Eccolo.

Cencioso figlio di puttana, si guarda attorno come un ratto nelle fogne. La locanda sembra non accorgersi nemmeno di lui.

Sembra un topo in tutto e per tutto, ha il naso appuntito e gli incisivi sporgenti, ingialliti. Proprio un topo del cazzo.

Stringo il pugno destro. Il mio cervello mima l’impatto delle nocche su quel cranio da roditore.

Presto, molto presto.

Il ragazzo gli porta un piatto di polenta di castagne e lui volta di scatto la testa. Il cameriere ha troppo da fare per accorgersene e tira dritto, ma il cencioso continua a tenergli piantati gli occhi sulla schiena e lo segue con lo sguardo per tutta la sala.

Il cucchiaio scava nella polenta fumante e porta alle labbra rattrappite un boccone scuro. Il sorcio inghiotte con voracità, si lecca le labbra tre, quattro, cinque volte.

I suoi occhi saettano tutto attorno, lui resta ingobbito sul piatto a masticare.

Non mi vedrà mai. Disertare otto volte insegna a essere invisibili.

Lo osservo di sottecchi e intanto chiacchiero del più e del meno con la mia tavolata. Non bado alle parole che dico, non ne ho bisogno.

Davanti a me sta un mercante di vini del continente che parla di tutto, a me serve solo annuire e buttare due frasi di circostanza. Sono il perfetto modello di convivialità, solo un comune avventore.

Strofino appena il collo del piede contro la gamba del tavolo, per sentire la lama del pugnale infilata nel fodero dello stivale.

Rigido acciaio lungo più di un palmo. Mi fa sentire più sicuro.

Bevo un sorso di birra. Non mi è mancata, questa. La fanno meglio nel continente, a Breujelais o a Trennes.

Questa è amara e pastosa, la deglutisco prima di assaporarla troppo.

Attorno a me la locanda vocia tranquilla. Borbottii e risate, nessuno schiamazzo. L’orchestrina degli elfi sul palchetto suona un’Ire Shag malinconica da tanto è lenta.

Non sono bei giorni, questi. L’ombra della guerra con Adelweiss si fa sentire anche qui, e l’Imperatrice se ne sta nella capitale a non fare un cazzo.

«Sentito del Langolder, oggi?» La voce del mio vicino è più bassa di prima. Non si parla dei morti a voce alta.

«Naturale, chi non l’ha sentito?» Il Dryen che ha di fronte si passa l’unghia dell’indice tra il canino e l’incisivo. Le corna sono troncate fino alla base e ben limate, la barba intrecciata con cura. La pelle color perla mette in risalto gli occhi completamente neri.

Era parecchio che non ne vedevo uno. Questo parla addirittura senza accento, dev’essere nato qui.

Dice la frase che non doveva dire. «La ragazza è morta?»

«Massacrata.» Il marinaio accanto a me annuisce. Il cuore mi sprofonda nel petto.

Può non essere lei. Non l’hai vista.

«Le guardie l’hanno sorpresa dopo che l’ha ammazzato. A quello che dice il capitano è un peccato, le guardie l’avrebbero interrogata.»

Non deve essere lei. Se l’hanno uccisa…

Il volto di Alice mi passa davanti agli occhi. Nella mia mente, ride. L’avevo fatta ridere io, me la ricordo quella risata. Facevo l’imitazione di nonno Gerritt.

Mi passo la mano sugli occhi e fingo di strofinarli.

Non farti notare, idiota. Se lo perdi è finita.

Torno sul sorcio con la coda dell’occhio.

Sparito.

Cazzo! Cazzo!

Mi alzo di scatto e tiro un’ultima sorsata di birra. Lascio il boccale sul tavolo e getto una moneta d’argento al mercante seduto davanti a me. «Pagamela tu, amico.»

Sorride. Non intascherà la moneta, ha già abbastanza soldi di suo. «Dove te ne corri, amico?»

«Mi sono ricordato che ho un incontro galante.» Abbozzo un sorriso e mi fiondo alla porta.

Alle mie spalle risuona un «Buona fortuna!»

Scrocchio le nocche.

Sollevo il sorcio per il bavero e gli schianto una testata in faccia. Il setto nasale scrocchia, umido.

Questo è per la corsetta che mi hai fatto fare.

