La carovana dei Sibanthi, simile a un fiume di carrozzoni variopinti, era finalmente giunta in vista di Kerkinta. Armas si schermò gli occhi con una mano e osservò a lungo le candide case che sfavillavano sotto al sole, sovrastate dal maestoso Tempio di Aretha: uno spettacolo che lo lasciava ogni volta a bocca aperta.
Sette giorni prima i nomadi si trovavano accampati poco lontano, nei pressi di Kalosya, quando erano stati raggiunti dalla notizia della morte di Iskar il Giusto. Certo, il corpo era ormai bruciato sulla pira, ma i festeggiamenti rituali sarebbero durati fino all’elezione di un nuovo Arconte, come da tradizione. Per i Sibanthi un funerale del genere rappresentava un’occasione di guadagno da non lasciarsi sfuggire: il momento perfetto per esibirsi nelle strade e nelle locande della città, per vendere merci esotiche e arrotondare con qualche furtarello.
Armas si sentiva particolarmente allegro, nonostante fosse prostrato dal viaggio e rivoli di sudore gli scorressero in mezzo alle scapole. L’estate era quasi finita, ma faceva ancora dannatamente caldo. Normalmente gli uomini della sua razza trascorrevano i mesi più torridi a settentrione, raggiungevano Kerkinta in autunno inoltrato e svernavano a Sud, facendo tappa in ognuna delle cinque città della Stella. Per questo motivo gli elfi, secoli prima, avevano iniziato a chiamarli “Sibanthi”, dal nome della Dea Sibanth, la Rondine, protettrice dei viaggiatori, degli esploratori e dei mercanti. Quell’anno, però, era diverso: la situazione si era fatta pericolosa su a Nord, specialmente dopo la Morìa Nera. Si cercava senza sosta qualcuno da incolpare e i Sibanthi non erano nuovi alle persecuzioni. I Capi Famiglia avevano quindi stabilito di anticipare la partenza: la carovana aveva lasciato Urwine quasi due lune prima del previsto.
—Siamo arrivati?— cinguettò una voce infantile.
Armas distolse lo sguardo dalle bianche mura e osservò il viso paffuto di sua figlia che faceva capolino dalla finestra del carrozzone.
Era proprio a causa sua, della sua Gilda, se l’uomo si sentiva così felice di essere giunto a Kerkinta, una città di gente troppo civile per dare carri alle fiamme, impiccare indovini e torturare erboristi.

Quel pomeriggio le strade di Kerkinta brulicavano di una moltitudine di persone, giunte in città per il funerale dell’Arconte.
Sirahasi non aveva mai visto gli elfi di Dairon prima di quel giorno, ma aveva letto di loro in uno dei suoi tanti libri. Normalmente avrebbe provato gioia e meraviglia ma, in quel momento, poteva solo sentire il panico montargli nel petto come la marea. Non vedeva più sua madre, né gli uomini della scorta. Si era allontanato da loro soltanto per un istante, ma la folla lo aveva inghiottito e si era richiusa attorno a lui. Il cuore gli martellava dolorosamente nelle tempie imperlate di sudore. Un gruppo di donne Sultharis, con la pelle color ebano e i capelli ornati da piccoli sonagli, incedeva tintinnando al suo fianco. L’accozzaglia di centinaia di voci diverse lo assordava, l’odore di tutti quei corpi sudati e vicini gli dava la nausea. Desiderò di non annegare in quel grande fiume di esseri chiassosi. Alla fine il panico lo sopraffece e Sirahasi iniziò a correre senza meta, facendosi largo tra la folla a spintoni, a malapena consapevole della gente che gli gridava contro e con la mente annebbiata da una sorta di fastidioso ronzio.

