giovanni.

Alan, al contrario di Charlie, si è sempre assunto le proprie responsabilità: ha una moglie (poi ex) e un figlio. Il secondogenito di casa Harper ha tentato di costruire la propria identità prendendo degli impegni che ha provato a proiettare nel futuro. Anche Alan, a suo modo, è utile a farci entrare nell’universo kierkegaardiano. Alan, nella prospettiva del filosofo danese, rappresenta chi ha provato a vivere una vita etica: padre di famiglia fedele a una sola donna (fino al divorzio) e devoto al proprio lavoro. Perché la sua vita allora è andata in crisi? Se la vita estetica conduce, secondo Kierkegaard alla disperazione di chi finisce per disperdere la propria identità in un susseguirsi incoerente di attimi di piacere, anche la vita etica non è di per sé garanzia di felicità. Perché? Per rispondere a questa domanda può essere utile fare un paragone fra i due fratelli, i quali entrambi hanno smarrito la possibilità di edificare la propria identità, ma per motivi opposti.

Charlie ha semplicemente evitato di prendere decisioni definitive, impedendo quindi alla propria personalità di essere plasmata dagli impegni che comporta la vita etica, ed è paragonabile a un pezzo di creta che rimane amorfo. Alan, all’opposto, si è fatto carico di provare ad adempiere a tutti gli obblighi ai quali credeva di dover rispondere, con la conseguenza di aver svuotato la propria personalità dei caratteri che lo rendono unico. Il suo matrimonio fallito, il suo carattere debole e il suo vivere parassitario sono conseguenze tragicomiche di una verità che Kierkegaard aveva intuito: anche la vita etica, fine a sé stessa, non conduce l’uomo all’esistenza autentica, ma lo intrappola in una matriosca di regole sociali.

Potremmo terminare questa breve discussione facendo riferimento alle conclusioni di Kierkegaard, ma preferiamo rigirarvi la domanda: cosa rende, secondo voi, autentica una vita?