Delle palazzine dimorate da famiglie romane da generazioni rimanevano le sole macerie. Nessun quartiere venne escluso dall’attacco. Come in altre città della maggior superficie del globo, gli abitanti vennero sterminati e le aree urbane rase al suolo, se non sfigurate in voragini nelle quali era certa l’assenza di superstiti.

Di tutta la civiltà e le opere ne sparivano i segni vie, piazze e condomini si accomunavano in unico ammasso di frammenti devastati dal suo passaggio. L’unica segnaletica rimasta era relativa al pericolo, pennellata con il sangue scaricato dalle pile di cadaveri.

L’era dei supereroi giungeva al termine.


Erano stati in molti a provarci, eppure nulla poté fermarlo. L’esercito per primo, dopo lo scoppio nell’oriente, si diede da fare per neutralizzare la minaccia senza alcun esito positivo. Nemmeno la collaborazione delle superpotenze tecnologiche diede qualche risultato su cui le masse potessero esprimere gioia. Si tentò anche adottando la diplomazia, malauguratamente i mediatori non furono convincenti. Le speranze comuni, quindi, si radunarono sul fenomeno che aveva reso quel mondo tanto meraviglioso quanto quello di un fumetto.

Persone uniche le cui capacità fuori dall’ordinario sollecitavano i sorrisi in milioni di adoratori. Quella dei supereroi non era più una situazione reperibile nella sola immaginazione. Uscendo fuori di casa si poteva attraversare un cinecomix girato a singolo ciak. Il mondo mutò nel set, pieno di azione, in cui soprattutto i ragazzi sperano di vivere.

Tra i vari mestieri correlati a questo, ciò che risultava maggiormente fu quello da protettore della legge e custode della pace. Manga come One-Punch Man e My hero accademia finirono per diventare un riflesso anticipante quella società, nella quale vennero fondate scuole per l’istruzione e l’utilizzo delle abilità di ciascuno studente. Le circostanze sembravano migliorare di continuo in quello scenario di incessante serenità.


Questo almeno fino all’arrivo di quella che si rivelò la peggior minaccia che gli eroi potessero affrontare. Apparì dal nulla, chi o cosa fosse era una domanda per cui nessuno aveva il tempo. Ciò che contava per l’umanità era fermarlo, il come non importava, il costo era qualunque.

Per quanto la gente potesse pensare a Roma per il suo impatto culturale, e le grandi opere che la adornavano, quelle maestose bellezze ad averla distinta da qualunque città rimanevano un ricordo raso al suolo. Prima del suo crollo il Colosseo era stato l’eccellenza, tra i luoghi a ospitare una delle tante battaglie in cui gli umani provarono a sconfiggere l’indiscusso campione. Palesandosi a ogni modo l’ennesima arena dove tutti i suoi sfidanti morirono.

Il numero della popolazione terrestre si era ridotto ai minimi storici. Ci si finì per rifugiarsi sotto terra come scarafaggi pur di rimanere illesi dagli scontri. A coloro che mettevano la vita in gioco per affrontare il distruttore veniva concesso il via libera all’utilizzo del suo potere, anche più del necessario, sottraendolo da ogni responsabilità riguardante la sicurezza di qualunque personaggio coinvolto. Se per salvare l’umanità occorreva perdere più della metà dei civili e non, quel prezzo sarebbe stato accettato senza alcuna opposizione pur di smorzare quella strage.

Gli stessi paladini a essersi attenuti a quelle regole comprendevano quanto il contesto fosse avverso per accantonare quelle condizioni. Mai si era sentito che il cittadino potesse essere di intralcio e che la priorità fosse l’eliminazione del bersaglio senza preoccuparsi di cosa venisse sacrificato per terminare l’obiettivo. Faceva quasi inorridire, specie dopo decenni passati udendo le critiche della società sugli eroi, in occasioni di mancati salvataggi o l’aver arrecato danni anche lievi a malcapitati cittadini. Il buon senso si fece da parte per la sopravvivenza della specie. Non solo la loro, ma ciascuna fra quelle conviventi sul pianeta.

