Le scaglie sulla schiena di Reveka, alla luce delle candele dentro quella stanza, splendevano di calor proprio, quasi fossero pepite d’oro laccato. Questo Vesirius lo sapeva molto bene, perché quella schiena, lui, l’aveva veduta molte volte. Nuda e liscia come condensa al mattino presto, o ricoperta qui e là dalle vesti di seta nere, dai curiosi tessuti d’organza che la gorgone amava indossare ai balli, agli eventi mondani che il principe era solito tenere a palazzo. Anche se in quel momento, quelle vesti erano tutte gettate come vecchi stracci umidi su una sedia di vimini, proprio lì, di fianco al loro letto.

Vesirius teneva la lingua infilata nel più sacro dei buchi di sua moglie, e da lì sotto non riusciva in alcun modo ad ammirare il dorso smeraldo della sposa, anzi a malapena riusciva a scorgerne il ventre e il seno nudo. Il seno della sua serpe tanto amata. La gorgone teneva le unghie lunghe artigliate al cuscino, il viso le si piegava in smorfie di piacere tanto ambito, svelava piccole fauci lunghe e sottili, poco di dietro le labbra. Vesirius aveva tentato invano di resisterle, ma l’Esule non aveva mai spiccato per forte volontà, tantomeno nei confronti di sua moglie, tantomeno quando questa desiderava la sua carne e il suo sudore addosso.

Reveka prese la chioma bianca e crespa del suo uomo tra le dita, guardandolo in viso con quegli ambrati e rettili. Lui provò a ricambiare lo sguardo, ma da quella posizione era parecchio difficile farlo senza che si sentisse i bulbi oculari schizzare fuori.
A lei non servì quello per cominciare a gemere, e dal modo con cui lo fece Vesirius capì che, oramai, doveva esserci quasi.

La gorgone inspirò, con il busto che le si gonfiava e le si sgonfiava più volte. Di lesto, il suo bacino tremò alla scarica dell’orgasmo che l’Elfo sapeva bene di averle appena procurato, poi smise e se ne restò sdraiata a gemere per un istante o poco più. Le fauci delle serpi sul suo capo s’aprirono, come facevano ogni volta che la loro padrona cadeva preda del piacere.

L’Esule tirò fuori la lingua e il capo mettendosi in ginocchio, poi si asciugò le labbra umide col dorso del braccio, sfiorandosi le narici di quel naso lungo e appuntito.

«Non dovremmo scopare prima di un incarico.»

La sua sposa si spalmò sul materasso come fosse fatta di latte versato, carezzandosi il seno con la punta affilata delle unghie. Vesirius ridacchiò, perché altro non poteva fare.

«Dovevi pensarci prima di afferrarmi l’uccello in quel modo.»

«Ah, smettila Ves… avanti, rivestiti o faremo tardi.»

Vesirius sapeva di avere ragione, ma sapeva anche che quando Reveka faceva così, allora era meglio starsene zitti. I rettili, si sa, sono creature imprevedibili.  L’Esule si poggiò sul materasso e si rinfilò i calzoni, poi si mise ad annodare i lacci degli scarponi tenendo su una brutta faccia. Sul suo viso, in quel momento, c’era quasi da leggerli una strana storia.

«Cos’hai?»

Sua moglie lo aveva notato, lei lo notava sempre.

«Non mi piace questa città. Puzza. La gente puzza, le case puzzano. Voglio solo finire il lavoro e tornarmene a Urwine, da Beredith, a farmi di Fiori tutta la notte.»

«Ti lamenti della puzza qui, e poi vuoi tornartene a drogarti in quel tugurio?»

«Amore, la buona Beredith non si tocca, è chiaro?»

«Sposatela, no? Già che ti piace tanto quella nana del cazzo, un ratto come te può farsela solo coi nani e i reietti!»

Il Principe Vesirius, l’ultimo Esule, discendente della più antica stirpe di Elfi del Nord-Ovest, purosangue Vesterith, ma per la sua sposa, lui era soltanto un Ratto. Il suo ratto.

«Beredith è sposata col suo lavoro, e io sono intrappolato nella stretta di una serpe a cui non riesco ancora a spezzare il collo.»

Le vipere sul cranio di Reveka sibilarono, quasi un riflesso dei suoi pensieri più orgogliosi.