Geme. Un mio pugno nel plesso solare gli strappa l’ossigeno dai polmoni e lo azzittisce, mi tossisce saliva e sangue addosso.

«Dov’è mia sorella?» Il volto di Alice riappare, come un quadro. Mi fissa e sorride, immobile.

Scarico il dolore su di lui. La ginocchiata in faccia lo raddrizza e il gancio destro si abbatte sulla sua tempia, le nocche mi gemono per l’impatto con l’osso. Il dolore fisico per un attimo sommerge quello che ho dentro.

Solo per un attimo.

«Dov’è mia sorella?» Lo sbatto al muro e gli premo l’avambraccio sulla gola. La sua trachea si schiaccia sotto la pressione dei miei muscoli. Fisso i suoi occhi, ma al posto di trovare paura trovo soddisfazione.

«…Te… atro. Teatro di… coff… Col… ton.»

È una trappola!

Scatto indietro d’istinto e prevedo già che movimento farà la sua pugnalata. Dal basso verso l’alto, dritto sotto il mio costato.

Ma non c’è nessun coltello. La nuca mi formicola, c’è qualcosa che non va.

Il sorcio è crollato a terra e si tiene una mano alla gola.

«Cosa?»

«Il teatro abbandonato di Colton…» Tossisce e sputa un grumo di saliva e sangue. Alza la testa.

L’ho ridotto male. L’occhio si sta già gonfiando, la testa rasata è rossa nel punto in cui il mio pugno l’ha colpito. Il naso è stortato ad L, dalle narici un rigagnolo di sangue scorre sulle labbra sottili e sul mento.

Alla luce della luna, il sorcio sembra un matto, tutto pesto e con gli occhi così spalancati, un matto scappato dal sanatorio.

«Sei il fratello di Alice…» Si tira in piedi, la sua voce freme di eccitazione. Mi sorride, il sangue scivola sugli incisivi e si mescola alla saliva.

Sentire il suo nome uscire da quelle labbra, con quella voce, mi fa ribollire il sangue. «Cosa le avete fatto?»

«Ha fatto tutto lei. Ci ha cercati lei.» La mia mano stringe la sua gola in un istante. Sento la cartilagine morbida sotto il palmo e stringo, lo sbatto ancora al muro.

Mi rivolge un sorriso comprensivo, quasi paterno.

«Bugiardo.» Sibilo e stringo ancora di più la presa.

Non smette di sorridere. Perché cazzo non smette di sorridere?

«Te… atro… vai… va… vai…»

L’avevo sopravvalutato. Questo è un pazzo o un drogato, o tutt’e due. Quel suo sorriso sporco di sangue mi ha stufato.

Me lo porto al petto, pesa niente più che un sacco d’ossa. La mano dal collo scivola sotto il mento in un istante, con la sinistra gli prendo la nuca pulciosa.

Ruoto le mani.

Crack.

Si affloscia a terra con uno spazio innaturale tra la quinta e la quarta vertebra e la testa ripiegata sul petto.

L’espressione che gli è rimasta negli occhi è stupita, come se non si aspettasse di morire.

Una nube scivola via dalla luna e la luce fredda si fa più intensa. Il vicolo puzza di piscio e candeggina, il loro odore mi graffia le narici. Almeno ha coperto il fetore del sorcio.

Mi dileguo in fretta, anche se non c’è nessuno in giro. Non si sa mai, le Cappe Blu hanno da sempre il vizio di rompere le palle nei momenti sbagliati.

Non c’è tempo.

La mia mano corre al collo e sfiora la catenella di Alice. La tiro fuori e la guardo, il piccolo fiore di peltro che funge da pendaglio l’avevo fatto io.

Perchè se l’è tolta?

Il peso nel mio pretto aumenta sempre di più.

Non sei buono a fare niente. Hai promesso a papà che l’avresti riportata a casa, invece ora è…

Soffoco il pensiero prima di concluderlo. Lei non è morta.

Teatro abbandonato di Colton, dunque. Era abbandonato anche quando ero bambino, il posto perfetto per un trappola.

Chi cazzo è così disperato da tendere una trappola a me?

Respiro senza fare rumore. Il retro del teatro puzza di merda di cavallo in maniera tremenda.

La struttura di legno torreggia nera contro il cielo, incombe sulle viuzze tutto attorno.

