Era novembre, e come ogni novembre la Melmerigia era flagellata da piogge, temporali e gente che diceva che l’anno prima era stato migliore. Ci fu, in particolare, una burrasca violenta e inconsueta che colpì i cieli di Rincollina per una notte intera. Mentre l’acqua si buttava a capofitto su case, strade e persone, le nubi erano illuminate da lampi di tutti i colori. Era come se qualcuno stesse alimentando il temporale con fuochi d’artificio, o se un’aurora boreale avesse sbagliato strada e stesse cercando di sfuggire a quella rabbia meteorologica. Coronnilio guardava dalla finestra quel sublime spettacolo, spaventato dalla sua violenza ma affascinato dai vividi colori che esplodevano nel cielo. Provò a fare qualche foto col telefono, ma ottenne solo dei rettangoli neri e ciò gli smorzò l’entusiasmo. Era tardi anche per lui, così indossò il pigiama e si mise a letto. Senza usare le mani si sfilò abilmente i calzini, che andarono a perdersi tra le pieghe delle lenzuola ritrovando i loro vecchi amici. Lo scrosciare della pioggia lo aiutò a prendere sonno, anche se non era detto che avrebbe dormito come un angioletto.

Il sonno di Coronnilio non era mai stato di gran qualità, tranne quelle poche volte in cui poteva dormire con la rassicurante luce del giorno. Già da bambino era tormentato da incubi senza senso e da paralisi notturne, momenti di angoscia che gli avevano instillato un terrore per l’oscurità che non sarebbe mai andato via. Da adolescente brutti sogni si alternavano a quelli erotici, che non erano certo spaventosi, ma le polluzioni notturne lo costringevano a far sparire numerose paia di mutande. Ora aveva ventisei anni e spesso si alzava dal letto gridando, in preda a quelle allucinazioni raccapriccianti che si possono avere durante lo stato ipnopompico, ovvero quando si passa dal sonno alla veglia. Gli capitava molte volte di svegliarsi durante un incubo, magari per sfuggire a qualche creatura della fase REM, ma quella lo aspettava puntualmente fuori dal sogno. Così si trovava mostri e animali appesi al soffitto o accovacciati sul letto, e l’unico modo per farli scomparire era mettere la testa sotto il cuscino o saltare fuori dalle coperte. Quando Coronnilio si era del tutto svegliato, le visioni scomparivano, risucchiate di nuovo nel mondo dei sogni. A lui rimaneva solo un grande spavento, di poco mitigato dall’abitudine, ma c’era di buono che così non rischiava mai di poltrire tra le lenzuola e fare tardi a lavoro. A essere più infastidito da questi bruschi risvegli era senz’altro Baffolampo, nonostante passasse fuori la maggior parte delle nottate, in chissà quali avventure. Baffolampo era il gatto che viveva in casa di Coronnilio, assieme a una miriade di altri animaletti poco notabili e privi di dati anagrafici.

Quella brutta notte di novembre Coronnilio sognò di trovarsi nella casa al mare della sua famiglia, a Scoglionetta. Lì il tempo era buono, ma la casa era sporca e piena di ragni, ragni grossi e aggressivi come quelli che sognava di solito. Non sapeva, Coronnilio, da cosa derivasse quella sua aracnofobia, forse era colpa di qualche film horror che non avrebbe dovuto vedere a otto anni. Dunque la colpa di quegli incubi era da attribuirsi al palinsesto delle TV private, ma Coronnilio non se la sentiva di puntare il dito, perché se non altro ci aveva visto pure qualche tetta in mezzo agli spot pubblicitari. Comunque, col sopraggiungere dell’alba, aveva avuto un brusco risveglio perché uno di quei ragnacci gli era saltato addosso. Ora si ritrovava nella sua casa in città, ma sapeva di non essere solo, perché sentiva la presenza dell’incubo che incombeva su di lui. Si strinse nel buio delle coperte e solo quando fu sicuro di essere completamente sveglio le fece volare via e balzò in piedi. Baffolampo aveva seguito tutta la sua patetica pantomima da dietro i vetri della finestra, e ora bussava per entrare. Coronnilio andò subito ad aprirgli, contento di vederlo ritornare dopo quella terribile nottata.

«Baffetto! Che hai combinato tutta la notte con questo tempo di cacca?»

Il gatto lo ignorò e corse in cucina per farsi riempire la ciotola di crocchette, ma prima che Coronnilio ebbe il tempo di chiudere la finestra si sentì un fracasso di ciotole, pentole e posate. Baffolampo tornò come un razzo nella camera da letto e saltò di nuovo fuori dalla finestra, tanto ormai c’era il sole.

«È pazzo!»

Accigliato, Coronnilio andò a dare un’occhiata in cucina, dove pareva che il gatto si fosse fatto una corsa su tutti i mobili della stanza. Imprecò, ma non era quello il momento di mettersi a riordinare, perché doveva subito andare a lavoro. Si diede una sistemata e uscì dall’appartamento, ricavato nella mansarda di una palazzina del centro storico. Viveva lì da soli due mesi, e forse lo stress del trasloco poteva essere uno dei motivi scatenanti delle sue visioni, ma poteva essere anche colpa dell’ansia per il lavoro o degli struggimenti d’amore. D’altronde quella casa gli era parecchio familiare, essendo di proprietà di sua nonna Anepocchia, che come affitto non pretendeva più di qualche lavoretto di manutenzione e una mano con la spesa. La signora era davvero contenta di avere il nipote in casa, i genitori invece non avevano preso molto bene la separazione. Per consolarsi avevano adottato un cane che, crescendo, avrebbe eguagliato Coronnilio in peso, e lo avrebbe certo superato in quanto ad affettuosità.