Non esisteva pietà, nessuna scappatoia. Anche fuggendo prima o poi l’estendersi della devastazione avrebbe colpito senza distinzioni. Chiunque poteva essere il prossimo.

Per tale ipotesi i più valorosi si offrirono come volontari per combattere, anche quando non ritenuto strettamente necessario, nonostante la consapevolezza della superiorità del nemico, contrastante con minimo impegno quelle doti inferiori alle sue. Persino chi aveva sempre usato per scopi personali le sue capacità, venendo ricercato o carcerato si era abbandonato all’idea di fare qualcosa di giusto mettendosi al servizio della rimanente popolazione. E benché il problema non fosse più sottovalutato da nessuno le sorti non cambiarono in alcun modo, in quella che si apprestava a essere la conclusione definitiva di ogni razza terrestre e non.


La morte non riposava, e i detriti delle fabbricazioni umane coprivano il suolo. All’origine di tutto c’era unicamente lui. Se ne stava sospeso in aria levitando su quello che durava al suo operato. Era un essere estraneo a quel mondo, sembrava provenire da qualcosa assai più trucido di un futuro apocalittico o pianeti verso cui l’uomo non sarebbe mai stato capace di approdare. L’intuizione migliore, nella quale si erano dirette le menti di quelle persone, riguardava la possibilità che fosse la cosa peggiore mai concepita e nonostante fosse stato spedito negli abissi dell’inferno per la sua essenza funerea, per oscure ragioni si era sottratto a tale sorte riemergendo per diffondere la sua piaga a piacimento. Mostrando un’evidente riuscita nell’intento.


In quell’aria di cenere l’odore era inesistente, sebbene non fosse del tutto neutro, avvicinandosi affiorava il vago sentore tra il miasma scaturito da un mausoleo e la fumante bruciatura derivata da esplosioni dal raggio indecifrabile.

Anche fuggendo si udivano le grida e i gemiti di chi era rimasto indietro. La preoccupazione maggiore non era nemmeno nel sentire le vittime, quanto nel silenzio. Ciò era ancor più sconcertante poiché indicava che egli fosse in cerca di nuove prede.

La sua vista infondeva paura e violenza in chi lo mirasse, l’odio per le sue azioni e lo sgomento per la facilità con cui erano state attuate. Anche provandoci, persino riuscendoci, non sarebbe mai stato ripagato il prezzo di quanto da lui spazzato.

Lo sapeva e lo ricordava. Nelle sue parole taglienti, nella teatralità dei suoi discorsi di infelice gioia, e specialmente nei ghigni. Quelli infliggevano angoscianti brividi. Scoppiettava ricorrenti maligni risolini di goduria nell’effettuare tanta devastazione. Era da ritenere questo l’unico divertimento da egli conosciuto, o quantomeno adeguato a soddisfarlo.


La fede era svanita e, per quanto la gente nel mondo avesse smesso di credere in qualche miracolo dell’ultimo minuto, c’era chi non si era ancora rassegnato. Quello era Pugno. Un eroe di poco conto, sebbene avesse fatto parlare di sé. Quando la forza dell’essere divenne palese il suo incarico passò a soccorritore. Considerarono inutile impiegarlo nella lotta. Per quanta prestanza racchiudeva nei suoi cazzotti, non erano nulla al confronto del suo avversario, o dei colleghi periti sotto questo. Avevano piazzato i migliori ad affrontarlo. Nonostante capacità telecinetiche o il controllo di determinati elementi nessuno gli aveva provocato un danno che desse valore al sacrificio compiuto.

Eppure quest’ultimo non si rassegnava. Nutrendo un briciolo di auspicio per il quale la razza umana non sarebbe perita.


