“Maledizione, l’abbiamo perso” disse un giovane uomo dai capelli neri e la pelle olivastra, mentre fissava il cielo notturno dalla minuscola finestrella rettangolare, unico sbocco verso l’esterno dello scantinato buio e umido in cui si trovava.

“L’ho avvertito anch’io… l’ago della bilancia ora pende a favore dei Nephilim” disse un secondo uomo, ben più grande del primo.

“Ora sono in vantaggio” concluse il più giovane.

“Si, ma possiamo sempre rimediare…” disse l’altro, con un largo sorriso perfido che si allargava sul suo volto, mentre con un cenno del capo indicava la figura di una bellissima donna, dai lunghi capelli dorati, gli occhi azzurri e dalla pelle così candida che sembrava emanare luce propria, incatenata al muro da manette non dissimili da quelle usate nelle segrete dei castelli e avvolta da un cencio candido tutto strappato e sgualcito.

“Sono sicuro che sarai molto fiero di tuo figlio” disse il più giovane al più anziano.

“No, sarò io ad essere fiero del tuo, mio buon Gael”

Il giovane rimase sinceramente sorpreso: “Mi sarà concesso davvero questo onore?!”

“Certo, hai servito più che bene la nostra causa, te lo sei meritato. Riscuoti il tuo premio!” concluse l’uomo più anziano, scoppiando in una grassa risata. Gael, compiaciuto, si avvicinò alla donna e le strappò quel poco di veste che le era rimasta addosso e il suo grido disperato si perse nella notte.

Erano le dieci passate quando le due pizze che Tom aveva ordinato erano state consegnate da un giovane fattorino. Red era intento a risistemare il macello che aveva combinato e in più stava sistemando delle carte della sua società.

Tom poggiò le due scatole sul tavolino aspettando che Red uscisse da camera sua, cosa che avvenne poco dopo. Aveva alcuni fogli in mano che lasciò su un mobiletto vicinò alla porta di ingresso.

“Con questo ho sistemato tutte le cose… ho nominato uno di quei leccapiedi come mio sostituto e gli ho lasciato le mie indicazioni. Dovrò solo fare una visita ad una specie di cena per firmare un accordo con la Stone Enterprises e poi tutto sarà sistemato” spiegò con pacatezza Red, sedendosi nuovamente sul divano e aprendo la sua pizza.

“Deve essere una cosa impegnativa dirigere un’azienda… io non ho fatto in tempo nemmeno a finire l’università!” disse Tom.

“Tu almeno ci sei potuto andare… e comunque, non è stato poi così difficile rimettere in sesto l’azienda, gli sviluppatori che ci lavorano sono brillanti, questo basta e avanza”

“Ti fidi di quelle persone, eh?”

Red fece uno sguardo truce: “Io non mi fido di nessuno, piuttosto conosco le loro abilità. Se uno di loro cominciasse a fare il gradasso e ad ignorare il suo lavoro, lo farei licenziare in un battito di ciglia!”

Tom ridacchiò: “Quanta gentilezza! Da quando ci siamo persi di vista la tua vita deve essere stata proprio rose e fiori!”

“Sinceramente è stata un inferno e, vista la mia natura, suppongo sia calzante!” disse Red con asprezza.

“Eddai! Ti deve essere capitato qualcosa di bello in questi anni! Che ne so, un buon voto a scuola…”

“Ho sempre avuto il massimo dei voti a scuola e comunque non l’ho mai ritenuto una cosa di cui essere bello felice e contento!”

“D’accordo! Magari una bella cotta una ragazza per cui hai perso la bussola?” chiese Tom, malizioso e Red parve un attimo irrigidirsi.

“Beccato!” esultò Tom.

“Beccato un corno… è stata una storiella da ragazzini. E comunque, non è finita bene… anzi, sarebbe meglio dire che non è mai iniziata”

“Avanti, una volta eravamo buoni amici, dimmi di più!”

“Ma eravamo bambini delle elementari!”

“Ciò non toglie che eravamo amici!”

Red sbuffò: “Lei mi piaceva, ma il suo comportamento divenne strano e io dovetti fare una scelta difficile”

“Ne è valsa la pena?”

“Probabilmente è stato più indolore per lei che per me, ma ho passato momenti ben peggiori” disse Red, leggermente imbarazzato.