Coronnilio si prese il secondo spavento della giornata mentre scendeva le scale, quando sua nonna spalancò il portoncino di casa sua e si affacciò per interrogarlo su dove stesse andando, che cosa fosse tutto quel baccano e se avesse fatto colazione. Era ancora sabato e il nipote stava andando a lavoro, era stato il gatto, e no, non aveva mangiato. Quest’ultima risposta fu un grosso errore, perché sua nonna non lo lasciò andare prima di gettargli qualche moneta in tasca.

«Tie’, così ti metti da parte i soldi per uscire con le ragazze.»

«Grazie, nonna. Prima di trovarne una avrò messo da parte i soldi per una crociera.»

Il cielo era azzurro e sgombro di nuvole, ma le strade ancora bagnate dalla burrasca di quella notte. Il vento s’era portato via i nembi malvagi e ora nel cielo volteggiavano piccioni altrettanto cattivi. Questi potrebbero sembrare dettagli inutili, ma fu guardando il cielo che Coronnilio intinse un piede in una pozzanghera e fu quindi costretto a compiere il resto del tragitto con una scarpa che faceva ciaf ciaf. Quel buffo rumore attrasse lo sguardo di una ragazza che stava acquistando dei kiwi. Lo scintillio del sole sul bordo degli occhiali di quella ragazza venne percepito da Coronnilio con la coda dell’occhio, ed egli si girò. I loro sguardi si incrociarono per pochi attimi, gli individui si sorrisero reciprocamente, poi lei gli fece un gesto con la mano, preoccupata, e lui inciampò sul marciapiede. La folla si intromise tra loro e i due non si rividero mai più per il resto delle loro vite. Nonostante ciò, il sorriso di uno sconosciuto alla mattina è sempre piacevole, e Coronnilio fu un po’ meno nervoso del solito. Ecco perché le descrizioni meteorologiche non sono sempre inutili.

Inutile fu invece la mattinata di Coronnilio, visto che lavorava part-time per un’azienda che produceva sedie a dondolo laterali, curandone le vendite on-line. Il prodotto stava avendo scarso successo, e tra alti e bassi, guadagni altalenanti e oscillante entusiasmo, Coronnilio stava cominciando a soffrire di mal di mare e pensava di cercare un altro lavoro. Intanto, mentre era in ufficio, ammazzava la noia leggendo qualche notizia su Internet che riguardasse il bizzarro temporale di quella notte. Sorvolò con cura quegli articoli che imputavano le strane luminescenze ai gas di scarico delle navicelle spaziali aliene, perché nessun extraterrestre avrebbe mai pilotato con quel tempo. C’era poi chi diceva che era colpa dei forni a microonde e dei telefoni cellulari, ma quel blog insinuava anche che la Melmerigia non esistesse, dunque Coronnilio non lo ritenne molto affidabile. Infine trovò un sito scientifico dai toni attendibili secondo cui lampi e fulmini verdi potevano essere causati da molecole di ossigeno caricate positivamente, ma non si diceva niente riguardo ad altri colori. Con qualche altra ricerca, Coronnilio trovò un link a un articolo dell’archivio storico della Gazzetta di Voncisballe, datato qualche giorno del 1919. Si parlava di un evento meteorologico simile, che si era però verificato nei pressi di Montenarchio. Beh, a quei tempi sarà stata colpa dei telegrafi, pensò lui sarcastico. Poi arrivò il momento di far finta di lavorare, così si prese una pausa sigaretta.

Più tardi, rientrando a casa, trovò la nonna che spazzava le scale borbottando. Sentendo i suoi passi, la signora Anepocchia inforcò gli occhiali bifocali che teneva appesi al collo e lo inquadrò.

«Sei tu, Coro?»

«Sì, nonna. Tutto bene qua?»

«Sì, sì. Ma ‘sto gatto che hai che ci sta a fare qua?» disse appoggiando di taglio la mano sinistra sull’avambraccio destro. «C’era un sorcio così in casa e quello scappava. Alla fine l’ho ammazzato io con la scopa, guarda qua.»

Nella paletta, una grossa massa nera giaceva senza vita, sommersa da polvere e peli di gatto. Nonna Anepocchia doveva averlo massacrato, quel povero animale, perché ora non assomigliava nemmeno a un topo. Coronnilio stava per dargli un’occhiata più da vicino, incuriosito, ma qualcosa in quelle forme gli fece un tale ribrezzo che un brivido gli salì su per la schiena, così lasciò perdere.

«Eh, quel gatto mica va a caccia», rispose alla nonna. «Mangia a casa o dietro un ristorante, è viziato.»

«Beh! Vieni qua che ti prendi le cotolette, che manco tu ci vai a caccia.»

La nonna lo fece accomodare in casa e gli diede un caldo involucro di alluminio. Gli chiese se l’indomani mattina poteva scendere ad appenderle il quadro di San Ratorbio, che la sera prima era caduto per colpa di un tuono.

«Per fortuna non siamo superstiziosi, eh? Comunque sì, e grazie per il pranzo.»

Uscendo sul pianerottolo trovò polvere e peli sparsi per terra, e vide che il topo non era più nella paletta. Evidentemente non doveva essere poi così morto. Le cotolette, comunque, erano buonissime.

Nel pomeriggio le nuvole tornarono a coprire il cielo, e cadde un po’ di pioggia leggera, che valeva solo come avvertimento. Coronnilio non era tipo da fare festa il sabato sera, ma non usciva da una settimana e non gli sarebbe dispiaciuta una birra in compagnia. Mandò un messaggio a Eccapindo, il suo compagno di sbronze, e si accordarono per vedersi al L’Ebbroso di sera. Se avesse smesso di piovere, ma la pioggia non fece che aumentare. Coronnilio non ebbe altra scelta che mettersi in pigiama, perché avrebbe passato la serata con Baffolampo. Il gatto, che stavolta s’era rifugiato in casa prima dell’acquazzone, era contento di non restare da solo dopo quel problema col topo.

