I grossi pesi sulla testa erano svaniti e Donald si era ritrovato a combattere contro i soliti postumi della
resurrezione. Per un solo attimo lui era morto e ciò, come sempre, aveva portato forte nausea e
spossatezza. Di certo era abituato. Il fatto che lui avesse perso il conto di tutte le volte che aveva provato
quelle sensazioni la diceva lunga su ciò che era per davvero. Donald Dyrant, il Corvo, capo della sua
compagnia di mercenari, innumerevoli battaglie affrontate, zero sconfitte. Per il momento.
«Notevole. Per essere un mortale, reagisci in maniera molto strana alla morte.» Gli occhi cremisi del
Residente erano come fari macabri nel buio della caverna. «Suvvia, Corvo, alzati. Sappiamo entrambi che
non è novità ciò che stai passando.»
Donald era furioso. Furioso del fatto che, ormai, tutto ciò che gli veniva ordinato sarebbe stato eseguito
senza nessun tipo di remore. Del resto era risaputo dell’enorme potere mentale caratteristico dei Residenti.
In quel frangente, nemmeno la volontà del Corvo sarebbe bastata.
Pensò a Sarah, a come nessuno dei suoi uomini se la sarebbe cavata questa volta e di come sarebbe stato
rovesciato un regno la cui libertà era stata ottenuta pagando un caro prezzo. Ricordava ancora i fiumi di
sangue, le budella, gli uomini tranciati a metà della battaglia contro i Residenti. Tutte quelle immagini erano
solite ritornare in sogno, rovinando i momenti più intimi, intromettendosi con forza e violenza nella sempre
più rara tranquillità notturna del Corvo.
«Voglio mettere subito in chiaro una faccenda, ser. Non ti biasimo per ciò che hai fatto. Io ho combattuto
per la mia causa, tu per la tua. Hai dovuto eseguire gli ordini tiranni di uno stolto, io ho seguito il mio
destino. E poi, la tragica perdita dei miei fratelli e sorelle non è stata vana, finché sono stato risparmiato.
Perché fin dal principio ne sarebbe bastato solo uno di noi. E non potresti mai comprendere quale onore sia
stato per me scoprire che sarei stato io a compiere il ciclo, a rinnovare una promessa.»
Con un cenno pigro della mano, il Residente aveva invitato Donald a seguirlo.
«Dimmi solo cosa vuoi che faccia. Risparmia i miei, sono solo vittime di ordini tiranni di uno stolto.»
«Ser, ciò che voglio lo farai a un mio schiocco di dita, con i tuoi cari ancora in vita o meno. Non essere
ridicolo.»
*
«Bambina mia…»
Sarah Dyrant stava accarezzando i capelli unti della piccola. L’aveva fatta appoggiare sulle sue cosce, aveva
cercato di rianimarla. Non aveva funzionato. La bambina si era spenta. Respirava, questo è sicuro, ma era
assente. Come se fosse stata tenuta in vita dal collegamento con il Residente. O almeno era quello che
aveva pensato Sarah, cercando di dare un senso a tutti gli avvenimenti degli ultimi giorni.
Suo padre era scomparso, insieme ai suoi compagni più fidati. Una specie pericolosissima, creduta estinta, si
era ripresentata con l’intenzione di ribaltare il regno e questo, senza ombra di dubbio, avrebbe riportato la
guerra, l’inutile battaglia di libertà, portata avanti per troppo tempo, tanto che l’inerzia delle fasi finali portò
gli uomini a dimenticarsi il perché stessero combattendo. E lei, figlia della guerra, nata nei momenti più bui
in cui un uomo non è capace di pensare, non aveva nessuna intenzione di ritornarci. Avrebbe preferito
morire, piuttosto.
Eppure non erano questi i pensieri che più stavano preoccupando Sarah. Fin da subito si era posta una
domanda. Perché aspettare che lei giungesse dalla bambina per attivare il collegamento tra il Residente e la
piccola? Continuava e continuava a essere sopraffatta da dubbi di ogni genere, ma la risposta che le
ritornava indietro era sempre la stessa. Lei doveva sentire quelle parole. E tutto ciò non era nient’altro che
una trappola, orchestrata dal Residente per attirarla gli dèi solo sanno dove. Magari proprio dal Corvo. Forse
il fanatismo avrebbe fatto compiere un grande sacrificio del cazzo – pensieri la cui proprietaria era proprio
Sarah – al Residente. Non riusciva affatto a sopportare i fanatici, tanto meno le questioni di fede, ma se lo
teneva per sé. Non voleva di certo scontrarsi con qualche monaco, il quale l’avrebbe accusata d’eresia e il
Corvo avrebbe dovuto provvedere a modo suo. In fin dei conti, nemmeno Donald era interessato alle
questioni di fede, il che rendeva tutto un paradosso.
La porta venne aperta e a poco a poco entrarono quelle che sarebbero sembrate a Sarah una dozzina di
guardie reali, ornate dalla testa ai piedi di armature con sfumature dorate. E poi ser Lucas Kermat, il quale si
era appositamente collocato proprio all’entrata. Sembrava a tutti gli effetti una gran bella imboscata.
«Sta dormendo?»
«Sì.» Aveva mentito, non si fidava del Primo Cavaliere.
«A momenti si terrà un consiglio straordinario, Sarah Dyrant. Saranno presenti tutti i consiglieri di re
Varayen. È richiesta la tua presenza.»
