Le radici della distopia

Il nome “distopia” fu coniato nel 1868 dal filosofo britannico John Stuart Mill; egli si basò sul concetto di utopia, ossia il non luogo, dove tutto è come dovrebbe essere. La distopia è l’opposto dell’utopia, dove tutto è contrario a come dovrebbe essere; scopo del genere distopico è la negazione aprioristica che il progresso possa unicamente apportare benefici all’umanità. Gli argomenti trattati risultano essere di attualità, sebbene il contesto sia distante nel tempo e nello spazio.

Da secoli, infatti, si profetizza la venuta di un’era in cui l’umanità sarà costretta a vivere in condizioni disperate, un’epoca in cui il pianeta non sarà più in grado di sostenere la vita come ha sempre fatto a causa dell’inquinamento, della guerra o di una catastrofe che ne comprometterà le sue funzioni.

La rappresentazione delle paure e della perdita di speranza in un futuro migliore hanno dato vita al genere distopico.

La prima opera a carattere distopico è Le monde tel qu’il sera del 1845, di Èmile Souvestre, che descrive il mondo dell’anno 3000 che, a causa della rivoluzione industriale, sarà prosciugato da ogni forma di moralità e individualità.

Nella narrativa distopica, le tematiche affrontate spaziano tra la progressiva perdita d’ideali e valori morali fino alla reificazione della concezione dell’essere umano (la massificazione, l’uguaglianza forzata, l’uso esasperato della tecnologia, ecc.); la vita umana è vissuta come qualcosa di sgradevole e spaventosa, chiusa all’interno di una società aberrante. Non esiste speranza, solo la triste consapevolezza di un futuro che può unicamente peggiorare.

I benefici che la meccanizzazione, la scienza e il progresso credevano di poter elargire, non solo perdono il loro valore, ma vengono visti come fattori di privazione e alienazione.

L’uomo si sente svuotato del suo significato perché una macchina sa fare meglio e più rapidamente di lui lo stesso lavoro; la meccanizzazione è vista come ostacolo insormontabile che manipola le esistenze e mette in competizione gli uomini, costringendoli a un compromesso al ribasso nella lotta per la sopravvivenza.

La macchina non agisce in funzione dell’uomo, bensì è l’uomo a dover meccanizzare la propria esistenza, scandendo la propria giornata secondo ritmi e orari prestabiliti.

Ne è un esempio The Machine Stops del 1909 di Edward Morgan Forster, in cui descrive un’umanità completamente asservita alle macchine: se queste dovessero fermarsi, il declino della razza umana sarebbe irreversibile.

Un altro elemento caratterizzante della distopia è rappresentato dall’estremizzazione delle ideologie politiche; stati (o addirittura interi continenti) dominati da regimi totalitari che imprigionano i propri cittadini mediante subdole forme di controllo fisico e mentale. Al termine del secondo conflitto mondiale, il bersaglio principale di molte opere a carattere distopico diviene la dittatura comunista.

Nel 1932 viene pubblicato il romanzo di Aldous Huxley Brave New World, in cui viene espressa una forte critica alla categorizzazione umana (l’umanità è suddivisa in gerarchie insormontabili concepite su base genetica e tutta l’esistenza è rigorosamente pianificata).

L’opera principale di George Orwell, 1984, in cui lo slogan “Il Grande Fratello ti guarda”, denota i pericoli e le insidie della dittatura comunista (di cui il “socing”, ossia il socialismo inglese ne è l’emblema), giungendo all’obiettivo di dominare ogni aspetto della vita umana.

 

Regimi totalitari e post apocalittico, i macro-filoni

Il genere distopico è ambiguo: se da un lato può essere considerato uno dei filoni fantascientifici, dall’altro può descrivere innumerevoli scenari fantapolitici in cui regimi totalitari, gerarchie religiose, corporazioni high tech o intelligenze artificiali detengono il potere assoluto sulla razza umana.

Totalitarismo

I totalitarismi distopici sono caratterizzati dai seguenti fattori:

  • È impossibile mutare le gerarchie e le caste sociali.
  • Il conformismo è la massima virtù, qualunque tentativo di dissenso e affermazione della propria individualità è violentemente ostracizzato.
  • Lo stato (o la casta dominante, corporazione high tech o congrega religiosa) è rappresentata da un leader supremo (talvolta puramente concettuale) oggetto di adorazione e devozione delle masse.
  • La propaganda è lo strumento principale dei regimi totalitari e impone un unico modello di vita ritenuto il migliore in assoluto e l’unico conforme alle regole.
  • Esistono organi di controllo (polizia segreta o dispositivi tecnologici) che sorvegliano costantemente i cittadini, possono manipolare le menti e fare uso della tortura per ristabilire l’ordine. La legge marziale ha sostituito la legge ordinaria.
  • Ogni legame con la natura è stato spezzato e la vita fuori dai confini dello Stato è vista con timore e ribrezzo.

Post apocalittico

Se la fantapolitica era il tratto saliente del genere distopico del diciannovesimo e della prima metà del ventesimo secolo, a partire dalla fine del ’900 e l’inizio del 2000 il genere post apocalittico ha acquisito sempre più importanza, spaziando dalla letteratura a opere televisive e cinematografiche.

