Era notte. E il fumo rendeva quel momento ancora più oscuro, affinché non potesse mai essere cancellato dal mio cuore o dalla mia mente. Non sarei mai riuscito a dimenticare.

Mai.

 

Tutto quello che aveva visto fino a quel momento non aveva fatto altro che infastidirlo. Sapeva quale fosse la moda del momento, ma vedere così tante persone con quegli abiti gli faceva solo venir voglia di imbucarsi in un aereo di ritorno verso la Cina.

Anche la strada non migliorò minimamente la situazione, mostrandogli ancora più persone con divise di scuole di arti marziali con grandi nomi stampati sulle maglie e decisamente troppo commerciali. Il finestrino dell’auto proiettava il suo riflesso nitido e semitrasparente sul marciapiede della piccola via a senso unico, dove non sarebbe voluto rimanere un secondo di più. Nonostante questo suo desiderio la macchina rallentò andando a parcheggiarsi su un lato, in un posto lasciato libero di fianco il marciapiede, permettendogli così di capire, con una certa semplicità, di essere giunto a destinazione. Forse l’uomo al volante aveva cominciato a parlare, ma lui non stava ascoltando e l’interesse verso quelle parole era minimo e trascurabile. Senza un ordine o chiedere il permesso aprì lo sportello, inspirando a pieni polmoni l’aria sporca contaminata dal cemento e da tutto quello che l’uomo può fare per non rinunciare alle proprie comodità. Il volto si deformò in una smorfia di disgusto, mentre un orecchio abbandonava la musica ad alto volume dell’auricolare per lasciare spazio ai suoni del quartiere che, esattamente come tutto il resto, non era di suo gradimento.

-Ce la posso fare…- sussurrò attento a non farsi sentire dal signore paffuto che gli passò davanti, diretto al bagagliaio.

-Se mi permetti, non ho mai visto uno studente del quarto anno con un solo bagaglio.- ridacchiò afferrandolo e sbattendo lo sportello con poca cura. -Spero che tu possa trovarti bene.- sorrise poi porgendogli il borsone.

Hei lo fissò per un istante da capo a piedi, abbastanza veloce da non essere notato dal signore panciuto. Meccanicamente, ormai senza più chiedere consenso, il suo cervello aveva visto almeno una ventina di modi per ucciderlo. Nessuno di quelli era divertente, visto che non avrebbe reagito in nessun caso. Di certo non era un avversario alla sua altezza, visto che non sembrava aver mai praticato neanche uno sport per più di un mese di fila. -Grazie.- disse semplicemente dopo in sospiro impercepibile.

-Ah, il preside mi ha chiesto di avvertirti: circa il novantotto percento degli studenti pratica arti marziali. Ti consiglia di iscriverti ad una scuola, ma se hai avuto una borsa di studio completa suppongo tu venga già da qualche palestra.- commentò poi, osservando la porta d’entrata. Era nera e dispersa in una parete grigia chiaro, ben distante dalle altre e vicina solo alle finestre sopra di essa. La casa, in compenso, doveva essere molto spaziosa.

-Sì… qualcosa del genere.- commentò osservandola per qualche secondo.

Entrò quasi di fretta, forse perché lo aveva trovato irritante fin dal primo secondo con il suo fare fin troppo premuroso nei confronti di sconosciuti. Le chiavi, ricevute pochi minuti prima, finirono nella tasca della felpa, non essendo ancora abituato a quelle presenti nei pantaloni. I suoi non avevano mai avuto tasche, di nessun genere. Staccò anche il secondo auricolare, arrotolando le cuffie e mettendole nel borsone con poca cura.

-Ragazzo?- domandò una voce di fronte a lui, facendogli alzare lo sguardo. Una signora ossuta, bassa, anziana e sorridente, dagli arruffati capelli arancioni, lo attendeva alla fine del corridoio, non molto distante dal sottoscala. -Kuroshi, dico bene?-

-Sì… ho… i documenti… proprio qui.- borbottò frugando nel borsone, estraendoli. -Sono qui per la camera. Il liceo dovrebbe aver già effettuato tutto il resto.-

-Oh sì.- sorrise con fare rassicurante, avvicinandosi. -Se vuoi ti mostro la casa. Hai solo quella?-

-Sì, devo… comprarmi dei vestiti nuovi…- improvvisò lui in risposta.

