E dopo quasi tre mesi (scusate, ma le vacanze estive sono state movimentate) eccoci a concludere la lunga chiacchierata sugli archetipi divini con l’ultimo di questo, quello forse più fluido, meno definito eppure molto in voga fin dalla sua teorizzazione: l’archetipo del “Padre Celeste”

Il termine Padre Celeste, o Skyfather, è relativamente recente, non ha nemmeno un paio di secoli come categoria antropologica e mitologica, ma sta a racchiudere quello che è un compito sempre presente all’interno di un qualsiasi pantheon: il capo.

Definire il ruolo del Padre Celeste è complesso, questo perché di base ogni divinità a cui viene assegnato questo compito, tra l’altro abdicabile e cedibile, ha una descrizione fisica e morale abbastanza varia e, togliendo la strana passione, più o meno marcata, di questi dei nell’accoppiarsi con qualsiasi cosa si muovesse, l’unica vera caratteristica comune di queste divinità è il ruolo di garante dell’Ordine.

La maiuscola non è un caso, ovviamente: il Padre Celeste, solitamente un dio del cielo, dei venti e del fulmine ma non obbligatoriamente, è il dio incaricato di mantenere l’Ordine raggiunto dopo aver plasmato la terra e ricacciato il Chaos.

Che si parli di Zeus con Crono e i titani, Odino con il gigante Ymir, Perùn contro lo ctonio Veles, Indra contro i terribili e violenti Ashura, tutti i padri celesti si conquistano e mantengono il trono dopo aver messo un argine all’anarchia del Chaos. Questo è un ruolo gravoso per molti motivi, primo tra tutti impone che il Padre Celeste non intervenga mai direttamente nelle faccende del mondo e degli altri dei e, qualora intervenga, lo fa perché c’è da ristabilire l’ordine.

Ed è per questo che Zeus non prende posizioni nella Guerra di Troia ma, appellato dalle dee che si dibattevano per la mela d’oro, indica un arbitro imparziale, Paride; è per questo che Odino non tenta nemmeno di resuscitare suo figlio Baldr, dato che nei suoi innumerevoli viaggi ha appreso qual è il destino ultimo di tutti gli dei, e la sua azione di concessore della vittoria non è che un mero alimentare le onde del destino; è per questo che Ra interviene e si fa rivedere nel mondo mortale solo quando dovrà presiedere la gara che sceglierà il suo successore tra il nipote Seth, suo prediletto, e il bisnipote Horus, futuro Padre Celeste, nonostante la giovane età.

Certo, si potrebbe obiettare che a tutti gli effetti queste divinità vadano un po’a rompere le uova nel paniere dei mortali, generando figli illegittimi, vagando sulla terra dei mortali per far loro visite in incognito, concedendo anche favori ai mortali, perché no, ma tutto questo viene fatto rientrare comunque nella loro opera di custodi dell’Ordine. È logico? Spesso no, ma in realtà, essendo gli dei “pagani” molto spesso semplice apoteosi dell’idea comunque di “uomo”, che un Padre Celeste indulga in tentazioni perfettamente mortali è quasi ovvio se non doveroso.

Un altro topos comune, seppure preso molto alla larga, è il loro rapporto con il Fato: spesso le divinità del fati sono figlie, sorelle o servitrici del Padre Celeste, stando ad indicare il loro legame con colui che è de facto custode di ciò che tessono. In questo caso, è emblematica la corte di Zeus.

Zeus, attorno al suo trono, si accompagna con le Moire, le tre dee del destino, ma anche con le Ore, le tre dee delle Stagioni, a simboleggiare come lo scorrere del tempo e dei cicli naturali sia sotto il suo dominio. Ma non è molto diverso in casi di altri Pantheon, dove per esempio abbiamo Odino sposato con una moglie famosa per le visioni profetiche e che lavora a stretto contatto con le Norne, omologhe delle Moire; Ra e i suoi successori sono sempre accompagnati da una corte numerosa, composta spesso e volentieri da Thoth, dio della Luna e del Tempo, Sekhmet, dea guerriera, Iside, dea della magia, e tante divinità minori che rappresentano vari aspetti del cosmo.

Arriviamo dunque all’ultima caratteristica: un Padre Celeste è, solitamente, depositario di una grande saggezza: che sia dovuta alla presenza di dei a loro asserviti, come Thoth per i faraoni divini; che sia originata da un qualche sacrificio o atto violento, come nei casi di Zeus, che mangia letteralmente la Saggezza, e Odino che sacrifica un occhio alla fonte di suo zio per ottenere una semi-onniscienza; che sia per una propria caratteristica innata, come per esempio le grandi divinità Indiane che si contendono il trono; tutti i Padri Celesti devono raggiungere uno stadio simile all’onniscienza.

A ultimo esempio, e massima summa del concetto, porterò l’Imperatore di Giada.

L’Imperatore, divinità apicale del pantheon cinese, non è né il più forte, né il più valoroso o potente degli dei, ma egli è a capo della grande burocrazia divina. E scordatevi la burocrazia italiana, quella del pantheon cinese (e anche quella cinese in età imperiale, a dirla tutta) funziona come una macchina dannatamente ben oliata così come il suo capo è perfettamente cosciente di tutto e tutto supervisiona. Ecco cos’è un vero Padre Celeste, un amministratore perfetto.

Ha un Ordine, ha degli obblighi da rispettare, un universo intero da regolare. Una scappatella o due forse gliele possiamo perdonare, no?