Gli elementi salienti delle opere post apocalittiche possono essere classificati:

  • Una catastrofe sconvolge il pianeta Terra, sterminando quasi tutte le forme di vita e riducendo drasticamente la popolazione umana.
  • Il livello tecnologico precipita al punto che la società ritorna a modelli e archetipi primitivi, sebbene possano comparire relitti tecnologici appartenuti a epoche precedenti.
  • Le risorse disponibili sono ridotte e molte (vegetazione, acqua, ecc.) sono avvelenate o contaminate; la lotta per la sopravvivenza è il fondamento delle relazioni umane, ci si allea o si convive unicamente per reciproca convenienza.
  • Gli aggregati umani sono riconducibili a clan o a società semplificate in cui vige la legge del più forte; leader spietati conducono i loro sottoposti a combattere contro altri clan per accaparrarsi le loro risorse.
  • Tra le forme di vita superstiti possono comparire mutazioni dovute ai cataclismi o a esperimenti o all’uso di armi chimiche, batteriologiche o atomiche; i mutanti sono in genere ostili ai sopravvissuti e alle forme di vita precedenti la catastrofe e rappresentano, seppur involontariamente, l’arroganza del genere umano nei confronti delle leggi della natura.

Occorre precisare che, nella maggior parte dei casi, l’elemento catastrofico è di origini terrestri o comunque non dipende da un atto ostile compiuto da una civiltà aliena (l’esempio più immediato è un meteorite che, schiantandosi sul suolo terrestre, scatena un’estinzione di massa); l’uomo è quasi sempre responsabile della distruzione del suo stesso mondo ed è responsabile della propria regressione a individuo selvaggio e brutale che fa scempio di chiunque gli capiti a tiro pur di sopravvivere.

Nonostante le condizioni disperate in cui vive, l’essere umano sembra essere incapace di apprendere dagli errori del passato e mostri la sua totale incapacità nel concepire modelli di società solidali grazie ai quali è possibile affrontare con spirito pioneristico le avversità del mondo.

 

Arti visive e Distopia

Il mondo cinematografico ha prodotto o ha attinto dalla letteratura fantascientifica innumerevoli serie di matrice post apocalittica o comunque appartenenti alla distopia: da Terminator, a Blade Runner, da V per Vendettta, a Mad Max fino a Hunger Games o Divergent.

Sul fronte dell’animazione la produzione è altrettanto ricca: Akira, Ken il guerriero, Conan, il ragazzo del futuro, Ghost in the Shell, Ergo Proxy, Guilty Crown, Steins;Gate, la trasposizione cinematografica della trilogia di Project Itoh e molti altri.

 

Apocalisse e distopia nel mondo contemporaneo

Ancora una volta, la fantascienza sembra aver previsto il destino della razza umana: l’attuale periodo storico è caratterizzato da fattori talmente catastrofici e aberranti che sembrano prendere ispirazioni dalle opere più fataliste e non si intravede una via di redenzione o miglioramento delle condizioni di vita, sia umane che del pianeta.

Il genere distopico contemporaneo non può che denunciare la costante influenza dei social network e dell’immenso giro d’affari che ruota attorno a loro. Volendo addentrarsi nei meandri più oscuri del genere, la cessione (spesso spontanea) dei propri dati, la compravendita e la manipolazione di questi ultimi è stata trattata da opere letterarie.

Ne è un esempio “La vita riflessa” (Bompiani, 2018) di Ernesto Aiola, in cui Greg e Marco, soci in affari, ideano un nuovo social network (Narcyssus, ribattezzato in Twins), la cui peculiarità è la presenza di un’intelligenza artificiale che permette di far “vivere” il profilo creato indipendentemente da chi li ha creati. Le conseguenze di una simile IA, che continuerà a far esistere i profili nonostante la morte dei loro creatori, porterà a conseguenze alienanti e aberranti (come il distacco tra corpo reale e cervello, o il dilemma di che cosa rimarrà dopo la morte dell’individuo).

La narrativa post apocalittica illustra come la catastrofe possa non essere unica (può a sua volta essere originata da diversi fattori scatenanti o divenire essa stessa il preludio di una serie calamità che flagelleranno il pianeta negli anni a venire). L’effetto domino denunciato da molte opere post apocalittiche passate e recenti trova terreno fertile nella cosiddetta “impronta ecologica” umana; basti pensare alle reazioni a catena causate dall’inquinamento e dall’erosione di risorse sono dovute all’incapacità di cambiare stili di vita nocivi all’ambiente e all’uomo).

Ne è una prova l’aumento in intensità e frequenza di calamità naturali (uragani, tifoni, eventi atmosferici estremi, ecc.), la desertificazione, l’inaridimento dei suoli, le mutazioni climatiche irreversibili che stravolgono ritmi biologici e alterano il ciclo stagionale e, in ultima istanza, nuove pandemie.

Come narrato in diverse opere post apocalittiche, l’umanità non sembra essere consapevole dei propri errori o, nel caso in cui lo sia, assume il ruolo di complice degli esiti tragici delle proprie azioni.