Ora che il grande astro rosso è calato, la notte si sazia dei volti di questa città. C’è un gran via vai, si muovono tutti come topi alla rinfusa, senza sapere che fare, dove andare. Ma lì c’è ancora una locanda che rumoreggia, che pulsa, che mostra alla notte il proprio chiarore. L’edificio è di legno, una grande scatola piena di pupazzi che ciarlano e mangiano, sbevacchiano e ridono. Si tengono per mano, si strattonano, si minacciano e poi fanno la pace. Si prendono a pugni per mezza pinta. Certo è vario il gran calderone dei pazzi, lì nel mucchio. Ci sono nani che contrattano in mezzo a tavoli pieni di meraviglie, elfi affilati che si tengono in disparte e guardano con profondo distacco il curioso chiacchiericcio. Umani sbragaloni, alti, bassi, magri e grassi, belli e brutti. Donne che passano per uomini e uomini che passano per donne.

Il Bardo suona.

Non si capisce come, ma dal momento in cui le sue dita affusolate si mettono a pizzicare il liuto, la gente si ferma. Si ferma e ascolta. Potrebbe essere il solito cantore di quartiere che alleggerisce la serata, ma lui no. Non è proprio comune, quello là. Quello là è davvero bravo. Ci sa fare, ci sa fare come pochi in quel buco di culo.

Certo, la tecnica potrebbe migliorare, a volte sbaglia qualche accordo, gli scappa sempre l’anulare. E poi, ma lo vedete un po’, dico? Non vi sembra che stia per vomitare da un momento all’altro? Ha gli occhi infossati, le labbra screpolate, i capelli di una massa informe, senza colore. È bianco come un cencio e magro come uno spillo. Però è bravo, mannaggia. Potrebbe convincere un intero gruppo di persone a seguirlo. Una specie di pifferaio magico dei barboni, ma ci credete? Roba da pazzi.

Comunque, lui suona. Non si sa per quale strano miracolo divino si regga ancora in piedi. È lì con le ginocchia piegate dallo sforzo, la mano sinistra che rantola sul manico, la destra che arpeggia, un piede che tiene il ritmo. È una ballata leggera, quasi malinconica, si abbatte sui presenti come un falco sulla preda. Sono rapiti. E lui pure. Ha gli occhi chiusi adesso. Come fosse parte di quella litania, il Bardo finge di non essere più lì. No, non lo è: è da un’altra parte. Magari in una piccola casa accogliente, magari davanti a un ruscello che sgorga limpido davanti a lui, che lo disseta, che lo sazia, che lo cura, tutto, fuori, dentro, dentro e fuori. Come sarebbe bello, sì?

Ma no invece. Lui è qui dentro, in questa locanda puzzolente. A sentire l’olezzo fracido dei corpi che si muovono, corpi già morti, quasi in decomposizione. A sentirsi vuoto, vuoto come sempre nei suoi venti inverni. Ha vissuto anche troppo.

Si ferma.

La folla applaude, esulta, si lancia in danze frenetiche e senza senso. Urla e si dimena. Quanto sei bravo, bastardo! Ancora! Ancora! Biiiis!

Ma no, adesso basta. Ne ha avuto abbastanza. Raccoglie gli spiccioli che gli sono stati lanciati nella furia, manda giù a grosse sorsate la zuppa di carne (è carne, quella?) che gli ha preparato Beredith, la nana locandiera. Non si pulisce manco il muso, va via per l’uscita principale.

Quando esce sbattendo la porta, la grossa insegna di legno si scuote. La barba dorata brilla quasi di luce propria. Non esiste altro, stanotte.

I soldi ce li ha ma è quasi a secco, deve prendersi altra roba prima di finire coi tremori addosso. Si fruga nelle tasche dei pantaloni rattoppati. Qualcosa la trova. Un Fiore della Parsimonia: i petali rossi a forma di cuore e i pistilli gialli, inconfondibile. Lo mastica avido sotto i denti, ormai anneriti dall’uso prolungato di droghe. Non fa più manco caso ai residui della zuppa che impregnano la sua gola. Butta tutto giù con una grossa sorsata di liquore. Quello ha e se lo deve far bastare per tutta la notte che rimane. Passano pochi minuti che a lui paiono ore prima che faccia effetto, ormai è troppo assuefatto a questi rimedi così blandi, gli sembrano giochetti. Però cala che è un piacere e già la testa si alleggerisce un po’. E per un poco, solo un poco, non sente più il dolore. Galleggia per aria, sembra che gli arti non gli facciano più peso, anzi, sembra di poter volare. Com’è bello stare quassù, la città pare piccola piccola, c’è un silenzio di tomba, una pace che non si spiega. Non c’è il fastidioso brusio che sentiva prima nelle orecchie, passa via anche la stanchezza. E lentamente si addormenta.

È già mattina che il Bardo si sveglia, è per l’ennesima volta sulla strada, in un canale di scolo, con la blusa coperta dal suo stesso vomito e il piscio dei muli sulla schiena. E cos’è quella roba lì tra i capelli? Bah, meglio non indagare oltre.

In tutti quegli anni il Bardo ha provato la merda più disparata per potersi sballare. Capelli d’ancella, Denti di Anguilla, Code Volpine, Saliva Verde, Muschio Perlato. Una volta s’è anche perso tra le foreste dell’Illhebron per riuscire a trovare la famosa Corteccia Rossa, quella che utilizzano i cerusici per inibire gli arti durante le amputazioni.

I suoi preferiti però rimangono sempre i Fiori della Parsimonia, anche se ormai il loro effetto gli dura pochissimo. È stata la sua prima droga, che nostalgia! Era ancora un poppante quando sua madre glieli infilava in bocca al posto del pane per farlo smettere di urlare.

