Reveka fu addosso a Vesirius nel momento stesso in cui lui aprì la porta. Premette le labbra su quelle del marito, le loro lingue si intrecciarono. Lo spinse all’interno dell’anticamera della villa e lasciò cadere la maschera per terra.

Le sue mani corsero avide sul corpo del Ratto.

«Eccitata?» Il Vesterith si staccò dalle sue labbra per un momento e ne approfittò per riprendere fiato. Con un calcio richiuse la porta.

«Famelica. E ho proprio voglia di provare quella cosa» Reveka fissò negli occhi Vesirius e gli morse delicatamente un labbro. I canini appuntiti giocarono con la carne morbida per qualche istante.

«Lo dici solo perché sei fatta.» Le sussurrò lui.

«Sta’ zitto e spogliati.»

«Per carità, che schifo.» Una voce roca risuonò nell’androne.

I due amanti si irrigidirono per un istante. Reveka fu la prima a scattare in avanti, le daghe uscirono dai foderi in meno di un battito di ciglia. La gorgone rotolò nella sala grande già pronta a scattare, le serpi sul capo alzate e sibilanti.

Vesirius le apparve un attimo dopo alle spalle, la spada già sguainata e la mano sinistra che correva alla bandoliera con le boccette che gli attraversava il petto.

Davanti a loro, seduto su una seggiola troppo piccola per il suo fisico imponente in mezzo al caos di cianfrusaglie, stoviglie e mobilio che affollava la stanza, stava un uomo. Era vestito con diversi strati di abiti, e una sciarpa di lana grezza gli circondava il collo.

Si portò la tazza che reggeva in mano alle labbra e bevve un sorso del liquido fumante, senza badare a loro.

«Aaah.»

Guardò la coppia con un paio d’occhi azzurri come il cielo al mattino, quasi brillanti. Il naso grosso e il volto rude, uniti alla sua stazza, gli davano un aspetto da vero lottatore.

Reveka si paralizzò di colpo, quando riconobbe quel viso. «Dregden…» Sussurrò. Un’espressione di orrore le attraversò il volto. «Non guardarmi!»

Si coprì il viso con gli avambracci e si gettò nell’anticamera.

Dregden sorrise. «Non preoccuparti, Rev. Ciao, Ves.» Fece l’occhiolino a Vesirius.

L’Esule lo guardava con sospetto, ripassava ancora e ancora sui dettagli del suo corpo. Il tessuto della sciarpa, la forma della tazza, i movimenti delle dita.

Possibile che il Maestro dei Sussurri fosse riuscito a raggiungerlo anche lì, in casa sua?

No. quello era Dreg. Ne ebbe la conferma quando notò com’era seduto, con le gambe larghe come per scattare in piedi appena ce ne fosse stato bisogno. Solo lui si sedeva così.

A bocca aperta aveva abbassato la spada, nei suoi occhi ora c’era curiosità. Continuava a fissare il nuovo arrivato senza riuscire a trovare le parole, ma solo a scuotere appena la testa. «Dreg…»

«Perdona l’intrusione, Ves, ma non sapevo quando sareste tornati.»

«No, non… non c’è problema…» L’elfo si massaggiò una tempia. «Da quanto tempo sei qui?»

«Bon molto, a dire il vero.» Dregden fece un gesto con il dito e una sedia si mosse stridendo sul pavimento in direzione di Vesirius, che si sedette.

«Dreg, sei… sei proprio tu?» Reveka, con la maschera in volto, rientrò nel salone e si avvicinò al mago. Sfiorò il suo viso con la mano.

Il volto di Dreg era diverso da come lo ricordava, il colorito meno acceso e le occhiaie sotto agli occhi molto profonde. Che ricordasse, Dregden non aveva mai avuto occhiaie.

I suoi occhi però erano sempre di quel blu che le era parso splendido dal primo momento in cui li aveva visti.

Per un istante le ritornò alla mente il loro primo combattimento nell’arena. Le grida della folla, il calore della sabbia, la paura, l’eccitazione.

«Proprio io, in carne e ossa.» Dregden le sorrise e si portò ancora alle labbra la tazza.

«Come hai fatto a sopravvivere? Haylock ti aveva…»

«Fatto crollare addosso mezza torre?» Il mago interruppe Vesirius con una scrollata di spalle. «Credimi, non ne ho idea. So solo che quando sono rinvenuto non riuscivo a muovermi.»