La finestra della locanda, al primo piano, era spalancata a causa della calura estiva. Nina stava seduta sul davanzale con le gambe a penzoloni nel vuoto, dondolando ritmicamente i piccoli piedi. I suoi stivali erano di cuoio spesso, conciato e dipinto alla maniera dei cacciatori della Valle di Urwine. Peccato che le fossero almeno di due taglie troppo grandi. I calzoni, consunti e di colore indefinito, contrastavano con la bella camicia scarlatta. Lo sguardo irrequieto e la testolina arruffata, insieme a quell’abbigliamento stravagante, conferivano alla bambina l’aspetto di un allegro pettirosso appollaiato su un ramo.
Era tutta intenta a osservare i movimenti di un altro strano ragazzo, un damerino ingioiellato con un ridicolo turbante e la faccia piena di moccio, che si aggirava già da qualche minuto per il vicolo polveroso, piagnucolando. Di tanto in tanto il bambino smetteva di camminare e gridava disperatamente:
—Madre! Madre! Dove siete?
Nina non aveva grande esperienza in fatto di madri, ma di una cosa era piuttosto sicura: la nobile genitrice di quel buffo ragazzino non si sarebbe mai trovata all’Osteria del Lupo, per nessun motivo al mondo.

Sirahasi sentì qualcuno bussargli contro la schiena e si girò di scatto, trovandosi proprio di fronte a Nina. Emise uno strillo acutissimo, estrasse dal fodero la spada ornamentale e la puntò al petto della bambina.
— Ehi! — fece lei, indietreggiando di un passo e sollevando entrambe le mani – Vacci piano con quella! Non voglio farti niente!
— E invece si, ladra!
— Non ti derubo mica! Metti via la spada! — insistette la ragazzina con voce tranquillizzante, abbassando di nuovo le braccia lungo i fianchi, lentamente.
Sirahasi, però, anziché calmarsi, si sforzava di produrre un’espressione minacciosa sul viso grassoccio, con scarsissimo risultato. Allora Nina si avvicinò a lui, evitò un paio di maldestre stoccate e gli assestò un bel pugno dritto in faccia. Il ragazzino, che non se lo aspettava, cadde a terra con tonfo, atterrando sul proprio fondoschiena. La spada gli scivolò di mano e rotolò a pochi passi da lui. Nina la raccolse prontamente e gliela restituì con una risatina.
— Ora hai capito che non voglio derubarti?
Sirahasi annuì, un po’ confuso, massaggiandosi lo zigomo.
La bambina gli porse una mano per aiutarlo a rialzarsi, ma lui la fissò come se temesse di prendere qualche strana malattia e si rimise in piedi da solo. Finalmente si era deciso a riporre la spada.
— Perché stavi piangendo? — chiese Nina.
— Mi sono perso — spiegò lui, ricominciando subito a singhiozzare.
— Se mi dici chi sei e da dove vieni, forse posso aiutarti — propose lei — Allora, frignone, com’è che ti chiami?
Il ragazzo tirò su dal naso e si aggiustò il turbante sulla testa, per poi annunciare, preciso e solenne come un araldo:
— Sono Sirahasi Avindra Charan Terzo di Damodar, del Casato Dilip di Damodar.
La bambina non sembrava colpita.
— Io sono Nina.