-Quella è la mia parte di casa. Voi starete al secondo piano, è lì che sarà la tua stanza…-

-Voi? Ho chiesto esplicitamente di non avere coinquilini.- ribatté infastidito.

-Io offro solo due camere per gli studenti, se il tuo obiettivo era avere il minor numero di contatti possibile con i tuoi compagni, non credo ti potesse andare meglio.- rispose lei salendo le scale. -Qui c’è il salone, e qui la cucina. Potete attrezzarvi per mangiare insieme, anche se penso che tu preferisca cenare in camera… da solo.-

-Decisamente.- confermò guardandosi intorno. Il salone non era molto spazioso, ma in compenso si mostrava parecchio confortevole. Due poltrone erano indirizzate verso il camino, illuminate da due grosse ed alte finestre. Una era in pelle nera, l’altra sembrava quasi essere d’epoca, in tessuto rosso cremisi. Alla sinistra delle scale c’era la cucina, grande circa la metà del salone.

-Di qua c’è il bagno.- disse aprendo una porta e facendolo voltare. -E qui, in fondo al corridoio… la tua camera da letto. Leggermente più piccola di quella al piano di sopra, ma da dove vieni tu suppongo non ti facessi questi problemi.-

Il ragazzo si fermò di colpo, facendo poi un passo indietro per guardarla gli occhi color mare. -Io… non credo di capire…-

-Io lo credo benissimo.- ridacchiò lei.

-Come lo sa?-

-Ho novantuno anni, non credere di essere il primo… come te ad entrare in casa mia.-

Lui attese qualche secondo, pensieroso e confuso, non sapendo dove posare lo sguardo. -Sì ma… io sono… insomma… solo un maestro sarebbe in grado di capirlo da… lei chi è?-

-Sono la signorina Sheppard, ma con un po’ di tempo potrei anche permetterti di chiamarmi Margaret, e sono la padrona di casa, non pensare neanche un secondo che diventi la tua governante. Il tè si prende in cucina da me alle cinque in punto, salvo imprevisti, e non accetto ritardatari.- disse avviandosi verso le scale. -Ah, ragazzo.- chiamò alla fine del piccolo corridoio, facendogli dare le spalle alla sua stanza. -C’è un motivo se in molti lasciano quella stanza dopo meno di una settimana, e posso assicurarti che non è il coinquilino. Fai qualcosa in questa casa che non approverei e ti assicuro che nessuno stile, come li chiamate voi giovani, ti proteggerà.-

Le parole erano uscite con un certo peso dalle sottili labbra taglienti, il peso che lui conosceva benissimo e che adorava. Solo altre cinque persone erano riuscite ad usare quel tono con lui, e non credeva ce ne sarebbe stata un’altra. -Io preferisco il termine filosofia, ma il suo messaggio mi è giunto forte e chiaro.- sorrise in risposta.

-Benvenuto al 937 di Nomentan street.- concluse la signora scendendo le scale.

Lui si voltò verso la stanza. Un letto, una finestra, una libreria, una scrivania ed un armadio. Oltre la metà di quelle cose non le aveva da più di cinque anni. -Scusa, ti ho sentito salire.- Lasciò la borsa sull’entrata e si voltò ancora. -Io sono del piano di sopra.- spiegò un ragazzo abbozzando un sorriso ed avvicinandosi con titubante. -Tu sei…-

-Hei.- si presentò senza accennare ad un sorriso, squadrandolo da capo a piedi. Era un ragazzo nella norma come ne aveva visti a dozzine, con capelli castani ordinati ed un fisico snello e per nulla allenato.

L’altro ridacchiò leggermente. -Soltanto Hei?-

-Sì. Soltanto Hei. Se vuoi chiamami Hei’an, se no fa come ti pare.- rispose infastidito, dando una spinta al borsone con il piede ed entrando nella stanza.