Reveka deglutì. La sua mente torno a sette anni prima, la notte della lotta con Haylock. «Ti abbiamo cercato.» Quando incrociò i suoi occhi una nota di rammarico venò le sue parole. «Ma non abbiamo trovato niente… io…» La gorgone si morse il labbro e non riuscì a continuare.

«Non fa niente.» Dregden le diede un buffetto sul braccio. «Non me la sono cavata poi tanto male.»

«Come hai fatto a rimetterti in sesto?» Vesirius aveva appoggiato la spada sul tavolo, sopra un mare di stoviglie accatastate alla rinfusa, e si sporgeva verso il vecchio amico, con i gomiti appoggiati alle ginocchia.

«Non ho fatto nulla, in realtà.» Dregden abbozzò un altro sorriso e abbassò il capo. «È stata una donna.»

Reveka e Vesirius si sporsero ancor di più verso di lui. «Una donna? Tu?»

Il mago si mordicchiò un labbro e scosse il capo. «Cosa vi devo dire, si cambia. Specie dopo queste cose…»

Reveka recuperò una sedia dal mucchio che giaceva per terra. Lo schienale e le gambe erano coperte da un fine strato di polvere.

Si sedette accanto a Vesirius e accavallò le gambe. «Racconta.»

«Non volete un…?» Dreg alzò la tazza verso di loro. Entrambi scossero il capo e continuarono a fissarlo, spronandolo con lo sguardo.

«Va bene.» Il mago bevve un altro sorso. «Il suo nome era Shariille. Era… Uh, come posso spiegarlo? Una monaca. Faceva parte di un culto di Yemebor, a est, oltre i Monti del Titano. Lei e i suoi mi hanno salvato.»

«I suoi?» Vesirius inclinò appena il capo.

«Era con un gruppo di suoi confratelli. Mi hanno portato in salvo e mi hanno curato. Mi sono svegliato giorni dopo e ho appreso la triste verità. Avevo la schiena spezzata in più punti, non potevo nemmeno mangiare da solo. Ma Shariille mi ha aiutato. Mi hanno portato con loro fino a un tempio su lago di Henzan, e lì mi hanno curato.» Allargò le mani come per farsi vedere meglio. «Ed eccomi qua.»

«Non capisco.» Reveka fece scivolare un dito sul bordo della maschera. «Ti abbiamo cercato per tutta la notte, fino all’alba.» La sua voce tremava impercettibilmente.

Dregden fece un sorriso a mo’ di scusa. «Non so dirti niente, Rev. Shariille mi ha detto che mi avevano trovato lì, ma io ero svenuto.»

Vesirius si grattò il mento. «Perché hai aspettato tanto a tornare?»

«Avrei voluto farlo prima, Ves, dico davvero. Ma prima che potessi tornare a camminare come prima ci sono voluti quattro anni. E poi…» S’interruppe, rimanendo a bocca aperta come per cercare le parole. Si passò la lingua sulle labbra. «Poi c’è stata una sorpresa. Avevo deciso di ripagare Shariille e i suoi compagni, e così li ho accompagnati in un incarico che dovevano svolgere, una volta. Poi una seconda, una terza, e alla fine… beh, per farla breve, mi sono… ecco… mi sono innamorato.»

«Davvero? È meraviglioso.» Vesirius rise.

Gli riaffiorò alla mente la serie di donne che il mago aveva rifiutato negli anni in cui erano stati compagni, dalle cameriere alle dame incontrate alle feste, tutte con la stessa gelida cortesia. «Quella torre sulla testa deve averi fatto bene.»

Reveka sorrise, ma non riuscì a evitare di fissare Dregden negli occhi, per un istante. Chiuse i suoi, e la prima immagine che vide fu il sorriso di suo marito, i suoi denti candidi e le labbra scure. Poi arrivarono le sensazioni, il sapore della sua lingua, la pressione lieve dei suoi baci.

Riaprì gli occhi. Di fronte a lei, Dreg rideva di gusto.

«Forse hai ragione, Ves.»

«E poi?» Vesirius non si sforzava nemmeno di mantenere un tono distaccato. Sotto la maschera, sua moglie sorrise e si ritrovò a chiedersi come sarebbe andata la loro storia, se Dregden non fosse scomparso quella notte.

«Poi… ehm.» In un attimo, il tono di Dreg si adombrò. «Non è finita bene.»

Con quelle parole calò un pesante silenzio tra i tre. Né il Ratto né la Serpe aprirono bocca. A entrambi pareva scontato dire “mi dispiace”, ma sapevano che Dregden non amava essere compatito.