Lo scenario si ripeté: acqua biblica, esplosioni apocalittiche e luci da rave party. Coronnilio e Baffolampo cenarono con nonna Anepocchia, che li rimpinzò con vino di casa, patate al forno, ritagli di carne e telenovelas. L’alcol chetò un po’ gli animi resi ansiosi dal temporale, e Coronnilio, tornato nel suo rifugio, gettò i vestiti su una sedia e si buttò sul letto. I tuoni e il rumore della pioggia che picchiava sul tetto venivano eclissati dal confortante pruprurrio di Baffolampo. Coronnilio fece sogni agitati e confusi, ma non veri e propri incubi. Nel frattempo la tempesta passava, ed era rimasta a gocciolare solo l’acqua delle grondaie e dei balconi. Si fece l’alba, poi mattina, ma Coronnilio continuava a dormire. Nonna Anepocchia lo aspettava per appendere quel quadro, ma poi pensò che in effetti era domenica, e magari il ragazzo voleva riposarsi un po’. D’altronde lei aveva ancora i polsi forti, quindi piantò da sola quel chiodo al muro.

Il continuo martellare non sarebbe stato un problema per il sonno pesante di Coronnilio, ma in quel momento il ragazzo si trovava nel delicato stato ipnopompico che sempre gli procurava allucinazioni. Questa volta, però, non fu un incubo a materializzarsi davanti ai suoi occhi, ma una visione scatenata dalla somma di diversi stimoli sensoriali. Coronnilio aprì gli occhi, e la prima cosa che vide fu la porta della sua camera. La teneva sempre chiusa durante la notte, perché quando era aperta aveva sempre l’impressione che guardandola avrebbe visto qualche brutta figura emergere dal buio del corridoio. I colpi cadenzati che sua nonna dava al chiodo si trasformarono, nella sua mente, in un bussare. Ma chi era? Tra lui e l’uscio si stagliava la sedia-armadio su cui erano gettati alcuni vestiti. Un classico: gli occhi ancora annebbiati trasformarono quella sagoma indistinta in qualcosa di più definito.

Una figura gracile e minuta batteva le nocche sulla porta, dando le spalle a Coronnilio. Lui capì subito cos’era successo, altre volte ombre e mobili si erano trasformati in mostri. C’era da fare la solita prassi. Ficcò la testa sotto il cuscino e attese che fosse capace di formulare pensieri razionali. Baffolampo si agitò, Coronnilio lo sentì correre sotto il letto, che avesse anche lui gli incubi? Scostò un attimo le coperte e guardò la sedia, che ora stava lì ferma come una sedia, con tutti i suoi vestiti sporchi sopra. Dietro la sedia però colse un movimento, così alzò la testa e scrutò oltre, verso la porta. Vide una piccola testa di capelli lisci e biondi, molto chiari. Mosse le labbra senza riuscire ad emettere neanche un sussurro, la testa si girò. Coronnilio si nascose di scatto tra le coperte, tachicardico, ma aveva avuto il tempo di cogliere il lampo di due tondi occhi glaciali.

Quell’incubo stava durando più del solito, eppure lui era completamente sveglio, non aveva dubbi. Sentiva il corpo sotto il suo completo controllo, udiva il rumore della strada sotto la finestra, la voce del signor Nibbriello che passava e salutava tutti. Sentiva il fetore del suo alito mattutino, e la sensazione di peli di gatto in bocca. Sentì anche piccoli passi veloci avvicinarsi al letto, poi una vocina stridula che lo chiamava.

«Ehi! Dove sei finito?»

Il cuore di Coronnilio era ancora giovane e forte, ma lui sapeva che non poteva fidarsi altrettanto della sua vescica. Quell’incubo doveva finire subito, o non avrebbe retto.

«Ci sei?» continuò la vocina.

«Vai via!» ebbe la forza di rispondere lui.

«No! Ma dove sei?»

Coronnilio cominciò a dubitare che quello fosse effettivamente un incubo. Stava durando troppo a lungo e lui si sentiva troppo sveglio, inoltre nessuna allucinazione gli aveva mai rivolto la parola. Provò a pensare razionalmente. Non l’aveva vista bene, quella cosa, ma dalla voce e dalla statura sembrava una bambina. Ammesso quello, doveva trovare un motivo plausibile per cui fosse là. Lui non aveva sorelline, nipotine né tanto meno figlie. Era domenica: che qualche parente sconosciuto o un vicino di casa fosse venuto a far visita alla nonna? Non era un’ipotesi da scartare, anche perché le altre non avevano alcun senso. Se non era un incubo, dunque, non se ne sarebbe mai andata. Toccava emergere e affrontarla.

Coronnilio si sollevò di scatto e si mise seduto sul letto, gettando via le coperte. Se prima si sentiva troppo sveglio per stare sognando, ora un improvviso straniamento non gli permise più di distinguere sogno e realtà. Davanti a lui c’era una bambina magra e pallida, che dimostrava sei o sette anni. Aveva occhi tondi e pupille di un azzurro freddo e brillante, capelli quasi bianchi.

«Ah, eccoti!» squittì non appena vide Coronnilio. «Guarda qua!»

Le pupille della bambina scomparvero dietro le palpebre e i dotti stillarono lacrime nere e dense. La bocca si spalancò, scoprendo denti da squalo grondanti di sangue, e dal fondo della gola risalirono mille grida sovrapposte. Coronnilio si coprì le orecchie a quel suono distorto e calciò la bambina colpendola sullo sterno. Quella volò contro l’armadio e, senza più fiato per gridare, si accasciò sul pavimento reggendosi il petto. Coronnilio però vide di nuovo una bambina normalissima, seppur dall’aspetto un po’ spettrale. Non potè trattenere lacrime e rabbia.

«Ma chi cazzo sei?» disse tirando su col naso. «Una del villaggio dei dannati?»

La bambina malefica ricominciò a respirare e pianse più forte di lui, ma stavolta con lacrime del tutto normali.