«Piuttosto, hai avuto altre notizie da Meandor?»

Sua moglie s’era alzata dal materasso, finalmente.

«Ancora niente, deduco che il piano sia rimasto lo stesso.»

Il Ratto prese il farsetto dal sofà e fece per infilarci dentro le braccia nude, facendo molta attenzione a non sgualcirlo più di quanto già non fosse.

«Ah, cazzo, non basterà l’incenso a levarmi il tuo odore dal viso.»

L’Esule sghignazzò e nulla più, e questo a Reveka parve strano.

«Ma si può sapere che hai fatto?»

Per quanto non volesse ammetterlo a se stesso, lui sapeva che sua moglie aveva ragione. Sarà stato il lungo viaggio in nave, o la traversata in quel deserto, oppure la luna sopra Gesimar a ricordargli chi era, ma quella notte Vesirius si sentiva strano, vittima dei ricordi e dei dubbi. L’unica cosa che lo manteneva tranquillo era la vista di sua moglie, in piedi a raccattare quegli stracci dalla sedia. Per terra, vicino ai piedi di lei, c’era ancora la maschera che la gorgone indossava per camminare tra la gente.

«Sono preoccupato».

Vesirius afferrò la balestra e se la appese alla destra della grossa cintola, tutta piena di sacche e astucci. A sinistra, lo spazio era occupato dal fodero con la spada da lato infilata.

«Che sei preoccupato lo vedo, vorrei capire perché.»

Col farsetto ancora slacciato, Vesirius si avvicinò a lei, le afferrò la schiena con le mani tozze e la baciò d’improvviso, quasi che non avessero appena finito di fare l’amore.

«Ma che hai, Ves?»

«Non lo so, c’è qualcosa che non mi torna. Meandor è stato vago sui dettagli, e lui non è mai vago sui dettagli.»

«Parliamo della Cabala, Ves. Dopo quello che è successo a Kerkinta, non mi meraviglia saperlo un po’ preoccupato.»

«Si, forse hai ragione tu.»

Reveka tirò un sospiro e si allontanò dal marito, spillandosi con la fibula la bretella scesa sulla spalla destra, poi s’allacciò la cintola di cuoio con le due daghe gemelle attaccate, ben celate poco sopra il fondoschiena.

«Dopo l’Arconte anche il Sultano, quindi.»

«No, se riusciamo a fare prima il nostro lavoro.»

Vesirius sghignazzò.

«Almeno Taysa ti ha dato qualche informazione in più a riguardo?»

«No, ha solo detto che troveremo a Palazzo tutto ciò di cui avremo bisogno, che bene o male sono le stesse cose che ha detto anche Meandor.»

«E va bene, allora smettiamola di perdere tempo e andiamocene da qui.»

 


 

Ci misero poco a giungere al Palazzo di Nehjir, vanto d’architettura del Sultano Ma’awiya che da vantarsi, secondo il modesto parere dell’Esule, aveva soltanto lo sfarzo eccessivo tipico dei ricchi per discendenza. Il gioiello d’oro e d’avorio troneggiava come un sole d’agosto nella notte stellata, sopra una città spezzata fatta di baracche, tende, macerie di chissà quale diamine di guerra e sabbia ammucchiata agli angoli delle case. Il palazzo gigantesco formava come una cicatrice di bellezza sul volto storpio e ammuffito che era la città di Gesimar. Un volto che, nonostante puzzasse come lo sterco, pareva più familiare e consueto al principe di quanto non facesse il bianco palazzo della Stella del Sud.

Reveka camminava a passo svelto al fianco del Vesterith, tenendo su la maschera e la cuffia nera sopra i serpenti, ammantata d’un chitone ornato d’organza scuro e opaco, che lasciava intravedere sin troppo all’occhio poco discreto. Tuttavia, quella notte, di occhi indiscreti lungo le strade ce ne erano stati davvero pochi, anzi a dirla tutta Vesirius non ne aveva visto nemmeno uno, e la cosa lo aveva preoccupato più di quanto già non fosse.

«È strano, non c’è un’anima in giro.»

«A quest’ora della notte? Ves, la gente normale si alza presto al mattino, non tutti vivono di strani vizi come voi riccastri.»