«Ma ditemi di voi, piuttosto. Cosa mi raccontate?»

Reveka avvicinò lentamente la sua mano a quella dello sposo e strinse le sue dita, lasciando che quelle di lui si infilassero tra le sue con delicatezza.

«Siamo di ritorno da Gesimar. Un incarico meno facile di quello che ci aspettavamo.» Vesirius lanciò un’occhiata complice a Reveka. «Non è vero?»

«Vedo che Meandor non ha smesso di farti muovere le chiappe, amico mio.»

«Già. Anche se stavolta non c’entrava direttamente lui.»

«Beh, Ves» Dregden alzò le spalle con un sorrisetto. «Non per vantarmi, ma allora credo che Meandor sarà molto contento che io sia tornato. Quando sono andato via, i monaci del tempio hanno saputo mettermi in contatto con un gruppo di loro alleati che si occupano di disinfestare antiche rovine sacre. Ho lavorato per loro per un anno, poi cinque mesi fa ho fatto una scoperta a dir poco unica.» Dregden unì le punte delle dita coperte dai guanti. «Il Pozzo di Vester è vuoto.»

Il cuore di Vesirius mancò un battito. «Cosa? Non è possibile.»

Dreg annuì piano. «Lo è. Ma potrebbe essere un colpo di fortuna, per noi. Specialmente per Meandor.»

«Chi altro lo sa?» L’espressione sul volto di Vesirius era cambiata, lo sguardo era diventato duro, preoccupato. Le sue mani erano strette sulle ginocchia.

«Nessuno, a parte me. Ma è il genere di notizia che si sparge in fretta. Per questo sono corso qui da voi.» Dreg sorrise. «A parte che per la compagnia, s’intende.»

«Perché sai queste cose? Ai maghi non è permesso avvicinarsi al Pozzo.» Reveka scosse la testa. «I sacerdoti avrebbero potuto ucciderti.»

«Non l’hanno fatto. I miei compagni avevano avvertito qualcosa che non andava e mi hanno mandato a controllare.»

«Perché tu? Rev ha ragione, potevi…» Vesirius non riuscì a continuare. «Perché correre un tale rischio?»

«Non me lo sono chiesto.» L’espressione del mago si incupì. «Pensavo… probabilmente avranno pensato che ero sacrificabile.»

«Come hai fatto a sopravvivere ai sacerdoti?» Reveka si alzò in piedi. L’espressione sul viso dell’amico non prometteva nulla di buono. Dreg non era il tipo di persona che chiedeva aiuto facilmente.

«Non ho dovuto fare nulla, Rev.» Una smorfia gli distorse il volto. «Erano già morti.»

Vesirius scattò in piedi, la sedia cadde a terra. Il rumore del legno sulla pietra echeggiò per la sala. «Cosa?» Sibilò, con gli occhi sbarrati.

«Si sono suicidati. Li ho visti.» Dreg alzò gli occhi su di loro e guardò a lungo Ves. «Sono morti tutti.»

«Qual è l’obbiettivo, Dreg?» Reveka andò accanto al marito e gli poggiò la mano sulla spalla.

«Lo sai qual è.» Fu Vesirius a rispondere. «Il sigillo di Vester. La camera del tesoro.»

«Sì.» Il mago imitò i due amici e si alzò. Si morse il labbro di nuovo e si avvicinò a Vesirius. «Sai che non lo dico a cuor leggero, ma dovremmo andare. Se qualcun altro scopre che il Pozzo è senza difese…»

Ves alzò la mano per interromperlo. «Lo so.»

Rimasero in silenzio a lungo. Reveka strinse la spalla del marito e sentì sotto la camicia il suo muscolo, la sua carne calda. Chiuse gli occhi e cercò di ascoltare il battito del suo cuore.

Per un istante non sentì nulla oltre al suo, poi percepì la frequenza di Ves. Il Ratto aveva il cuore che martellava nel petto, come un tamburo.

«Mi dispiace Ves. Io… non sarei dovuto venire a chiederti questo, ma…»

Vesirius interruppe il mago alzando lo sguardo e fissandolo negli occhi. «Non pensare nemmeno a scusarti. Hai il nostro appoggio.» guardò verso Reveka e le sue labbra si curvarono in un sorriso.

«Parla sempre per entrambi.» Sotto il velo dell’ironia, la voce della gorgone era tesa. Erano anni che non vedeva il suo ratto così preoccupato.

«Temo che non basterete. Sai quanto è difeso il pozzo, Ves.» Anche Dreg piegò la bocca in una bozza di sorriso, come a giustificarsi. «Ma avrei un’idea.»

