Mi sembra ancora di sentire le loro urla. Molte di conoscenti, tante di sconosciuti.

John era sempre stato un tipo mattiniero. Non gli capitava spesso di andare a dormire tardi durante il periodo scolastico e gli piaceva avere tutto il tempo per prepararsi. Si svegliava sempre da solo, odiando ogni singolo suono che il suo cellulare fosse in grado di produrre prima delle dieci. Faceva una doccia veloce, si vestiva e prendeva lo zaino preparato il giorno prima, credendo di essere uno dei quattro esseri umani a farlo ogni giorno. Scendeva al piano di sotto, dove la cucina lo chiamava per preparare la colazione. Non gli piaceva stare dietro i fornelli, ma gli piaceva mangiare, come la soddisfazione di quando assaggiava il cibo da lui preparato e si correggeva cose a cui molti non avrebbero fatto caso, come il dosaggio del sale in pizzichi.
Quel giorno, però, avrebbe dovuto fare i conti con il suo caro e poco loquace nuovo coinquilino, che non aveva dato l’impressione di voler fare grandi chiacchiere a colazione. La sera prima aveva provato ad invitarlo a cena, ma aveva rifiutato bruscamente dicendo solo di non aver fame.
Prese una padella e mise a scaldare un po’ d’olio, domandandosi se ne avesse messo troppo poco. Spostò la pancetta e le uova dal frigo al piano di fianco la padella e accese la macchina del caffè e la televisione, impostata su un canale che mostrava un telegiornale mattutino. La caraffa di vetro temperato e plastica cominciò a riempirsi solo quando la colazione iniziò a lasciarsi cuocere.
-Buongiorno.- salutò Hei con voce poco cordiale, uscendo dalla sua stanza. I capelli erano bagnati e gli abiti pieni di pieghe. Aveva indossato una felpa scarlatta sopra la maglietta nera, accompagnate da un paio di jeans.
-Buongiorno.- ripeté cordiale chinando leggermente il capo mentre strapazzava le uova. -Stavo cucinando anche per te. Non è rimasto molto in frigo.-
Il ragazzo guardò i fornelli stupito, allungando un sorriso. -È da parecchio che qualcuno non cucinava per me.- ridacchiò sedendosi su uno degli sgabelli e avvicinandosi al tavolo della cucina. -Non ti ho sentito scendere.-
-Be’, io mi sveglio sempre intorno alle sei e mezza, mi faccio una doccia e scendo per la colazione. A tal proposito, non parlare troppo forte in questo orario: la signorina Sheppard si sveglia molto tardi. Dice che dormire molto la tiene giovane e bella, o qualcosa del genere.-
-Io mi sveglio alle cinque.- spiegò guardando la televisione.
-Cosa?!- domandò incredulo. -Come fai?-
-Se te lo dicessi non mi crederesti.- sorrise senza distogliere lo sguardo dallo schermo. La notizia era un rapper inglese che aveva venduto parecchi CD musicali e raggiunto il maggior numero di visite su un video di una sua canzone.
-Io faccio tutto per i miei fan.- spiegò la voce dalla televisione. -Quando canto lancio sempre delle scintille e l’energia che sento… è come se fossimo tutti una cosa sola… riesco a sentire il battito di ognuno del pubblico come se fosse il mio.-
-Possiamo spegnerla?- domandò perdendo il sorriso, senza però distogliere lo sguardo dallo schermo.
John afferrò il telecomando e spinse i pulsante rosso, facendo sparire l’immagine dell’ultimo concerto. -Allora tu hai praticato…- constatò versando il contenuto della padella in due piatti. -So che non sono affari miei ma… sono curioso. Cosa facevi?-
-Kung fu.- rispose incerto quando la colazione gli arrivò davanti. -Ero in un…a scuola, in Cina.-
Il ragazzo si sedette di fronte all’altro, sgranando gli occhi appena sentì il luogo. -E perché sei uscito?-
-Motivi personali, una storia lunga.- rispose battendo le mani due volte e facendo un piccolo inchino sul piatto con i palmi ancora uniti prima di cominciare a mangiare.
-Ed… eri bravo?- domandò titubante, incerto se fare altre domande fosse una buona idea.