«Dico solo che è strano…»

Ma Vesirius non ci rimuginò troppo sopra, o perlomeno smise di farlo quando si ritrovò all’ingresso del palazzo, nei pressi di un portone aperto che sembrava essere alto quasi come il monte Athar visto da casa sua. Una fila di popoli e persone dalle vesti e dai colori  sgargianti avanzava diritta come una mandria di bovini al pascolo, tutti in fila ordinati come delle dannate bestie addomesticate. C’erano i Sultharis dal Profondo Sud, con la loro pelle color cacao, poi anche tanti Balkari dalle terre a est di Bephigrast, Elfi del Deserto, Nani delle Mesa di Yghvoryd, Etere vestite d’azzurro e Gheshire splendide e candide dal lontano oriente. Uno strano e vivace carosello di vita e caotico andirivieni che l’Esule, in tutti i suoi lunghi anni, non aveva mai veduto così.

Le mie feste sono molto più discrete.

Ma tempo per fare paragoni sugli eventi mondani non ce n’era, e Vesirius l’aveva capito anche dallo sguardo che sua moglie gli aveva scagliato giusto in quel momento. Non vedeva i suoi occhi, ma riusciva comunque a scorgerli dietro il nero della maschera in porcellana, ricoperta da ghirigori color smeraldo dalle forme di rovi e spine.

Ovviamente, i due non sarebbero potuti entrare da li. Meandor era stato chiaro: un tizio di nome Sahaeen li avrebbe attesi al di là del crocevia, proprio nei pressi della Torre dei Venti. Una volta lì, l’uomo li avrebbe condotti attraverso un sentiero segreto preparato per loro. In altre occasioni, in qualunque altra occasione, il Ratto e la Serpe sarebbero entrati dalla porta principale, per lo sdegno e l’invidia di tutti gli invitati, nell’ammirare il Principe Rinnegato accompagnarsi dal suo fedele rettile da compagnia, da una delle creature più infime e bastarde agli occhi della gente libera e dei benpensanti. Loro adoravano essere al centro dell’attenzione, adoravano quegli sguardi travisanti ipocrisia contorcersi in smorfie di sdegno mentre le loro labbra si toccavano, mentre le loro mani si stringevano l’un l’altra.
Ma quella sera, non era come le altre volte, no.

Quella sera, i due aveano un lavoro da compiere.

«Principe Vesirius.»

Un uomo dalla pelle color nocciola, con un turbante scarlatto avvolto attorno al capo e con una lunga barba, nera e crespa, si avvicinò ai due.

«Tu devi essere Sahaeen».

L’uomo annuii tenendo la mano destra ben salda sulla scimitarra infoderata, senza mai staccare gli occhi di dosso dai due, e facendo ben’attenzione a non farli cadere sulle curve di Reveka.

«Il passaggio è pronto, sua eccellenza Ma’awiya vi attendeva molto prima.»

Ves e Rev si guardarono per un attimo.

«Abbiamo avuto qualche contrattempo.»

Sahaeen si stropicciò il naso. «Bene, vediamo di non averne altri. Ora seguitemi»

I due non si fecero troppi scrupoli e seguirono l’uomo attraverso un passaggio angusto e poco illuminato, che si dipanò davanti a loro dopo che l’uomo ebbe premuto una strana mattonella sul bordo della muratura esterna. Per quanto strano fosse, quello stretto pertugio pareva molto meno nauseabondo di tutto quel dedalo di vicoli e vicoletti che i due avevano percorso sino a lì. L’unico puzzo era quello del chiuso, della condensa stantia e della pietra fredda.
L’uomo procedeva in silenzio, a passo svelto e torcia in mano, senza essersi mai voltato o aver interpellato i due. La cosa stava cominciando a snervare non poco il vecchio Ratto.

«Questo passaggio dove conduce?»

Ma Sahaeen non rispose, e non si voltò nemmeno.

«Hey, sto parlando con te.»

Ma l’uomo continuava a proseguire dritto senza voltarsi, quasi non lo stesse ascoltando.

A Vesirius non bastò altro per comprendere che c’era qualcosa che non andava, in quel suo comportamento. Poco dopo, i tre si ritrovarono in uno spazio poco più largo. Mentre portava la mano tesa verso l’elsa della sua spada, l’Esule fece cenno a sua moglie di tenersi pronta a qualsiasi cosa fosse capitata. Reveka non se lo fece ripetere e prese, con calma, a sfilare via le due daghe gemelle.