Davanti non c’era nessuno, nemmeno un mendicante ubriaco.

Troppo sospetto.

Due uomini borbottano davanti a un carretto di legno coperto da un telo. Niente cavalli, però.

Sono due idioti. Al posto che mettersi tra il carro e la strada, stanno a ciarlare nello spazio tra il veicolo e l’ingresso sul retro.

Aspetto che la luce della luna venga coperta di nuovo da una nuvola e parto. Acquattato sotto il profilo del carro, sono sicuro che non mi possano vedere e raggiungo il carro.

Controllo il respiro finchè non lo sento nemmeno io.

Il sergente Black diceva sempre che solo i più silenziosi bastardi entravano nei suoi Fantasmi.

Sposto appena il giustacuore dal fianco e scopro l’elsa del pugnale. La mano scende allo stivale ed estrae piano il secondo coltello, senza fare rumore.

Mi sporgo appena oltre il bordo. Un lume ad olio illumina di una calda luce arancione i volti dei due futuri cadaveri.

C’è un odore nell’aria, mescolato a quello dell’olio nero e del letame. Un odore penetrante, così forte che lo puoi quasi gustare, sulla lingua sa di pesca e mandorle. Viene dal carro.

Con la sinistra tasto per terra. Letame, letame, paglia e qualcosa di duro. Raccatto il ciottolo e lo tiro in un’ampia parabola sopra la mia testa, oltre i due idioti.

Il sasso schiocca contro qualcosa, vedo le sommità delle loro teste voltarsi.

Mi alzo.

La nuca del primo, più lontano, è perfettamente illuminata dalla lampada che tiene il secondo. Tiro il pugnale lì.

«Ah!»

Prendo l’altro pugnale.

Sono addosso al secondo prima che si giri, la mano sinistra sulla sua destra, che regge la lampada.

Con l’altra mano infilo la lama appena sopra l’ugola e spingo. Il suo grido non parte nemmeno, inizia come un basso singulto e si strozza subito nel sangue, inizia a gorgogliare. Spingo ancora verso l’alto, con la sinistra prendo il lume prima che lo molli. Il tonfo di un corpo contro la pietra mi assicura che l’altro è a terra.

Mi ciondola addosso e si impala ancora di più, le mie nocche gli toccano il mento. Dagli angoli della bocca vomita sangue. Lo fisso negli occhi e aspetto.

Uno.

Alice. Il suo volto sfreccia nelle mie pupille.

Due.

Mi sorride. Il cuore mi si contrae nel petto, in preda al dolore.

Tre.

Non ho ucciso così tanti uomini per tornare e scoprire che è morta. Lei non è morta.

Il sangue dell’uomo mi cola sulle dita.

Quattro.

Alzo un po’ di più il lume per vedere bene gli occhi. La parte nera si dilata, il corpo si rilassa. Estraggo il pugnale.

L’altro sta ancora gorgogliando, mi chino su di lui e faccio luce.

Il coltello è rimasto incastrato tra due vertebre e il muscolo del collo. Non esce tantissimo sangue, devo aver mancato l’arteria. Non grida, la punta dev’essere entrata in gola.

Chiudo le dita sul manico di legno. Se avessi fatto un tiro del genere al fronte, il sergente Black mi avrebbe scorticato il culo a scudisciate.

Torsione secca, la carne fa un risucchio umidiccio. Ora si che esce un fiume di sangue.

Sei stato più Fantasma che uomo per quattro anni, non fare cazzate adesso.

Torno dal primo e gli levo la spada dal fodero alla cintura. Corta, affilata su un solo filo, dritta fino alla punta che poi curva un poco indietro. L’elsa ha un terzo ramo di guardia, più corto degli altri, per proteggere la mano armata.

Proprio una bella spada. Infilo la lama sotto il telone e lo alzo. Fiori.

Alla luce del lume i petali rossi, a forma di cuore, e i pistilli giallo intenso sembrano scintillare. Fiori della Parsimonia, direttamente dal continente.

Un sacco di Fiori della Parsimonia, abbastanza da far addormentare un ciclope delle colline. Che cazzo vogliono farci?

Fanculo i fiori.

Mi volto verso la porta e alzo il lume all’altezza del viso. Soffio via la luce ed entro.