“Dai, voglio sapere di più!”

“Magari un’altra volta – tagliò corto Red – Piuttosto, parlando di cose serie, come ci muoviamo? Ora che faccio parte della squadra dei buoni, intendo”. Il sarcasmo nella sua voce era evidente.

“Lei mi ha incaricato di raggruppare tutti. Ho le posizioni di altri due Nephilim, si trovano a Los Angeles”

“Si torna a casa allora…” disse Red, addentando un pezzo della sua pizza.

“Hai vissuto a lungo lì?”

“Nessuno mi ha più adottato da quando avevo tredici anni. Ho vissuto stabilmente nell’orfanotrofio di Los Angeles da allora fino a un mesetto dopo il mio diciottesimo compleanno. Sono un paio di anni che non faccio un salto a salutare le suore… Chi sono i due angioletti?”

Tom ingoiò rumorosamente in suo boccone e disse: “Sono due ragazzi, da quanto ne so vivono insieme, uno di loro è archeologo, l’altro salta di lavoro in lavoro. In realtà, sembra che si dilettino a fare da vigilantes per tenere lontane le bande di bulli e di criminali… un bel modo per usare i loro poteri!” concluse con una mezza risata.

Red fece una strana espressione e chiese: “Sai come si chiamano?”

“Si, li ho incontrati qualche anno fa, l’archeologo è Tony McAllister, l’altro si chiama John Loan”

Red sorrise: “Lo sapevo”

“Li conosci?”

“Abitavano nel mio stesso quartiere… abbiamo pestato tanti di quei presunti malavitosi che nessuna banda più importante ha mai tentato di venire a portare grane”

“Lei mi aveva avvisato che ha fatto sempre in modo che tu ci incontrassi”

Red sembrò dubbioso: “Quindi il fatto che io abbia conosciuto te e poi quei due non è un caso?”

“Forse no… ma sembra che noi siamo attratti gli uni dagli altri. Io li ho conosciuti senza che nessuno mi dicesse nulla. Ho conosciuto anche un’altra Nephilim. Fu abbastanza spiacevole… Lei dovette costringermi a darmi una calmata”

“Ma chi è questa fantomatica Lei di preciso?!”

“La conoscerai a tempo debito” disse enigmatico Tom. Red lo guardò con sguardo apatico e finì la sua pizza in silenzio per poi dire: “Quando partiamo? Se vuoi possiamo partire anche subito”

A Tom per poco non andò in croce l’ultimo boccone di pizza: “Mi sarei aspettato un comportamento meno pacato dopo tutto quello che ti ho detto! Che ne so, un po’ di depressione, anche qualche lacrimuccia…”

Red fece un sorriso perfido: “Perché credi che mi voglia sbrigare? Voglio uccidere tutti quelli che hanno reso la mia vita un inferno”

“D’accordo, prima o poi dovremo fare qualcosa per questa tua continua voglia di sangue… –  ironizzò Tom – comunque, che vorresti fare, metterti in macchina e viaggiare fino a Los Angeles?”

“Non ho la macchina, a malapena ho preso la patente un paio di anni fa. Ho un jet privato e un pilota sempre pronto a farmi un favore”

Tom strabuzzò gli occhi: “Hai un jet privato?!”

“In realtà è la compagnia che ha un paio di jet, ma uno è di mio uso esclusivo. Quindi, vuoi partire adesso o domani mattina?”

Tom si riscosse dalla sorpresa e disse: “Preferirei domani mattina”

Red annuì e si alzò di scatto: “Bene, allora ci vediamo domani alle sei. La camera degli ospiti è lì, io vado a dormire. ‘Notte” e il giovane andò in camera sua, lasciando Tom da solo e un po’ spaesato.

“Alle sei?!” ripeté il ragazzo, prima di farsene una ragione e raggiungere la sua camera per farsi una notte di sonno prima della partenza.

Alle sei del mattino, col sole che pigramente faceva filtrare i primi raggi di sole nell’appartamento, Red era già in piedi e pronto per partire, vestito con una camicia bianca e un jeans nero e con una tazza di caffè in mano. Tom invece si era appena alzato e, avvolto negli abiti stropicciati con cui era andato a dormire e con i capelli sparati da tutte le parti, fissava incredulo, e assonnato, il padrone di casa.