«E se rifiutassi?»
«Il re in persona ha richiesto la tua presenza. Non è nei tuoi interessi andare contro i suoi voleri.»
«Si tratta forse di una velata minaccia, ser Lucas?»
«Oh no, ti sbagli. Lo è a tutti gli effetti.» Gli occhi di ser Lucas erano come quelli di un predatore in un
periodo di forte magra. «Ti verremo a chiamare.»
Un piccolo cenno con la testa e il tintinnio di tredici persone armate riprese a suonare. Era usanza dire che
le armature più forti e resistenti al mondo le si potessero trovare proprio in quel castello, indossate dalle
guardie reali. Ma le dicerie possono rivelarsi il più delle volte false. Non era quello il caso.
*
«Altezza, di certo sono fandonie. Non è possibile.»
«Siamo d’accordo tutti quanti, Vostra Grazia. Tutti tranne Vern, è ovvio.»
«Oh miei consiglieri. È un vero peccato che l’opinione di Vern conti più di quelle vostre, vero?»
Sarah era entrata da una manciata di secondi e già aveva capito che tipo di Consiglio sarebbe stato. Le sue
predizioni sulla guerra non erano sbagliate. Gli uomini non cambiano.
«Sarah Dyrant, mio Signore.» Ser Lucas aveva spinto Sarah verso uno dei pochi posti liberi. Da seduta si era
resa conto di quanto fosse immensa quella sala.
«Sarah Dyrant, sei una privilegiata. Non è mai stato concesso ad alcun estraneo di varcare la porta del
Concilium. Fatta eccezione per il Corvo.» Il re era stranamente sereno.
«Vostra Grazia.»
«Sai, quegli spalti sono stati progettati dal nostro più grande artista, Bero McGon. Questa stanza è stata
l’ultima delle sue fantastiche opere.»
«Splendida, sire.» Sarah aveva deciso di osservare le convenzioni sociali. Inutile dire che non conoscesse
neanche il nome di Bero McGon fino a poco fa.
«Mastro Thomas, stavate dicendo di quanto la vostra opinione non valesse niente. Vi prego, continuate.»
«Vostra Grazia, non abbiamo le risorse per affrontare un’altra guerra. Verremmo spazzati via in men che
non si dica. Poi saremmo costretti ad arruolare i contadini, e sgorgheranno ancora fiumi di sangue inutili.»
«Mastro Fae, sono qui che vi ascolto.»
«Thomas ha ragione, sire. È vero, abbiamo fatto richiesta di finanziamenti e la pratica è stata accettata. Ma
erano fondi per ricostruire, non di certo per un’altra guerra. Se dovessero scoprire che stiamo usando
denaro per l’esercito, ci ritroveremmo circondati in men che non si dica. Sire, Vern ha torto.»
«Gradirei che le calunnie mi si dicessero in faccia, Fae.» Mastro Vern era stato l’ultimo ad arrivare. Un
ghigno in faccia era spuntato a re Varayen.
«Miei signori, Vostra Grazia. Chi ha detto che ci servano per forza dei finanziamenti per la guerra?»
«Che cosa stai dicendo, Vern. Sei impazzito?»
«Suvvia, caro Consiglio. Abbiamo la soluzione sotto il nostro naso. Oh no, non tu, Thomas. È troppo grande
per poter vedere qualcosa.»
«Mastro Vern, non credi che questo sia il momento meno adatto per le tue burle?» Uno dei più anziani
aveva proferito parola. Sarah, adesso, stava iniziando a capire le varie funzioni del Concilium. Gli spalti erano
divisi in tre zone, le toghe man mano che si saliva erano sempre più chiare, le più basse erano di colore
nero, le intermedie erano grige e le più alte, gli anziani, erano bianche. Ma solo ora si era accorta che
Mastro Vern non portava una tunica come le altre. La sua era bianca ma aveva un ricamo che partiva dal
petto per poi andare dietro la schiena. Non era sicura cosa significasse, ma quel disegno le fece pensare
subito alla luce divina e, dopo, a quanto fosse ostentata la gerarchia del Concilium.
«Voglio sentire il parere di Sarah Dyrant.» Il re aveva alzato la voce quando l’aveva nominata e questo
poteva voler dire solo due cose: o si era accorto di quanto fosse stata distratta fino a quel momento, oppure
voleva far sapere a tutti perché si trovava lì. Considerando il brusio che scaturì il suo cognome, era di sicuro
la seconda.
«Sire, Consiglio, vi porgo i miei saluti. Da quello che ho potuto intendere, Vostra Grazia intende muovere
guerra. Le ragioni mi sono ancora estranee ma vi assicuro che anche se fossero ben limpide nella mia
mente, farei di tutto per impedire una nuova scelta sbagliata.»
Un timido applauso era rimbalzato da mano in mano. Il re aveva subito interrotto la fioca musica.
«Sarah Dyrant, siamo qui per ascoltarti, questo è vero. Ma non dimenticare che tu non fai parte dell’Isola
Libera di Farayen, quindi non illuderti, questa non è la tua guerra. In particolar modo dal momento in cui il
Corvo ha deciso di darsela a gambe.»
«Sire, come osate dare del vigliacco al Corvo. Mio padre è stato il motivo principale per il quale adesso voi
siete seduti su quel trono!»
Un silenzio glaciale. Forse Sarah era andata troppo oltre questa volta.