Dopo qualche attimo i miei occhi si abituano al buio. Il soffitto del teatro è coperto da uno spesso telone, la luce è tutta sul palcoscenico. Le seggiole e le panche di legno sono spaccate, mi ricordano le costole di uno che ho visto sul campo di battaglia a Yvreia. L’aveva colpito il nostro mago di prima linea con non so quale puttanata, schegge di ossa gli punteggiavano le budella.

«Se fosse ancor più nobile affannarsi dietro all’amor di questo mondo, le lepri avrebbero da essere nostre maestre.»

Alice. La voce è la sua.

Con uno schiocco, una luce fredda si accende sul palco.

Cazzo. Scoperto appena entrato.

Stringo la spada nella destra e sfodero il pugnale con la sinistra.

Davanti a me, dritto in piedi sul palco, sta un uomo.

No, un elfo, guarda che orecchie. Lunghe e appuntite, bluastre.

Ma nessun segno di Alice. L’elfo è solo sulla scena.

Faccio scattare lo sguardo da un angolo all’altro della platea più volte. Nessuno, vuota.

Il volto dell’elfo è coperto da qualcosa. Una maschera, la maschera di una donna. Per un istante, sembra il volto di Alice.

«Chi sei?» Ringhio. Faccio un passo avanti, con cautela.

L’elfo ha la pelle turchina e i capelli slavati, lisci e lunghi fino alle spalle. Un giustacuore rosso dalle ampie maniche a scacchi gialli e azzurri gli copre il petto. Appese alla cinta e cadenti sui pantaloni a sbuffo, lunghi fino alle ginocchia, stanno diverse maschere bianche, bordate d’oro.

Con la sinistra ne tiene un’altra in mano, la destra sorregge il mento di quella da donna che ha indosso.

Rimane zitto.

«Chi sei!?» Calmo, devo stare calmo. Stringo i denti.

Con la destrezza di un prestigiatore, il teatrante si scambia la maschera con quella che tiene con l’altra mano, tanto rapido che non riesco a vedergli il volto.

Ora la maschera è maschile, bianca. Sorride come sorrideva il sorcio, ha baffi e pizzetto neri e quel maledetto ghigno del cazzo, un po’ gentile e un po’ malizioso.

«Veramente vuoi vedere ciò che ho velato con tanta veemenza?» Si mette una mano sul fianco e alza l’altra nell’aria, come per rivolgersi al pubblico.

«Cosa?»

«Mi chiedevo solo se non ti pare strano chiedermi chi sono. Non porto queste per niente, ti pare?» Agita piano la maschera che tiene in mano.

«Vaffanculo.» Punto la spada contro di lui.

«Volgare ma eroico. Un personaggio perfetto. Proprio come mi raccontava la tua Alice.»

Il suo nome mi manda il sangue alla testa. Le orecchie mi fischiano, le gambe si muovono da sole, lente, verso il palco. «Lei dov’è?»

«In un posto migliore.» Il sorriso della maschera mi schernisce, i volti finti che ha attaccati ai pantaloni mi fissano con i loro fori al posto degli occhi.

La sua frase è come una lama. «Bugiardo!»

Scatto verso il palco, ma la sua voce sferza l’aria e mi ferma. «Perché? Perché la verità che propongo è peggiore della tua?»

«Cosa? Che cazzo dici?!» Sento il cuore battermi a mille. Sono a due passi dal palcoscenico e lo vedo bene, ora. È disarmato. «Lei non è…»

«Morta?»

Per un istante mi manca il fiato. Il furore mi brucia l’anima tanto da farmi urlare.

Non è morta! Non può essere morta!

Balzo sul palco, le armi strette in pugno. Il teatrante mascherato non si muove nemmeno, rimane lì dritto, al centro della scena.

«Aaah, senti come le mille lame della verità straziano il giovane valoroso.»

Ti ammazzo, fottuto bastardo.

Avanzo di scatto e tiro una falciata orizzontale all’altezza del suo petto. Lui fa un passo indietro e la lama sfiora il suo giustacuore. Rientro con un affondo e lui scivola ancora via, guizzandomi di fianco con passo aggraziato.

«Via, giovanotto, non è il momento del sangue, questo. Sei vigoroso e risoluto come tua sorella.»

Ruggisco e ruoto su me stesso tirando una spazzata, l’elfo balza via e la evita.

