Come si da forma ad un pensiero?

Voglio dire, come trasporti fuori da te qualcosa che esiste solo in potenza, dentro ad un rifugio coriaceo solo in intenzione, ma di fatto assente in essenza e in concretezza. Un pensiero è lì, ti dilania, ti offende, ti giudica. Un pensiero è figlio della bramosia, della gelosia, della parte beghra del tuo essere. Un fluire ischido di fili roschi che parte dal di dietro della tua mente e finisce con l’andare in davanti. In davanti, come il nostro mondo, un mondo alla deriva nel cosmo severo e indifferente. Una paura.

Non. Voglio. Morire.

abha abha abha abha abha

rrrrrr……

Forse converrebbe fare un diario?

Che cosa sto scrivendo a fare? Che cosa devo fare?

Che cosa amo a fare?

Non lo leggerà mai nessuno, nessuno, nes s s u no.


C’ho riflettuto un sacco. Davvero, è credo che, in fondo, non ci sia nulla di male in questo. Ci sarà un momento in cui questo diario, come ogni altra cosa, sparirà, pertanto mi sono chiesto molte volte, che senso ha lasciare un lascito, se non ci sarà nessuno a cui dovrà essere lasciato? Si, non tutti sono sicuri che il nostro mondo finirà tra trentasei cicli.

 

Se solo gli animi potessero parlare.

Se solo i tardivi potessero vedere.

Se solo la mia notte potesse morire.

Allora fresco starebbe il lascivo nel

ricordare quanto valeva la sua

attenzione

 

Che poi io non ci ho mai capito niente di questa poesia, però boh, mi piace.

rererererererere.


Stamattina ti ho vista, la tua pelle ha cambiato colore, ma eri bella come la prima volta. Lexira.

Non ti dimenticare.


18 Dol dal Ghaelrin, mattino.

Ho ripreso in mano questo diario dopo 6 cicli e, nonostante io continui a non vederne il senso, ho deciso di scrivere qui i miei pensieri e la mia storia, quanto meno se qualcuno, per qualche motivo a me sconosciuto, dovesse entrarvi in contatto, saprà.

Mi chiamo Ehlidor Mhalahret e vivo in un mondo alla deriva.

Il nostro pianeta non è ancorato a nessuna stella e vaga nello spazio profondo sin da quando io ne abbia memoria. Da quel che so, la razza Khelriana nacque che il mondo era già così, ed io non sono mai stato un grande appassionato di storia per quel che mi riguardi.

Esisto dal 7980esimo Virkhet e mi sono da poco laureato. Avevo una vita riempita di speranze, sogni e progetti.

Empira è visibile oramai da circa 8 cicli. Si estende nel cielo e costantemente ci ricorda quello che per davvero sarà il nostro futuro. Empira è una supergigante rossa, una stella verso il quale il nostro mondo è diretto, in linea dritta, come un paxel lanciato in mezzo alle fiamme. Stando alle previsioni di molti ricercatori, Empira ingloberà il nostro mondo al suo interno ed ogni traccia della nostra storia e della nostra esistenza nell’universo.


25 Dol dal Ghaelrin, sera.

Al notiziario ho sentito i Graeliani, stando ad alcuni studi, è molto probabile che il nostro mondo sopravviva all’incontro con Empira. Il campo gravitazionale della stella dovrebbe, in teoria, permetterci di ancorarci ad essa, non ho capito molto di quello che hanno detto, ma parevano davvero convinti. Se così fosse… che senso avrebbe questo diario?

Lexira non sono in grado nemmeno di scrivere decentemente una mia testimonianza. Ti ho nella testa, ti ho nella testa in ogni momento, ho nella testa l’odore del vento quando attraversava i tuoi capelli ed arrivava ad accarezzarmi, ho nel cuore la leggerezza dei silenzi che condividevamo assieme, in cima alla vetta di Threhall ad osservare le lune avvolgersi come due amanti, e così ci avvolgevamo anche noi. Quanto ti amavo Lexira, quanto era lontana la paura dal mio cuore.

Mamma non sta bene, ha avuto un crollo. La capisco dopo tutto.