Indossava la tuta da battaglia, non era nulla di speciale, niente gadget o rinforzi. Era una semplice calzamaglia gialla. Le uniche parti scoperte erano gli apici, di modo da indossare scarpe, non coprire la testa e soprattutto le nocche. L’impatto di queste era ciò su cui si era fondata la sua carriera. Anche i calci potevano infliggere un bel colpo, tuttavia se la cavava maggiormente con le mani.

Eppure, sebbene fosse in grado di spaccare una parete con la sua forza, tremava di fronte a ciò che lo aspettava. Sapeva che per la prima volta non avrebbe affrontato un nemico umano, nemmeno un mutante. L’essere appariva piuttosto come un mostro, qualcosa di abominevole il cui sadismo poteva venire spiegato dall’ipotesi di un animo demoniaco. Difficilmente lo si indicava in un alieno, poiché per quanto potesse rivelarsi ostile, c’era da reputare assurda la teoria per il quale un abitante di altro pianeta possedesse capacità che un’intera razza non solo non riuscì a contrastare ma neanche a frenare. Non emerse la benché minima pietà in quella creatura, lasciando presupporre alla gente una provenienza empia.

Vantava un’imbattibilità terrificante, neppure una ferita aveva riportato dai numerosi scontri vissuti. Paladini considerati invincibili erano stati spazzati via senza alcuno sforzo. E ora toccava a lui…


Fuoriuscendo da una polvere di fumo, innalzata dal recente scoppio, Pugno si avviò verso lo scontro. Sopra pile di cadaveri l’essere gettò l’ennesima poltiglia di quanto era rimasto all’ultimo sventurato con cui aveva avuto a che fare. Pur dando le spalle il nemico lo aveva individuato, non gli serviva nemmeno guardarlo per intuirne lo stato.

«Sono venuto a fermarti!», annunciò l’eroe, rinunciando a un colpo a sorpresa. Conosceva la perspicacia dell’essere, aveva già visto tutto questo sullo schermo, raccontato da chi, in fin di vita, era a malapena scampato. Malgrado, anziché combattere, stava solo osservando. Non si faceva sorprendere con facilità. In parte rassegnato decise di affrontarlo direttamente. Anche volendo non c’erano strategie con cui affrontarlo. I suoi poteri si basavano sullo scontro fisico. Inoltre, menti elevate alla sua, con squadre di ampio credito, finirono in modo simile a chi provò a ostacolarlo.

La corrente d’aria smuoveva i capelli in ricrescita di Pugno, nell’ultimo periodo li aveva portati rasati e, adesso che la vita era in bilico, questo era l’ultimo dei suoi problemi. Anzi la brezza che veniva da quel fruscio era quasi rilassante, un piccolo attimo di quiete prima di qualcosa di terribile. Dava l’impressione di una mano calda sulla testa, una carezza per aver compiuto qualcosa di giusto. Al contrario non vi era la minima vacillazzione da parte della scura figura sospesa sopra i resti di vite infrante e le macerie di quei quartieri cancellati.

Non si appoggiava nemmeno al suolo, inoltre il peggior nemico dell’umanità possedeva l’aspetto di un ragazzo. Un ragazzo abbastanza cresciuto, di quella corporatura né troppo grande né troppo piccola, uno di quelli usciti dalle scuole superiori. Per chi non lo aveva mai visto dal vivo faceva inorridire al primo sguardo. Era facile aspettarsi un alieno cattivo con arti multipli o pezzi di animali conosciuti mischiati tra loro in punti dove normalmente non dovrebbero stare. Faceva rabbrividire costatare come la causa del disastro fosse imputabile a un umanoide.