«Cosa le hai fatto?! L’hai drogata?!» Lo inseguo senza dargli tregua, finto con la spada e affondo col pugnale. La mia lama incontra solo l’aria.

Si muove con la scioltezza di un maestro, scansa il busto per evitare la coltellata e mi sguscia di nuovo di fianco.

Le sue mani scambiano con rapidità la maschera femminile con un’altra che ha appesa alla cintura. Lo carico con un ringhio e lui se la pone danti al viso.

È un volto collerico, i lineamenti contratti nell’atto di urlare.

«BASTA!» Una voce che sembra un tuono mi esplode nelle orecchie e qualcosa mi scaraventa a terra. Le assi di legno del palco mi colpiscono la schiena, il dolore mi serpeggia tra le costole.

«Non è questo il modo di comportarsi, giovanotto.» La voce è tornata quella sarcastica di prima.

«Cosa… le hai fatto? Cos’hai fatto a mia sorella?» Mi alzo appoggiandomi alla spada. Lui è lì che mi aspetta.

«Ti confesso in tutta sincerità che fu lei a venire da me.» Mi guarda dall’alto e il suo sorriso scolpito mi schernisce.

«Palle.»

«Tutt’altro.» Riprende la maschera femminile dalla cinta. «Non vorresti sapere perché?»

Non rispondo, mi limito a serrare le dita attorno alle armi e a sentire il sangue che mi brucia nelle vene. Il cuore batte a mille.

Anche lui resta immobile, a fissarmi con quegli occhi bui e quel sorriso che mi provoca.

«Perché?» Sibilo.

«Tua sorella è venuta qui in cerca del mio aiuto. Io le ho dato la possibilità di aiutare.» Cammina sul paco a grandi passi e parla con voce profonda, compiaciuta.

«Aiuto? Quale aiuto?»

«Aiuto per sollevarsi dall’infamante situazione nella quale si era cacciata per sopravvivere. Un aiuto che le salvasse la vita.» Il mascherato apre le braccia e mi offre il petto. «E io l’ho fatto.»

«Bugiardo! Tu l’hai uccisa!» Qualcosa nella mia testa mi obbliga a non piantargli la lama nel ventre

«Prima mentivo perché testimoniavo la sua morte e ora mento perché non lo faccio.» Scoppia in una grassa risata. «Quanto è mutevole, la verità.»

«Stai zitto!» Faccio un passo avanti ma lui non smette di parlare, non bada nemmeno alle mie lame.

«La verità non tace mai, mio giovane amico. Mille miliardi e ancora più ne esistono, una per ogni uomo che pensa di possederla e due per chi non lo pensa. Ma io…» Fa una pausa e inspira profondamente, alzando la mano che tiene la maschera di donna con un gesto teatrale. «Io posseggo la verità. Una unica verità, composta da tutti gli affilati frammenti delle altre.»

Mi porge la maschera di donna con un inchino, i suoi occhi vuoti mi fissano. «Questa è la verità di tua sorella.»

Non ci capisco più un cazzo.

Dentro di me brucio dal desiderio di zittire questo buffone una volta per tutte, ma devo prima scoprire cosa le ha fatto. Poi pagherà.

Deglutisco.

L’interno della maschera d’avorio è candido come l’esterno.

Rinfodero il pugnale e la prendo con la sinistra. Inspiro profondamente. «Cosa devo…?»

«Mettila.»

L’avorio è freddo sulla pelle, ma in un istante diviene morbido. Oltre gli occhi c’è solo il buio.

Tobias Langolder è grosso come un armadio, ma la sua pancia straborda tanto da far sembrare il suo uccello minuscolo, anche se ce l’ha in tiro.

Il volto barbuto è tutto rosso, i suoi occhietti neri e ravvicinati brillano alla luce delle candele. Seduto sul letto, mi sorride e si passa la corta lingua appuntita sulle labbra color lampone. Con un movimento impacciato delle due dita tira su e giù la pelle del prepuzio.

I suoi peli sono rossicci come la barba, ma attorno al pene diventano neri.

Devo trattenermi dal ridere. Al pensiero che l’uomo che ci ha ridotti sul lastrico è così patetico, quando è nudo, mi suscita quasi tenerezza.