«Quanta insolenza, Sarah.»
«Vostra Grazia, questo è a tutti gli effetti un grave affronto. Permettetemi di accompagnarla nelle prigioni e
organizzare un processo.»
«Ser Lucas, contenete l’ira.»
«Sire, questa ragazza…»
«Questa ragazza ha ragione, ser. È innegabile che, senza l’aiuto della Compagnia Dyrant, i Residenti
avrebbero organizzato un bel banchetto coi nostri resti.»
Il Consiglio taceva.
«Tuttavia, da questo momento in poi, la ragazza ascolterà. Non potrà proferire parola. Ti è chiaro, Sarah
Dyrant?»
Sarah non aveva paura del re ma decise in modo giusto di non rispondere.
«Ho ascoltato i Neri, poi i Grigi e mi è bastato. Ma non mi sono ancora fatto un’idea di come la pensiate voi,
Bianchi. Filibert, alzati.»
Un uomo decisamente troppo giovane per essere reputato ‘anziano’ si aggiustò la toga. L’eleganza nei suoi
movimenti colpì subito Sarah.
«Vostra Grazia, mio fidato Consiglio.” Un inchino fugace ma rispettoso. “Avete molti favori da riscuotere,
temo.»
«Ah, Mastro Filibert. Dritto al punto, mi piace.»
«Non è possibile. Davvero credete che rivolgersi a un’organizzazione criminale sia la scelta…»
«Non ti ho concesso la parola, Fae.»
«Quello che intendo, mio re, è che siamo tutti a conoscenza della situazione finanziaria di Farayen. Un’altra
guerra porterebbe una profonda crisi. Nonostante ciò, il punto è un altro. Non dimentichiamo che ci stiamo
basando su una situazione molto aleatoria. Con questo non intendo in nessun modo screditare le parole di
ser Lucas, ma di certo non sappiamo l’effettiva grandezza del pericolo. In modo più chiaro, siamo così sicuri
che si tratti di una vera e propria resistenza, rimasta a tramare per tutto questo tempo? O, in maniera più
credibile, ci ritroviamo di fronte solo una piccola parte dei nostri nemici?
«In che modo sono sopravvissuti per tutto questo tempo nell’anonimato? La risposta è semplice: sono
rimasti in pochi, se non addirittura uno solo. Ora, considerando le mie ultime parole, varrebbe la pena
indebitarsi per muovere guerra contro un numero decisamente esiguo di Residenti?»
«No, Mastro Filibert. Ma chi ci da la certezza delle tue affermazioni?»
«Vostra Grazia, avete coperto per molti anni l’organizzazione. È arrivato il momento di riscuotere. Chiedete
a vostra volta un favore a L’Ombra. Mandateli in avanscoperta, scoprite l’entità del pericolo. Questi criminali
hanno di sicuro i mezzi per farlo, mezzi concessi anche e soprattutto per vostra gentilissima concessione.»
«Bene, Filibert. Il Consiglio è da ritenersi sciolto.»
Tutti i membri sgomberarono l’aula in pochi attimi. Sarah venne accompagnata fuori ma non potè fare a
meno di notare che Mastro Vern era rimasto seduto. Forse la sua opinione sarebbe stata ascoltata di lì a
poco in una seduta privata.
*
«Vostra Grazia, Filibert ha centrato il punto.»
«Lo so benissimo, Vern.»
«Ma ciò non vuol dire che sia una buona idea mettersi in affari diretti con dei criminali.»
«So anche questo.»
«E non credo che sia una buona strategia. Pensate al perché avete ottenuto, con così tanta efficacia, la
supremazia nella lotta contro questa piaga che porta il nome di Myralgard Rosk. Concedendogli favori,
teniamo L’Ombra per le palle. L’organizzazione è a tutti gli effetti debitrice del regno, e questa situazione
dovrà essere mantenuta tale.»
«Questo vuol dire che non potrò mai riscattare ciò che è mio di diritto?»
«Non in questo frangente. Non per una situazione così delicata. Attualmente, chiedere significherebbe
mettere le nostre debolezze in balia del nemico. Se dovessero scoprire la nostra situazione, quanto ci
metterebbero a capire che siamo fragili? E quante poche risorse utilizzerebbero per uscire allo scoperto e
impossessarsi del trono?»
Mastro Vern aveva ragione, il re lo sapeva. L’Ombra non poteva essergli d’aiuto, neanche questa volta.
«Quei bastardi, criminali, psicopatici.»
«Vostra Grazia, vi assicuro che arriverà il momento.»
«E quale sarebbe la soluzione?»
«Diamo per buona l’idea di Filibert, sire. Dobbiamo accertarci di quante unità è composto il nostro nemico.
E non dimentichiamoci che dobbiamo trovare il Corvo. In lui risiede la chiave di vittoria per tutti gli scontri.»
Il re annuì. Far ritornare il Corvo, vincere ogni battaglia. Era semplice.
«Sire, lasciate che parli con ser Lucas. Organizzerà una squadra di professionisti e partiremo per le ricerche
di Dyrant. Il Corvo ci riferirà ciò che ha saputo e, solo allora, potremo valutare la nostra prossima mossa.»
«Vern, hai paura?»
La domanda aveva destabilizzato il consigliere. Il re gli stava chiedendo se provasse timore per una nuova
guerra contro i Residenti. Non c’era ovvietà più grande di questa.
«Perché io ne ho. Tanta.»