«Mi hai fatto male, brutto! E non dire parolacce!»

Coronnilio provò quasi pena per quell’esserino ferito, e anche un leggero senso di colpa. Si alzò per soccorrerla, ma la piccola cambiò subito espressione e la collera si dipinse sul suo volto. Lui si bloccò e prese il libro che aveva sul comodino, il primo oggetto che gli era capitato tra le mani: una saga fantasy completa, con tanto di copertina rigida. Era da prendere sul serio, sia come opera che come arma. Coronnilio sollevò il tomo e puntò gli occhi sulla testa della marmocchia.

«Tu non sei una bambina normale!»

«Tu non sei normale!» strillò quella rimettendosi in piedi. «Per forza non sono normali neanche i tuoi incubi.»

«Che c’entrano i miei incubi?»

«Beh…»

La bambina indicò con entrambe le mani lo strambo abitino che indossava, poi tese braccia eloquenti verso la sedia-armadio di Coronnilio. Dovette farlo diverse volte prima che lui, col cervello ancora annebbiato, notasse la somiglianza. Le varie toppe che componevano il vestitino avevano gli stessi colori della pila di abiti che stava sulla sedia. Se Coronnilio avesse avuto una lampadina attaccata alla testa, questa si sarebbe accesa per esplodere immediatamente. Le braccia che tenevano il libro – le uniche che aveva – si abbassarono lente.

«Allora… sei davvero la mia sedia?»

A sentirsi chiamare così, quella scoppiò in una risata agghiacciante. Piegò le ginocchia e mise avanti le braccia.

«Guarda, sono una sedia!» diceva, trattenendo a malapena le risate.

Coronnilio la guardò allibito, poi ne fu quasi divertito. Stava per ridere anche lui – perché in fondo era una persona abituata ad affrontare con ironia le cose della vita – ma la bambina malefica si esibì in un’altra terrificante smorfia. Coronnilio balzò sul letto e si mise di nuovo in posizione d’attacco.

«Smettila, ca… caspiterina! Perché fai sempre quella cosa?»

«Questa?» chiese lei facendolo di nuovo. «Beh, sono un incubo devo spaventare tutti. Che c’è di male?»

«C’è che questo non è un sogno, è il mondo reale, e tu non dovresti esserci.»

«Ma tu ci vieni sempre nel mondo dei sogni…»

«Ma non ci resto. Tu puoi tornarci?»

La bambina malefica si limitò a fare spallucce. Poi adocchiò Baffolampo, che cercava di fuggire da quella stanza, e gli si lanciò addosso cercando di acchiapparlo. Mentre quelli si rincorrevano pure sulle pareti, Coronnilio si sedette sul letto sbuffando. Era una situazione surreale, eppure ormai non poteva dire che non fosse vera. Non si chiese come quell’incubo potesse essersi materializzato, perché era sicuramente un ramo della scienza a lui incomprensibile. Come tutti gli altri. E poi, d’altronde, sono cose che capitano. Bisognava trovare una soluzione a quella inquietante presenza.

I pensieri di Coronnilio furono interrotti da nonna Anepocchia, che bussava alla porta dell’appartamento per sapere cosa stesse succedendo. Era un po’ dura d’orecchio, ma il fracasso che stavano facendo Baffolampo e la bambina malefica era impossibile da non sentire. Coronnilio si impanicò e corse a fermarli. Erano nella zona cucina e sala da pranzo, lei era appesa a una trave del soffitto, Baffolampo sopra un pensile, col pelo ritto e le zanne snudate. Coronnilio spalancò una finestra ricavata nella parte bassa del soffitto e fece psst psst al gatto. Quello scattò come un ghepardo e saltò fuori, fuggendo sui tetti del quartiere. La bambina provò ad andargli dietro, ma Coronnilio l’afferrò per un polso scheletrico e la trascinò di nuovo verso la sua stanza.

«Hai fatto troppo casino! Va’ a nasconderti sotto il letto e non emettere un fiato. Se la nonna ti vede… ti dà le botte, capito?»

Lei non parve nemmeno sentire la minaccia, ma era entusiasta di andarsi a nascondere.

«Io adoro stare sotto il letto! E appena tu ti metti a dormire io ti faccio spaventare!»

«Va bene, va bene. Ma non fare spaventare la nonna, d’accordo?»

La bambina fece cenno di aver capito, e si nascose sotto al letto, tappandosi la bocca perché le veniva da ridere. Coronnilio andò ad aprire la porta, sua nonna era lì con le lenti davanti agli occhi, pronta a sondare l’appartamento.

«Coro, eri tu che facevi tutto questo rumore?»

«Oh, si sentiva? Scusa, nonna, è che stavo guardando un filmd’azione.»

«Di mattina?»

«Per fare colazione, mica posso stare a guardare i cartoni dei bambini.»

«E certo… Comunque il quadro l’ho appeso io, così tu ti riposavi.»

«Uff, non c’era bisogno.»

«Tranquillo. Vabbè, io sto andando alla messa.»

La signora lanciò un’ultima occhiata alle spalle di Coronnilio, dunque prese la via del ritorno. Lui andò in camera e si accovacciò per guardare sotto il letto, la bambina gli fece un’altra delle sue smorfie da film horror e si scompisciò dalle risate. Non era più tanto spaventosa, ma Coronnilio continuava comunque a provare un certo ribrezzo ogni volta che lo faceva. Si sedette su una sedia da ufficio e inspirò.

«Ehi, bambina malefica, vieni fuori un attimo.»

«Oh, non mi chiamo così!» disse lei con voce ovattata.

«Non mi importa, incubo. Vieni qua.»

La bambina strisciò fuori dal letto a pancia in giù, ma con la testa ruotata verso l’alto, come se avesse il collo spezzato. Coronnilio rabbrividì un attimo, ma riuscì a non scomporsi.