Una nube densa girava intorno a quella figura carbone su cui non rifletteva la luce, non che vi fosse qualcosa di luminoso in quel cielo coperto da un grigio cenere. Venature simili a lava scorrevano sulla massa, suscitando un senso di incandescente, bollendo in attesa. Un corpo vulcanico volenteroso di esplodere. I denti affilati erano visibili a stento e, oltre questi, affiorava una fitta oscurità. Più in là una coppia di ellissi verticali segnava le palpebre di un ardente scarlatto. Non erano una cicatrici ma un marchio su occhi usualmente serrati. I capelli pece non venivano attraversati da striature, leggermente più scuri della pelle, si ergevano alzati come picchi di monti inclinati internamente, lì si elevavano tetre fumate avvolgenti il capo. Esalazioni more si diffondevano scendendo sugli indumenti, stranamente le vesti indossate apparivano in un tutt’uno con lui.

«Bene. Abbiamo un altro eroe», sogghignò euforico, guizzando all’istante di fronte al paladino.

«Sentiamo, come supponi di farcela?!»

«Non importa come. Devo farlo!», rispose. «Per tutti loro.»

«In tal caso… esibisci il tuo potere», sollecitò.

«Certo.»

Terminate le chiacchiere Pugno effettuò un paio di ganci su questo. Totalmente incolume, l’individuo si sporse sussurrando: «Vuoi vedere la vera potenza?!», facendolo balzare in aria con una sberla.

L’altezza raggiunta in quel baleno aveva dell’incredibile. Da un istante all’altro non posava più a terra, volava, attendendo di precipitare.

«È invincibile…», ammise comprendendo le sconfitte dei colleghi.

Persa la velocità di decollo incrementò quella della discesa. Lo schianto fu tale da scagliare in aria i detriti delle precedenti battaglie, spostando sottili pulviscoli di cemento.

«Quindi… abbiamo già finito?!», venne chiesto all’uomo schiantatosi tra le macerie.

Fievoli suoni accompagnavano la rimozione dei resti di urbanistica. Ricomparendo il giustiziere contestò: «No! Non ancora!»

Con entusiasmo seguirono le parole: «Bene… giochiamo!»

L’essere scattò, concentrando un pugno sull’umano. L’impatto lo fece retrocedere di alcuni quartieri formando una breccia rettilinea. Lo sconquasso si sviluppò con immediata efficienza, gli venne in mente quanto di ciò potesse essere utile nell’edilizia, calcolando il poco impegno bastato nell’operato per eseguire uno scavo più rapido di quello progettato nella metro C.

«Però… resisti… bravo!»,  si congratulò ridacchiando.

Tremando, Pugno pensò: «Magari avesse ragione. Sto già a pezzi.»

Nell’urto la manica si era strappata, e un’abrasione violacea si formò sul braccio sinistro, usato per pararsi. Da lì parti un tremolio che percosse ogni suo osso. Ancora stordito udì le intenzioni del suo rivale, nel metterlo alla prova.

«A questo resisterai?!»

Alzando lentamente il braccio sinistro staccò l’indice dalle altre dita, tenute strette, rivolgendolo all’unica forma di vita presente. Canalizzando la sua tempra inviò allo sfidante uno sprizzo delle sue capacità.

Rimasto vivo rise, credendosi illeso dal raggio speditogli, tuttavia questo lo aveva perforato trapassandolo da davanti a dietro in una retta della quale non aveva colto nemmeno un fotogramma. Il foro costituiva una lesione superficiale e infliggeva un fitto dolore a causa della scottatura lasciata dal fulmineo solco.

Costatata la provenienza della stilettata cominciò ad avvertire il fluire di vento e calce attraversarlo. I fruscii attenuavano quella lenta cauterizzazione.

«Hai capito chi vincerà?!», ridacchiò la sagoma sospesa invitandolo con la sinistra ad attaccarlo, poi rivolse il destro e spalancò la mano facendo uscire un gran numero di palle rosse. Grandi più delle melagrane da cui prendevano la tonalità rosso granata intimidirono l’eroe, facendolo ponderare sul pronostico per il quale si ritrovava nella merda, anzi sommerso in questa.