“Ma tu dormi mai?!”

“Avevo detto che ci saremmo visti alle sei, l’aereo ci aspetta fra un’ora”

“Prendersela un po’ più comoda no?! A quest’ora chiunque dorme! Persino Dio dorme!”

Red sorrise appena: “Magari dormono anche i Lililm e così li prendiamo di sorpresa. Muoviti, il taxi ci sta aspettando, o magari, da bravo angioletto, vuoi spiegare le tue ali e farti un voletto?”

“Non vorrai mica che mi metta a saltellare per i palazzi come se fossi Spider-Man!” disse con una mezza risata Tom.

“Spider-Man mi pare che sia newyorkese, no?” e Red sorrise davvero per la prima volta.

Tom fece spallucce e disse: “D’accordo, sbrighiamoci, ma ho bisogno di un caffè per svegliarmi”

“Lo prenderai strada facendo, quel tassista laggiù ci starà maledicendo”

“Si, certo, come no…” sbuffò Tom, infilandosi nel bagno per darsi una rapida rinfrescata. Nell’arco di dieci minuti, i due erano già nel taxi diretto all’aeroporto.

Il jet era già pronto su una pista secondaria del JFK, un piccolo jet privato non dissimile da molti altri nel suo genere. Al suo esterno c’era un uomo sulla cinquantina, afroamericano, vestito con un abito scuro elegante che, in combinazione con la carnagione scura, metteva in risalto i capelli cortissimi e la barba incolta completamente argentati.

“Ciao Carl. Scusa il disturbo” disse Red, appena arrivato vicino all’uomo.

“Nessun disturbo, mi pare che farti da autista sia il mio mestiere!” disse bonariamente l’uomo.

“Un autista che pilota un jet privato?” chiese Tom.

“Tom Harvest – disse Red – ti presento il sergente dell’aeronautica militare ora in congedo Carl Johnson, mio assistente personale e, non ultimo, mio zio adottivo. Carl, lui è Tom Harvest, un vecchio amico di quando stavo ancora da tuo fratello”

“Molto piacere, Tom” disse Carl, stringendo vigorosamente la mano di Tom e sorridendogli bonariamente.

“A quanto pare – aggiunse Red – lui è un’altra persona come me…”

Carl e Tom strabuzzarono gli occhi, ma Carl si riscosse subito e disse: “Grazie al cielo, vuol dire che ne capirai di più su ciò che ti è successo!”

Red si fece cupo: “L’ho già capito, dopo ti dico…”

“Un momento! – li interruppe Tom – Lui sa delle tue… capacità?”

Red, se possibile, si fece ancora più scuro in volto: “Lui mi ha visto eruttare fuoco nella casa di suo fratello, mio primo padre adottivo”

“Ah…” disse Tom, imbarazzato.

“Lasciamo perdere questi discorsi, ragazzi! – disse Carl, cercando di rompere la tensione – Sono davvero felice che vi siate incontrati! Ora saliamo a bordo, dobbiamo liberare la pista!” e i tre salirono sul jet che, dopo alcuni minuti di preparazione, spiccò velocemente il volo verso Los Angeles.

Red trascorse la prima ora di viaggio in cabina di pilotaggio con Carl, cercando di spiegargli meglio possibile tutte le cose di cui era venuto a conoscenza, poi raggiunse Tom nel vano dei passeggeri, dove il ragazzo era seduto su una delle comode poltroncine, quasi steso sulla poltroncina accanto, con in mano una ciotola di stuzzichini presi dal frigobar del jet.

“Ma tu mangi già cose salate alle otto del mattino?!” chiese Red, leggermente nauseato.

“Il cibo è cibo! – rispose gioviale il ragazzo – Piuttosto, hai spiegato tutto a tuo zio?”

“Incredibilmente, è rimasto piacevolmente sorpreso… soprattutto per la parte finale, quella in cui io dovrei collaborare a salvare il mondo e cose del genere…”

“Beh, se tutto andrà per il verso giusto, tu rinnoverai davvero il mondo!”

