A quei tempi i piani esistenziali erano ancora ben distinti tra loro, e le entità
che li abitavano erano completamente ignare della presenza di altre dimensioni.
D’altronde non esistevano strade, ponti, scalinate o montacarichi che le collegassero,
e la possibilità che l’abitante di una dimensione potesse raggiungerne un’altra era
completamente da scartare. O quasi. È noto, infatti, come i pochi inquilini del piano
Materiale, nonostante obbligati alla forma fisica, siano mossi da coscienze capaci di
traslare a piani non materiali in particolari occasioni (sonno, uso di stupefacenti,
morte). Ciò fece in modo che le entità astratte ricevessero le prime informazioni sul
mondo materiale, e ne furono veramente affascinate e incuriosite. Quelle creature,
abituate da sempre al semplice essere, vennero messe al corrente di verbi come
avere, vedere, sentire, toccare e andare, e andarono in confusione. Non capivano
assolutamente di cosa si parlasse, ma desideravano ardentemente parteciparvi. Il
loro desiderio si tramutò in realtà quando avvenne La Grande Collisione
Dimensionale.

Fu un avvenimento unico nell’universo e lasciò molti stupefatti, soprattutto i
gatti. Come suggerisce il nome stesso, per cause che ancora nessuno conosce – anche
se qualcuno si azzarda a ipotizzare che la colpa sia delle onde gravitazionali – i piani
esistenziali si sovrapposero l’uno sull’altro, di fatto annullando la primordiale
distanza che tra di essi esisteva. Il cambiamento, seppure epocale e con enormi
conseguenze nella vita di tutti gli abitanti di tutti i piani, fu dapprima notato soltanto
dalle entità di quelli più astratti (e dai gatti, come detto sopra), che d’un tratto si
trovarono a percepire un mondo che era l’opposto di quello in cui erano finora vissuti
(anche se “vivere” non è un verbo adatto a simili creature). I vecchi spiriti, come al
solito, cominciarono a borbottare e a lamentarsi verso un simile cambiamento, e
preferirono starsene immobili nei punti più vuoti dell’universo. Lo stesso non si può
dire dei più giovani, che furono invece colti da grande entusiasmo e viaggiarono per
distanze incommensurabili alla ricerca di infinite sensazioni.

Una delle cose sconosciute, o a malapena percepita, nel piano astratto era il
tempo. Nei vari mondi del piano fisico (quelli abitati), questo era tenuto molto in
considerazione e grazie ad alcuni gatti dalla memoria formidabile si può dire con
sicurezza quando La Grande Collisione Dimensionale ebbe luogo. Secondo il
calendario più usato su Ystoriel – quello creato dai monaci tatuatori del monte Athar
– l’incredibile incidente avvenne all’incirca nel quindicimillesimo anno dalla fine
dell’Era Zero, e quindi della tremenda Guerra dei Mostri Titanici. In quell’esatto
momento non accadde nulla su Ystoriel, a parte una folata di vento particolarmente
gelida; dovettero passare altri quattromiladuecento anni prima di un contatto con
delle entità della dimensione astratta.

Arrivarono baldanzosi e divertiti dopo aver visitato milioni di mondi
disabitati, fatti solo di roccia e di fuoco. Videro che lì c’era la vita e ne rimasero
affascinati. Erano spiriti molto potenti, capaci di interagire in modo stupefacente con
il mondo fisico. Avevano imparato a produrre suoni facendo vibrare l’aria (sapevano
imitare benissimo il rumore di un sasso che cade o il crepitio del fuoco). Potevano
muovere l’aria con grande potenza e manipolare il calore, bruciando o congelando
quel che gli pareva. Certo, erano cose strepitose da fare, ma nulla in confronto a ciò
che si poteva provare in un mondo organico. La vita era una cosa bellissima. Quegli
spiriti riuscirono a trasformarsi in carne, imitando le creature che abitavano quel
mondo, e per la prima volta riuscirono a vedere, sentire, toccare, parlare e un sacco
di altri verbi. Provarono il piacere e il dolore, e gli piacquero un sacco entrambi. Si
accoppiavano e si ammazzavano come i matti, si abbuffavano di tutto ciò che
potevano masticare, creavano cose bellissime ma allo stesso tempo vandalizzavano il
mondo senza alcuna remora.

Le popolazioni di Ystoriel, ancora agli albori delle loro civiltà, notarono certi
strani avvenimenti, e ne furono piuttosto spaventati e spesso anche infastiditi. Gli
spiriti si trovavano molto affini alle creature dotate di favella che abitavano quel
mondo, e con piacere si manifestavano a loro in tutti i modi. Modi che molto spesso
rispecchiavano chiaramente la natura infantile e priva di scrupoli di certe entità
eteree. Furono chiamati Dèi (con ovvie e numerose traduzioni) e gli ystorieliani li
temevano, li adoravano o li detestavano. Molti li ritenevano i creatori e padroni del
mondo, alcuni pensavano fossero emissari di un dio maggiore (qualcuno non ci
credeva, ma allora agli dèi non importava molto). Inutile dire che gli spiriti,
vedendosi trattati con deferenza e timore, ne approfittarono non poco.

I templi, le chiese e i culti spuntarono come i funghi. Ogni divinità era
chiamata in centinaia di modi diversi e in diversi modi adorata in tutti i luoghi di
quel vasto mondo. Si facevano feste o si facevano guerre, in nome degli dèi; ci si
colmava d’estasi, si era preda della follia, si amava chiunque, si pugnalava il fratello.
Gli abitanti di Ystoriel vivevano sotto il giogo di questi esseri a loro superiori, esseri
di cui non potevano contrastare la volontà né ferirne la carne.

I gatti ci raccontano che fu un periodo triste e buio per quel mondo, finché
non arrivò Magia. Non si sa molto su Magia (o la Magia). Forse era una di quelle
vecchie entità immateriali che, stanca di essere, decise di stazionare in un quel punto
dello spazio dove anche Ystoriel esisteva. Magia avvolse il mondo e vi penetrò fino a
riempire anche lo spazio tra un atomo e l’altro. Era cominciata un’altra era.

***

L’ora s’era fatta tarda e la lunga lettura cominciava a gravare sulle palpebre di
Sinesgarmo. Il vecchio chiuse, con un tonfo, il grosso volume di “Storia di Ystoriel
raccontata dal Savio Gatto Mewlbert” e si alzò lentamente. Afferrata la consumata
candela uscì dallo studiolo e strasciscò i suoi passi lungo lo stretto corridoio. Le
immagini di quei racconti così antichi ancora gli passavano davanti agli occhi, e si
chiese chissà che sogni avrebbe fatto quella notte. Un sibilo d’aria fredda lo riportò
alla realtà, ma prese con sé la fiamma che gli illuminava la via. Una finestra era
rimasta aperta. Sinesgarmo la richiuse e, con uno schiocco delle dita, riaccese la
candela.