«Che c’è?» chiese la bambina mettendosi in piedi davanti a lui. Gli mostrava sia la schiena che il viso. Coronnilio appoggiò i gomiti sulle ginocchia e, sospirando, nascose il viso tra le mani.

«Devi essere per forza un’allucinazione. Perché non sparisci? Vai via. Così, semplicemente.»

«Va bene. Ciao Billy!»

Coronnilio udì uno spostamento d’aria e sollevò uno sguardo accigliato. La bambina non c’era più. Si alzò di scatto, quasi incredulo. La stanza era vuota. Sotto il letto c’era solo la custodia della chitarra, nell’armadio solo i vestiti. Nessuno neanche in bagno. Andò nella stanza che faceva da ingresso e soggiorno. La porta che dava sulle scale era aperta, e la bambina era lì sulla soglia. Stava cercando di uscire, ma era come se stesse camminando contro un muro invisibile. Le palpebre di Coronnilio tremarono nervosamente.

«Che cosa… che stai facendo?»

«Non riesco a passare!»

«Ma che dici?»

Coronnilio si avvicinò e provò a spingerla, ma non fece altro che schiacciarla contro l’aria.

«Roba da matti! Che significa?»

«Solo gli incubi selvatici riescono a uscire di casa!»

«Cosa?» strillò il ragazzo. «Avete pure delle regole? Hai fatto un corso prima di venire a rompermi le palle?»

«Le parolacce!»

Coronnilio si mise le mani tra i capelli. Chiuse la porta e andò a sedersi sul divano. Era una faccenda di insostenibile disagio e imbarazzo, e l’unico aiuto che poteva chiedere era forse quello di Internet. Immensi erano il suo sapere e la sua discrezione. Lo stesso non si sarebbe potuto dire di nessun conoscente di Coronnilio. Non ebbe neanche il tempo di aprire il computer portatile sul tavolino, che la bambina si lamentò.

«Ho fame.»

«Cosa mangi?» chiese seccato Coronnilio. «Sangue fresco o anime?»

«Merendine.»

«La cucina è da quella parte.»

Coronnilio, per prima cosa, lesse le notizie del giorno. La cronaca non riportava fatti particolari, a parte la scomparsa di una mummia da un museo di Voncisballe. C’era pure qualche altro commento sulla misteriosa tempesta che, anche quella notte, aveva flagellato Rincollina e dintorni.

«Ah, ma certo!» disse battendosi la fronte col mouse. Era un mouse bluetooth. La coincidenza non poteva essere ignorata. Se quella manifestazione onirica era stata causata dai lampi colorati, allora dovevano esserci precedenti da cui poter trarre qualche conclusione. Scoprì che fenomeni atmosferici simili a quello non si erano mai visti all’infuori della Melmerigia, e l’evento del 1919 era stato l’unico registrato fino a quel momento.

«A cent’anni di distanza? Sa molto di maledizione… perfetto!»

«Evviva!» disse dalla cucina la bambina malefica, che non aveva colto il sarcasmo e in più aveva trovato le merendine.

Coronnilio continuava a fare ricerche frenetiche, con le mani che tremavano sulla tastiera del computer. La tempesta del secolo precedente era durata per tre giorni, ma era stata considerata solo un curioso fenomeno. Non era stata collegata a nessun altro evento nonostante, proprio in quei giorni, erano capitate un paio di cose curiose.

Gazzetta di Voncisballe del 3 novembre 1919
MONTENARCHIO – Un uomo di anni 45, tale C.V., è stato denunciato alle autorità sanitarie dopo che a sua volta aveva provato a sporgere denuncia contro un fantasma. Da quanto si è appreso dagli amici dell’uomo, interrogati presso il caffè in cui sono soliti riunirsi, questi soffrirebbe da anni di paralisi notturne, un disturbo del sonno che gli causerebbe allucinazioni. L’uomo si è presentato ieri mattina presso il comando di polizia del paese montano, dichiarando che un’apparizione spiritica dalle forme femminili, da diversi giorni lo avrebbe costretto a compiere atti di indecenza, approfittando della sua immobilità. L’uomo, conosciuto per essere piuttosto pio, ha insistito affinché si facesse qualcosa, così è stato affidato alle cure del reparto psichiatrico del nosocomio di Voncisballe.

Nient’altro. Nulla che poteva essergli utile. Coronnilio non aveva certo bisogno di leggere la vicenda del signor C.V. per scartare l’ipotesi di rivolgersi alle autorità. Avrebbero preso anche lui per pazzo, o peggio. Se qualcuno avesse scoperto che nascondeva una bambina malnutrita e con problemi psichici in casa lui sarebbe diventato un maniaco, un trafficante d’organi, o un genitore irresponsabile. Guai in qualunque caso. L’unica persona di cui si sarebbe potuto fidare era il suo amico Eccapindo. Lo conosceva da molto tempo e tra loro esistevano pochi segreti. Poteva però rovinargli la domenica in famiglia? Lo chiamò subito.

«Coronnilio, ma che minchia vuoi di domenica mattina?»

«Scusami, Ecca, ma stanotte mi è successa una cosa strana. Potresti passare da casa mia?»

«Fammi indovinare… ti si è incastrato il culo nel cesso.»

«No, è una situazione molto più grave, stavolta. Ricordi che ti ho detto delle allucinazioni che ho certe volte?»

«Certo, ma non ti preoccupare. Ti voglio bene anche se sei malato di mente.»

«Eccapindo, innanzitutto vaffanculo. Stamattina ne ho avuta un’altra, ma non riesco più a liberarmene. Non sto sognando, vero?»

«Ti sei drogato?»

«Magari! Per questo ti dico di venire, così vedi anche tu. Perché credo che questa allucinazione si sia letteralmente materializzata nel mondo reale.»

«Coronnilio, di’ la verità. Mi stai prendendo per il culo?»

