Herenvar Kitgard assaporò compiaciuto la birra amara e pastosa e sospirò:
— Ah! Birra di Landen! Ho bevuto fin troppo vino del Sud, a Corte. Iniziavo ad averne la nausea!
Nalevh Haynes notò che l’amico era piuttosto ingrassato. Il suo viso, incorniciato dalla barbetta bionda e curata, era tondo come la luna piena. Il nauseante vino dell’Imperatrice non doveva avergli tolto del tutto l’appetito.
— Sono felice che tu sia qui, Herenvar! — gli disse, sinceramente.
— Anche io, amico mio! — rispose il primo — E sono ancora più felice di sapere che quel grasso figlio di puttana di Langolder è stato sgozzato, proprio come il suino che era!
L’uomo proruppe in una sonora risata e abbatté un pugno sul tavolo, facendo sobbalzare i boccali. Sicuramente ci aveva già dato dentro con le birre, lungo la strada.
— Allora l’hai già saputo. — constatò Nalevh.
— Ma certo, certo che l’ho saputo! — rispose Herenvar, con lo stesso tono esultante.
Concitato, iniziò a spiegare:
— Quel buffone sapeva che sarei stato in città e mi aveva sfidato a duello, per una questione di ragazze, sai? Avrei dovuto affrontarlo tra due giorni, ma, a quanto pare, una certa Alice Waker mi ha risparmiato la seccatura!
Lo sguardo di Nalevh Haynes, torvo per natura, si velò di tristezza.
— L’hanno massacrata. — disse, seccamente.
— Già.
Tra i due calò il silenzio per qualche istante.
Fu Nalevh a spezzarlo per primo:
— Allora, quali novità mi porti da Inverstrom?
— Bah, l’Imperatrice ti rimpiange, come da tre anni a questa parte — rispose Herenvar. Poi prese a elencare, in un grottesco falsetto — Il suo migliore Arcanista, il famoso Nalevh Haynes, colui a cui si deve la vittoria di Yvreia, l’eroe che servì sotto suo padre e bla bla bla.
— Strano — ridacchiò Nalevh, pizzicandosi la corta barba scura — Credevo di averle fornito un ottimo sostituto.
— Comunque, non è da Inverstrom che porto notizie, ma da Adelweiss. — disse Herenvar. Il suo tono si era fatto improvvisamente più serio.
— Non voglio girarci intorno, Nalevh — continuò, aggrottando la fronte ancora liscia — Miya Winton è stata giustiziata.
Nalevh portò alle labbra il proprio boccale di birra e ne inghiottì un sorso, senza dire nulla. La sottile ruga verticale tra le sue sopracciglia si fece più profonda, come succedeva ogni volta che era addolorato.
— Senti— intervenne Herenvar — Devi vederla in questo modo: quella poverina ha smesso di soffrire e ci siamo anche risparmiati la fatica di mandare qualcuno dei nostri a recuperarla dai sotterranei di Delrid. Avevamo timore che Aldemund potesse ricavarne informazioni utili, ma quell’idiota ha pensato bene di metterla al rogo.
L’altro si passò una mano sul viso, come se si sentisse improvvisamente stanco, e mormorò:
— Ho solo paura di come la prenderà Brita.
Herenvar posò una mano sulla spalla dell’amico e la strinse per qualche istante, con gentilezza:
— Troverai il modo di dirglielo. Sei tutto ciò che le rimane, ora.

Brita Winton giaceva supina sul proprio letto, fissando le travi in legno del soffitto con gli occhi spalancati e perfettamente asciutti. Non aveva lacrime da versare. Non era sua sorella ad essere morta. No, la vera Miya se n’era andata già da dodici anni, quando l’Oracolo Maledetto aveva preso il suo posto.
Esisteva un altro Oracolo, prima di Miya, nelle campagne di Holderness. All’epoca, però, quando i Winton ancora vivevano lì, nessuno la chiamava in quel modo. Per gli abitanti di Holderness la veggente era solo una donna anziana e cieca, che abitava in una casupola con il suo gatto e che viveva della loro carità. La vecchia Ada era tutta gobba, parlava da sola e borbottava in continuazione di guerre e sciagure. Dalle sue parole, solo apparentemente insensate, si otteneva sempre qualcosa di utile: per esempio, quando la donna prevedeva un’alluvione, si provvedeva a rafforzare gli argini del torrente o, quando preannunciava l’incendio di un fienile, gli uomini tiravano per tempo l’acqua dal pozzo. Aveva persino predetto la morte dell’Imperatore e la sconfitta ad Arvika, dove Soren Winton, padre di Miya e Brita, era caduto in battaglia.