Subì ripetutamente l’attacco, presso l’umano si generarono piccole esplosioni, di volta in volta ingrandite dalle successive pallottole entrate a contatto con lui. Cessati i botti, una nube di cenere mista a cemento produsse una fugace parete tra la resistenza e l’abbattitore.

Risbucando da uno sbuffo fumante Pugno boccheggiava buttando fuori fibre di materiali edilizi ormai ridotti in particelle. Riaprì gli occhi scoprendosi ancora in piedi, parte dell’abito e della peluria si erano inceneriti. Rimaneva allo stesso tempo eretto, in una fossa incavata dai recenti scoppiettii.

«I miei complimenti, sei ancora vivo. Mi aspettavo di meno… fa niente… ah, tra poco creperai.», informò.

«Può darsi», comunicò sincero delle sue scarse probabilità di successo «ma finché potrò… continuerò a combattere!»

«Tenace…»

Caricando con il massimo vigore il paladino si scagliò sul nemico, urlando in un disperato incoraggiamento per il suo atto. Colmo di ottimismo si avventò stendendo un diretto. Dopo un tenue tocco una deflagrazione si estese nell’area in cui il tetro individuo era collocato. Le raffiche si facevano violente senza però scaraventare l’umano lontano dallo scoppio il cui boato divampava nelle orecchie.

Prima dell’entusiasmo ci fu lo stupore… era di quello provato nell’avere successo in un’impresa impossibile, di quelle date per vinte.

«Non ci credo… Io… l’ho sconfitto. Siii!» Si era rassegnato per poi vedersi sparire la minaccia più grave di sempre sotto i suoi occhi. Per merito suo. Colmo di gioia esultava del traguardo superato a cui nessuno sapeva essersi avvicinato. Nella sua utopia sarebbe tornato dai superstiti proclamando la vittoria sul demone sotto cui ogni terrestre aveva rischiato l’estinzione. La gioia era salita al punto tale da farlo piangere e da addirittura stimolare, insieme ad altri fattori, la nausea. Era conscio di poter rimettere da un momento all’altro.

Dopo lo stupore giunse la delusione.

«Ne sei certo?!»

Quel fono appena udito conteneva del terribile, preferiva esserselo immaginato, qualcosa che sibilava solo dentro la sua testa. Le gocce in uscita dal suo corpo tornarono a essere sudore di angoscia.

«Sono qui…»

Pugno si voltò e si accorse che l’avversario lo stava osservando quieto alle sue spalle. Riapparso in maniera da lasciarlo esterrefatto.

«Non è possibile…?!»

«Non ci sei arrivato…?! Sono stato io a farmi esplodere», confessò, sminuendo le capacità dell’umano.

«Tu?!», chiese con dubbio per poi tralasciare la risposta poiché aveva compreso che qualunque ragionamento ci fosse dietro la logica era dalla sua. Le sue doti eccelse avevano dimostrato di poter fare questo e altro quindi inutile obiettare, peraltro Pugno non aveva mai fatto esplodere nessuno prima di quel giorno.

Abbassato lo sguardo l’uomo notò con incredulità l’impressionante amputazione trascurata nella foga del momento. La sua mano gli era stata tolta dalla violenta esplosione a cui, inavvertitamente, l’aveva esposta. Ancora sanguinante infondeva un lacerante supplizio esprimibile solo dalle sue incontenibili grida.

Con un solco sul viso, compiaciuto del suo operato, il violento gustò il rammarico dell’oppositore.

«Hai inteso?! Io sono la distruzione stessa, in quanto prescelto posseggo abilità distintive. Una di queste consiste nel potermi far esplodere e ricompormi ovunque voglia. La definirei una transizione detonante.»

Accorato, assimilava con complessità la spiegazione concessa. Le distrazioni in cui era assorto avevano maggior valore.

«Dunque, terminiamo la partita?!» interpellò l’invasore, il cui arrivo fu la peggior catastrofe per gli abitanti della Terra.