«Ti giuro che è tutto vero.»

«Su questo posso anche crederti, sono cose che capitano. Perché però chiami me, che non ne capisco niente di ‘sta roba paranormale? Mi pare che a Rincollina ci sia un tizio che se ne occupa.»

«Ah… seriamente?»

«Certo, se lo trovo ti passo il numero. Poi mi racconti, okay?»

Coronnilio si sentì molto stupido a non sapere una cosa del genere. Nell’attesa che il suo amico gli mandasse un messaggio andò a vedere cosa stava combinando la bambina malefica in cucina. Era troppo silenziosa. La trovò, bianca e immobile, distesa su una pozza di sangue, il petto trafitto dal coltello per le verdure. Coronniliò impallidì e si mise le mani tra i capelli.

«Porca…»

«Le parolacce!»

La bambina si sollevò senza muovere un muscolo, come farebbe un vampiro, ed esplose in rauche risate.

«Mi hai ucciso tu?» disse guardando la lama conficcata nel torace. Poi cominciò a correre per casa grondando sangue e ridendo come una iena.

«Sono morta! Sono morta!»

«T’ammazzo seriamente!» gridava Coronnilio inseguendola.

Per calmarla la mise sul divano a guardare film horror e gore. Nel frattempo Eccapindo gli aveva mandato il numero dello specialista del paranormale, e Coronnilio lo chiamò per prendere appuntamento. Si chiamava Edeghelio Aviodrego e pareva una persona molto disponibile. Nonostante fosse una giornata festiva non si sarebbe fatto pagare nessun extra, ma chiese di poter pranzare lì. Coronnilio lo attese pulendo il sangue che la bambina aveva lasciato in giro per casa.

Verso mezzogiorno, sotto una pioggerella insistente, un uomo dall’aspetto simile a quello di un medico in giro per visite parcheggiò l’auto davanti a un piccolo negozio di ferramenta. Scese dall’auto con in mano una gonfia borsa di pelle, e andò davanti al vecchio portone di legno che stava all’angolo dell’edificio. Esaminò il citofono, e stava per premere il pulsante con su scritto “Trelaffio”, quando si sentì chiamare dall’alto.

«A chi cerca?» strillò un’anziana signora che si affacciava da una finestra del primo piano.

L’uomo indietreggiò e la salutò educatamente.

«Buongiorno, signora. Mi ha chiamato suo nipote per un problema con dei topi. Mi apre lei la porta?»

«Che esagerato! Non c’è bisogno di mettere trappole.»

«No, infatti sono semplicemente un addestratore di gatti.»

«Ah, ottimo.»

Nonna Anepocchia ritrasse la testa, e lo fece entrare.

«Gli faccia prendere un po’ di coraggio, a quel gatto», disse al signore mentre quello saliva verso la mansarda.

Coronnilio si era dato una ripulita. Aveva fatto la doccia e indossato un pigiama pulito ma, quando aprì la porta, Edeghelio vide lo sconvolgimento che aveva negli occhi. L’esperto gli diede una forte stretta di mano e si accomodò in casa.

«Coraggio, ragazzo. Vediamo un po’ che problema abbiamo qui.»

Coronnilio gli indicò la creatura che stava seduta sul divano a guardare con occhi entusiasti Un primo pomeriggio di cadaveri ambulanti. Spiegò a Edeghelio dei suoi incubi, della tempesta e di come si era svegliato con quella bambina malefica in casa.

«Bene, bene» disse l’esperto grattandosi il mento. «È un caso raro ma non eccezionale. Particolari condizioni possono creare simili materializzazioni, quando la nostra realtà e quella onirica si sovrappongono per brevi attimi.»

Dopo la spiegazione si avvicinò alla bambina malefica, e non batté ciglio quando lei lo salutò con una smorfia da creatura posseduta. Prese dalla borsa delle caramelle e, accovacciandosi, gliele porse. Lei fu così contenta che un bulbo oculare le penzolò fuori dall’orbita.

«Allora, bella bimba, come ti chiami?»

«Quello non me lo ha dato un nome, mi chiama sempre bambina malefica!»

«Oh, ma sarà lui malefico! Che ne dici di Chair, ti piace?»

«Sì! Sono una sedia!»

Edeghelio tornò da Coronnilio, che guardava quella scena a braccia conserte e col muso lungo. La bambina malefica, Chair, aveva rischiato di fargli scoppiare il cuore, e ora si beccava pure le caramelle.

«Non prendertela con lei», disse l’esperto mollandogli un cioccolattino. «D’altronde è frutto del tuo subconscio, no?»

«Sarà, ma come si risolve la questione?»

«Beh, solitamente queste manifestazioni si eliminano con vaporizzazioni di luppolo e valeriana, per quelle più aggressive si usano invece neutralizzatori ai raggi gamma. Ma da quello che mi hai detto al telefono e quello che ho visto con i miei occhi, questo incubo mi pare abbastanza pacifico. Potresti anche traslocare per qualche mese e attendere che svanisca da solo, oppure tenertelo. Sai, ci sono anche dei sussidi statali per chi ha spiriti, demoni e altre infestazioni in casa.»

«Davvero? Beh… e tu potresti farmi qualche certificazione?»

«Certo! Così non avrai alcun problema legale. Potrai anche fare un’assicurazione che copra eventuali decessi causati dall’incubo. Lo trovi interessante, eh? Bene, ora però pensiamo al pranzo.»

Coronnilio si sfregò le mani.

«Certo, certo. Chair, a tavola!»

«Però aspetta, Coronnilio» disse Edeghelio. «Metti un altro posto a tavola e invita anche tua nonna. Mi sembra giusto che anche lei sia al corrente dei fatti, no?»

