“Dispersi?” Il re urlava. Mastro Vern aveva prestato servigi a Varayen sin dal primo giorno della proclamazione, eppure non l’aveva mai visto così infuriato.
“Sire, è ciò che la Compagnia Dyrant ci ha comunicato pochi minuti fa.” Vern non era abituato a tutto questo. Re Varayen era sempre stato un tipo tranquillo. Ma era già stato messo a dura prova qualche giorno prima con il massacro di quattordici uomini nelle vie centrali della città. Il colpevole era scomparso e il re odiava inimicarsi i cittadini.
“Cosa li pago a fare? Come osano sparire quando ho dato loro degli ordini?” L’idea di essere stato preso in giro gli faceva ribollire il sangue.
“Vostra grazia, con permesso. Non credo che Donald sia così stupido da truffare lei, mio Signore.” Vern toccò il tasto giusto.
“Di grazia, Mastro Vern, ci sarà pur qualcuno con cui possa parlare tra quei bifolchi mercenari. Portalo qui.” Una pausa per poi riprendere il discorso sempre più pacato. “E fa sì che non puzzi. Non sopporto il tanfo dei mercenari.”
“Con il vostro permesso, mio Signore.”
*
Era una giornata molto torrida, non che fosse una novità nel periodo estivo farayense. Sebbene portasse dei vestiti di lino che facevano il loro lavoro, l’eccessivo sovrappeso di Mastro Vern era una catena rovente nelle ore dove il sole si trovava più in alto nel cielo.
Si mise a pensare agli avvenimenti dell’ultima ora. Era stato interrotto, durante una sessione di lettura nella gigantesca biblioteca reale, da un messaggero fradicio di sudore che farfugliava parole senza un apparente filo logico. Gli offrì dell’acqua e lo fece sedere, poi ascoltò ciò che aveva da dire: Donald, prima di partire per la spedizione, aveva riferito che, se non fossero tornati nei prossimi due giorni, i soldati avrebbero dovuto recarsi dove loro erano diretti. E i mercenari così fecero, trovando la spiacevole sorpresa che li stava attendendo. Un messaggio sulla facciata della casa, scritto con il sangue, che recitava: ‘Il medaglione brilla.’
Mastro Vern, spiazzato dalla notizia, si era recato senza indugi nelle camere reali.
*
Fuori dalle mura, dove la foresta inizia, si era stanziato l’accampamento della Compagnia Dyrant. Mastro Vern aveva seguito le indicazioni che gli erano state riferite. Durante il tragitto si era chiesto più volte il motivo per il quale il Corvo avesse insistito così tanto nel declinare l’offerta del re, il quale aveva proposto di collocare l’intera compagnia nei numerosi palazzi reali, adibiti proprio per quelle occasioni. Una scelta davvero stupida, secondo Vern: Donald avrebbe potuto fornire aggiornamenti costanti sull’avanzare delle indagini, essendo proprio a due passi dalla corte. Forse non voleva essere controllato in nessun modo, cosa che non aveva mai permesso a re Varayen. Vern era consapevole che Donald non poteva essere trattato come ‘uno degli altri’. Il Corvo, soprattutto dopo ciò che aveva fatto – e in particolar modo, al re in persona -, meritava più di chiunque altro un trattamento speciale, di favore. Ma meritava anche la libera scelta, stupida o meno che fosse.
Immerso nei pensieri, era arrivato ai piedi del mastodontico stendardo della compagnia. Vern non lo vedeva da tempo, ma non si era di certo dimenticato di quanto fosse imponente: il corvo nero pece, ricamato nella stoffa color sabbia, avvolto da ghirigori d’oro che quasi danzavano attorno alle robuste ali, era del tutto mozzafiato. Per un attimo, però, avrebbe giurato di aver visto un leggero movimento negli occhi del corvo. Ma Vern sapeva bene che con tutto quel caldo, un uomo avvolto dalla suggestione di un oggetto così significativo, poteva immaginare di tutto.
“L’accampamento è chiuso alle visite di curios…”
“Sarete voi curiosi di sapere che sono Mastro Vern, Primo Consigliere di sua Maestà, Difensore della Libertà, re Varayen I. Parlando proprio del re, sono qui sotto suo ordine speciale.” I due soldati si guardarono negli occhi, per poi farsi da parte e lasciare passare Vern.
“Giovanotti, siate gentili e conducetemi a chi è incaricato, in assenza del Corvo, di portare avanti l’impresa.”
“Oh, non ce ne sarà bisogno.” Mastro Vern si girò. Vide comparire una delle ragazze più belle che avesse mai visto. Era snella ma robusta, lungo la schiena le scendevano dei lunghi capelli mossi di colore nero. I suoi occhi erano ancora più scuri. Ma la cosa che più colpì il Primo Consigliere fu l’armatura che indossava. Era sicuro che fosse fatta d’acciaio. Roba molto notevole per una qualsiasi persona di quella statura.
