La foresta era silenziosa. I suoni venivano come risucchiati, non un uccellino che cantava, non un fruscio di foglie per il passaggio di un animale, a malapena si sentiva il ruscello scorrere ai suoi margini. Come se avesse le orecchie tappate. Syura era in piedi con la cesta piena di erbe medicinali, le mani sporche di terra, il cuore in subbuglio.
Per quale motivo si trovava lì? Non ricordava niente prima di quel momento.
Lentamente provò a indietreggiare per allontanarsi dalla Foresta mangia suoni ripetendosi di non emettere nemmeno un fiato. Una sola parola l’avrebbe condannata a morte certa.
Mentre camminava cercando di fare meno rumore possibile senza distogliere lo sguardo dall’intricato sottobosco, la pressione alle orecchie si allentò rendendo il suo respiro più regolare. Gli alberi di Gylis rossi come il sangue erano prosperi in quel lato della foresta perché nessuno aveva il coraggio di andare a scorticare la loro corteccia, usata come droga.
Qualcosa però attirò la sua attenzione, un viso bianco tra i cespugli, lo riconobbe subito. Il suo cuore perse un colpo. Stava per urlare il suo nome, ma si portò le mani sporche sulla bocca, trattenendosi a stento.
Sua madre la guardava, da quella distanza non vedeva i suoi lineamenti, solo gli occhi grandi e neri sbarrati si distinguevano in quel verde oscuro. Sua madre non aveva gli occhi neri.
Le lacrime le offuscarono la vista, un lamento silenzioso le scappò dalla bocca ancora serrata dalle mani, il sapore della terra le finì sulla lingua.
Il viso chiuse gli occhi e aprì la bocca emettendo un urlo forte e stridulo.
Syura si svegliò urlando nel suo giaciglio, il respiro affannato e ricoperta di sudore. Si passò le mani sul viso cercando di ritrovare la calma. Era un sogno, un incubo.
Suo fratello, di solito sdraiato vicino a lei come tutte le mattine, non era li. Subito l’ansia le circondò di nuovo la gola. Si guardò in giro nell’unica stanza della sua casupola non trovando nessuno con la poca luce fornita dalla luna. La porta di casa era spalancata nel buio della notte. Corse fuori sperando di trovarlo sotto l’albero dove era seppellita la loro madre, il suo posto preferito. Non era nemmeno li.
“Fratello! Fratello dove sei!” sapeva di non dover urlare il suo nome, anche se era lontana dalla Foresta Mangia Suoni non sapevi mai se qualcuno o qualcosa, spintosi lontano dai suoi confini stesse ascoltando. Rivelare il nome di una persona poteva incatenarla per sempre per non rivederla mai più.
Era una regola che il suo villaggio non infrangeva mai da anni, da quando un male sconosciuto e potente si era insinuato nella foresta di Illhebron. La sua gente l’aveva rinominata Foresta Mangia Suoni per il silenzio irreale che aleggiava nelle sue vicinanze, ma foresta mangia persone era più adatto.
Nessuno sapeva come fosse successo, forse un mago avrebbe potuto aiutare a capirci qualcosa, ma l’ultima era morta di parto molti anni prima. Suo fratello aveva ereditato il dono naturale della magia dalla loro madre, ma era inutilizzabile perché in lui mancava qualcosa. Non era come gli altri bambini, non guardava nessuno negli occhi e non rispondeva al suo nome, nemmeno se era lei a chiamarlo. Immerso perennemente in un altro mondo, diverso da quello dove vivevano lei e le altre persone.
Correre a piedi nudi sul terreno accidentato le stava martoriando i piedi, ma non importava. Suo fratello era tutto per lei, doveva trovarlo.
Uno sbrilluccichio attirò la sua attenzione, qualcosa di bianco camminava tra i bassi alberi da frutto in fiore del vecchio Frago. Una piccola figura esile.
“Fratello!” chiamò con voce ansimante, cercando di attirare la sua attenzione. Un ringhio basso le arrivò alle orecchie facendola tremare. Un altro sbrilluccichio, questa volta poté vederlo bene. Un paio di occhi gialli immersi nel buio che avviluppava suo fratello. Un urlo le proruppe dalla gola, non riuscì a trattenerlo.
Si risvegliò nella sua casa. Qualcosa le premeva sulla spalla. Era la testa con i capelli arruffati di suo fratello. La stava guardando con quei suoi occhi profondi. Gli sorrise cercando di rassicurarlo.
“Scusami se ti ho svegliato, ho avuto un brutto sogno, anzi più di uno” gli diede un bacio sulla testa e si alzò dal letto cercando di calmare il cuore.
Suo fratello continuò a guardarla, capitava di rado che il suo sguardo si concentrasse su qualcosa che non fosse inanimato come una pietra, un albero o il soffitto di legno della loro casetta fatiscente.
“Cosa c’è? Ho qualcosa in faccia?” si mise le mani sui fianchi. “Sicuro avrai fame, cosa vuoi da mangiare?” disse mentre si dirigeva verso le mele rinsecchite che si trovavano sul tavolino mezzo rotto e tarlato messo in un angolo della casa.