-Io sono John.- disse velocemente, fermandolo dal chiudere la porta. -John Lans.-

-Non ti prendevo in giro, il mio nome è Hei’an Kuroshi.- ridacchiò incrociando le braccia ed appoggiandosi alla parete del corridoio, puntando l’altra spalla alla cucina e la schiena alla sua camera.

-Be’… non sembri cinese o…-

-Mia madre è giapponese, mio padre inglese. Io somiglio a mio padre.- spiegò sbrigativamente. -Tu vai alla Old-Oak, giusto?-

-Sì.- confermò tirando un sorriso. -Anche tu immagino.-

-Già, ma tu hai tirato ad indovinare.-

-Pure tu.- ribatté avvicinandosi.

-Oh no, tu lo sbandieri ai quattro venti. Livido sul polso e trauma di primo grado al ginocchio destro…-

-Non esistono i traumi di primo grado.-

-Solo perché li ho inventati io, i nomi che usano i medici sono stupidi, lunghi e difficili da ricordare. Essenzialmente ti hanno picchiato, ad occhio e croce lo fanno a giorni alterni e l’ultima volta è stata l’altro ieri. Questa volta probabilmente sei riuscito a correre più velocemente di loro.-

-Scusa ma tu come lo sai?- domandò quasi infastidito, abbassando la manica della felpa fino a coprire tutta la mano.

-Ne ho prese abbastanza da capire cosa succede al corpo quando lo picchi a giorni alterni da… un anno e mezzo?-

-Questo è inquietante.- commentò voltandosi.

-Hai praticato due mesi di karate, uno di judo e uno di krav maga, sul serio, chi ti ha consigliato il krav maga?- chiese disgustato. -Se conosci gli allenamenti sai anche cosa succede al corpo, essenzialmente è un po’ come fare le addizioni.-

-Ma… come capisci la differenza?-

-Di solito in combattimento, ma non credo che tu saresti in grado di combattere contro di me, o contro qualcuno in generale… tipo un gatto.-

-Tu puoi insegnarmi?- domandò speranzoso, fissando Hei con occhi sognanti.

-Prego?-

-Questa cosa l’ho vista fare dai maestri. Quindi tu lo sei per forza. Ti guardano e ti dicono un sacco di cose. È vero che riesci a vedere i muscoli e l’energia che ci passa dentro?-

Hei ridacchiò. -Temo di non poterti aiutare, sono arrivato solo alla terza… niente…-

-Non pratichi più?-

-Qualcosa del genere.- rispose dopo un lungo respiro. Si staccò dalla parete con lo sguardo puntato verso il basso. -Io non sono più abituato a mangiare in compagnia, non aspettarmi per cena.- disse entrando in camera e chiudendo la porta.

“Cosa avrei dovuto dirgli? La verità? Lui sarà come tutti gli altri, con un amore per il chi, smanioso di controllarne l’energia e ammaliato da questa moda del cazzo. Troppo debole per seguire i suoi obiettivi, aggiungerei. Calmati, domani è un altro giorno, e lui non lo incontrerai più.” pensò tra sé e sé con una tale intensità da credere di averlo detto ad alta voce.

Aprì il borsone, per poi lanciare sul letto gli abiti appallottolati in fretta e furia. Solo alla fine un paio di pantaloni, una maglia ed una cintura erano perfettamente piegati e stirati, posti con cura sopra un piccolo zainetto nero e scarlatto. Gli abiti curati trovarono posto sotto il materasso, mentre la borsetta venne aperta ed il suo contenuto sistemato con cura su un ripiano dell’armadio. La stanza per lui era già pronta, non gli serviva molto altro. Per un attimo aveva pensato di allestire tutto sulla scrivania, ma chiunque sarebbe entrato gli avrebbe fatto molte domande. Domande a cui lui non voleva rispondere.

Scostò i vestiti e li lasciò cadere a terra, per poi sdraiarsi sul materasso. Era comodo. Troppo comodo. Era passato un mese, e la sua testa non accennava ad andare avanti. Rimaneva a quel momento, come se volesse rendere quelle promesse più difficili di proposito.