Non è stata una buona notte. I solchi si sono rifatti vivi, forse non avrà la sfortuna di assistere a tutto questo.


Dopo moltissimo tempo, passeremo molto vicini ad un sistema di pianeti, l’ennesimo. Stavolta è un sistema ad otto pianeti orbitanti attorno ad una nana gialla. Fjrex, ogni volta mi faccio sempre la stessa domanda. Chissà se su almeno uno di quei pianeti possa esistere la vita. Pianeti che restano al sicuro, saldi, coccolati dalle loro stelle. Perché la sola vita nell’universo è nata qui? Perché creare se poi bisogna distruggere? Perché metterci a bordo di questa roccia spaziale alla deriva nel nero cosmico?

Qualcuno, da qualche parte nel cosmo, starà osservando il mio stesso cielo? Starà guardando le stelle come le vedo io? Ponendosi le domande che mi pongo io? Sentirà la paura, la frustrazione, la speranza, la gioia, l’amore, il ricordo… qualcuno leggerà questo maledetto diario?

Rerererererererer ….

È stato bello, dopotutto, quel nostro vagare inconsapevole. Ti ho vista a quella festa ed eri rimasta sola per tutto il tempo. Nemmeno fosse la scena di uno di quei pelicos che danno nel pomeriggio alla videovisione. Eri lì, te lo ricordi? E te ne stavi a chattare all’olofono con quella tua amica di Pretigras, Leora, te la ricordi? Che ti diceva che al mondo non esistono maschi buoni, solo maschi stronzi. Che l’amore di questi tempi non esiste più, che oggigiorno si pensa solo ad accoppiarsi per le valvole e non per il sentimento. Povera Leora, ha mascherato la sua sofferenza con l’odio, ha camuffato le sue insicurezze con un fisico da brividi, ha combattuto la sua solitudine con la presunzione, credo che morirà sola quando anche il mondo morirà.

Ma tu no, Lexira. Tu te ne stavi lì a sorridere a tutte quelle scrozate, tu le dicevi di si perché sei troppo buona e vuoi bene a tutti. Vuoi bene proprio a tutti, Lexira. Sei come uno di quegli angeli di cui parlano i preti, gli angeli che verranno a salvarci il giorno in cui Empira calerà il suo abbraccio rovente su di noi.


27 Dol dal Ghaelrin, Pomeriggio.

Non so che cosa scrivere…

Adesso smettila però, mancano trenta cicli ancora! Ghross! Non devi piangerti addosso! Hai tutto il tempo del mondo! Dillo ancora

T U T T O I L T E M P O D E L M O N D O

vai per i ventisette, tra poco farai la seconda muta, comportati da adulto! Che schaizker! Vai da lei! Dille che la ami ancora! Che tutto questo può ancora essere possibile! Diglielo!

Non glie l’ho detto.


11 Dol dal Khebes, Sera.

Mamma sta male, i solchi le compaiono su tutta la pelle, dalla testa al ventre, ne è piena…

Io non so se sono pronto… non lo so, non lo so…

Papà è rientrato da lavoro, dice che vuole starci vicino. Se mamma dovesse morire…


Caro diario, caro diario, caro diario, caro diario … … …

C’è l’aurora stasera. Volevo che lo sapessi, mio lettore. Mio futuro amico. Siamo amici, io e te. Non ti conosco e forse tu non mi conoscerai mai, forse i miei ricordi vagheranno come polvere nel vuoto cosmico, e forse ti raggiungerò in un altro universo, in un altro mondo, dentro un’altra stella.

Forse tutto questo avrà un senso. Forse tornerò alla matrice, come dicono quei ricercatori, forse diverrò un nodulo di informazioni, un mucchio di dati, qualcuno li troverà e si ricorderà di me, di chi fosse Ehlidor e di che colore fossero i suoi occhi (gialli comunque).

Ma, lettore, non voglio che tu ti focalizzi su di me, no, voglio che tu capisca quanto amore ho dentro, quanto forte esso mi spezza, quale peso mi tocca sopportare in ogni momento, dopo ogni respiro. Quanto grande è il peso che il mio popolo deve sopportare. Tutti hanno perso, tutti stanno perdendo, tutti si battono, si struggono, urlano, sbraitano, ridono, giocano, si colpiscono, si tagliano, si appendono, si fottono l’uno con l’altro, tutto per un mucchio di cenere, per un mucchio… di… cenere. Cenere.