“Non che ci sia altro a parte questo” e prese due mele. Girandosi suo fratello non era più sul letto, scomparso.
“Dove sei finito brutto pestifero. Non ho voglia di giocare”
Una mano le afferrò la spalla stringendo forte.
“Cosa stai…”
Una figura nebulosa con occhi gialli, la stessa del suo sogno, la afferrò per il collo.
“Anche noi siamo stanchi” la sua voce era agghiacciante, sembrava formata da più voci con diverso timbro.
Le mani artigliate le incisero il collo, il sangue caldo le bagnò la schiena impregnando la sottoveste grezza con cui dormiva.
Come era entrata in casa sua quella creatura? Suo fratello! Dov’era suo fratello?
Non riusciva a respirare, la mente le si annebbiò insieme alla paura e alla preoccupazione. Doveva salvarlo da quella creatura.
“Fermo! Conosci la legge”
La stretta si allentò e Syura cadde a terra tossendo. La sua casa iniziò a squagliarsi rivelando un antro oscuro e puzzolente.
Mentre i sensi le tornarono a posto riuscì a sentire parte della conversazione tra quegli esseri oscuri e nebulosi.
“…i nomi…altrimenti…mangiarli…inutili”
Non capiva, sembravano una folla, non sapeva se ne erano due o molti di più a parlare. Il suo cervello le urlava incessantemente “Non parlare!”
Un suono stridente si propagò per tutta la caverna. Le creature alzarono le teste fumose come ad annusare l’aria e scomparvero.
Suo fratello era buttato in un angolo non lontano che si dondolava mordendosi le mani. Era tutto sporco di terra e sangue. Avevano seviziato anche lui.
Si trascinò lentamente verso di lui. Lo abbracciò, ma suo fratello si divincolò dalla sua presa.
“Sono io” disse in un sussurro.
“No!”
“Fratello mio, fratello mio sta tranquillo ci sono qui io” lo ripetè per più volte per far capire che era veramente lei. Una stupida frase che gli ripeteva sempre quando si agitava.
Le mise una delle sue piccole mani sul braccio facendole capire che era calmo.
Lo aveva cresciuto lei conosceva tutto di lui.
“Dobbiamo andarcene. Non so dove siamo, ma quelle creature ci vogliono morti” con la mano gli spostò il viso per guardarlo negli occhi.
“Fidati di me. Ti prometto che ti porterò via da qui” lui annuì e si alzò.
Le faceva male tutto il corpo, ma nonostante tutto prese in braccio il suo piccolo e fragile fratellino e corse il più veloce possibile.
Riuscì a uscire da quella caverna, non era molto profonda e non aveva diramazioni. La foresta la circondava da tutti i lati. Senza guardarsi intorno continuò a correre sperando di trovare il prima possibile l’uscita di quella maledetta foresta. Tutto era silenzioso come nel suo sogno e lugubre. Cortecce rosse, nere e argentee le riempivano la visuale. Rischiò di inciampare innumerevoli volte e altrettante di schiantarsi contro un albero nella furia di fuggire, di trovare una luce che la guidasse fuori.
Ancora non ricordava come erano finiti nella Foresta Mangia Suoni con quelle orrende creature.
Si sentiva molti occhi puntati addosso, che la fissavano famelici. Piccole lucine apparivano e scomparivano dal suo campo visivo, come gli occhi di un gatto che brillavano di notte, ma nessuna di esse si avvicinò.
Qualcosa la spinse e la fece ruzzolare da una scarpata. Nella frenesia non l’aveva vista. Lei e suo fratello si schiantarono contro molti alberi prima di finire quella caduta. Suo fratello le sfuggì dalle braccia cadendo non molto lontano.
Si era rotta sicuramente un braccio, ma non le importava. Doveva raggiungerlo e scappare da quell’incubo. Lui non si muoveva. La sua immobilità la spaventò più di quelle creature. Si trascinò il più velocemente possibile vicino a quel corpicino sporco.
Aveva gli occhi spalancati e del sangue sgorgava copioso dalla sua bocca.
Scosse la testa cercando di trattenere i singhiozzi. Sapeva che era grave, molto grave. Forse si era rotto le costole. Lo prese delicatamente e lo strinse a se.
“ Sono qui tesoro mio. Tranquillo sarò sempre qui con te” disse incurante delle creature che aveva attirato con il solo fatto di aver aperto bocca.
Era circondata, ma lei guardava la vita abbandonare lentamente gli occhi di suo fratello.
“Dicci il suo nome prima che muoia così diventerà uno di noi e vivrà per sempre” il sussurro le arrivò direttamente da dietro la testa.
“Non possiamo toccarvi senza conoscere il vostro nome, lo vieta la legge”
“Bella fanciulla vieni con noi, scoprirai un nuovo mondo”
Syura scuoteva la testa cercando di non ascoltare quelle voci orrende. Falsamente delicate. Per lei dicevamo solo scempiaggini.
Suo fratello ormai la stava abbandonando, e lei voleva morire con lui.
Voleva dirle qualcosa, sputò sangue che le finì in faccia. Bastò un bisbiglio. Lui che non parlava mai. Loro lo sentirono meglio di lei.
Il suo nome.

 

Racconto di Giada di Santo.