Silenzio.
Tintinnio.
Silenzio.
Passi.
Passi pesanti, cadenzati.
Scendevano gradini alti, e ciò faceva allungare il silenzio tra un suono e l’altro.
Tintinnio.
Silenzio.
I passi continuavano, come rintocchi di campane.
Ma a un certo punto, si fermarono.
Una risata.
Una risatina, nel buio.
Cigolio.
La cella s’illuminò.
Una porta era stata aperta, e dietro ad essa una figura.
La luce passò oltre la figura, illuminando piccoli scorci di quella cella nera.
Tonfo.
La porta si chiuse.
La figura austera aveva varcato la soglia, senza timore.
Ma ormai tutto giaceva nel buio più pesante.
L’unica fonte di luce proveniva da un foro circolare sul soffitto della cella, da cui si vedeva splendere una luna biancastra e sporca di nuvole.
L’unico raggio che sembrava riuscire a trapelare da quelle nuvole, sembrava essere caduto proprio in quel foro.
Ma non illuminava nulla.
La figura non si mosse di un millimetro.
Non parlò, non si mosse, sembrava quasi che nemmeno respirasse.
Stava aspettando.
Le braccia incrociate dietro la schiena coperta dal lungo vestito nero, aspettava.
Solo Dio sapeva cosa stava aspettando.
Ma ben presto arrivò.
Un ticchettio provenì dal fondo della cella.
Più che un ticchettio era un…uno strano suono. Un rumore secco, di tonalità alta, ritmico.
“Amico…sei tornato da me…”.
Silenzio.
Nessuna risposta.
“Perché non parli con me…?”
“Perché sei un’empia creatura, ecco perché!” Inveì l’oscura figura. Aveva una voce profonda, baritonale, scura. Sembrava quella di un uomo maturo, prossimo quasi all’anzianità.
Voce che fece tremare il ferro delle sbarre.
Le catene furono tirate al massimo, in uno strattone improvviso.
La prigioniera si era lanciata in avanti, verso l’uomo. E il caso volle, che fosse proprio quel raggio di luna caduto per caso a illuminarle il volto.
Bianco, come il latte annacquato. Pelle che faceva trasparire i capillari di tonalità fredda appena sotto.
Occhi perlacei, come quelli di un pesce morto.
Era cieca.
E i capelli di un arancione slavato, malaticcio e consumato.
“Allora mi parli! Oh gioia” Disse l’orrendo mostro.
L’orribile quadro divenne ancora più angosciante e spaventoso quando la creatura sorrise. Un sorriso che andava quasi da un orecchio all’altro, con denti simili a quelli umani, ma sembravano essere stati limati artificialmente per dargli una forma più acuminata.
Ma a nemmeno questo orrore l’uomo si scompose.
Poiché non aveva scatenato reazioni come sperato, la figura si mise a sedere, non più protesa verso il suo interlocutore.
Anche lei attendeva.
Sembrava fissarlo, con i suoi occhi vuoti. Nonostante non vedesse dove l’uomo fosse sistemato, guardava esattamente nella sua direzione.
E sorrideva.
Solo dopo diversi minuti di silenzio, lo sguardo della giovane si spostò appena più in alto, come fosse stata richiamata da qualcosa.
La mascella cadde, facendole aprire la bocca con aria assorta.
Vedeva senza vedere.
“Liuto…sì, liuto….
Oh, è un bravo liuto…
E ora?…
Oh, liuto cambia mano…”
Disse la miserabile, con voce quasi mesta.
Aveva una voce acuta, al limite dello stridulo, che alternava le tonalità a ogni frase, in un crescendo o decrescendo continuo. Il solo sentirla parlare era fonte di disagio.
La voce della Follia.
“Fiore, fiore, fiore…”
Rise, in una risata isterica.
“Gli uomini vogliono solo quel fiore…
I fiori sono belli…
Ma non si mangiano!” alzò il tono, come se stesse sgridando un bambino monello.
“Un arco è morto.
Oh sì, è proprio morto.
E il fiore è stato trapiantato!”
Ridacchiò di nuovo, divertita.
Si prese tra le dita ossute le gambe, e si dondolò.
Ma subito dopo cambiò espressione.
“un ratto e una serpe…
Uh, non si fanno quelle cose…
Un ratto e una serpe sono al buio…
Sì, e non vedono gli scarafaggi…”
Improvvisamente sembrò preoccupata.