-Discreto…- commentò facendo una smorfia. -Non sono andato molto in là, sono rimasto lì dentro solo sette anni.-
-Solo?!-
-Sì… solo.- rispose quasi confuso. -Da dove vengo io in sette anni si acquisiscono le basi.-
John notò qualcosa nel tono di voce che Hei usava per raccontare: era spento e leggermente seccato, un tono che si usa quando si parla di qualcosa a cui non si vuole neanche pensare. D’istinto sorrise. -Andiamo insieme a scuola? Non è molto lontana, possiamo andarci a piedi, io lo faccio tutti i giorni.- propose sorridendo ed alzandosi. Hei lo guardò per qualche istante, non sapendo cosa pensare di quel ragazzo che gli appariva così strano. Sembrava voler davvero far amicizia con lui.
-A me non piace molto camminare…- borbottò, abbastanza piano da non farsi sentire.

Lei era affacciata alla grande finestra alle spalle del preside. Guardava il cortile della scuola popolarsi lentamente di studenti, arrivati in anticipo per un motivo o per un altro.
-L’arrivo di Hei’an Kuroshi è fissato per oggi?- domandò con poco interesse, senza muoversi di un millimetro. Il preside, con le dita delle mani intrecciate portate sull’addome, teneva la schiena ben stesa sullo schienale dell’alta poltrona in pelle, direzionando lo sguardo immobile verso il giovane con la giacca scura in cuoio borchiato.
-Sì, ieri è arrivato all’abitazione della signora Sheppard.- rispose il ragazzo con le mani in tasca. Sapeva chi fosse la ragazza con cui stesse parlando, ma nonostante questo il suo tono era molto rilassato.
-Avete scoperto cosa teneva nelle sue valige?-
-Aveva un solo borsone, ma non siamo riusciti ad analizzarlo. Abbiamo stimato pesasse più di dieci chili.-
-Non mi interessano queste informazioni inutili.- tagliò corto lei prendendo un profondo respiro. -A me interessa chi è. Perché ha accettato la borsa di studio? Cosa sa fare veramente? Dove lo ha imparato?-
-A me non sembra tanto forte.- commentò lui facendo spallucce.
-Ha battuto cinque studenti della nostra scuola di Singapore.- puntualizzò lei.
-E quindi?- domandò ancora il ragazzo.
-Erano i migliori di quella succursale.- si intromise il preside.
-Ok, era migliore di…-
-Contemporaneamente.- concluse la ragazza, portandosi le mani dietro la schiena e tenendosi le dita della sinistra con la destra. -È forte, non ci servono i tuoi commenti. Voglio vederlo in azione, questo è un mio ordine.-
Il giovane si tolse le mani dalle tasche e fece un inchino. -Devo scegliere io la modalità della prova?- domandò con lo sguardo fissato contro le mattonelle del pavimento.
-Prendi qualcuno dei tuoi. Cinque in totale, uno con un’arma bianca non letale. Il luogo sceglilo tu, ma deve essere all’interno dei confini della scuola, non voglio che le autorità vengano a mettere il naso.-
Lui attese qualche secondo prima di indietreggiare a piccoli passi, senza sciogliersi dal suo inchino. Non ci volle molto perché uscisse dallo studio del preside, lasciando i due soli.
-Ti spaventa?- domandò l’uomo. Fece fare un giro alla sedia con un colpo repentino della gamba contro la scrivania, ritrovandosi di fronte la ragazza, che gli dava le spalle.
-Non lo so.- sussurrò. -Devo vederlo con i miei occhi.-

-Sembri… spiazzato.- commentò John. I due erano appena arrivati al cortile della scuola quando Hei aveva cominciato a guardarsi intorno come se fosse la sua prima volta in un giardino.
-Ci sono parecchie persone…- osservò senza smettere di fissare ogni minimo particolare. -E poi non c’era l’erba nel cortile della mia… scuola.-
-Be’, smettila in ogni caso. Ci stanno osservando tutti.-
-Non stanno osservando noi, ma la persona alle mie spalle.- Hei spinse via John con poca forza, facendolo inciampare sul prato poco distante dal marciapiede che stavano percorrendo.
