C’era una volta uno scultore.

Non un guerriero o un incanalatore stavolta, mio giovane nipote, e nemmeno uno di quei pescatori di Jiu che ti piacciono tanto. Questa è la storia di uno scultore.

Egli viveva nella valle di Lao, alle pendici del monte che la copre con la sua grande ombra durante l’inverno.

In quella terra, quando le nubi diventano chiare e la neve incomincia a cadere, il grande freddo spinge gli abitanti al chiuso, e per questo motivo si dice che l’arte del teatro sia nata proprio lì.

Nella valle argilla e pietra da lavorare non scarseggiavano, ma lo scultore aveva deciso di usare il legno.

La sua piccola casa si trovava poco distante dal villaggio, ai margini della foresta, e egli viveva lì assieme a suo fratello.

Si guadagnava da vivere fabbricando maschere, che venivano usate per gli spettacoli del suo paese.

Era una vita semplice, ma arricchita dall’animo del fratello, attore di grande talento, e dagli amici che portava nella casa.

Lo scultore viveva felice.

Ogni giorno, al mattino, lui e il fratello si alzavano e facevano colazione.

Quando il fratello aveva una posa triste, o pensierosa, o faceva buffe smorfie per farlo ridere, lo scultore prendeva il suo scalpello, la pialla e la raspa e iniziava a modellare il legno nella forma delle sue espressioni.

Ben presto la fama dell’attore divenne grande anche all’infuori della valle, tanto da attirare sempre più pubblico.

Gli ammiratori dell’attore erano talmente tanti che oramai non entravano più nella piccola casetta dei due, e l’attore dunque rimase spesso fuori a festeggiare e a dormire, preferendo i locali e le case dei suoi spettatori più facoltosi.

Notte dopo notte, quella casa così piccola diventava sempre più grande e vuota, per lo scultore.

Quando la fama del fratello raggiunse l’apice, questi fu ingaggiato per un itinerario nei teatri più grandi di tutta Pang Hwa, e salutò lo scultore con la promessa di un presto ritorno.

A ogni giro che il fratello compiva, il tempo della sua lontananza si allungava, e la casa dello scultore diventava sempre più fredda.

Egli, inizialmente felice per il fatto che l’altro avesse trovato la sua via, diveniva sempre più triste con il passare dei giorni per la sua mancanza.

Dopo un rigido autunno, alle prime nevi il fratello dello scultore tornò dal suo ennesimo ciclo di spettacoli.

Rincasò e fu accolto con grande gioia dal fratello, ma gli disse che presto, molto presto, sarebbe dovuto partire per un altro grande viaggio, per portare la sua arte anche nelle terre che confinavano al tempo con Pang Hwa.

Egli disse che pensava in realtà di lasciare il fratello nella valle per poter seguire il suo sogno e diffondere la sua arte in tutto il mondo, avendo quest’ultimo come casa.

Il fratello si adombrò e lo scongiurò di ripensarci, di rimanere con lui.

“Ti prego”, gli disse, “l’inverno è così freddo, e la casa così vuota, per una sola persona.”

A nulla valsero però le suppliche e i pianti dello scultore. Il fratello era deciso a seguire la sua splendente via, e disse allo scultore che se voleva poteva seguirlo.

Ma questi si lamentava, diceva che quel bosco era l’unico posto in cui riusciva a creare.

Le suppliche si trasformarono in accuse, la tristezza in rabbia.

Lo scultore uscì di casa, nella notte, lasciando aperta la porta per far si che il gelido vento dei monti spazzasse le stanze e facesse provare al fratello lo stesso freddo che provava lui.

Camminò nel suo amato bosco a lungo, in mezzo alla neve, cercando il sussurro del legno che ogni volta gli mormorava come seguire le sue venature, come scolpirlo senza fargli male, ma le piante rimanevano mute.

La rabbia che gli bruciava dentro aveva assordato il suo cuore, ma prima che potesse capirlo la notte si fece più scura, e il gelo iniziò a fargli diventare la pelle di un livido, bluastro colorito.

Quando il freddo ebbe ragione del fuoco che gli ardeva nel petto, lo scultore tornò a casa per scusarsi con il fratello, ma si trovò davanti una scena terribile.

Un lupo, forse entrato col favore delle tenebre dalla porta lasciata aperta, leccava il pavimento sporco di sangue.

Suo fratello giaceva riverso a terra, il petto squarciato, il cuore divorato.

Un lampo di paura attraversò lo scultore alla vista della bestia, ma si rese immediatamente conto che il lupo non faceva altro che guardarlo con occhi mansueti.

Si avvicinò alla creatura e le accarezzò il pelo.

Il dolore per la morte del fratello non frenava la ridda di domande che aveva in testa. Cosa era accaduto? Era stato il lupo, quel lupo così docile, ad attaccare suo fratello? O forse questi aveva fatto qualcosa per attirare l’ira della bestia?

Assorto nei suoi pensieri, non si accorse nemmeno che il lupo era andato via. Rimase infine solo con il fratello, e pianse le sue lacrime più amare, pur continuando a chiedersi quale fosse la verità.