«Bravo, ti inginocchi a me. Anche se preferirei vederti strisciare…»

«Io… non mi sottometterò!», tossì, «mai… a te…»

«Meglio, non vedevo l’ora di concludere».


Nell’attimo in cui le palpebre del carnefice si separarono, spezzando i segni ovali su queste, allungò di scatto la mano destra, mirata sul superstite. Occhi enormi e incandescenti della gradazione del magma erompevano di vivacità, scrutando l’indifesa creatura prodigarsi per la salvezza dei suoi affini.

Sprigionando una minuzia della sua potenza liberò un fascio d’energia orientato su Pugno. Questo, mantenendosi chino, strinse la mano rimasta facendo appello a tutta la sua resistenza nella possibilità di non perire. Ebbe un breve secondo per caricare e mollare il braccio contro l’onda concentrata d’una infiammata e feroce energia sconosciuta. Questa nel frangersi si ampliò avvolgendolo, persistendo a scorrere nel frattempo.

In quella che immaginava la sua ultima azione si impegnò dando il massimo, conscio di non potersi abbattere. Nella testa ritornavano i ricordi dei suoi alleati, con cui aveva affrontato inezie in confronto alla minaccia attuale. Non li ricordava per i loro atteggiamenti ma per le gesta compiute nel benessere altrui, la bontà con cui avevano posto la vita altrui davanti alla propria. Pugno ripensava a questi senza porsi le domande a cui normalmente rifletteva durante le sue congetture, come la scomodità di certi poteri o come faceva la coppia invisibile a vivere insieme e crescere un’intera famiglia senza mai vedersi. Le battute sul come scopassero o su come lo slime umano si lavasse era qualcosa che in quell’occasione svaniva. Il cervello si focalizzava sul ricordo concreto di questi anziché su fattori marginali o personali. L’immagine di loro che pativano cose anche peggiori di quelle da lui sopportate lo frustrava, fornendogli però la grinta per non cedere.

Diede tutto sè per contrastare la vampata.

Dei suoi vestiti non rimaneva nulla. Spoglio di quelle vesti a coprirlo non aveva altro che lividi e ustioni piuttosto incisivi sulla pelle arida… sorprendentemente era ancora vivo. Tornò a piangere per la troppa disperazione dello scenario, a cui però mancava qualcosa. E non si trattava del braccio ridotto in cenere, per cui, stringendo occhi e denti, ponderò di ritrovarsi fottuto. A un tratto era sparito il rappresentante dell’apocalisse. Esausto e incredulo si preparava ad accasciarsi in qualche minuto. Il suo ansimare eccedeva ripetendosi con evidente costanza. Non gli importava se quando fosse svenuto si sarebbe dissanguato, poteva accadere qualunque cosa, eccetto l’unica in grado di mortificarlo.

Nel silenzio più totale l’ipotesi di una vittoria si faceva man mano più credibile. La calma nello scenario non riusciva a rincuorare, semmai istigava ansia. Esaminando i fatti nulla poteva battere quel misterioso estraneo, escluso forse se stesso. Parte di quell’energia nell’ultimo colpo si disperse, Pugno valutò l’eventualità di averla rimandata al suo artefice, anche se risultava ridicolo perfino augurarlo. Perciò si guardò intorno, girando fermo al suo posto, ripeté il gesto, volgendosi in tutte le direzioni in attesa di un suo ritorno… ma nulla. Un miracolo a cui non volercisi illudere, osservò con attenzione, rigirandosi in senso orario e antiorario, temendo si nascondesse dietro e lo beffeggiasse in attesa di sopprimerlo. Alla vista non spuntò nessuna forma umana o diversa, così abbassò lo sguardo immaginando che questo sbucasse da sotto per trascinarlo tra i cadaveri sepolti.


Dei complimenti seguirono un sarcastico applauso.

Rivolgendo lo sguardo al cielo l’uomo individuò la scura sagoma. Privo di vita, eppure, con più vitalità di quanta lui ne avesse mai avuta. Sghignazzava con fare inquieto, levitando sopra la testa del contendente.