Brita ricordava ogni istante del giorno in cui sua sorella era divenuta il nuovo Oracolo. Quel pomeriggio lei e Miya stavano raccogliendo le more selvatiche poco lontano dal villaggio, quando avevano udito un coro di voci concitate provenire dal vicino fiumiciattolo. Miya aveva lasciato andare le cocche del suo grembiule facendo rotolare a terra i frutti maturi, poi l’aveva presa per mano e insieme, di corsa, si erano dirette verso il torrente. Non era stato difficile individuare il folto capannello di bambini del villaggio. I ragazzi erano almeno dieci, disposti in semicerchio attorno a uno specchio d’acqua. Erano intenti a raccogliere dall’argine delle grosse pietre, che poi scagliavano in direzione della pozza, gridando e ridendo sguaiati. Senza capire, Miya si era avvicinata e aveva sollevato Brita sulle spalle, affinché la sorellina potesse vedere sopra le teste degli altri monelli. Non immaginava che lo spettacolo sarebbe stato orribile.
Nell’acqua stava in ginocchio la vecchia Ada, con i capelli grigi appiccicati al viso. La sua faccia sporca di sangue e fango era tutta tumefatta nei punti in cui i bambini l’avevano colpita con pietre e bastoni. Le avevano legato il gatto, morto, attorno al collo. La donna mugolava disperatamente e le sue orbite perlacee guizzavano da una parte all’altra, come se cercassero qualcosa o qualcuno. A quella vista, Brita era scoppiata in singhiozzi, terrorizzata.
— Basta! Smettetela subito! — aveva gridato invece Miya — Non ha fatto niente!
I ragazzini, però, avevano continuato ad inferire crudelmente sulla cieca, percuotendola, insultandola, sputandole addosso. Impotente, Miya aveva preso di nuovo Brita per mano e entrambe si erano messe a correre verso la casa più vicina, per chiedere aiuto. A quel punto, la vecchia Ada aveva smesso di gemere, come se finalmente le avesse notate.
— Figlia del mago— aveva gridato dietro di loro — Tu mi hai salvata! Sarò con te, con te, fino alle fiamme di Delrid!
Erano quasi giunte al villaggio, quando Miya era inciampata all’improvviso, cadendo a faccia in giù sul manto erboso, come fulminata. Nel momento in cui la sorella, rialzandosi, aveva sollevato gli occhi, Brita aveva visto le sue iridi azzurre cambiare colore: al loro posto c’erano le pallide sclere della vecchia Ada, che luccicavano come perle nella luce pomeridiana.
Molte volte, in quei dodici anni, Brita aveva sognato di essere spiata da un paio di occhi pallidi e spaventosi, da pesce morto, oppure di trovarsi nel torrente, come la povera cieca, colpita da pietre e bastoni. E il gatto era vivo, e parlava delle fiamme di Delrid.
Quella notte, invece, nel dormiveglia che precede il sonno vero e proprio, udì la voce di Miya canticchiare la loro ballata preferita. Le sembrò quasi di sentire odore di erica e ginepro entrare dalla finestra socchiusa, come accadeva a Holderness. Cullata dal ricordo della canzone, si addormentò profondamente.

Brita si risvegliò all’alba con la mente riposata e lucida. Si rinfrescò il viso con l’acqua del catino, indossò frettolosamente un abito celeste e passò le dita tra i lunghi riccioli dorati, rendendoli più mansueti. Uscì dalla propria camera e percorse il lungo corridoio, prestando la massima attenzione affinché il pavimento di legno non scricchiolasse: non voleva che il Maestro la scoprisse a uscire di nascosto. Ci riuscì in modo perfettamente naturale: ormai conosceva la dimora di Nalevh Haynes alla perfezione. Erano passati più di tre anni da quando sua madre l’aveva condotta lì, poco prima di salpare con Miya per Adelweiss, alla ricerca dell’ennesimo guaritore che restituisse il senno a sua sorella.