Ci sono i volti afflitti dei miei, la tosse secca di papà e le lacrime silenziose di mamma, a ricordami che questo ciccione la tenerezza non la merita.

«Bella, bellissima. Girati ancora, gioia.»

Gli do la schiena e mi chino in avanti. Lui mugola di piacere. «Si, si. Bellissima. Vieni qui sulla mia faccia.»

Mi hanno chiesto di non parlare, sono pagata per stare zitta. Meglio così.

Langolder si sdraia sul letto e batte la tozza mano sul materasso, che si piega sotto ogni colpo tanto è morbido.

Pregusto quello che sta per succedere e gli sorrido. Allungo di proposito la sua attesa, gironzolo a zig-zag prima di arrivare da lui.

Non sospetta nulla. Il suo petto si alza e si abbassa veloce, il respiro è come un mantice. Tiene gli occhi fissi sulla mia passera.

Lo scavalco e appoggio il pube sul suo volto, la sua barba ispida mi punge la pelle. La sua linguetta inizia a leccare, sento umido là in basso.

Fingo un gemito e allungo una mano verso l’alta testiera del letto. «Oh sì.»

Stringo le dita attorno allo stiletto e il mio corpo si riempie di emozione. Mugolo ancora di piacere, ma non per quello che crede di darmi lui.

Il suo divertimento dura ancora qualche minuto. Sposta il mio bacino più indietro senza nessuno sforzo, le mie natiche sfregano sulla foresta di peli che ha sul petto. «Vieni qui, gioia, baciami. Senti il tuo sapore.»

Scendo verso due labbra color lampone lucide di saliva e umori. Le bacio e nello stesso momento lo stiletto entra nel collo. Tiro per slabbrare la ferita e al posto che il mio sapore, attraverso le labbra sento il suo sangue.

Delizioso.

Si alza di scatto e spalanca la bocca, porta una delle sue goffe manone al collo. Il sangue spruzza fuori con una forza che non avrei mai immaginato. Langolder muove le labbra per gridare aiuto, ma escono solo delle specie di conati di vomito. Barcolla verso la porta.

Riversa sul letto, mi volto e una spruzzata rossa mi macchia il viso.

Rido.

Per la prima volta in tanti anni rido di cuore.

Ce l’ho fatta, ce l’ho fatta.

Langolder incespica e si schianta contro il tavolino, il legno si fracassa.

Urla fuori dalla porta e poi un calcio che la spalanca di scatto. Il gregario di Langolder grida e mette mano alla spada. Il suo volto sembra uno straccio slavato, la pelle è cascante, ma i suoi occhi sono spiritati.

«Tu! Piccola puttana!»

Puttana? Io sono un’eroina. Io ho salvato mamma, papà, tutti i filaseta del distretto degli scardassieri e chissà quante altre persone. Mamma non piangerà più, papà riavrà il suo lavoro. E quando tornerà Morgan, lui sì che sarà fiero di me. Ora anche io sono come lui.

Continuo a sorridere e una lacrima mi scende lungo la guancia. Mi spiace solo che non lo rivedrò più.

Addio, Morgan. Spero che papà ti possa perdonare.

La spada mi cala sul cranio.

Urlo. I polmoni e la trachea bruciano come se fossero stati scorticati.

Mi strappo la maschera dal viso e la getto via, mi serro le tempie con le mani, come per spremere via dalla mia testa quello che ho appena visto, ma non va via, non va via.

La gioia che provavo fino a un istante fa mi dà il voltastomaco.

«NO! NO!»

Non può essere, non può! Non è possibile!

Premo le mani sugli occhi per non vedere più, ma la scena continua a svolgersi dentro il mio cranio. Il ciccione, Langolder, il suo cazzo. Il pugnale. Le sue labbra, il sapore del sangue.

Dei onnipotenti, ditemi che è uno scherzo, che è tutto un fottuto scherzo!

«Così giovane, eppure così coraggiosa. Una vera virtuosa in questo mondo rancido di vermi.»

«STA’ ZITTO!» Mi tappo le orecchie, ma la sua voce ci passa attraverso come una lama.

«Parlava sempre di te, Morgan. Voleva essere come te, salvare la famiglia.»

«No…non è possibile. Io non…io non sono un eroe…» Balbetto, le unghie incidono la pelle del mio cranio.