«Sentiamo.»

«Ho fatto qualche domanda in giro, e so che sei conosciuto come il più grande festaiolo di Urwine e dintorni. Potrebbe essere il momento per dare un… rinfresco.» Il mago indicò attorno a sé con un dito.

Iniziò a passeggiare per la grande sala, attento a evitare le pile di piatti e le altre cianfrusaglie che invadevano il pavimento.

«E perché mai?» Vesirius cinse la vita di Reveka con il braccio e le accarezzò la pelle squamata.

«Come copertura. Invita tutti i membri di spicco della città, e fai girare la voce a qualche amico fidato. Carson, magari, gente così. Ci serviranno dei professionisti.»

«Copertura?» Reveka rise. «Sei diventato paranoico?» Avvertì però la rigidità della mano del marito. Con la coda dell’occhio sbirciò il suo volto e vi trovò dipinta un’espressione pensosa. Guardava in basso, come se cercasse la risposta a una domanda tra le piastrelle.

«Non ha tutti i torti. Questa faccenda deve rimanere segreta. Se il Maestro e i suoi venissero a scoprirlo…»

«Cosa? È ancora vivo?» Gli occhi di Dreg si ridussero a due fessure.

«Quel bastardo è imprendibile come il fumo.»

Il mago rivolse a Vesirius un sorriso amaro. «Un motivo in più per essere previdenti.»

Il Vesterith annuì e strinse a sé Reveka. La gorgone gli lanciò uno sguardo preoccupato da sotto la maschera e il marito le rispose con gli occhi. A loro bastavano pochi cenni per intendersi. «Ci daremo da fare subito, Dreg.»

«Grazie, Ves. Anche a te, Reveka.» Il mago chinò il capo. «Ho un alloggio da Beredith, tenetemi aggiornato. Non abbiamo molto tempo.» Dregden si avviò alla porta.

«Dreg, aspetta.» Reveka prese la mano di Ves e lo portò con sé, seguendo l’amico. «Puoi rimanere qui…»

Il mago alzò la mano. «Ti ringrazio. Vi ringrazio entrambi. Ma ho delle faccende da sbrigare prima di partire. Mi dispiace non poter rimanere ancora.» Rivolse loro un sorriso che sapeva di malinconia. «Cercherò di rifarmi alla festa.»

«Dreg, davvero. Vorrei tanto che tu restassi.» Vesirius osservò l’amico aprire la porta e sentì un peso al cuore. Sembrava passato troppo poco tempo, e nella mente gli si affollavano domande da fargli.

«Lo vorrei anch’io, Ves.» Dreg gli tirò un pugno leggero sul braccio. «Ma Beredith mi aspetta. Non posso farla attendere.»

Il mago si voltò e uscì sulle scale.

«Dreg… è bello che tu sia tornato.»

Dregden continuò a camminare senza voltarsi.

La stanza che aveva chiesto a Beredith era piccola, ma aveva un vantaggio. Era l’ultima del corridoio, attaccata alle spesse mura perimetrali e circondata da due pareti portanti. La porta era più pesante delle altre, e nessun suono che non fosse un grido sarebbe riuscito a uscire.

Nonostante questo, Dregden trasalì quando Tfalminaaz decise di sgusciare fuori dal suo corpo.

Si sentì soffocare e l’istinto di urlare fu insopprimibile, ma il suono che gli uscì dalla gola fu solo un gorgoglio. Il demone gli strisciò fuori dalle narici e dalla gola e il suo volto fatto di fumo gli comparve davanti agli occhi.

«Proprio una bella recita, Dreg, hai degli amici tanto carini. E anche tanto idioti.»

Dregden non riusciva a muovere un muscolo. Il suo corpo era tornato un cadavere. «Cosa vuoi?»

«Solo assicurarmi che tu non ti faccia prendere dai sentimentalismi. Il padrone ha riposto molta fiducia in te

«Non preoccuparti.» Solo muovere le labbra era uno sforzo immenso, anche se una parte del demone era ancora nella sua carne. Tfalminaaz doveva divertirsi a rendergli difficile ribattere. «Terrò fede alla mia parte dell’accordo.»

«Bravo, Dreg, bravo.» Nel volto tremolante del demone si aprì un sorriso che sembrava tagliato con una sega. Decine di denti sottili come aghi baluginarono tra le labbra. «Dopotutto, cosa sono due amici in cambio della vita, eh Dreg?»

 

Racconto di Luca Vitali.