“Sarah Dyrant al vostro servizio, Mastro Vern.”
“Donald non ci ha mai riferito di avere…”
“Mio padre custodisce molti segreti, che gli dèi se lo portino. Uno dei tanti è il perché abbia deciso di portarsi solo tre uomini con lui, non vi pare?”
Per essere la figlia di uno degli uomini dispersi, Sarah era piuttosto tranquilla.
“Oh, mi creda, ce lo stiamo chiedendo anche noi.”
“So che il re vuole parlarmi, Mastro Vern. È un peccato che abbiate fatto così tanta strada. Sarei venuta comunque da qui a poco.”
“E perché mai?”
“Voglio parlare con la bambina. Quando volete, Mastro. Fate strada.”
*
“Sarah Dyrant, sei al cospetto di ser Lucas Kermat, Primo Cavaliere del re, nonché capo della Guardia Reale.” Una montagna dorata torreggiava su di lei, gli occhi glaciali e il mento squadrato.
“Dyrant? Il Corvo non ci ha mai detto di avere una figlia.” Non era per niente contento di quella notizia. Per uno come lui, abituato a sapere tutto di tutti, un atto del genere era visto come tradimento.
“Ser Lucas. Vi lascio soli.” Mastro Vern se ne andò, portandosi dietro gli uomini della Guardia Reale. Sarah intuì che, prima di arrivare dal re, avrebbe dovuto subire un inutile interrogatorio.
“Signorina Dyrant, la prego di seguirmi.” E senza nemmeno ascoltare la risposta di Sarah, ser Lucas si girò, avviandosi con passo lento verso una delle tante diramazioni di corridoi presenti nell’atrio del palazzo reale.
La passeggiata fu lunga. Il castello era gigantesco, pieno di cortili, portici, giardini, aule, librerie e dormitori. Sarah non era a proprio agio e non le andava affatto a genio tutta quella perdita di tempo. Era rimasta serena quando aveva appreso la notizia della scomparsa del padre, ma non perché non fosse preoccupata. Ricordava gli insegnamenti di Donald, i suoi discorsi sul comando e sull’importanza di potersi fidare di un capo. Mai e poi mai avrebbe lasciato trasparire le sue emozioni quando era insieme ai suoi soldati. C’era il rischio di allarmare tutti quanti. E, come diceva il Corvo: ‘Una compagnia spaventata è una compagnia divisa.’
In effetti, aveva paura delle sorti del padre. Tutti quei massacri, tutte quelle morti e nessun colpevole, una sopravvissuta che non proferiva parola e una scritta col sangue sulla scena dell’ultimo delitto. Iniziava a pensare che suo padre si era sbagliato di grosso. Poteva scommetterci cento far, quella non era opera di uomini.
“Signorina Dyrant, si accomodi.” Sarah era stata così tanto assorta dai suoi pensieri che non aveva notato di essere entrata in una stanza molto grande. Doveva essere l’alloggio di ser Lucas.
“Ser Lucas, di cosa voleva parlarmi esattamente?”
“La vera domanda è un’altra, Signorina Dyrant.” Una voce proveniente dal lato sinistro della stanza la fece sussultare. Non si era accorta che, seduto su una poltrona più grande di una tenda del suo accampamento, vi era il re in persona. Si era distratta già due volte nel giro di pochi minuti. Non poteva permettersi di commettere questi errori, soprattutto in una situazione delicata come quella. “Perché mai il Corvo ha deciso di tenermi all’oscuro dell’esistenza di una figlia?”
“Vostra grazia.” Sarah fece un lieve inchino per poi ritornare in posizione.
“Sarah Dyrant sei al cospetto di re Varayen I, Difensore del…”
“Ser Lucas, suvvia. Tutto questo non serve.”
“Sire, ho bisogno…”
“No.” Con tutta la calma del mondo, il re aveva interrotto Sarah, la quale adesso era diventata paonazza. “Sarah Dyrant, non funziona così, sai? Tuo padre non ti ha insegnato come ci si comporta? Ti ho convocata qui per un motivo, non ti pare?” Il re scrutava con uno sguardo maligno la ragazza.
“Vostra grazia, sono al vostro completo servizio.”
“E lo sarai finché i colpevoli non saranno stati trovati. Se non fosse per la profonda stima che nutro per il Corvo, tu e la Compagnia vi sareste già ritrovati sulle rive del fiume. Tutto questo non accadrà, dico bene?”
Sarah era in difficoltà. Decise di annuire.
“Bene. Ser Lucas, proceda.”
Il Primo Cavaliere fece cenno di sedersi alla ragazza. Poi parlò. “Stamattina vi siete recati nel luogo del delitto. Cosa vi ha spinto ad allarmarvi così tanto?”
“Appena arrivati, abbiamo subito notato la scritta.”
“Quale scritta?”
“Recitava: ‘il medaglione brilla’. Era disegnata col sangue.”
“E dov’è questo medaglione?”