Nina protese il labbro inferiore, soffiandosi via dal viso una ciocca di capelli corvini.
— Hai detto che ti sei perso vicino all’agorà, quindi ti porterò lì. Sei uno ricco, no? Ti staranno cercando.
Era già il crepuscolo e Sirahasi, affamato, lanciò un’occhiata bramosa alle finestre illuminate della locanda.
— Non possiamo mica entrare — lo precedette la bambina — l’Osteria del Lupo non è adatta agli imbranati ingioiellati.
— Tu che facevi lì? — domandò lui.
— Beh, lavoravo naturalmente — rispose la bambina.
— Sei una serva?
Nina scosse energicamente la testa.
— Certo che no! — esclamò, quasi contrariata dalla domanda — Sono una maga. Prevedo il futuro.
— Bugiarda! Sei troppo giovane per divinare — ribatté Sirahasi.
La ragazzina arrossì di rabbia ed estrasse subito un mazzo di tarocchi dalla logora sacca di pelle che portava appesa al fianco. Sventolò le carte di fronte al naso del miscredente, esibendone i dorsi meravigliosamente decorati.
— E allora come faccio ad avere queste? Mica sono carte qualunque!
Sirahasi rimase a bocca aperta per un istante. Nello sguardo di Nina, ombreggiato da lunghe ciglia, guizzò un lampo di trionfo.
— Tarocchi di Semishira! Sono rarissimi! — proruppe il bambino, ammirato — Li posso vedere?
La ragazzina annuì e pescò dal mazzo le carte più terrificanti, quelle che preferiva: Il Lebbroso, Il Boia e Baruk il Caduto, venerato dagli stregoni. Le porse a Sirahasi con un piccolo ghigno. Vedendo che il suo nuovo amico sembrava spaventato, però, decise di mostrargli anche qualche carta della buona sorte, come il Re Buono e la Vergine della Stella.
Sirahasi rivolse a Nina un sorriso, il primo dal momento del loro incontro, e aggiunse, a bassa voce:
— Allora sei davvero una maga.
— Non mi devi mica chiedere scusa — replicò lei, magnanima, riponendo di nuovo le carte — E adesso andiamo: la maga prevede che sarai a casa prima dell’ora di cena.

Quando i due bambini giunsero all’agorà, lo stomaco di Sirahasi, poco abituato al digiuno, aveva già iniziato a reclamare del cibo. La piazza, finalmente, si era quasi svuotata. Il bambino estrasse dalla tasca del suo gilè un piccolo cartoccio contenente quattro dolcetti alle mandorle. Fece in tempo a portarsi alla bocca soltanto il primo, quando Nina gli strappò gli altri di mano. Il ragazzo protestò debolmente, ma lei lo zittì agitandogli minacciosa il pugno davanti alla faccia.
Fu solo in quel momento che Sirahasi notò la rondine bluastra tatuata sul polso della ragazzina.
— Sei una Sibanthi! — esclamò, aggiustandosi nervosamente il turbante.
Nina annuì. Le mandorle si frantumavano sotto ai suoi denti ancora bianchi e sani.
— È vero che mangiate le persone?
La bambina strabuzzò gli occhi e sbruffò fuori una incontenibile risata , insieme a qualche pezzo di dolciume.
— Certo che no! Non siamo mica selvaggi!
— Mamma dice che rubate.
— Sì, questo è vero — confermò lei, senza batter ciglio.
La ragazzina stringeva già tra le mani l’ultimo dolce. Sirahasi lanciò uno sguardo addolorato al superstite, prima che Nina lo ingurgitasse con evidente soddisfazione. Beffarda, gli sorrise con la bocca piena.
— Quando le carovane dei Sibanthi arrivano a Damodar, mamma è furiosa. Dice che abbiamo già abbastanza poveri e che voi non pagate nemmeno le imposte al Sultano. Dice che non servite a nulla.
Nina, che lo ascoltava piuttosto distrattamente, si scosse le briciole dalla camicia e fece spallucce:
— Beh, anche voi ricchi non servite a granché!
Non sapendo in che modo ribattere, Sirahasi riprese a piagnucolare:
— Voglio tornare a casa!
Proprio in quel momento un gruppetto di soldati si avvicinò a grandi passi. Davanti a loro avanzava un uomo alto e riccamente vestito, con gli occhi bistrati di kajal nero.
— Padre!
Sirahasi corse verso l’uomo e si gettò tra le sue braccia. Dopo un solo istante, però, si sciolse dall’abbraccio per girarsi verso Nina, che osservava la scena a qualche passo di distanza.
— E’ stata lei a riportarmi qui — annunciò — Ero finito in un posto spaventoso, ma lei mi ha salvato!
L’espressione del nobile tradì un certo stupore, che immediatamente si trasformò in un sorriso di gratitudine. Nina, purtroppo, non potè notarlo: intimorita da quel ricco signore e dai suoi soldati, si era già allontanata di corsa. Prima che Sirahasi avesse il tempo di salutarla era sparita nell’oscurità di un vicolo, con il cuore che palpitava rapido sotto la camicia da pettirosso.

 

Racconto di Melissa Negri.