Una volta, avrà avuto otto o nove anni, s’era ritrovato solo in quella catapecchia che era casa sua. Lei se n’era andata. E allora aveva cominciato a masticare quella robaccia, invocandola inutilmente con la bocca impastata. Mentre piangeva e si scorticava i piedi nudi sulle rocce, mentre il moccolo gli colava fin sulle labbra, quasi a volerlo nutrire assieme ai fiori, si era ritrovato carponi sulla strada principale della città. Un bambino cencioso, sporco, secco secco. Un invisibile. La gente, di fretta, lo urtava, i cani rabbiosi gli ringhiavano contro e qualche commerciante sull’uscio si lamentava di quello strano tanfo che veniva dal marciapiede.

Poi però aveva sentito una voce. O forse era un suono. Un suono, ecco. Sembrava che lo avesse chiamato. Eppure lui non aveva un nome, no. Niente affatto. Sua madre non si era manco disturbata a dargliene uno, ne aveva tanti. Lui era: Ehi, Vieni, Vaivia!, Esci!, Dovehaimessoimieifiori?

Aveva un sacco di nomi, che bello!

Ma quella voce, quel suono, aveva pronunciato il suo nome, il suo vero nome. Così si era messo a camminare. E lentamente era arrivato alla bottega di un costruttore di liuti. Quella voce era un liuto, la voce più bella che avesse mai udito. Lo pizzicava velocemente, lo strano vecchio dalla barba intrecciata. Lo pizzicava e quello suonava, sembrava contento di essere suonato. Così gli era entrato nella testa, aveva lasciato il fiore per terra e si era messo a fissarlo con gli occhi che parevano due biglie. Il vecchio aveva finito, s’era accorto di lui. Finalmente.

Con le pupille torve che si infossavano tra le rughe l’aveva guardato di sbieco:

«Suona», gli aveva detto, e la mano impugnava il manico con il braccio teso nella sua direzione.

Lui l’aveva preso, ed era corso via.

Ora viaggia. Di città in città, di villaggio in paese, e non solo attraverso i confini materiali. Non si cura del tempo passato da una zona all’altra e nemmeno della gente che incontra. I Fiori li trova, sono dappertutto. E la roba più pesante la compra con gli spicci che ricava suonando. Mangia un po’ sì e un po’ no. Non gli importa niente. Basta che si sballi, basta che suoni. Ogni tanto dorme coi cani, nelle stalle in mezzo ai cavalli, se gli va bene. Se gli va male deve accontentarsi della strada, l’importante è che non faccia troppo freddo, quello sarebbe un problema. Una volta ha rischiato di morire assiderato, ma il liquore, per così dire, è stato d’aiuto.

Ora è per le vie di un reame affollato, sono tutti troppo occupati per accorgersi di lui. Ma quando suona, oh, quando suona non c’è verso di distogliere lo sguardo dalle sue dita. E quando suona, lui, non sente nemmeno i morsi della dipendenza.

Poi torna, come fosse un incantesimo a spezzarsi. Torna il dolore alle ossa, torna il freddo, torna la fame, la fame di amore. E quando cala giù certe dosi si sente un po’ più libero, ma non felice. Non felice come quando suona. È una cosa diversa. I Denti di Anguilla, pillole bianche, lo fanno star bene. Eccome. Si mette a ridere da solo, tanto che la gente lo crede pure pazzo. E che dire delle Code Volpine? Quando è lì seduto si vede improvvisamente circondare da creature coloratissime e dispensatrici di gioia. Che burla! Non parliamo poi dei Capelli d’ancella. No, non parliamone proprio.

Sta camminando da troppe ore per poter dire di essere stanco. È stanco e ha freddo, ancora una volta. Ancora una volta deve trovare un riparo per poter passare la notte senza schiattare. Oltre i confini della città le luci sono ancora tutte accese ma non si arrischia a chiedere di entrare, lo prenderebbero a calci senza esitazioni. Per stasera meglio risparmiarle, le botte. Meglio cercare una stalla. Eppure trova, trova anche di meglio. Oltre la radura di un terreno dove ormai non cresce più nulla c’è una catapecchia di legno, sembra abbandonata. Non scorge nessuna luce all’interno. Sarà una vecchia rimessa per gli attrezzi da campo, pensa. Sarà qualcosa del genere. Entra senza fare rumore: è come immaginava, non c’è nessuno. Non c’è una sola forma di vita che si muova. Ma è tutto buio, è buio pesto, non vede nulla. Uno strano tanfo di carogna aleggia però nella stanza, ed è insopportabile persino per uno come lui. Però deve resistere, almeno stanotte. La piccola luce argentata filtra dalla finestrella senza vetri, è sufficiente per intravedere nell’oscurità. Si accoccola in un angolo in pace. Però, in un certo momento, sente qualcosa, sembra lo squittio di un topo o il verso di una creatura molto piccola. Una creatura morente. E ora trema.

Impugna il manico del liuto come se fosse un’arma e si alza di scatto, i brividi del vento gli attraversano la nuca. Non osa fiatare. Gli occhi spalancati come finestre sul vuoto. Qualcosa si muove. E mentre si abitua presto alla poca visibilità della stanza, la luce lunare fa il resto. È uno strano animale, no, è un cucciolo, è un bambino. Trema e piange con il volto nascosto da un grosso sacco. No, non è un sacco. È carne, è una forma umana. Non c’è più latte da succhiare.

E allora il Bardo si avvicina, pizzica le corde dello strumento, le fa vibrare con un trasporto che non aveva mai sentito nessuno. Racconta una storia. Forse la sua. Quella del suo mondo, quella di un bambino.

Quando finisce gli porge il liuto e lo guarda di sbieco.

«Suona.»