Ti sto annoiando lettore? Mi devi perdonare. Non è facile, sai, buttare i pensieri nelle parole. È molto più complesso di quanto si possa pensare, dare forma ad un’idea, inserirla tramite un codice su di una superficie fisica, portarla dall’inesistenza all’esistenza su questa carta, con questa penna. Diamine, ma chi usa ancora le penne, oggi? Mi manca solo la barba e sarei proprio uno di quei Pipster che si vedono nei Clubs a Beghenbaker nei Dol di Kalapanka, mamma mia quanto sono patetico. PATETICO.


16 Dol dal Khebes. Pomeriggio.

Mamma sta bene, ringraziando i Sette si sta riprendendo del tutto. I solchi si stanno ritirando ed il medico è fiducioso. Sono stati giorni davvero pesanti, Papà è ripartito, ma d’altronde non mi sarei aspettato diversamente. Mi muovo tra casa e Spetale due volte al Dol, ma non mi lamento. È viva e sta bene, ed io non potevo chiedere di meglio.

Oggi mi ha chiamato Lexira, voleva sapere come stava mamma, io le ho detto che stava meglio, che stava guarendo, ci siamo salutati, e poi ho riattaccato l’olofono. Mi da da pensare. Mi da da pensare quanto si preferisca questo silenzio, questo spazio di cui tutti sono consapevoli, questo vuoto volontario che ci inquieta, che ci fa soffrire, ci riempie i lombi di ansia e ci toglie il respiro, non ci fa dormire bene la notte, ci fa irritare l’intestino e battere male il cuore. Questo vuoto lo scegliamo, in fondo ci piace. Questo vuoto ci dà qualcosa che ci rassicura, alimenta la nostra codardia, rimanda il problema a dopo, a domani, ed infine Dol dopo Dol, mese dopo mese, ciclo dopo ciclo il mondo finisce, e tutto è polvere.

Perché ci attacchiamo a questo vuoto pur di non sentire? Perché ci rassicura così tanto?

Io la amo. Io la amo. La amo.

Voglio starle a fianco mentre sorride pensando ad una vecchia barzelletta di cui non ricordiamo l’autore, voglio fischiettare un motivetto guardando il soffitto, sdraiato sul letto con lei che dorme, voglio sentirla raccontarmi una storia, mentre siamo a tavola e lei grida con la bocca tutta piena e le ciocche che le ricadono in disordine sulle scapole, voglio che mi veda piangere e che si sieda accanto a me, poggiando la testa sopra la mia. Voglio tutto questo, e tutto questo è un crimine spaventevole da desiderare al giorno d’oggi, incredibile vero?

È un crimine desiderare l’amore, ma non lo è pensare alle sue conseguenze.

E quindi a cosa penso? Penso solo ai miei cicli che trascorrono, penso alle squame che ho sul petto, alla pancetta sull’addome, alle prime cadute dei capelli sopra la testa. Non sei più giovane, e non sei nemmeno vecchio, caro mio. Non sei bello e non sei nemmeno saggio, caro mio.

Questo limbo preso nel mezzo che non da sostanza e categoria alle cose, come piace tanto alla gente, categorizzare qualunque cosa, qualunque cazzata deve essere prevista, prevedibile, definita. Diamine alle volte manderei tutti affanculo. Ma tanto, ci penserà Empira a quello.

Ma lei no. No.

Perché è finita? Perché lei è andata via? Perché oggi mi ha olofonato?

Ci siamo fatti del male quando eravamo entrambi incoscienti, quando entrambi eravamo troppo giovani per poter sbagliare. Ma lei continua a cercarmi, nonostante tutto. Io continuo a sognarla, nonostante tutto lei continua ad esistermi, nella testa, nella pancia.

Nonostante tutto lei esiste.

Si, credo che oggi la chiamerò, dopo tutto, quanto può ancora far male l’amore?