Red fece uno strano ghigno: “A me interessa solo uccidere uno per uno quei maledetti che mi hanno rovinato la vita” disse, prima di cadere in un apparente mutismo. Tom scoprì ben presto che il suo compagno di viaggio era davvero un tipo di poche parole ed era abbastanza difficile farlo parlare, per cui rinunciò ben presto al tentativo di farlo parlare nelle successive ore di viaggio, che furono più o meno quattro prima di arrivare a sorvolare la città di Los Angeles ma, quando ancora l’aereo era lontano dall’aeroporto, Red provò per la prima volta uno brivido orrendo che gli percorse tutta la schiena. Tom, che nel frattempo si era addormentato, si riscosse di colpo.

“Cosa è stato!?” chiese Red, sorpreso.

“È uno dei nostri – spiegò Tom – sta combattendo ed è quasi allo stremo, ma c’è una specie di interferenza…” e il ragazzo cominciò a fissare la città sotto l’aereo, che lentamente perdeva quota, finché non esclamò la sua sorpresa, indicando un punto della periferia.

“Guarda! Riesci a vederla?” domandò a Red che, avvicinatosi, strizzò gli occhi nella direzione che il compagno gli aveva indicato.

Se inizialmente non vide nulla, dopo alcuni istanti cominciò a vedere qualcosa che sembrava una grande cupola argentea, semitrasparente, che ricopriva una strada che Red conosceva fin troppo bene.

“È dove abitano John e Tony! Dobbiamo raggiungerli subito!”

“Che cosa vorresti fare?!”

Red si avviò al portellone del jet, strattonò accanto a se Tom e urlò ad un piccolo interfono proprio accanto al portellone: “Carl, io mi lancio da qui, solita procedura, d’accordo?”

“Affermativo!”

“Solita procedura?!” esclamò Tom.

“Alcuni di quei cosi di sabbia…”

“Spiriti di sabbia!” rettificò Tom.

“Quello che è! Mi hanno già attaccato quando ero in aereo. Per Carl non è una novità! Ora stai zitto e seguimi!” e Red aprì il portellone, lasciandosi risucchiare dal vuoto d’aria provocato dall’apertura e trascinandosi assieme anche Tom.

“Ma sei pazzo!” urlò Tom, ma presto si accorse che Red, in caduta libera davanti a lui, sembrava proiettare una specie di cono attorno a sé, manipolando l’aria in modo che andassero più veloci.

“Sai dominare a questo livello anche l’Aria?!” urlò Tom.

“Io controllo tutti gli elementi ad un buon livello! Cosa credi, che me ne sia stato con le mani in mano negli ultimi ventitré anni?!” urlò in risposta Red, mentre la velocità della caduta aumentava e loro due si dirigevano come proiettili contro la cupola argentea, ormai a meno di duecento metri da loro.

“Ma che diavolo vuoi fare?! Quella è una barriera!”

“Lo so! Non conoscendo gli incantesimi per distruggerla, l’unico modo e farle raggiungere il suo limite impattandole contro con tutta la forza che ho!” urlò Red, che evidentemente sapeva qualcosa anche di magia.

“Ma maledizione! Io so come spezzare una barriera! Me lo potevi dire prima!”

“Ormai è troppo tardi! Preparati, gireremo un po’!” disse infine Red e, prima che Tom potesse dire altro, cominciò a girare su se stesso, seguito dalla specie di cono d’aria che aveva attorno, formando una gigantesca trivella ad aria compressa che stava per impattare contro la barriera ad una velocità a dir poco allarmante. In pochi secondi, l’enorme massa d’aria arrivò in prossimità della barriera a forma di cupola e la colpì in pieno, perpendicolarmente, producendo un boato immenso. La cupola si illuminò di un bianco accecante eppure non venne distrutta dal colpo mostruoso che Red aveva approntato, col risultato che i due Nephilim vennero sbalzati violentemente all’indietro e solo il sangue freddo di Red gli permise di usare quel poco di controllo che gli era rimasto sull’aria per attutire la caduta, appena un po’ brusca rispetto ad una normale caduta, ma niente che i due non potessero sopportare.

Appena riavutisi dal brusco atterraggio, i due si avvicinarono al cupola, lontana una manciata di metri lungo la strada, correndo e al suo interno poterono vedere decine e decine di uomini di sabbia combattere con un ragazzo alto e massiccio, con la maglietta ridotta a brandelli che copriva ben poco del suo torso grosso e muscoloso, le braccia tese allo spasimo, il volto rotondo e gli occhi grigi contratti in una smorfia di dolore e stanchezza, i capelli castani appena un po’ lunghi incollati al viso, madidi di sudore.