Nello stesso istante Henry aveva preso la mira ed era pronto a colpire. Mentre i suoi compagni lo raggiungevano, il suo compito era quello di colpire il nuovo arrivato con una mazza da baseball alle spalle, all’altezza delle scapole. Un secondo dopo l’arma bianca non letale aveva colpito il suo obiettivo, e nei pochi attimi successivi si frantumò, spezzandosi a metà e lasciando numerose schegge per terra. Hei non si era mosso di un millimetro, come se sulla sua schiena si fosse posata solo una farfalla di modeste dimensioni. Henry osservò con occhi sgranati la metà della mazza che gli era rimasta tra le mani tremanti, poi spostò lo sguardo su Hei, guardandolo dal basso verso l’alto, prima di scappare a gambe levate. Il ragazzo non lo guardò, i suoi occhi erano puntati su altri quattro che, per quanto possibile, cercavano di non dare nell’occhio. Speravano di passare inosservati, di mascherare le intenzioni di pochi secondi prima che, adesso, erano completamente svanite. -Tu… hai la pelle d’acciaio?- domandò John. Si era voltato sulla schiena e fissava l’amico dal basso verso l’alto, non sapendo cosa pensare.
-No, è lui ad essere un pessimo battitore.- rispose con semplicità porgendogli una mano per aiutarlo a rialzarsi. Non appena John la prese, si accorse di un dettaglio che lo lasciò interdetto: non sembrava essere stupito o confuso, e non si stava domandando il come mai di quell’attacco. Una volta di nuovo in piedi ne ebbe la conferma: qualsiasi cosa avessero organizzato non poteva funzionare con uno come Hei, e tale conferma la ottenne semplicemente guardandolo negli occhi.
-Non… ti fa male?- domandò raccogliendo lo zaino, più per chiedere conferma che per altro.
Il ragazzo scosse la testa. -Lo conoscevi?-
-Si chiama Harry, o Henry… è del terzo anno, se non ricordo male. È uno di quelli appena entrati nel consiglio disciplinare.-
Hei si mise le mani nelle tasche dei pantaloni (non ancora abituato ad avere tasche nei pantaloni), ricominciando a camminare verso l’entrata dell’edificio. -Il consiglio disciplinare è quello che picchia chi non pratica arti marziali?-
-Ehm… più o meno…- borbottò abbassando lo sguardo e fissandosi le scarpe, imbarazzato. Aveva un sorriso spento, come per rendere la cosa meno tragica. -Tu come lo hai capito? Ha praticato il giusto di karate e judo?-
-Ieri tendevi a tenere il peso sulla gamba sinistra mentre parlavamo, inizialmente ho pensato fossi naturale ma stamattina ti ho visto cucinare tenendo la forchetta con la destra e, capito che non lo sei, ho pensato che, ad occhio e croce, una settimana fa qualcuno ti avesse tirato un calcio sullo stinco destro.- Hei si indicò la parte interessata, come se John non sapesse cosa fosse una gamba. -Quando mi sono girato ho visto la gamba sinistra libera, con il peso del corpo scaricato tutto sull’altra. Harry, o Henry, è mancino, ed il suo piano era darmi un calcio, probabilmente all’altezza del quadricipite, dopo avermi colpito con la mazza. Lo stesso calcio che ha dato a te meno di una settimana fa.-
-Straordinario!- esclamò fermandosi all’entrata. Nel corridoio alcuni studenti si voltarono a guardare i due, attirati dall’alto volume usato dal ragazzo.
-Figurati è banale.- tagliò corto Hei facendo spallucce, riprendendo a camminare. Prese dalla tasca della felpa un bigliettino ben piegato. “Primo piano, primo corridoio a sinistra, armadietto numero 379”. Era stampato in inchiostro nero su carta da fotocopie e gli era stato consegnato dall’uomo paffuto non appena arrivato all’aeroporto di New York, all’interno di una grande busta da lettere insieme ad alcuni moduli che aveva compilato quella stessa mattina. Almeno ufficialmente, lui non aveva genitori. -Sai dov’è?- domandò a John mostrandogli il biglietto.
-Sì, è vicino il mio. Seguimi.-