“È quello che ci stiamo chiedendo tutti, ser Lucas. Non abbiamo trovato tracce, nessuna pista. Tutto era al suo posto. Era come se non ci fosse stato nessuno.”
“Donald Dyrant ha portato con sé tre uomini. Chi sono?”
“Worn Surviun, Biarn Galiov e Ted Frost.”
“Quel Ted Frost?” Il re sembrava molto interessato.
“Sì, ser Lucas. Sono partiti due giorni fa e non sono più tornati.”
“Signorina Dyrant, ha qualche idea di chi o che cosa possa essere il colpevole?”
“Ser Lucas. Vostra grazia.” Sarah fece un respiro profondo. “Non ne ho la minima idea.”
“E con questo cosa vuole dire?”
“Che prima di saltare a conclusioni affrettate ho bisogno di vedere la bambina. Anzi, per essere più specifici, devo parlarci.”
Di nuovo, un ghigno spuntò sul viso del re. “Signorina Dyrant, di grazia, la bambina non parla con nessuno. Perché mai, d’improvviso, dovrebbe interagire con te?”
“Mio Signore, forse le domande che le sono state poste erano errate.”
“Signorina Dyrant, cosa vorrebbe insinuare?”
“Non voglio insinuare niente. So soltanto ciò che mi è stato riferito e, prima di agire, voglio capirci qualcosa io stessa.”
“E va bene. Se questo vi aiuterà con l’avanzare delle indagini… Ser Lucas occupati tu stesso di questa storia.”
*
La bambina era seduta sul letto, lo sguardo spento, le palpebre serrate. Ser Lucas aveva detto che non si era mossa da quando era arrivata a corte.
“Piccola mia…” Parole dette con un filo di voce. La creatura era messa molto male.
“Ser Lucas, mi auguro che l’abbiate fatta mangiare.”
“Non ha voluto.”
“Un uomo come lei non è riuscito a nutrire una bambina?”
“Sarah Dyrant, ti stavamo aspettando.” Persino Ser Lucas balzò. Una voce distorta, stonata aveva riempito di colpo la stanza.
“Piccola, chi mi stava aspettando?”
“Abbiamo atteso e pazientato. Il medaglione brilla, i frutti stanno per essere raccolti.” La piccola fissava qualcosa nel vuoto, come se stesse ascoltando qualcuno e ripetendo le parole che le venivano riferite.
“Cosa state aspettando? Il re è in pericolo, andate!”
“Signorina Dyrant, e quale sarebbe questa minaccia? Una bambina?”
“Sappiamo bene di chi può essere quella voce, ser!”
“Come diavolo fai a sapere a chi appartiene?” Il cavaliere sembrava molto turbato.
“Non c’è tempo. Mettete in sicurezza il re!”
Una piccola pausa. Il cavaliere, titubante, si era avviato verso l’uscita. Eppure, non aveva gradito il comportamento della mercenaria.
“In altre circostanze ti avrei ucciso per un affronto simile. Non azzardarti mai più a darmi degli ordini.” Ser Lucas uscì, sbattendo la porta.
*
“Donald Dyrant.” Una voce melliflua martellava nelle orecchie insanguinate del Corvo. Tutto intorno regnava il buio. Donald era seduto sul duro e freddo terreno roccioso, la schiena e le costole che pulsavano. Era stato disarmato della sua spada, di tutti i coltelli, i pugnali e della sua ascia. Non era in nessun modo legato. E ciò lo destabilizzava.
“Dove diavolo sei?” Il Corvo non riusciva ad accettare quella sconfitta. Era debole, inerme e solo. Stava iniziando a chiedersi dove fossero i suoi uomini.
“Umani. Stupidi, insignificanti esserini.” La voce si faceva più intensa. “Assetati di potere, di guerra, di morte e distruzione, ammaliati dall’illusione di controllo sulla vostra specie e sulle altre.”
Adesso attraverso l’oscurità si intravedeva un’ombra slanciata.
“Concezioni becere di cosa è il male, ma soprattutto di cosa non lo è. Come potrebbe una mosca, una formica, uno scarafaggio avere una tale consapevolezza?” Poi, in un istante, l’ombra scattò verso il Corvo, rivelando la sua pelle pallida e i suoi occhi rossi.
“Per tutti gli…” Il Corvo era esterrefatto. Mai e poi mai nella sua vita avrebbe pensato di incontrare ancora una volta uno dei Residenti. Non era possibile. Erano stati sconfitti, tutti loro. Il Corvo li aveva eliminati tutti.
“Ser, ne vedrete delle belle.” Donald sentì dei grossi pesi sulla sua testa. Un dolore straziante lo lasciò senza respiro. Poi, vide una luce. Decise di assecondarla. Il corpo si accasciò a terra provocando un tonfo sordo che rimbombò lungo le pareti rocciose della caverna. Il cuore del Corvo aveva smesso di battere.

 

Racconto di Simone Paggetti.