Alice è morta. La mia piccola, splendida Alice è morta per essere come me. Un traditore, un assassino, un disertore.

«Poco importa. Per tua sorella, tu eri il più buono ed eroico degli uomini. Questa, per lei, era la verità.»

Le lacrime mi bruciano gli occhi. Alzo lo sguardo su di lui. «Ma è una bugia.»

«No. È solo una verità diversa dalla tua. È questo il bello della verità.» Sento i suoi passi avvicinarsi. Si inginocchia davanti a me e mi poggia una mano sulla spalla. «La verità può essere vista in molti modi diversi. Si può dire che la verità è l’unica dea a cui puoi credere, in un modo o nell’altro.»

La sua voce è così suadente che non riesco a smettere di ascoltarlo, nonostante i singhiozzi, anche se tutto mi urla di prendere la spada e ucciderlo.

Niente ormai ha più significato, non ora che lei non c’è più. Ho lasciato morire tutto quello che mi restava di bello.

Sono solo.

«No, non lo sei.»

«Cosa?» Mi blocco e lo fisso in quella bissi neri che sono i suoi occhi. Il suo volto pietrificato continua a sorridermi, ma non c’è più lo scherno di prima, è un sorriso comprensivo.

«Tua sorella è morta credendo che tu fossi un eroe. Tu ora hai la possibilità di diventarlo.»

«Io…» Il mascherato salta in piedi e apre le braccia, come per abbracciare l’intero teatro.

«Porta avanti la battaglia raccolta da tua sorella! Elimina tutti questi parassiti, che vivono come viscide sanguisughe sulle disgrazie dei poveri uomini come te.»

«Io non sono un eroe… ho fatto delle cose…» Chino di nuovo il capo, ma la sua mano stringe di nuovo la mia spalla.

«Shh, quello è il passato. Una verità che possiamo rimodellare. Un uomo con i tuoi talenti può facilmente trasformarsi da assassino a giustiziere. Serve solo un po’ di abnegazione.» La sua voce si fa più bassa, ma sempre suadente.

Mi porge una delle sue maschere, vuota. Non ha naso, bocca o altri tratti, è un liscio guscio d’avorio con solo due fori per gli occhi.

«Cosa… cos’è?» La prendo tra le dita. È gelida.

Anche io sento freddo. Tutto il furore che mi pervadeva è svanito, come congelato. L’unico dolce calore che sento proviene dalla mano dell’elfo mascherato. La sua presa è rassicurante.

Apro la bocca, ma non riesco a dire nulla. La mia testa è invasa da un turbine di pensieri.

Guardo il volto d’avorio dell’elfo. «Tu l’hai uccisa…»

«Credi sia questa la verità?»

No. Sono stato io.

Il sorriso della maschera sembra quasi allargarsi. «Indossala. Sii quello che tua sorella sognava che fossi.»

Inspiro e chiudo gli occhi. Alice mi sorride.

Appoggio la maschera al viso. L’avorio è freddo come la neve.

«Molto bene.» Le sue dita si staccano dalla spalla e si posano sulla maschera. La toglie con delicatezza.

«Ma non è successo nulla.» Non è durato nemmeno un secondo, cosa sperava che succedesse?

Lui la volta tra le dita e me la mostra, il mio cuore manca un battito.

Quella è la mia faccia.

Sulla maschera c’è il mio volto, la cicatrice sul naso, gli zigomi alti, gli occhi chiari. La mia pelle è scurita dal sole e dallo sporco.

Con le mani mi tasto il viso e scopro che è tutto ancora lì, non manca nulla. «Cosa significa? Cos’hai fatto?»

«Ho immortalato il volto di un uomo che sceglie di essere un eroe. Da adesso, non sei più l’uomo che eri.»

«Non… non capisco.»

«Nessuno capisce, all’inizio. Non è la maschera che indossi, che fa di te un eroe. È quello che fai.» Aggancia la maschera assieme alle altre, alla cintura. Adesso, il suo colore pare meno simile alla mia pelle, è più chiaro. Gli occhi non sono più i miei occhi azzurri, ma si stanno riempiendo di nero.

Lo guardo dritto nel buio dei suoi occhi.

«E io ho giusto un compito da affidarti.» La sua maschera continua a sorridere.

 

Racconto di Luca Vitali.