La ragazza si arrestò bruscamente sul pianerottolo e il suo cuore mancò un battito. In fondo alle scale riconobbe la figura alta e imponente del suo Maestro: aveva appena indossato il mantello ed era intento a chiuderlo, appuntandovi la solita spilla a forma di falco. L’imperatrice gliel’aveva donata il giorno in cui aveva lasciato il suo ruolo di Alto Arcanista per fare ritorno a Landen.
All’improvviso l’uomo alzò lo sguardo, intercettando quello di Brita. La sua espressione perennemente corrucciata si distese in un sorriso.
— Buongiorno, Maestro — lo salutò lei, dissimulando il proprio disagio.
— Brita, sei già in piedi? Il sole è appena sorto!
— N-non riuscivo a dormire — mormorò la ragazza, fissando la punta dei propri piedi — credo che inizierò a trascrivere il libro che ci ha portato Lord Kitgard.
Nalevh emise un sospiro.
— Si tratta di Miya, vero? — chiese, con una sfumatura di preoccupazione nella voce.
Brita annuì, senza guardarlo. Detestava mentirgli. Lui le sfiorò la guancia con una leggerissima carezza.
— Non starò fuori a lungo — le disse soltanto, uscendo — Più tardi ti aiuterò con quel libro.
Il pesante portone si richiuse dietro di lui, mentre il cuore di Brita, finalmente, rallentava. Tollerare la presenza ardente di Nalevh Haynes, ma anche la sue assenze, si era fatto sempre più difficile.
Nelle ultime settimane, l’attaccamento che legava Brita al suo insegnante si era trasformato in una specie di febbre intraducibile a parole. Lei stessa non avrebbe saputo dire come né quando avesse iniziato a guardarlo con occhi nuovi. Talvolta il Maestro, passandole accanto con uno dei suoi tanti libri, le arruffava affettuosamente i capelli e quel contatto bastava ad arrossarle le gote con un’ondata di calore soffocante. Quando sedeva accanto a lui a tavola o durante le lezioni era presa dal desiderio insopportabile di poggiargli la testa sul petto per ascoltare i battiti del suo cuore e aspirare il suo odore secco di tabacco. Durante le rare notti in cui l’uomo non rincasava, Brita lasciava il proprio letto e si muoveva per la casa inavvertita. Si aggirava a lungo per tutto il primo piano, come una gatta malinconica, fino a quando raccoglieva finalmente il coraggio necessario a entrare, silenziosa, nella stanza del mago. Spesso si sdraiava semplicemente nel letto vuoto di lui, immaginandolo accanto a sé. Altre volte toglieva i suoi indumenti dai bauli e li annusava ad occhi chiusi o si accostava alla lastra dello specchio e baciava le proprie labbra con un bacio gelido, che immaginava caldo, come la bocca di Nalevh Haynes.

L’abito azzurro di Brita le si intonava perfettamente agli occhi e sottolineava delicatamente la sua figura snella. I lunghi boccoli dorati le ricadevano sciolti sulla schiena, ondeggiando ad ogni suo passo. Ultimamente, quando camminava per le strade di Landen, la ragazza aveva iniziato a percepire gli sguardi dei passanti su di sé. Aveva diciannove anni e le forme di una donna, ormai. Soltanto il Maestro Nalevh sembrava non essersene accorto.
Giunta alla porta di Theodora Amyas bussò un paio di volte e attese. Prese a giocherellare con una ciocca di capelli. Il riflesso di una pozzanghera le restituiva l’immagine del proprio volto preoccupato.
— Chi è? — chiese una voce familiare, dall’altra parte.
— Sono Brita!
La padrona di casa armeggiò con le chiavi per un istante, poi spalancò l’uscio con un enorme sorriso. Era una donna non più giovane, tarchiata, con vividi occhi nocciola e una zazzera di corti capelli grigi. Theodora strinse forte Brita contro i propri seni pesanti:
— Che piacere vederti, bambina mia! — disse, sciogliendola dall’abbraccio e indietreggiando di un paio di passi — Fatti guardare! Sei una meraviglia!
Brita abbozzò un sorriso.
— Ti manda il Maestro Haynes, vero? Quell’uomo è sempre impaziente! Beh, dovrai dirgli che l’amuleto non è ancora pronto e che dovrà aspettare! Eppure lo avevo avvisato che ci sarebbe voluto tempo e che…
— No —la interruppe Brita, ponendo fine a quel fiume di parole — Sono io che ho bisogno del tuo aiuto.