«Vostra Grazia…»
«Ricordi che gran vittoria fu poter parlare con uno di loro? Ricordi cosa disse?»
«Parole vaghe di un fanatico, sire.»
«“Il medaglione brillerà di nuovo, il ciclo è destinato a ripetersi”.»
«“Non servirà prepararsi”. Ricordo, sire.»
«Siamo di fronte a un pericolo di proporzioni enormi, Vern. Se falliamo, il mio regno verrà distrutto e la mia
famiglia ricordata per sempre come degli stronzi che non hanno saputo reggere il peso di un trono. Non
voglio questo.»
«Sono sicuro che faremo di tutto per far sì che non si verifichi questo scenario, Vostra Grazia.»
«Parla con ser Lucas, Mastro. Voglio una squadra di prima scelta, voglio il Corvo in questa sala tra tre giorni
al massimo.»
«Agli ordini, sire.»
«Puoi andare, Vern.»
*
Il Residente aveva condotto Donald sempre più all’interno della caverna. Avevano camminato per molto
tempo e l’inebriatura del controllo mentale non aveva permesso al Corvo di fare calcoli sulle effettive
distanze del tragitto. Percorsero vari corridoi e dovettero stare attenti alle rocce che avrebbero potuto
ostacolarli. Il Residente sembrava impassibile e non aveva parlato fino a quel momento.
«Corvo, stai cercando di opporti ai miei ordini. Non puoi.»
«Mi sono sempre chiesto una cosa, Res. Non vi ho mai sentito chiamarvi per nome. Perché?»
«Non ci occorre un nome, ser. Siamo qui per compiere ordini che arrivano da molto lontano e non abbiamo
bisogno di un’identità. La nostra causa ha un’importanza maggiore rispetto a un mero modo di chiamare
qualcuno.»
«Siete proprio degli esaltati del cazzo, ecco come la penso.»
«Il destino prevede la ripetizione del ciclo. I concetti di destino, ciclo, predestinazione sono molto più grandi
di tutti noi. E in noi comprendo anche gli esseri come te, Corvo.»
«Quante informazioni, quante credenze, quale megalomania. E se i vostri padroni vi avessero lasciato qui,
dimenticandosi del fantomatico destino del cazzo?»
«Impossibile, ser.»
«Mi fai pena!» Donald riuscì a liberarsi del vincolo per un solo attimo. Ciò gli aveva permesso di sferrare un
gancio che si fermò a un dito di distanza dal volto del Residente. Non era bastato. Un forte crack aveva
riempito la vuotezza nell’aria. Il collo di Donald si era spezzato.
Dopo pochi attimi, il Corvo si era rialzato, bestemmiando e maledicendo, imprecando e insultando tutto ciò
che gli venisse in mente.
«Corvo, è finita.»
Donald lo sapeva già. E l’impotenza era una sensazione che non aveva mai provato in vita sua, lo faceva
sentire a disagio.
«Allora prendi me e lascia la mia Compagnia. Con me in pugno, potresti richiedere ciò che vuoi! Vuoi il
denaro? Vuoi dei possedimenti? Indulgenza da parte del regno? Libertà di circolazione? Usami per arrivarci,
sono molto prezioso agli occhi del re.»
«Ser, ciò che voglio non si misura con l’inutile materialità di voi umani.»
«E cosa vuoi, allora?»
«Ciò che voglio l’otterrò con la tua presenza.»
Il Residente non volle più proferire parola, nonostante i vani tentativi del Corvo.
A Donald venne un sussulto quando si rese conto che dopo tutto quel tempo non aveva ancora pensato a
Worn, Ted e Biarn. Era disgustato dal fatto che non aveva riservato attenzione ai suoi compagni. Doveva
scoprire dove erano.
«Che ne hai fatto di Worn? Scommetto che Ted e Biarn si trovano insieme a lui.»
«Sono dove stiamo andando ora, ser. Anche loro svolgeranno un ruolo importante, questo è sicuro.»
«E come?»
«Oh, loro servono per far arrivare alla ragazza. Lei ha il cuore leggero, si lascia sopraffare dalle emozioni. Sarà
facile condurla qui, sotto la minaccia di uccidere i vostri amici.»
«Tu, brutto figlio di puttana, lascia stare Sarah. Ti darò qualunque cosa!»
«Me la darai comunque, Corvo. Che tu voglia o no, starai al mio gioco, eseguirai i miei ordini. Non disperarti
più del dovuto, l’impotenza è un buon anestetizzante. Lasciati trasportare da lei e convinci te stesso che non
puoi fare nulla.»
«Ti darò il mio Stendardo!»
Un piccolo sussulto, poi una risata.
«Per quanto mi attiri possedere una delle poche armi occulte, dobbiamo rimandare questo discorso. Di
certo, considerando la triste fine che si troveranno ad affrontare i tuoi padri, non credo che ci sarà mai
modo di trovare un accordo.»
*
Ser Lucas si era messo subito all’opera. Dopo ciò che gli aveva riferito Mastro Vern, si era prontamente
precipitato nelle caserme, situate dopo i grandi giardini di corte. Aveva trovato le sue truppe nel solito
allenamento quotidiano e non ci volle molto per chiamare tutti a raccolta. Era curioso di come il Primo
Cavaliere si fosse scelto i suoi soldati in modo uniforme: stessa altezza per tutti, di qualche dito più bassi
rispetto a ser Lucas, un corpo robusto che non lasciava di certo spazio ad acrobazie ma favoriva il duello
fisico, la battaglia, mento squadrato e totale assenza di capelli. Considerate le caratteristiche fisiche, non era
in maniera assoluta un compito per la Guardia Reale, e ciò turbava ser Lucas.
