Ci sono poche cose veramente fisse nell’immaginario collettivo del genere umano: una di queste è, come abbiamo avuto modo di vedere, l’idea del conflitto. Un conflitto che porta sia a risultati terribili (morte, violenza, spargimento di sangue), sia a risultati positivi (difesa, innovazioni tecnologiche e/o strategiche, protezione).

Ma, e qui la mitologia greca ci aiuta tantissimo per rendere chiaro il concetto, accanto alla Guerra siede sempre l’Amore. Proprio dal rapporto, selvaggio e clandestino, tra Ares e Afrodite, oggi puntiamo ad un archetipo divino che, inutile nasconderlo, è probabilmente uno tra i più diffusi e, senza ombra di dubbio, quello più antico e importante: l’archetipo della Dea della Fertilità e dell’Amore.

Non addolcirò la pillola, l’Amore è un sentimento molto complicato e colmo di lati oscuri, cosa che agli antichi non è mai sfuggita. Eppure, l’Amore porta al Sesso, e il Sesso porta alla Vita, ed è questa la funzione più elementare di una Dea della Fertilità: generare nuova Vita.

Oggi parliamo di dee e non dei per un motivo: per quanto esista la figura del dio della fertilità (vedasi il buon vecchio Priapo o lo stesso Thor o addirittura il potente Shiva, la cui rappresentazione in forma di Linga è letteralmente quella di un pene stilizzato) questa non costituisce un archetipo fisso dalle caratteristiche sempre uniformi. Quella della dea femminili si… semplicemente perché la madre di tutte le dee della fertilità è anche la Dea Madre per eccellenza!

Non desidero dilungarmi sui risvolti storici e antropologici di questa figura, ma sono più che sicuro voi conosciate gli idoli della Grande Madre, probabilmente la più antica divinità femminile per eccellenza. Essa rappresenta ciò che il corpo della donna dovrebbe ispirare e lo spinge all’estremo, “divinizzando” la sua figura stessa. La Grande Madre è opulenta, morbida… diciamocela tutta, estremamente grassa, ma questa forma fisica è allegorica: i fianchi larghi facilitano il parto; il seno abbondante è ricco di latte; la morbidezza delle forme ispira il desiderio.

La Grande Madre è la Dea per eccellenza, e probabilmente una sorta di segnale di un’epoca ormai remotissima e di cui ci sono rimaste poche vestigia in cui il culto umano non era né eliocentrico né fallocentrico: a determinare lo scandire del tempo era la Luna, simbolo del ciclo di vita femminile, e la dea più adorata non era un maschietto litigioso innamorato del suo pisellino (specie se pensate che molti padri degli dei, essendo lance e dardi simbologie del fallo, letteralmente combattono con il loro pene in mano), ma una Dea Madre calda e accogliente, generatrice di vita… eppure grande, vasta e terribile.

La Grande Madre, il cui tempo è scandito dalle fasi lunari, altri non è che la Terra. E dalla Grande Madre in poi, nessuna religione ha mai mancato di una dea della Terra (fatta eccezione per la mitologia egizia, probabilmente) che rivestisse i ruoli tradizionali della loro lontana progenitrice.

Il pensiero corre subito a Gaia, madre di tutti gli esseri viventi nel mito greco: essa interpreta in pieno ciò che la Grande Madre Terra simboleggia, generando vita anche per partenogenesi (ha generato di per sé i suoi due consorti principali, Urano e Ponto, Cielo e Mare), dando frutti e ricchezza, incoronando re e ordinando il cosmo… ma rivelandosi incredibilmente potente, rabbiosa e vendicativa.