Coronnilio titubò un po’, ma si fece presto convincere dalle parole dell’esperto di fenomeni paranormali. Invitò nonna Anepocchia a pranzare con loro, e le disse tutta la verità. Lei, all’inizio, non volle crederci, ma poi fu contenta di essere finalmente diventata bisnonna, e portò su un bel po’ di biscotti per fare ingrassare quella bambina scheletrica. Chair era quasi radiosa, e intrattenne tutti con smorfie demoniache e giunture dislocate. Quella sera a casa di Coronnilio c’era già un altro lettino, ma lei non ne volle sapere di usarlo, anche perché gli incubi non dormono. Preferì nascondersi sotto il letto di suo padre e canticchiare nenie inquietanti.

Era stata una giornata folle, ma si era risolta nel migliore dei modi. Si era pure fermata la pioggia. Coronnilio avrebbe potuto approfittare di quella situazione per ricevere aiuti dallo Stato della Melmerigia, in più sua nonna non sarebbe mai rimasta sola in casa. Certo, Chair era piuttosto dispettosa e amava il fracasso, ma ci si sarebbe abituato. Solo un dubbio gli tarlava il cervello, mentre era disteso sul letto, cercando di prendere sonno.

«Chair?»

«Sì, Coronnello?»

«Perché oggi mi hai chiamato Billy?»

«Cosa?»

«Quando ti ho detto di andartene, hai detto “ciao Billy”.»

«Ah, stavo salutando Billy!»

«E… chi sarebbe?»

«Sei uno smemorato!» rise Chair da sotto il letto. «Billy, vai da papino!»

La luce dei lampioni entrava fioca dalla finestra, ma permetteva a Coronnilio di distinguere le forme nella stanza. Percepì un movimento ai piedi del letto e vide due braccia nere e senza mani, ricoperte di peluria, che si aggrappavano alla sponda. Poi vennero su quattro occhi tondi e luminosi, accompagnati da due appendici aguzze. Lo stesso ragno che aveva visto due notti prima era di nuovo lì, ma molto più grosso e terrificante. Mentre il mostro gli si avvicinava, schioccando i cheliceri, Coronnilio non riuscì a far altro che nascondersi sotto le coperte. E lui si preoccupava di quella bambina pallida. Gli passò tutta la vita davanti, ma quando non rimase più nulla da ricordare lui era ancora vivo.

«Chair?»

«Sì?»

«Cosa sta succedendo?»

Sentì un fruscio, la bambina si era messa in piedi accanto al letto.

«C’è Billy sul letto, ma tu dove sei?»

«Sono sotto le coperte! Dove altro dovrei essere?»

«Eh? Non ti vedo! Dove sei? Anche il ragnetto è confuso.»

«Ragnetto? Questo mi vuole mangiare!»

«No! Billy! Non devi mangiare papino!»

Al peso del ragno si aggiunse anche quello di Chair che gli saltava sopra. Coronnilio si sentiva schiacciare, e gli mancava il respiro. Il ragno si dimenò furiosamente, e fece cadere la bambina sul pavimento. Poi strattonò più volte le coperte, finché il volto terrorizzato di Coronnilio non si rifletté nei suoi occhi grandi e tondi. Il ragazzo aveva la bocca spalancata, ma non ebbe il tempo di gridare. Gli aculei gli affondarono nel collo e il dolore gli infiammò le carni. Bastarono poche gocce di veleno: i muscoli di Coronnilio si contrassero, gli arti si paralizzarono. Un torpore lo invase, gli occhi gli si chiusero e lui si addormentò.

Coronnilio si svegliò ma non era più sul suo letto. Si ritrovò a camminare per le strade deserte di una città che nella sua mente era Rincollina, ma che agli occhi appariva del tutto diversa. Vagò ansioso in un labirinto di vie strette e soffocanti, che di tanto in tanto sbucavano su strade più larghe ma sempre prive di vita. Poi finiva sopra i tetti delle vecchie case ammucchiate l’una sopra l’altra, o in squallidi cortiletti. Non riuscì mai a passare due volte dallo stesso posto. Si ricordò di aver fatto più volte incubi simili, ma questa volta l’angoscia era più grande perché la sua mente era lucida. Si sentì imprigionato in quella città e in quel sogno, si chiese come avrebbe fatto a svegliarsi.

I pizzicotti non funzionarono, così come altre forme di autolesionismo. Ora era spaventato e pure dolorante. Se avesse trovato dell’acqua, forse un tuffo avrebbe funzionato, ma in quel posto non c’era neanche una fontana. Camminando arrivò in una larga piazza, dove c’era una cattedrale monumentale. Guardando le cuspidi che svettavano nel cielo grigio, Coronnilio pensò che forse buttandosi da lì si sarebbe svegliato prima di spiaccicarsi a terra. Si arrampicò con l’agilità di un acrobata sulle pareti della chiesa e raggiunse presto una vetta. Appollaiato come un uomo-piccione, guardò la città, ma non vide altro che case perdersi in una nebbia fitta. Era come il paesaggio di un videogioco con le impostazioni grafiche al minimo. Poi gli occhi caddero in basso, sulle pietre della piazza.

«Non si può morire in un sogno», disse tra sé, e si lanciò nel vuoto.

Capì subito di avere sbagliato, ma ormai non c’era più nulla da fare, nulla a cui aggrapparsi. Il lastricato gli veniva incontro mentre l’anima già cominciava a uscirgli dal petto, senza la pazienza di attendere il decesso. Si svegliò di nuovo, col respiro convulso, come se fosse stato per lungo tempo in apnea. Era sdraiato su un prato in discesa, il fianco di una collina piena di sassi e alberi. Niente di particolare, sembrava la classica pineta dove si vanno a fare i pic-nic, ma Coronnilio ricordò di essere già stato in un posto simile. Era lo scenario di un altro best-seller tra i suoi incubi: il giaguaro. Si alzò di scatto, guardandosi intorno, con le orecchie tese a captare qualsiasi fruscio. Sapeva che da un momento all’altro un grosso felino sarebbe sbucato dalla selva, e che lui sarebbe stato la sua preda. Cominciò a correre verso il basso, finché non si trovò su un terreno pianeggiante, simile a una campagna. Si sarebbe dovuto arrampicare su un albero, sarebbe stato più al sicuro. Là, invece, l’erba alta avrebbe nascosto l’incubo che gli dava la caccia. A poche centinaia di metri vide una piccola casetta abbandonata, un vecchio rudere in cui si sarebbe potuto nascondere. Era difficile muoversi rapido in mezzo alle piante di avena, dunque salì sopra un muro a secco che andava dritto fino alla casa. Non aveva fatto che pochi passi quando percepì un movimento alla sua destra, e un’ombra maculata lo travolse.