«Cavalieri!»
In coro, avevano urlato tutti: «Ser Lucas, signore!»
«Il Consiglio si è espresso, miei prodi. Ha deciso di darvi l’onorificenza più grande.»
«Ser Lucas, quale, signore?» Un’altra volta, i musi si erano mossi in sincrono.
«Sbrigare una faccenda sotto diretto ordine del vostro sovrano, re Varayen, Difensore della Libertà.»
Un grugnito non ben identificato schizzò dalla bocca di tutti i presenti.
«Ciò che vi ordino è di presentarvi dentro la caserma. Vi sottoporrò a un esame e sceglierò i dodici cavalieri
fortunati. Togliete le armature d’oro, mettete quelle in acciaio, ricordate il vostro numero e mettetevi in fila.
Sono stato chiaro?»
«Ser Lucas, sì, signore!»
La perfetta linea di soldati si ruppe omogeneamente in un batter d’occhio. Dove poco prima c’era stato il
chiassoso allenamento caratteristico delle truppe reali, ora regnava il totale silenzio, interrotto
sporadicamente dai rumori delle pesanti armature.
Ser Lucas si era avviato verso l’unico cavaliere rimasto in disparte. Si trattava di ser Haqert, il suo vice, il
quale era appoggiato con la schiena su uno dei tralicci in legno che sorreggevano l’armeria. Era rimasto con
le braccia conserte, aspettando le direttive che sarebbero arrivate di lì a poco. Sapeva benissimo che la
creazione della squadra di ricerca sarebbe diventato presto un suo compito, ser Lucas sarebbe dovuto
ritornare dal re. Non si sbagliava.
«Ser Lucas.» Haqert salutò il Primo Cavaliere serrando la sua mano in un pugno, portandoselo in prossimità
del pettorale sinistro. Ser Lucas aveva risposto in maniera identica.
«Ser Haqert, come procedono gli allenamenti?»
«Bene, signore. Ci sono novità, a corte?»
«Novità, certo. Non buone, Haqert. Non buone.»
«Ser Lucas, cosa vuoi che faccia?»
«Assembla una squadra, prendi solo i migliori. Il Corvo rimane scomparso, che gli dèi se lo portino. Per
vincere, dobbiamo trovarlo.»
«Ser, dovrò riunire una squadra di ricerca? Non sarebbe meglio…»
«Una squadra di ricerca. Le direttive del re sono queste.»
«Lucas, amico mio! Non siamo in grado…»
«Haqert, non provare a disobbedirmi. Ora entri lì dentro, fai le tue cazzo di valutazioni e quando hai finito
ritorni da me, prendi il tuo cazzo di dito e mi indichi dodici soldati in grado di portare a termine il compito.»
«E se dovessero esserci dei Residenti?»
«Se doveste incontrare dei Res, prendi qualcuno e lo spedisci dritto dritto da me. Ho voglia di partecipare
alla festa anch’io.»
«Signore, per le ricerche partirò dalla casa dell’ultimo…»
«Haqert, non mi interessa da dove partirai. Se entro tre giorni, e ti dico tre giorni del cazzo, non avrò Donald
Dyrant a raccolta nel fottuto Concilium, ne risponderai in prima persona davanti al re.»
«Signore, allora è vero. Sono tornati.»
«Non lo so, ma non ho visto tutti i miei compagni morire per ritrovarmi nella stessa situazione del cazzo.
Non ho guidato le truppe in cerca di ogni forma di vita che assomigliasse solo in lontananza a quegli
obbrobri per affrontare ancora un’altra guerra. Una guerra che non possiamo vincere. E non puoi
immaginare quanto odii le alternative che si prospettano tra quegli idioti del Consiglio. Non scenderò a patti
con dei criminali, piuttosto rinuncio al titolo e li sgozzo uno per uno, fin quando il loro sangue formerà un
cazzo di lago dove potrò fare il bagno quante volte voglio.»
«Ricevuto, Lucas.»
«Per gli dèi, Haqert. “Ser Lucas, signore”, figlio di sgualdrina. Dillo!»
«Ser Lucas, signore.»
Ma ser Lucas si era già congedato.
*
Stava iniziando a rendersi conto di come la sua situazione rispecchiasse in maniera perfetta una prigionia.
Sarah era stata di nuovo condotta nella stessa stanza della bambina. L’aveva ritrovata priva di sensi, con ser
Lucas che aveva improntato il discorso in maniera da far sentire responsabile Sarah, nel caso in cui la
bambina si fosse ritrovata da sola. Non voleva di certo abbandonarla, ma aveva comunque situazioni più
importanti di cui occuparsi che stare ad aspettare sul capezzale di un letto. Per di più, il fatto che il Residente
non aveva ancora presentato lo scontato ricatto, la manteneva appesa a un filo d’ansia che martellava nei
silenzi vuoti della stanza.
Sperava, almeno, di ricevere notizie dalla Compagnia, o che qualcuno si sarebbe presentato per poi liberarla
e partire per le ricerche. Ma erano passate ore dal Concilium e tutto il sonno arretrato si stava facendo
sentire, portando con sé i deliri inconsci di una mente stanca.