L’uomo si fermò di colpo. I due smisero di camminare e rimasero a fissare Sahaeen, immobile nella semioscurità.

«Sahaeen…» Il tono dell’Esule, stavolta, era imperativo.

L’uomo si voltò. Teneva un volto teso, spaventato, rigato dalle lacrime. I suoi occhi erano spalancati e le sue labbra farfugliavano sotto voce qualcosa senza senso, o forse era solo l’Esule non riusciva a sentire bene. Poco dopo, dietro di loro, Vesirius e Reveka udirono il suono di una saracinesca che precipitava al suolo, serrandosi con lucchetti e chiavi di ferro subito dopo.

Cazzo!

Sahaeen gettò a terra la torcia, poggiandoci lo stivalone sopra per spegnerla e sguainando la scimitarra, poi si lanciò addosso ai due con la stessa strana espressione in faccia. L’uomo tentò un affondo goffo verso il principe, un affondo che non si addiceva affatto alle abilità schermistiche di una guardia di palazzo, e questo l’Esule lo notò subito. Vesirius lo schivò, inarcando il busto di lato e facendo seguire un movimento di gambe subito dopo. L’Esule colpì col pomo del manico la nuca di Sahaeen così forte, da farlo accasciare a terra svenuto in un sol colpo.

«È una cazzo di trappola!» Reveka già ringhiava come una fiera.

La stanza sotterranea era buia, tutt’attorno a loro echi di passi, di mugugni e di ferro sbatacchiato. Per quanto Vesirius riuscisse a vedere bene al buio, ai suoi occhi serviva il tempo per abituarsi, tempo di cui il Ratto e la Serpe erano a corto. Reveka si levò la maschera e la cuffia e le gettò a terra per la foga, ponendosi schiena a schiena col suo sposo e tenendo le lame sguainate.

«Li senti?»

«Sì.»

«Quanti saranno?»

«Almeno in quattro.»

«Stregoni?»

«Ne dubito.»

Da un angolo Ves vide una punta di lancia dirigersi dritta verso di lui, fortuna che questa lo mancò di parecchio altrimenti l’Esule c’avrebbe rimesso la faccia. Se non altro, gli aveva rivelato la posizione di uno di loro, e non solo quello.

Stanno combattendo alla cieca anche loro!

Qualcuno gridò in Arameesh e i due capirono di essere sotto il tiro di soldati, guardie o assassini della zona. Da sinistra sibilò un fendente che per poco non deturpò il petto di Reveka. Gli sposi si  staccarono l’uno dalla schiena dell’altro e presero a muoversi in circolo.

«Ves, tieniti pronto a lanciarne una!»

«Ci avevo già pensato!»

La lama di una scimitarra sibilò a un pelo dal viso dell’Esule, ma stavolta riuscì a intercettarla, accompagnandola verso destra con un movimento del braccio. Dall’oscurità dietro quella lama emerse un manico, poi un paio di mani e infine il busto del suo nemico. Nel ritirare su la lama di controfilo, Vesirius tracciò un segno netto del colore del sangue sulla gola del soldato, che cadde a terra come un ammasso sconquassante di latta. L’Esule, poi, mulinando la spada ritornò in posizione di guardia. Finalmente, i suoi occhi stavano cominciando ad abituarsi.

Una punta di lancia traversò il velo nero di Reveka, segnandole un taglio netto sulla coscia destra. La gorgone gridò, lanciandosi con uno scatto della gamba sinistra verso il nemico e piantandogli le daghe nel collo. La foga e la furia si infransero sul soldato tanto da scaraventarlo a terra, con lei assieme a lui. Reveka poggiò sulle ginocchia la caduta, ed estraendo le lame dalla carne del nemico si ritirò su di scatto subito dopo.

«Ves, fallo adesso!»

L’Esule tirò fuori dalla cintola una piccola ampolla di vetro piena di liquido azzurrino, la lanciò e la fece spaccare sul pavimento. Il vetro s’infranse allo scoppio di un bagliore bianco come il mattino. La stanza si illuminò a giorno, rivelando altre sei guardie, armate e vestite come Sahaeen, che in quel momento si erano coperte gli occhi mezzi accecati.