Riaprì gli occhi e udì il suono del mare in tempesta. Era rannicchiato contro una colonna di marmo verde che, assieme ad altre tre colonne, reggeva una volta a crociera. Il pavimento si allargava per un paio di metri oltre l’ombra appena visibile proiettata dal soffitto, poi si gettava ad angolo retto nel vuoto, senza una ringhiera o un parapetto. Da dove era, Coronnilio non vedeva altro che nuvole nere, così strisciò fino all’orlo e si affacciò tremando. I fianchi lisci della torre andavano a perdersi, da tutti i lati, tra onde gigantesche. Intorno non c’era altro che mare a perdita d’occhio. Nella torre, nessuna via di fuga. Se si fosse buttato in mare, si sarebbe di nuovo svegliato in un altro incubo. Con un po’ di sforzo, forse, avrebbe potuto volare. Ma dove? Preferì non fare nulla e tornò ad appallottolarsi sotto la colonna.

Passò molte ore su quella torre, seduto, stirato, a camminare lungo il perimetro col vento che gli spruzzava in faccia la pioggia. Non si fece mai notte, ma non si vide neppure un raggio di sole. Il cielo rimaneva annuvolato, il mare agitato e Coronnilio sveglio. Dopo aver fatto diecimila passi in tondo sulla terrazza, il ragazzo si sentì impazzire e saltò giù. Lo fece altre volte, ma ogni volta che impattava contro l’acqua si ritrovava in cima alla torre. Per quelli che potevano essere giorni non fece altro che ballare, cantare e lanciarsi in mare gridando. La ragione stava quasi per abbandonarlo quando, mentre si dondolava sul bordo della terrazza, gli parve di sentire una voce nel vento. Alzò lo sguardo e vide una vela bianca comparire e scomparire tra le onde, era una piccola barchetta che veniva verso la torre. A bordo c’erano due piccole figure che si sbracciavano e strillavano per farsi notare.

«Sono Baffolampo e la bambina malefica! Sono venuti a prenderti! UUUH!»

Già da un po’ Coronnilio aveva cominciato a parlare da solo. La barca si avvicinò un altro po’, poi decollò e volò fino in cima alla grande torre verde.

«Salta su!» gli disse Chair.

Coronnilio salì a bordo, meravigliato e incredulo.

«Sto sognando o siete davvero qui?»

«Siamo noi! Il signor Aviodrego è venuto a uccidere Billy, e con l’aiuto di Baffolampo siamo entrati nei tuoi sogni. C’era un sacco di sangue a casa, troppo bello!»

«Che ha fatto Baffolampo?»

«Quando sei morto è tornato a casa, anche se aveva paura. Poi ha usato una delle sue vite per fare una magia e ci siamo infilati nei tuoi sogni. Forse, ha provato a spiegarmelo ma non capisco il miagolese.»

Coronnilio guardò quel gatto, il solito grasso gatto che si leccava lì dove una volta aveva i testicoli. La barca scese di nuovo giù e, manovrata da Chair, si allontanò dalla torre. Navigarono per ore, finché il mare non si fece più calmo e comparve un piccolo isolotto ricoperto di palme. Chair fece incagliare la barca sulla rena e per prima mise piede a terra.

«Che schifo, preferivo il mare brutto!»

Neanche Baffolampo pareva contento di camminare sulla sabbia umidiccia della riva, e saltò sulla spalla di Coronnilio.

«Che c’è qua?» chiese lui.

«La Scimmia Schiaffeggiatrice.»

Si addentrarono nella selva di pale e camminarono fino a una radura con un sasso al centro. Sul sasso era appollaiata una scimmia della specie Sanguinus imperator, che fumava la pipa e si lisciava i baffi. Quando vide arrivare i tre sognatori gli fece segno di avvicinarsi.

«Vai dalla scimmia», disse Chair spingendo Coronnilio. «È l’unico modo che hai per svegliarti.»

Lui avanzò timidamente, mentre Baffolampo tornava a terra. Quando fu vicino alla scimmia, quella afferrò la pipa con la bocca e alzò entrambe le mani. Con i palmi bene in vista, lo invitò a sceglierne una. Coronnilio ci pensò su un attimo, poi indicò la mano sinistra. La scimmia lo colpì con la destra.

Si svegliò con la guancia che bruciava e un’eco della risata della scimmia ancora in testa. Era davvero sveglio, ora, ma riusciva a malapena a muoversi. Ai piedi del letto stava seduto Edeghelio, con un fucile ai raggi gamma poggiato sulle gambe.

«Non ti preoccupare, ragazzo. Riprenderai a muoverti molto presto. Intanto ce l’hai fatta, congratulazioni.» Poi si alzò e si diresse verso la porta. «Me ne vado subito, perché ho già fatto troppo. Ti farò pagare la prossima volta che mi chiamerai.»

Edeghelio se ne andò ed entrò nonna Anepocchia, che si prese cura di Coronnilio e fece mangiare Baffolampo. La bimba malefica invece non c’era più, non era riuscita a tornare al mondo reale, ma Coronnilio la rincontrò spesso nei suoi incubi. I ragni, invece, erano spariti.