Si stropicciò gli occhi quando vide la bambina alzarsi dal duro cuscino e avviarsi verso l’uscita. Quando si
rese conto che non si trattava di un sogno, scattò verso la creatura, tentando di fermarla, ma con un
leggiadro movimento di spalla, la piccola riuscì in maniera efficace a liberarsi della presa. Poi, alzandosi in
punta di piedi, arrivò a stento alla maniglia della porta, chiudendola con un goffo movimento di gomito.
«Che…» Sarah, che si era aspettata la fuga della piccola, era rimasta interdetta quando aveva capito che
non era sua premura fuggire.
«Sarah Dyrant.» Era il Residente.
Era una situazione molto inquietante. La bambina era in piedi, con gli occhi bianchi fissi su di lei e la voce
melliflua, possente, calma. Sarah attendeva.
«Il tuo momento è arrivato, cara. Tuo padre è qui, ti stiamo aspettando all’Altare del Ciclo.»
«Cosa dovrei farmene di questa informazione?»
«Oh, Sarah, niente, in maniera assoluta. Volevo solo dire che se ti rifiuterai di seguire le mie indicazioni,
Worn Surviun, Ted Frost e il giovanotto molto simpatico e molto indifeso che chiamate Biarn Galiov
verranno uccisi.»
«Merda.»
«Per prima cosa, segui le indicazioni e recati all’altare. Inutile dirti che non servirà portare armi o armature,
soprattutto perché ci sono molti ostacoli da percorrere. In secondo luogo, voglio essere chiaro con te: il
primo sacrificio per lasciarti capire che non sto scherzando ce l’hai davanti. Presentati subito, o ce ne
saranno altri.»
«No!»
In un attimo, il collo della piccola roteò. Il corpo, cadendo, provocò un tonfo sordo e poi un urlo disperato di
Sarah. Il Residente aveva ucciso ancora.
*
«Eccoli, i tuoi amici.»
Donald non si era accorto di quanto fosse immensa la cavità della grotta in cui erano entrati. Se ci avesse
fatto caso, avrebbe scoperto che sarebbe potuto entrarci tutto il palazzo reale. E il palazzo reale non era di
certo di modeste dimensioni. Il fatto è che era stato distratto dalla visione degli altri tre membri della
Compagnia scomparsi insieme a lui, completamente incolumi – con grande sorpresa di Donald –, appoggiati
su una delle tante panche di marmo presenti.
Il vincolo del Residente si era affievolito. Raggiunse Ted, Biarn e Worn, ma scoprì che erano in uno stato
catalettico.
Cercò in tutti i modi di far rinvenire i suoi compagni, invano, e si appoggiò su una delle panche, lasciandosi
andare. Era evidente, aveva camminato molto e senza gli effetti del vincolo poteva sentire l’indolenzimento
dei muscoli inferiori. Solo allora si accorse di dove si trovava: la cava era illuminata dalla luce che veniva
emessa dalle strutture in marmo brillante ma, soprattutto, dall’altare più grande che avesse mai visto. Poi si
rese conto di quanto piccolo si sentisse, quando i suoi occhi si spostarono ancora più giù. L’immensa parete
presentava un’andatura irregolare e dovette fermarsi quando, guardando seppur in piccola parte la totalità
della stessa, si rese conto che l’andatura irregolare non era nient’altro che un petto incastonato, con al
centro una cavità.
«L’Altare del Ciclo.» Il Residente, poco prima assente, si era ripresentato, armato del suo più angosciante
sorriso.
«Luogo sacro, di preghiera, attesa e conservazione.»
Il Corvo, per la seconda volta, si era sentito di nuovo impotente. Adesso, però, i vincoli mentali del
Residente non c’entravano nulla. Era impaurito di quanto fosse mastodontico quel petto, grigio e
consumato, interrotto in più parti dalla roccia.
«Formiche. Adesso comprendi.»
Il Residente si era seduto sulla stessa panca del Corvo.
«Un po’ buio qui, non trovi? Saewa lujel.»
Donald venne travolto dalla luce bianca proveniente dal petto, accorgendosi che era composto di geroglifici
che si illuminavano. La luce aveva accentuato la colossale estensione della grotta, un piccolo brivido aveva
percorso tutto il suo corpo.
«Saewa vuol dire “sacro”. La sacra luce che viene attivata in concomitanza del rinnovo della promessa,
Corvo. Quanto vorrei che i miei compagni fossero qui, ser. Nessuno di noi aveva mai visto prima d’ora
l’attivazione. Eppure, sono solo.» Una lieve nota di malinconia schizzò fuori dalle parole dell’essere.
«Di che si tratta?»
«Oh, è stato lasciato qui per chi avrebbe avuto tensioni nella fede. In effetti la trovo un’ottima allegoria,
Corvo.» Una piccola risata.
«Cosa? Credi perché se non lo fai c’è un gigante pronto a calpestarti?»
«No. Credi e rinnova la promessa, qui c’è la prova di quanto sia importante il tuo destino.»
«Stronzate.»
Ma il Residente non stava ascoltando, era ritornato all’ingresso della cavità. Donald pensò subito a che bella
accoglienza avrebbe avuto Sarah.