Reveka, furiosa come un’Erinni, si contorse è sgranò gli occhi. Le serpi attorno al suo capo sibilarono appena tutte le guardie si ripresero dalla cecità.

«Siete morti, pezzi di merda!»

La gorgone strillò rabbiosa e si piegò in avanti col busto. Uno a uno, tutti gli sciagurati che avevano posato il loro sguardo sopra quello di lei, si tramutarono in granito spigoloso. Due di loro, però, con gli avambracci a coprirsi le orbite, corsero di lato verso di lei, evitandone lo sguardo omicida. Vesirius se ne accorse. Estrasse la balestra già carica e sparò il colpo nello stesso movimento di braccio. Questo, però, mancò il bersaglio.

“Cazzo!”

L’Esule lasciò cadere la balestra e corse spada in mano verso di loro. Per un soffio riuscì a intercettare uno sgualembro rivolto dritto alla testa di Reveka, frapponendo la lama di filo e facendola rimbalzare via. Forte dello slancio volteggiò la lama e la scagliò, di taglio, sul collo del nemico. Questo si tranciò di netto, eruttando in una fontana di sangue.

Reveka tornò in sé giusto in tempo, piroettandosi come una danzatrice di fianco all’affondo del secondo nemico e piombandogli alle spalle. Quando gli fu dietro, la gorgone gli addentò il collo con tre delle sue serpi. Le fauci avvelenate penetrarono affondo nella carne viva. La gorgone si allontanò subito dopo e il soldato cadde a terra, contorcendosi tra spasmi e ansimi, soffocando nella sua stessa bava.

«Stai bene?» l’Esule stava fermo a riprendere fiato, indicando con lo sguardo la coscia ferita di sua moglie.

«Sì, ma non è questo che mi preoccupa.»

«Rev, volevano ucciderci, era una cazzo di trappola! Sei sicura che Meandor non ti abbia detto altro?»

Reveka si fece torva in viso, chinando il capo e digrignando dubbiosa quelle sue sopracciglia viridiane, tentando con tutte le sue forze di ricordare.

«Io… io non…Meandor, lui…»

Il corpo di Sahaeen scattò come in preda a una convulsione, e il rumore del ferro fece mancare un battito al Ratto e alla Serpe, che subito dopo spostarono la loro attenzione sul malcapitato.

«Sssssssssssssssssuuuussssssssssssssuuurrrrrriiiiiiiii…»

I due si guardarono in viso e l’Esule, per la prima volta, osservò la paura disegnarsi sul volto della sposa.

«Sssussssurrrii neeeeeeeeellllllll vvvvvuuuuuuuuooooooooootoooooooooo…»

Quello fu l’ultimo rantolo di Sahaeen. Il suo viso annegato in una pozza di sangue, vomitato dalla sua stessa bocca.

«Ves… io… Ves che…»

Reveka guardò dritto nelle iridi di suo marito.

«Che cazzo ci facciamo qui? Che… dove, dove siamo? Io… io ero a Semishira, ero… ero con…noi ci eravamo separati, noi, noi…»

Vesirius gettò la spada a terra e andò ad abbracciare sua moglie. Sul viso di lei, calde lacrime di dubbio e paura.

L’Esule aveva capito quel gioco. Lui lo conosceva molto bene, lo aveva veduto altre volte. Lo aveva veduto quando il fuoco, il tuono, l’acqua e il vento sulla sua pelle avevano sempre fallito, lo aveva veduto quando le magie lanciate sul suo corpo si erano tramutate in vapore innocuo, quando le strette di stregoni capricciosi e superbi non lo avevano mai attanagliato, e le loro risa di vanità si erano tramutate in lamenti di dolore e disperazione, sotto il filo della sua spada vendicatrice.

Quando tutta la magia falliva, in molti avevano tentato di ingannarlo con qualcosa di diverso, con qualcosa che aveva radici molto più pericolose e letali per il purosangue Vesterith.

Questa è opera di uno Psion.

Vesirius strinse al suo petto il viso terrorizzato della moglie. L’Esule, però, sapeva anche che quella non era opera di uno Psion come tutti gli altri, no. Lui sapeva ben riconoscere la firma del suo assalitore.

Questa è opera del Maestro dei Sussurri.”