“John!” urlò Red, battendo i due pugni contro la barriera, ma il ragazzo all’interno parve non sentirli e la barriera, emettendo un altro lieve bagliore, non cedette minimamente al colpo. Tom si avvicinò e cominciò a formulare incantesimi in varie lingue, Red ebbe la percezione di una grossa fonte di energia provenire dal suo corpo e riversarsi violentemente sulla barriera, senza però grandi risultati.

“La barriera è molto potente, non riesco a danneggiarla…” disse Tom quasi in un rantolo, sforzandosi per riuscire nel suo intento.

Red percepì l’energia di John diminuire vistosamente e, già turbato dall’aver scoperto così improvvisamente la capacità di percepire le energie dei due Nephilim, senza contare che John sembrava sul punto di essere sopraffatto, cominciò a dare pugni, uno dietro l’altro, contro la barriera, con forza sempre maggiore, mettendoci tutto sé stesso.

Colpo dopo colpo, la barriera continuava a resistere emettendo come dei sinistri rintocchi, ma Red, sempre più accecato dalla rabbia, continuò ad infondere tutto se stesso nei pugni finchè non sentì esplodere in sé una grande energia: gli occhi gli si illuminarono di una accecante luce bianca, così come le sue braccia, che in quel momento assomigliavano più a strani artigli che ad arti umani.

Ruggendo, Red diede un ultimo, poderoso pugno e, con sorpresa sia di Tom che di John e dei suoi assalitori, la barriera andò definitivamente in frantumi, scomparendo pezzo dopo pezzo. Tom rimase allibito di fronte a quella prova di forza, ma Red, tornato normale, lo guardò e disse: “Non stare lì impalato, andiamo!”

I due ragazzi si fecero strada con relativa facilità tra le decine di uomini di sabbia e raggiunsero il centro della mischia, dove John combatteva a suon di pugni e di grossi pietroni che si sollevavano dall’asfalto e colpivano gli avversari.

“Arrivano i rinforzi, finalmente!” urlò gioviale il ragazzo, come se non stesse combattendo per la sua vita.

“Pensa a combattere, Sloan, non è la prima volta che ti salvo il sedere da una situazione del genere!” urlò Red, polverizzando tre uomini di sabbia con una grossa fiammata.

“Red! Oh mio dio, sono anni che non ci vediamo! Sei uno dei nostri anche tu?” chiese John, schiacciando sotto un masso un gruppo di avversari.

“Una specie, mi sono portato dietro anche un altro angioletto”

“Potremmo rimandare le presentazioni a dopo?! Qui stanno cercando di ucciderci!” sbraitò Tom mentre investiva con una pioggia di stalattiti di ghiaccio un gruppo ben nutrito di avversari.

“Non lo dire a me!” rispose John.

I tre combatterono strenuamente per alcuni minuti, ma gli Spiriti di Sabbia sembravano rigenerarsi dopo pochissimo tempo dalla loro sconfitta.

“Ma che diavolo succede qui!? Di solito non fanno così!” urlò Red, abbattendo un altro gruppo di nemici co una potente folata di vento.

“Hanno avuto la cortesia di avvertirmi che se non li uccidiamo tutti nello stesso momento continueranno a rigenerarsi. Ho provato con una bella scossa di terremoto e con un po’ di massi , ma sono molto veloci!” disse John, ormai bocconi.

“E tu ora ce lo dici!” urlò Tom.

“Servono fulmini! – disse Red, alzando un braccio al cielo – è l’unico modo! Arte…” ma prima che potesse concludere, una voce femminile lo interruppe.

“Arte Divina! Fulmini dal Cielo!” e, in meno di un secondo, decine di fulmini crollarono addosso a tutti gli avversari, polverizzandoli nell’arco di un solo istante.

Tra il fumo delle esplosioni, infine, si stagliò l’immagine di una donna, slanciata ma formosa, con i capelli tagliati corti con un ciuffo davanti all’occhio destro, vestita semplicemente con un jeans e una maglietta nera.

John la guardò allibito, Tom invece fece una strana smorfia e disse qualcosa che Red non riuscì a capire, ma era troppo concentrato a controllare se stesse sognando o meno.

“Jessica… Jessica Stone… una Nephilim?!”