“No, non li vedono!
…Un ratto e una serpe.
Ratto.
Serpe.
Ratto
Serpe
Serperatto!”
Ridacchiò.
“No, mi piace di più Rattoserpe.
Però gli scarafaggi muoiono!”
Sorrise, contenta dell’esito di quella battaglia incomprensibile.
“E poi Scarafaggio….
NO!”
Gridò, con tutte le sue forze.
Nell’urlo si raggomitolò su se’ stessa, rotolando di nuovo nel suo buio.
Di nuovo silenzio.
L’uomo scosse la testa.
Fece suonare una campanella d’argento.
Due uomini spalancarono la porta, subito sull’attenti come due marionette.
“Avete chiamato Vescovo?”
“Preparatela.”
“…a…quello?”
“Ovvio, dementi. Codesta creatura non è degna di vivere…” disse l’uomo, ripercorrendo i propri passi fino alla porta.
“…ed è uno spreco d’aria.
Non datele ancora da mangiare. Se il buon Dio ha misericordia di lei, se la porterà via nottetempo…in caso contrario, le faremo fare la strada più breve per l’Inferno che l’aspetta.”
E sentenziato ciò, l’uomo passò oltre ai due soldati, diretto in ben altro luogo, lontano dal punto più vicino all’Inferno in Ystoriel.
I due si guardarono, attoniti.
Lanciarono un’occhiata al buio della cella.
Non perveniva nessun rumore.
Solo un’altra risatina.
A quell’orribile suono, terrorizzati come bambini di notte, richiusero la pesante porta di fretta e furia, barricandola con ogni mezzo possibile.
Non importava se la detenuta speciale fosse incatenata mani e piedi, fosse cieca e rachitica.
No, non importava.
Non importava perché la vera paura erano le sue parole, e non i suoi gesti.
“Sot…promettimi che non apriremo mai più questa porta…”disse uno.
“Dex…Lo giuro.”
E dopo questa promessa fatta con le braghe bagnate di piscio dalla paura, tutto tornò al silenzio più assordante.
Solo il giorno dopo, in tutta la città, fu sparsa la notizia.
La Folle, o per alcuni l’Oracolo Maledetto, sarebbe stata data alle fiamme quella sera stessa.
Bambini gridavano per le vie della città la notizia, incaricati dai Monaci di Legge di far sapere la notizia al popolino.
“… e chi non si presenterà, sarà punito con dieci frustate” ebbero cura a ricordare, così, per precauzione.
Ma non vi erano orecchie ad ascoltarli.
Tutti erano nelle proprie casupole, rintanati come ratti.
Nessuno girava per strade, per i mercati e per le piazze.
Nessuno osava anche solo parlare.
Stavano fermi, immobili.
Le anziane a sferruzzare come se non ci fosse un domani, le donne attente a non far fare rumore ai bambini, minacciandoli con il solo gesto della ciabatta alzata, e gli uomini attaccati alle bottiglie.
Nessuno più usciva.
I campi erano abbandonati a ratti e nutrie. I corvi gracchiavano sugli alberi da frutto ormai selvatici.
Nessuno usciva.
L’occhio dell’Oracolo raggiungeva tutti, e portava sfortuna.
Da quando quella donna era stata condotta in quelle segrete, ogni sua parola si era avverata.
E il popolo pian piano aveva smesso di uscire, di lavorare, di vivere, per paura di essere preso di mira da quella veggente.
Aveva predetto la Morìa Nera.
Aveva annunciato la morte del Sommo.
Aveva previsto i tre anni di carestia.
Era fin riuscita a pronosticare dieci omicidi. E fino a quel momento, sette si erano avverati esattamente come aveva detto lei.
Nonostante la notizia della futura punizione della Portasventura, come l’aveva soprannominata il vecchio Vennec, nessuno ne fu rallegrato.
Si sa in fondo, che è proprio sul rogo che le streghe fanno le peggiori maledizioni…e in un villaggio di un centinaio di abitanti, ciò era equiparabile a una catastrofe di proporzioni epiche.
L’unico che sembrava continuare la sua retta e pia vita, era il Vescovo Aldemund.
Scriveva, e scriveva, e riscriveva sui suoi interminabili tomi. Sembrava che fosse nato già con i capelli grigi e lo sguardo austero.