Madre Natura è spesso crudele con noi poveri mortali, e le dee che la rappresentano spesso non fanno eccezione. Proprio partendo da Gaia, nel mito greco si generano da lei (circa) tutte le altre dee che rappresentano alcuni degli innumerevoli patronati della Madre Terra: Rea, sua figlia e madre dei primi Olimpi, è spesso succeduta, nei culti, a tutti i ruoli materni, diventando dea della maternità, della fertilità e signora della terra e delle montagne; Era e Demetra, figlie di Rea e nipoti di Gaia, a loro volta prendono i patronati delle loro parenti. Era diviene infatti la dea del matrimonio e della maternità; Demetra invece diventa la dea della vita vegetale e della natura; Artemide, figlia di Zeus, diventa a sua volta una dea legata alla femminilità, alla luna e all’aspetto più guerresco della donna, nonché patrona della natura; infine Persefone, figlia di Demetra, è dea della primavera e della rinascita, colei che controbilancia il patronato del suo tetro marito, Ade.

Infine, c’è Afrodite: la dea è, per sottilizzare, la nipote di Gaia, nata dal pene mozzato di Urano, ed è la dea della Sensualità, della Sessualità e dell’Amore (quest’ultimo patronato è spesso combattuto con Eros, ina una irrisolvibile battaglia sul chi viene prima). Artemide è vagamente legata alla natura ma è più che altro collegata alla passione sessuale, all’erotismo nel senso più etimologico del termine. Scatena l’amore nei cuori dei mortali, nessuno può resistere al suo fascino se non sufficientemente preparato e, soprattutto, è la signora delle passioni… di ogni tipo!

Essa è compagna di Ares, tradendo il brutto marito Efesto, perché Afrodite non è solo la signora dell’amore, ma della passione… e i guerrieri in attesa di ammazzarsi provano profonde passioni. Ecco che anche l’istinto omicida, in senso lato, diventa patronato di Afrodite… così come è patronato della controparte norrena della dea!

Freyja, dea della fecondità e dell’amore sessuale nel mito norreno, signora dei Vanir, è quanto di più vicino esista ad Afrodite, pur inglobando alcune funzioni più proprie della Grande Madre. Freyja, in quanto Vanir, è signora della natura e quindi la sua influenza si estende all’agricoltura e al rinascere della natura, ma è anche dea del desiderio sessuale e pallino fisso nella mente di Odino.

Anzi, è molto probabile che Frigg, algida moglie di Odino, e Freyja siano in realtà la stessa figura divisa in due dee distinte: Frigg, la fedele e severa dea del matrimonio; Freyja invece la più “libertina”. Ciò andrebbe anche a ripetere lo schema di coppia che vede una dea dell’Amore concedersi ad un dio della Guerra. Ma c’è una particolarità in Freyja che non si ripresenta nelle dee greche, che troppo frammentano i patronati di Gaia, ma che invece è costantemente ripresa in molti pantheon famosi: la duplicità morale della Grande Madre.

Freyja è la dea della lussuria e dell’amore, arriva persino a svendere il suo corpo ai nani per una collana e ad intrattenere rapporti incestuosi con suo fratello in memoria delle più arcaiche civiltà umane… ma Freyja è anche una dea della guerra! Non solo, come Afrodite, suscita la furia guerresca, ma scende direttamente sul campo di battaglia, secondo alcune versioni addirittura come capo delle Valchirie, miete vittime sotto la sua spada e ha la sua versione personale del Valhalla, il Folkvangr, la sua magione privata dove accoglie la metà dei morti in guerra. Freyja è dolce, Freyja è calda e accogliente e sexy… ma è anche terribile nella sua furia e implacabile in combattimento.

Un topos, questo, che viene ripreso prepotentemente in molte altre culture: la dea Inanna, o Ishtar se preferite, dei culti mesopotamici è la bellissima dea dell’amore, figlia del Cielo (An) e sorella del Sole (conosciuto dagli amanti di Shaman King col nome di Shamash), la quale però riesce a diventare la signora di un’intera città, capo di enorme esercito e abbastanza terribile da scatenare contro il marito Tammuz una schiera di demoni sottomessi al suo comando. I riti di Ishtar, che spesso prevedevano rituali orgiastici e, per quanto riguardava la messa in scena annuale del mito di Tammuz (o Adone, se preferite), anche una sorta di prostituzione sacra, un rituale che obbligava le donne a prostituirsi e che, se non fosse stato eseguito, avrebbe comportato uno smacco sociale e morale non indifferente.