Fu in quel momento che il sussurro del legno lo raggiunse di nuovo.

Ecco, quel pezzo non ancora finito, bianco e liscio tanto da sembrare avorio, lo chiamava.

“Onora tuo fratello”, diceva, “fai un ritratto della sua ultima espressione.”

Lo scultore prese il legno e lo lavorò con tale abilità da creare un viso perfettamente somigliante a quello del fratello.

Una volta concluso il lavoro, quando l’alba si alzava lieve dal profilo del monte, lo scultore indossò la maschera e prese una bacinella d’acqua, vi si specchiò e imitò la voce del fratello.

Incredibile a dirsi, attraverso il legno il suono della sua voce era indistinguibile da quella del defunto.

La gioia invase il suo cuore, subito sostituita però da un altro, terrificante timore.

Conosceva bene la voce del fratello, ma quelle degli amici e dei conoscenti del villaggio? Cosa avrebbe fatto quando anche loro fossero scomparsi? Come avrebbe potuto evitare di rimanere ancora più solo?

Nel suo cuore si insinuava sempre di più l’inquietudine.

Dopo il funerale del fratello, lo scultore fece spesso visita al paese, e studiò i comportamenti di tutti i suoi abitanti con la stessa dedizione che aveva impiegato negli anni a imparare l’arte della scultura.

Ben presto, come ogni buono studente mosso dal vero desiderio di apprendere, si accorse che l’apice che gli sembrava di aver toccato non era altro che una minore conquista.

La voce e le movenze della vecchia locandiera, del burbero macellaio, dello scherzoso mendicante e anche del suo stesso fratello gli apparivano ora contraffatte, pallide imitazioni della realtà come le maschere che aveva fatto per loro, stupidi pezzi di legno bianco solo vagamente somiglianti al reale.

Senza sapere dove andare per progredire nella sua impresa, lo scultore si rifugiò nella sua casa per lavorare e perfezionarsi, ma il legno non gli parlava più.

Una notte fredda, la più fredda che si fosse mai ricordata, lo scultore uscì dalla casa lasciando la porta aperta.

Si incamminò nella neve su per la foresta, com’era successo quella notte fatale, sperando che gli alberi ascoltassero la sua angoscia e sussurrassero ancora per calmarlo.

Ma non furono gli alberi a sussurrare.

Intravide una figura, nel buio totale della notte, aggirarsi nella neve.

Per un istante, credette che si trattasse dello stesso lupo che la notte di anni prima si era lasciato accarezzare ed era fuggito con l’alba.

Ma davanti a lui si palesò un lupo diverso.

Era Feng, il Lupo dai Diecimila Occhi, che vede ovunque, in ogni luogo e in ogni tempo, in ogni cuore e in ogni spirito, e che abita le notti più oscure e gli incubi più tormentati.

Il gelo aveva reso di nuovo bluastra la pelle dello scultore, che però non provava paura. Forse oramai, aveva troppo freddo anche per quella.

“Cosa cerchi in questa notte così buia, in questa foresta così gelata?” Domandò Feng, puntando tutti i suoi diecimila occhi sullo scultore.

“Cerco la via per tradurre sul legno la realtà, la via per rendere materia la verità.”

Il lupo Feng sorrise, scoprendo le sue orride zanne seghettate. Porse uno dei suoi occhi allo scultore.

“Prendilo, e cammina con me tra le ombre.”

Lo scultore esitò. “A cosa mi serve?”

“Attraverso le ombre imparerai a vedere quello che non si può vedere. Attraverso le ombre, capirai che la verità è già un oggetto, e io ti insegnerò come stringerla tra le dita e scolpirla, per darle la forma che desideri.”

Lo scultore annuì, tremante, e allungò la mano verso l’occhio, ma Feng lo fermò. “Sappi, uomo, che per chi cammina tra le ombre non c’è felicità più grande che piegare le cose dei vivi, e dar loro continuamente una forma nuova. Sarà questa la tua strada. Ogni patto deve essere fatto in piena coscienza.” E il lupo mostrò di nuovo il suo turpe ghigno.

Anche lo scultore sorrise, nonostante il gelo. “Questa strada allora, io l’ho percorsa sin da quando sono nato. Sarà solo diversa la materia sotto il mio scalpello.”

Nessuno vide mai più lo scultore.

Alcuni raccontano questa favola ai bambini per insegnar loro a non andare nelle foreste, a non parlare con i lupi e a non lasciarsi ossessionare dai lutti che capitano loro.

Ma questa versione, che io ho riportato più completa che ho potuto dopo i miei viaggi, vuole insegnarti una cosa diversa, nipote mio.

Non posso comandarti quello che gli altri anziani dicono ai giovani, di allenarti a non seguire il tuo cuore. Correresti il rischio di non ricordarti più come si usa, un giorno.

Quello che ti raccomando, nipote, è di stare attento, quando la via che scegli coincide con quello che ti dice il tuo cuore. Il bene tuo può essere la catastrofe degli altri.

Ricorda questa lezione, e stringi forte il tuo acciaio, nipote.

Fallo per me.

 

Racconto di Luca Vitali.