Poi, una piccola fitta colpì le meningi, un dolore al ginocchio, una nausea molto lieve si fece spazio dentro lo
stomaco. Sentì un urlo, si girò ma non era cambiato niente. Un pianto assordò le sue orecchie, la
disperazione che avvertì lo spaventò e lo fece alzare in un attimo. Ancora dei brividi lungo la schiena. Il
Residente stava guardando.
«Questa volta non c’entro io, Corvo.»
Donald lo sapeva già. I suoi padri stavano morendo, e questo non avrebbe portato nulla di buono. Forse era
arrivato il momento di provare quella strana sensazione che gli umani chiamano sconfitta.
Era svenuto, per chissà quanto tempo. A riportarlo alla realtà erano state le parole della figlia. Aprendo gli
occhi, si era ritrovato proprio lei davanti, bellissima come sempre con lo sguardo dolce e i capelli mossi che
danzavano lungo tutto il suo capo.
«Padre…”
“Sarah, ci si rivede, eh?»
Poi, un abbraccio. Tutti e due sapevano che non c’era più nulla da fare.
«Loro dove sono?»
«Padre, li ha condotti verso l’uscita. Molto probabilmente staranno già organizzando una controffensiva.»
«E tu, cosa faresti?»
«Anche io la organizzerei.»
«Anche sapendo che non servirebbe a nulla?»
«Padre, lo faresti anche tu.»
«Forse no, piccola. Forse inizierei a scappare, il più lontano possibile.»
«Cosa facciamo?»
«Aspettiamo di avvicinarci al Res. Quando sarà il momento, io lo terrò fermo e tu lo colpirai. Non
risparmiarti, devi farlo fuori con un colpo. Sbaglia e non ci sarà speranza.»
«Sarah Dyrant, Corvo, venite avanti. Il destino sta per compiersi.»
Donald fece cenno alla figlia di stargli davanti. Si avviarono verso l’estremità della cava, dove si trovava
l’altare e il Residente, impegnato a preparare un intruglio.
Guardava Sarah, pensava a quanto fosse fiero di lei e di come, tutto sommato, se ne fosse preso cura per
tutti quegli anni, volendole bene come se ne vorrebbe a una figlia vera.
Si rivolse a lei bisbigliando.
«Al mio segnale, Sarah.»
Sarah lo stava seguendo, percorrendo gli stessi passi e cercando di nascondersi dietro di lui. Raggiungere il
Residente, stanarlo con un pugno ben assestato. Era un buon piano, non dei più ispirati, ma era semplice. E
ai due i piani semplici piacevano molto.
«Corvo, da questa parte.» Il Residente era a pochi passi da Donald, era di spalle, visibilmente impegnato con
l’intruglio a cui stava lavorando già da prima.
Salirono sull’altare e si avviarono dove gli era stato indicato, poi aspettarono altre direttive. Il Residente si
girò, in mano un mortaio, la cui punta circolare era sporca di una sostanza densa che, muovendosi, luccicava
per tutto il manico fino al recipiente. Il padre non aveva mai visto una cosa del genere, la figlia si era limitata
solo a fare versi di disgusto.
«Spogliati, Corvo.» Non era un invito. Donald si sarebbe reso conto dei suoi vestiti posati a terra solo dopo.
Il momento era giunto, il Residente sarebbe stato circondato. Eppure c’era qualcosa che non convinceva
Donald. Il piano era buono, ma era semplice. Troppo facile.
«Ora!» Il Corvo si lanciò sul corpo dell’essere, lo prese per le braccia, lo fece roteare e lo mise in direzione di
Sarah, la quale si era messa in posizione, pronta per sferrare uno dei suoi pugni migliori. Sarah caricò tutta la
sua forza e colpì, riuscendo nell’intento. Il suo gancio travolse la carne dell’essere, provocando un rumore
sordo. Il corpo del Residente cadde a terra.
«Tu e le tue stronzate. Ora hai finito.» Sarah stava esultando.
Un applauso dietro di lei la fece sobbalzare. Si girò, nessuno. Poi, in un attimo, non poteva rispondere più
delle sue azioni, come se i suoi muscoli si fossero atrofizzati. Guardò davanti. Il Corvo era a terra privo di
sensi e il Residente era dietro di lui.
«Sono stato convincente nella messa in scena?»
*
«Worn, Ted. Compagni, svegliatevi!»
«Cosa diavolo…»
«Ted, stai bene?»
«No. Mi viene da vomitare.»
«Aiutami ad alzare Worn.»
«Dove siamo?»
«Alza lo sguardo.»
Ted aveva da poco riconosciuto il posto dove si era ritrovato con i suoi tre compagni. La sua memoria aveva
un vuoto, a giudicare dal mal di testa, non si trattava di poco tempo. Sembrava che fossero passati pochi
istanti da quando aveva aggredito Biarn, eppure quel dolore gli suggeriva il contrario.
I suoi occhi notarono l’impattante scritta sul muro della casa, ormai secca e maleodorante.
«“Il medaglione brilla”.»
«Ted, aiutami con Worn.»
I due avevano poggiato il compagno ancora svenuto sulle scalette dell’ingresso della casa. Biarn aveva
pensato bene di gettargli dell’acqua in volto. Worn era rinvenuto tra bestemmie e insulti.
«Figlio di puttana, ti faccio a fette!»
Poi urlò ma, rendendosi conto che difronte non aveva più uno spirito malvagio, si diede una calmata.
«Galiov, lanciami ancora qualcosa e vedrai!»
«Worn, testone, l’ho fatto per svegliarti.»