— Oh, ma certo, ma certo — disse quella, afferrando il polso della ragazza e guidandola verso la cucina — entra pure!
Le fece cenno di prendere posto su una sedia, mentre con una mano punzecchiava delicatamente la schiena del gatto di palude che sonnecchiava sull’altra:
— Sciò! Scendi!
La bestiola spodestata si accoccolò sul pavimento con un miagolio di disappunto, mentre Theodora adagiava sulla seduta le proprie grosse natiche.
— Avanti, raccontami tutto.
Brita si torse le mani, nervosamente.
— Devi promettermi che non penserai male di me, Dora — esitò.
La donna scostò un ricciolo ribelle dal viso della ragazza, con fare materno.
— Non potrei mai. Coraggio.
— Voglio che l’uomo che amo si accorga di me, e che anche lui mi ami — sputò fuori la ragazza, tutto d’un fiato.
Theodora esplose in una risata gorgogliante e contagiosa. Sul suo viso apparvero due fossette maliziose e, attraverso la ragnatela di rughe, fu possibile intravedere la bellezza che doveva essere stata molti anni prima.
— Che bello sarebbe essere di nuovo giovane e innamorata! — esclamò, accarezzando di nuovo la guancia lentigginosa di Brita — Sei incantevole. Non ti servirà di certo la magia per stregare cuori!
La giovane continuò a torturarsi le mani, per niente a suo agio. Con il viso in fiamme, balbettò:
— S-si tratta del Maestro Haynes.
Theodora si irrigidì. Il suo tono affettuoso si fece improvvisamente molto serio.
— Ascoltami bene, piccola. Ci sono ben poche cose che la magia non possa farti avere — sospirò, gravemente — Una di queste è l’amore.
La donna prese una mano di Brina tra le sue e aggiunse, guardandola negli occhi umidi:
— Non si può creare un sentimento autentico con un artificio. Sarà sempre e solo un surrogato, un’imitazione. Lo capisci?
Brita annuì silenziosamente, ingoiando le lacrime.
Theodora trascinò la propria sedia ancora più vicina a quella della ragazza e la strinse tra le braccia per qualche istante.
— Oh, non devi piangere, bambolina mia! — le disse — Ascolta questa vecchia. Il Maestro Haynes è molto affezionato a te. Oserei dire che non esiste persona che lui ami di più a questo mondo.
Brita sforzò un leggero sorriso, mentre Theodora riprese:
— Ma tu sei ancora molto giovane, una fanciulla. Inoltre, sei la figlia dell’uomo che gli ha salvato la vita. Ecco, io credo che lui non si sia mai permesso di pensare a te in questo modo.
Brita si asciugò gli occhi, sentendo accendersi una nuova speranza.
— Oh, Dora! Ma io voglio che succeda! Dimmi, è possibile? — chiese, implorante.
— Sì, questo potrebbe anche accadere — esitò la donna — Nalevh mi ha detto che te la cavi molto bene con la magia psionica.
— Non abbastanza per la mente del Maestro — mormorò lei, mordicchiandosi nervosamente il labbro inferiore.
— Potresti esserlo abbastanza da fargli visita in sogno… — propose Theodora — Sai come fare a dare piacere a un uomo?
Le scarse conoscenze di Brita in merito ai piaceri della carne derivavano dalla lettura di un libro trovato per caso proprio nella biblioteca di Theodora. Pensò alle illustrazioni che l’avevano tanto incuriosita e turbata. Avvampò e annuì.
— Allora dagliene un assaggio.
La giovane, imbarazzata, fece di nuovo sì con la testa.
— Sapevo che mi avresti aiutata, cara Dora — sorrise poi, abbracciando la donna — Come posso ripagarti?
— Non essere ridicola e vedi, piuttosto, di non farmene pentire — la rimbrottò lei.
Sembrò fermarsi a riflettere per un istante, prima di dirle:
— In realtà c’è una cosa che potresti fare…
Brita si affrettò a rispondere:
— Tutto quello che vuoi!
— Un mio conoscente ha bisogno di una persona fidata che legga per lui il Mazzo di Semishira. Lo faresti? — chiese Theodora.
la ragazza annuì più volte.
— Bene, allora gli dirò di attenderti al teatro di Colton, domani, al tramonto. E non dimenticare le carte.