Mai una smorfia, mai una variazione in quelle rughe, mai un accenno a un’emozione diversa da quella del profondo disgusto verso ogni cosa che non fosse il Vescovo Aldemund.
L’unica sua vera preoccupazione era estirpare tutto ciò che sembrava anche in piccola parte lontano dalle Sacre Scritture, con il fuoco, con il sangue, e con i sequestri forzati.
Nulla scappava al Vescovo e ai suoi libri.
I momenti in cui lui sembrava anche solo leggermente più sereno, con il respiro più rilassato, era durante i numerosi roghi dell’anno. Di qualsiasi cosa. O di chiunque.
Voci di locanda dicono che una volta l’hanno pure visto alzare un labbro, in una parvenza di sorriso, durante il rogo dell’anziana madre, strega delle peggiori specie, a suo dire.
Ma sicuramente solo voci di ubriaconi e facili donne, nulla di più.
La sera del rogo arrivò.
La catasta di legno era grande quanto una casa, e il palo a cui legare l’inferma era stato preso da una casa abbandonata, uno dei piloni che reggeva quel poco di tetto che era rimasto.
Le premesse sembravano buone, e alcuni osavano sussurrare che forse il Vescovo avrebbe pure sorriso davvero.
Dopo mesi di prigionia, gli uomini, le donne, gli anziani e i bambini, furono condotti alla pira.
Dietro alla pira immensa, si ergeva un’ancora più immensa cattedrale.
Cattedrale di pietra e vetro che regnava come tiranna su casupole di fango e paglia.
Era l’unica cosa bella da vedere a Delrid.
Se bella si poteva definire. Incuteva timore, rispetto, silenzio.
Dal portone principale della Cattedrale uscì l’Oracolo, incatenata e legata tanto da renderle difficoltoso respirare.
Ma sorrideva.
Era condotta da quattro uomini, tutti dal capo coperto di rosso.
Quando gli abitanti videro arrivare gli uomini, si coprirono gli occhi.
L’Oracolo li spaventava ancor di più del Vescovo stesso.
Nessuno aveva il coraggio di guardarla, nessuno aveva il coraggio anche solo di nominarla.
Una fanciulla svenne per la troppa paura.
Legata al palo della tortura, era tutto disposto e pronto.
Solo allora, l’oracolo gridò.
“VOI NON CAPITE! VOI NON MI CAPITE!
PARLO DI VERITA’ E VOI VEDETE FOLLIA!
IO SONO SOLO STRUMENTO DELLA DEA VERITÀ’, MANDATA A VOI COME DONO DI IMMENSA BONTA’, MA VOI SIETE SOLO DEGLI STOLTI!
GIUNTA TROPPO PRESTO, SONO ARRIVATA TROPPO PRESTO!”
Pianse, voltando il viso al cielo, mentre le prime torce accendevano la base dell’enorme falò.
“TROPPO PRESTO, TROPPO PRESTO!
MA MORIRO’ TROPPO TARDI PER VOI!”
Scoppiò in una risata.
Non era una risata di quelle sue solite, acute.
Ma una risata nera, abissale.
“MORIRO’ SOLO DOPO AVER CREATO UN ALTRO DONO PER VOI!
LA DEA E’ BENEVOLA, VI AMA ANCHE SE MI BRUCIATE, E VI VUOL FAR DONO DI UN’ALTRA POSSIBILITA’.
I MIEI OCCHI AVRANNO ALTRO CORPO, LE MIE PAROLE ALTRE LABBRA, RICORDATE”
Iniziò a tossire per il fumo che le stava intorpidendo i polmoni.
La gola gracchiava.
I piedi scottavano.
Bruciò tra le grida più infernali mai sentite.
Gli occhi le uscivano quasi dalle orbite tanto era la foga per urlare. Non fu così fortunata da soffocare con i fumi della legna, e fu letteralmente divorata dalle fiamme voraci.
Silenzio.
Lo scricchiolio della legna che brucia.
L’odore di pollo bruciato.
Il fumo nero e l’odore del sangue.
“Il Fuoco di Dio ha pulito anche questa volta questa miserabile terra” disse il Vescovo, tirando un sospiro di sollievo al vedere la carne colare come olio.
Nessuno aveva visto, che una bionda bambina di appena cinque estati, aveva tramutato i suoi enormi occhi azzurri cielo in pallide orbite, simili a perle.

 

Racconto di Chiara R.