«In effetti, Worn, deliravi. Chiedevi aiuto alla mammina e pretendevi che il pollice ti si fosse lasciato in
bocca. E come ciucciavi, compagno. Avresti fatto invidia alla più talentuosa tra le puttane!»
Le parole di Ted avevano causato forte rabbia in Worn, il quale si era alzato e aveva sferrato una sberla
indirizzata a Ted. La spossatezza lo aveva tradito. Nel momento in cui si era sollevato, un giramento di testa
lo aveva sbilanciato e il ceffone se l’era preso Biarn.
Si erano guardati negli occhi, poi erano scoppiati a ridere. Ma Biarn aveva restituito il favore a Worn,
l’impatto deciso aveva scaraventato il povero malcapitato di qualche passo più in là.
«Ricomponetevi. Worn, che ci fai qui?»
«Gli dèi mi fulmino se lo so. Ero nei boschi col Corvo. Poi non ricordo più niente.»
«Pare che siamo tutti e tre vittime di una lieve amnesia.»
«Anche tu?»
«Sì, compagno.»
«Allora la decisione più giusta da prendere è quella di ritornare al campo.»
«Da quando sei tu al comando?»
Ted non rispose. Biarn rimase in silenzio.
«Che succede?»
«Ted ha visto qualcosa nel medaglione.»
Non qualcosa, qualcuno.
«E poi ha deciso bene di mettermi le mani al collo.»
«Che fossi pazzo, l’ho sempre saputo. Ma arrivare ad aggredire un tuo compagno, cosa ti prende schizzato?
Cosa direbbe Dyrant?»
«Worn, non mi ha fatto niente.»
«E non avrei potuto, coglione.»
Ted e Worn squadrarono la prestanza fisica del piccolo Biarn. No, non avrebbe potuto.
«Pazzoide, non farci perdere tempo. Cosa hai visto?»
Ted non rispose.
«Ted.» Biarn appoggiò la mano sulla spalla del compagno.
«Ho visto il Corvo.»
«Sai che novità.»
«Morire.»
«Cosa?»
«Per mano di un Residente.»
Worn ebbe un mancamento. Prese fiato, guardò Ted. «Dobbiamo ritornare al campo.»
*
L’ultimo colpo era stato un gran bel colpo. Uno di quelli che darebbe un guerriero abituato a non fallire. In
un certo senso, nonostante il dolore, Donald era contento. Stava sorridendo, non riusciva a mantenere il
controllo. La sua bambina era diventata forte, i suoi allenamenti erano serviti.
«Ci eravamo preoccupati, Corvo.»
Si era ritrovato disteso, il suo corpo denudato, legato a delle catene. Il Residente era ancora impegnato a
mescolare l’intruglio, Sarah aveva in mano il medaglione. Per essere un oggetto di modeste dimensioni,
sembrava stesse facendo uno sforzo notevole per mantenerlo.
«Devo ammettere che se avesse colpito me, adesso stareste esultando sopra la mia salma.» Si girò verso
Sarah. «I miei più sentiti complimenti, Sarah. Saresti stata di grande aiuto per loro.»
«Non farti venire strane idee, porco del cazzo. Lasciala in pace.»
Il Residente si avvicinò e fece partire uno schiaffo. Donald scoppiò a ridere.
«Corvo, non sono certo degli effetti dell’attivazione, ma spero che ti rechi più dolore di quanto serva.»
«Perché è così pesante?»
«Pensa alla chiave di una porta interdimensionale di proporzioni gi…»
«Non ce l’avevo con te, reietto.»
Donald rideva ancora. La figlia non aveva paura, questo lo rincuorava.
Il Residente prese a cospargere il fluido lungo il corpo freddo del Corvo. Il contatto con la pelle provocò
scottature, eritemi ma, soprattutto, dolore. Si accorse che stava prendendo in considerazione l’idea di
addormentarsi, di lasciar perdere quella situazione, rifugiandosi nei sogni. In realtà, stava perdendo la sua
forza vitale, i capelli, la barba e i peli stavano ritirandosi.
«Sarah…»
«Cosa gli stai facendo?»
«E il Corvo morì assetato, sotto il caldo più cocente.»
«Figlio di puttana, cosa gli hai fatto?»
«Hai sprecato l’occasione, Sarah. Tuo padre è morto. Non del tutto, ovvio. Hai idea di quanto tempo ci voglia
per togliere la vita di un essere del genere?»
«Ti farò a pezzi! Abbasserai la guardia e porrò fine a questa crociata disillusa!»
In quel momento, il medaglione brillò. Si andò a creare un’aura azzurrea che avvolse il corpo di Sarah,
facendola sentire pesante. La fatica che stava provando era inimmaginabile.
«Ora, figlia del Corvo. Inserisci il medaglione nella fessura.»
Sarah, che aveva quasi esaurito tutte le sue forze, decise di liberarsi di quel peso.
*
Ser Lucas, re Varayen, Mastro Vern, i membri del Concilium, Ted, Worn e Biarn avrebbero potuto ritrovarsi
nei punti più disparati del regno in quell’istante e nulla sarebbe cambiato. Il boato che ruppe l’atmosfera e che frantumò
l’isola avrebbe raggiunto anche il picco della montagna più alta di Farayen.

Ormai, la Porta era stata aperta. Sarebbe stata solo questione di momenti, prima che fossero tornati…

 

Racconto di Simone Paggetti