«Credevi davvero di potercela fare?! Divertente. Comunque voglio congratularmi per la tua parata. Sei forzuto, purtroppo… non abbastanza!»

Conclusa la frase Pugno venne calciato lontano ruzzolando sui detriti. Si spostò come un sasso lanciato sull’acqua, i cui rimbalzi aumentano solo la profondità dove affonda in seguito allo schianto decisivo.

A dispetto dei danni, non morì.

«Sei al termine!», annunciò l’annientatore con la voce sonante dell’altoparlante da espresso.

«Io non posso… non posso… arrendermi», dissentì.

A malapena si reggeva ancora sulle sue fragili ossa. Perse le mani e grondate di sangue dalle innumerevoli ferite si aggrappava flebilmente alla salute in calo. Scervellandosi tra diverse congetture su come impedire il peggio.

«Rassegnati… è finita», consigliò in maniera approssimativamente amichevole.

Elevando il braccio distese la mano dando dal nulla origine a una piccola sfera. Questa aumentò le dimensioni a battito di ciglia, divenendo un enorme globo dal contorno rosso e un centro scuro dominato da un lugubre buio. La cromosfera espelleva roventi vampate infiammanti l’ossigeno già secco. Dalla corona uscivano getti fiammeggianti per poi riversarsi ancora in questa. Somigliavano a sbuffi di lava sgorgati da un sole nel cui nucleo era confinata una stella nera.

Brusche raffiche si abbattevano sulla terra sollevando le macerie e scaraventandole sul vacillante suolo. Le scosse dilaniavano le fondamenta scatenando crepe al di là della regione. Pugno ce la metteva tutta per evitare di farsi spazzare via in quei turbinii emananti sfilze di flussi. Le correnti si mescolavano provocando svariati tornado nell’atmosfera. Il clima, seguendo la tempesta, peggiorò liberando lampi fra le nembi.

«Questo è il vero potere!», proferì l’entità ad ampio volume rimbombando sulla baraonda di frastuoni, scaturiti dal poderoso cerchio sospeso sul pianeta.

Pur sforzandosi di rimanere fino all’ultimo per lottare, l’irruenza sfogante le caotiche percussioni lo sfinivano. E peggio ancora, questo, venne pervaso dalla sconfitta. Accettando non solo la sua inferiorità, ma persino la sorte a cui era destinato.


Ammessa la triste condizione attese la sua eliminazione fissando l’eclissi dell’apocalisse. Raggiunte le proporzioni adeguate la sfera venne scagliata sulla Terra emettendo la sua sentenza.

Le lacrime dell’eroe si asciugarono al suo avvicinamento. Finché ne fu in grado tenne gli occhi su questa.

Al contatto con la superficie la massa rovente cominciò a spandersi divampando dovunque nel frattempo che si addentrava nella crosta terrestre. Il suo ingrandimento non si frenava, medesima cosa per il suo moto volto al centro della Terra.

Da lì in poi un’inarrestabile detonazione demolì interi continenti. Deflagrò in modo affine a un enorme vulcano la cui eruzione fosse capace di superare lo strato d’ozono per riversare il suo fluido nello spazio. In pochi secondi l’astro si frantumò insieme alle lune stabilitesi attorno questo, al suo posto un’emanazione radiosa eliminò ogni materia presente fino a incenerire gli atomi stessi. L’emanazione si propagò nel sistema irradiando la galassia del suo bagliore.

Quando questo si estinse non vi era circa nulla nel luogo teatro della vicenda, esclusivamente particelle di materia ignota. Queste, senzienti, si compattavano ricomponendo la mole.


Il racconto fa parte del ciclo degli Apocalittici, ad opera di Davide Vendetta, giovanissimo autore in formazione. Cliccando a questo LINK potrete raggiungerlo alla sua pagina personale.