La ragazza non fece domande rispetto a quel luogo insolito, l’antico teatro abbandonato. L’istinto sembrava volerla avvisare, ma Brita soffocò subito la nascente inquietudine. Dora le voleva bene, non l’avrebbe mai messa in una situazione pericolosa.
— M-ma certo, lo farò.
Quella sera Brita si ritirò presto nella sua stanza, ma non riuscì a chiudere occhio. Nella sua mente mimò quello che avrebbe dovuto fare, ripetendosi che si trattava soltanto di un rituale, uno come tanti altri. Misurando la propria stanza a grandi passi, attese con impazienza le prime ore del mattino, quelle in cui i sogni sono più vividi ed è più facile violare la mente dei dormienti.
Quando si sentì pronta, prese tra due dita un petalo di Fiore della Parsimonia e se lo mise in bocca. Lo sentì fondersi sulla lingua, rilasciando il familiare aroma di pesca e mandorle. Si sedette sul bordo del proprio letto e visualizzò la porta della camera del suo Maestro. Percepì sotto le dita la fredda maniglia di ottone. Immaginò di aprire piano la porta e di scivolare leggera all’interno della stanza. Nalevh Haynes dormiva prono nel proprio letto a baldacchino. Nonostante fosse ancora buio, Brita distingueva parte della schiena dell’uomo che si alzava e si abbassava placidamente. La ragazza si avvicinò tanto da poter aspirare l’odore della sua pelle addormentata. Con una profondo sospiro raccolse tutte le sue energie e raggiunse i sogni di Nalevh Haynes.

Nalevh era seduto con le gambe fuori dal letto. Sotto le piante dei piedi percepiva il pavimento della propria stanza. Brita era proprio di fronte a lui, completamente nuda e bellissima, come non aveva mai osato immaginarla. La ragazza si avvicinò, piegandosi leggermente verso il suo viso, gli prese il mento tra le mani e lo baciò in piena bocca, provocandogli un brivido di sorpresa. Chiuse gli occhi e le loro labbra si incontrarono ancora in un bacio liquido, infinito, mentre lei armeggiava con la fibbia della sua cintura. L’uomo sapeva di doverla fermare subito. Dannazione, era abbastanza vecchio per essere suo padre. Brita, però, gli aveva già slacciato i calzoni e gli aveva tirato fuori il pene. Poi si era inginocchiata di fronte a lui e, abbassando le palpebre dalle lunghe ciglia, glielo aveva preso in bocca. Le sue labbra erano morbidissime, così calde e umide.
— Brita, fermati… — gemette, ma, anziché interromperla, iniziò ad accarezzarle i seni. La sua pelle candida era punteggiata da minuscole lentiggini dorate. I capezzoli si indurirono istantaneamente sotto il suo tocco.
La ragazza rovesciò all’indietro i lunghi capelli: alla luce delle candele, erano come una cascata di oro rosso. Gli sorrise e subito riprese a dargli piacere, strofinando sul suo membro la punta della lingua, e fermandosi solo di tanto in tanto per alzare su di lui lo sguardo azzurrissimo.
Nalevh mormorò, di nuovo:
— Fermati, o io…
Venne. E si svegliò. Probabilmente erano anni che non aveva un’eiaculazione nel sonno. Cercò di ricordare quando fosse accaduto l’ultima volta, ma non ci riuscì, talmente era cosa remota.
Il sogno lo aveva profondamente turbato, lasciandolo frastornato come un adolescente e in preda ai sensi di colpa. Decise che, almeno per quel giorno, sarebbe stato meglio per lui non incontrare la sua apprendista. Comunicò ai servi che sarebbe rimasto nel suo laboratorio alchemico a lavorare e che avrebbe pranzato da solo. Riuscì a trascorrere un paio di malinconiche ore a riflettere sul fatto che probabilmente era giunto il momento di lasciare che la sua allieva partisse per Inverstrom e venisse addestrata all’Accademia, come ogni altra giovane maga imperiale. Durante il resto della giornata, però, non pensò ad altro che alla bella risata di Brita, roca e impertinente, che le iniziava dal ventre come le fusa di un felino per risalirle fino al collo candido e ai grandi occhi, celesti ma incandescenti.
Non poteva immaginare che la ragazza avesse di nuovo lasciato la sua dimora, con un mazzo di Tarocchi di Semishira ben stretto tra le mani, diretta verso il teatro di Colton.

 

Racconto di Melissa Negri.