La dea indiana Parvati è poi una storia a sé ed estremizza questa bivalenza: la dea, moglie di Shiva, rappresenta col marito la più grande forza procreatrice e, soprattutto, sessuale. Shiva e consorte sono infatti espertissimi in quello che noi oggi chiameremmo “sesso tantrico” (pur, paradossalmente, non generando mai figli attraverso il sesso ma sempre attraverso modi… poco ortodossi, diciamo così) e Parvati rappresenta tutt’oggi l’emblema della maternità e della natura benevola… finchè non si arrabbia.

La furia di Parvati scatena nella dea una trasformazione radicale e la muta nella famigerata dea Kali, che molto assomiglia al marito Shiva: la pelle della dea è nera, così come quella si Shiva è scura, le labbra e le unghie sono decorate con il rosso del sangue delle sue vittime, veste una collana di ossa e impugna l’inarrestabile Trishula, il tridente del marito. La dea madre diventa la dea della distruzione, che semina caos e morte ovunque passa; solo Shiva può placarla, e mai con la forza: l’unico modo che Shiva ha per placare Kalì è mostrarle dei bambini in fasce, risvegliano la “madre” Parvati, quasi a volerne sottolineare il carattere di generatrice di vita eppure distruttrice di mondi allo stesso tempo (insomma… chi di noi non ha mai avuto il sacro terrore della propria madre?!).

L’Egitto, infine, ripresenta questa bivalenza, ma con le dovute differenze. Gli egiziani adoravano il Sole, come principio primo, quindi la dea Madre intesa come Madre Terra ha poca importanza: è il cielo a cullare e trasportare il sole, quindi ancora nel mito che vede Ra morire ogni giorno e ritornare in vita ad ogni alba nel suo viaggio rituale notturno nell’oltretomba, la dea che lo genera ogni giorno solitamente è Mehetueret, la vacca celeste che ogni giorno lo “partorisce”.

Il tema della dea dalle sembianze di mucca, come simbolo di maternità, si ripete nella più recente dea della maternità e dell’amore conosciuta come Hator. La dea, rappresentata come una mucca o come una bellissima donna dalla testa adornata da corna di mucca, è tradizionalmente ritenuta l’Occhio di Ra, un’entità creata letteralmente dall’occhio del dio per essere sua fedele compagna e consorte, nonché arma finale contro i traditori dell’ordine cosmico.

Quando infatti Hator viene scagliata contro i nemici dell’Ordine, la furia la trasforma nell’implacabile dea della forza e della guerra Sekhmet, la dea leonessa, la cui furia è inarrestabile, il cui fiato ardente può desertificare il mondo e la cui forza è senza limiti. Solo l’ebbrezza ha fermato Sekhmet dal portare la distruzione totale (Ra infatti la fece ubriacare preparando della birra tinta in modo che sembrasse il sangue dei nemici della dea) e, estinta la fura, la dea è tornata la pacifica “mucca” di nome Hator.

La dea che si merita il titolo di Occhio di Ra, che sia Hator/Sekhmet, o la dea gatto Bastet o addirittura (secondo versione molto, molto più recenti del mito) la stessa Iside, nonostante cambi spesso nome ha invariabilmente la duplice funzione di dea della fertilità e della furia combattiva, confermando la sfaccettata visione esposta in questo lungo articolo.

Chiudo questo articolo con un’osservazione che mi sento obbligato a fare visti i tempi che corrono: anche nella descrizione fisica le dee spesso sono molto simili e, invariabilmente, sono tutte donne abbondanti. Hanno i fianchi larghi, seno prosperoso, persino guance piene e ventri spesso non piatti. La stessa Artemide, dea vergine, è prosperosa e dal fisico prettamente “materno”.

Quindi, care lettrici che vi crocifiggete per quel filo di pancia che vi ha rovinato la prova costume, o che pensate di avere i fianchi troppo abbondanti o un seno troppo prosperoso e cadente… perché continuare ad insultare dodicimila anni di storia e cultura umana negando di avere, letteralmente, il corpo del 90% delle dee mai esistite al mondo?!