Spesso capita di ritrovarsi in curiose situazioni per le quali lo stesso libro/film/fumetto, preso in esame da differenti scaglioni di pubblico, riesce a piacere davvero molto a determinati lettori o spettatori, mentre ad altri semplicemente fa disgusto, o suscita in loro un senso di “errato” e “illogico” che non riescono proprio a levarsi dalla mente. Come mai?
Ovvio che questo discorso potrebbe semplicemente legarsi a un fattore di mero gusto personale, tuttavia alle volte possono esserci margini entro cui un autore, o in generale un creatore di storie, può tentare di agire, se non altro per provare ad arginare, quantomeno, i limiti imposti dal gusto.

Nei miei articoli ho spesso parlato di vari escamotage per aggiungere profondità e spessore ai propri scritti, utilizzando per esempio gli Archetipi Junghiani per diluire la narrazione attraverso i meccanismi dell’inconscio collettivo, oppure tentando di narrare le vostre storie facendole funzionare su più livelli percettivi. Tuttavia, alle volte può capitare che, nonostante tutti i vostri sforzi e le vostre buone intenzioni, gli intenti del vostro lavoro possano venire fraintesi, ignorati o non colti da parte di determinati tipi di lettori. Ed è proprio per porre rimedio a questo tipo di problema che entra in azione il silenzioso Patto Narrativo, stipulato tacitamente tra l’autore di un’opera e il suo fruitore. Ma vediamo di capirci meglio.

Patto Narrativo e Sospensione dell’Incredulità

Abbiamo detto, quindi, che il Patto Narrativo è un accordo tacito stipulato tra autore e fruitore, parafrasando le parole di H. Grosse:

“Il Patto Narrativo è un accordo per cui il lettore compie una parziale e momentanea sospensione delle facoltà critiche e accetta come se fosse vera una storia che sa, in larga e diversa misura, una storia fittizia.” 

In sostanza, la verosimiglianza viene messa da parte in favore della fruizione narrativa, e lo spettatore/lettore provvede a fornire un senso, una spiegazione e una propria logica a quanto viene messo in scena nell’opera che sta fruendo, contribuendo così a creare un rapporto d’intesa che permette a entrambi i soggetti di poter ottenere il meglio dalla resa. Tuttavia, questo accordo non può essere semplicemente imposto al lettore e aspettarsi che questi l’accetti senza battere ciglio. Un buon Patto Narrativo passa sempre per una buona costruzione della famosa “Sospensione dell’Incredulità“, spesso adoperata in ambito fantastico — ma non solo — laddove si vadano a presentare al lettore situazioni, storie, personaggi e mondi del tutto inesistenti, tuttavia provvisti di una loro logica e coerenza interni che egli è disposto ad accettare purché in cambio riceva qualcosa di egualmente significativo.

Ma prima di illustrarvi le mie considerazioni permettetemi di spiegarvi questo processo con un esempio, prendendo come spunto una scena che ha letteralmente fatto la storia del cinema, emblematica e conosciuta — me lo auguro — da tutti quanti.



Potremmo quasi azzardare a dire che la sequenza della carica dei Rohirrim ne “Il Signore degli Anelli: Il Ritorno del Re” sia perfetta, cinematograficamente parlando. Tuttavia, proviamo ad analizzare la scena senza essere rapiti dalla Sospensione dell’Incredulità e senza concedere all’autore il beneficio del Patto, trattando la cosa da un punto di vista quanto più logico e verosimile possibile.

Partiamo dalla formazione. Proviamo a riferirci ai Rohirrim come a una sorta di Cavalleria Carolingia — una tra le prime ad adoperare la carica di lancia in battaglia, come mostrato nella sequenza — capiremmo da soli che l’intero esercito composto unicamente da cavalieri, senza nemmeno uno scudiero al loro fianco, sia quantomeno implausibile. È infatti opinione di numerosi storici e studiosi delle grandi battaglie, che la cavalleria non costituisse l’intero battaglione, ma che fosse composta al massimo da dieci, venti o trenta cavalieri, perché incredibilmente costosa da addestrare, armare e schierare in battaglia.  Volendo essere ancora più pignoli, potremmo attaccarci al fatto che l’estetica di Rohan rimandi molto ai popoli Norreni della Scandinavia del IX secolo — che non adoperavano cavalli in battaglia — con alcune influenze dei loro cugini della Normandia — soprattutto per quanto riguarda la forma degli elmi —. Ora, tralasciando il fattore estetico, il fattore logico di composizione dell’armata e tornando unicamente alla sequenza della carica, un assalto frontale contro un esercito nemico così numeroso e armato con una lunga fila di picche, schierate in prima linea, verrebbe considerato sostanzialmente come un attacco suicida, laddove le principali strategie prevedrebbero manovre a cuneo o a tenaglia proprio per sfondare o aggirare l’esercito e sfiancarlo dai lati, in modo da far spazio al successivo assalto della fanteria, del tutto assente nell’esercito di Theoden. Ora, so già che i più appassionati di voi potrebbero giustificare quell’assalto così avventato come il disperato sacrificio di un Re e del suo popolo in una guerra già persa. Sicuramente, ma la logica e l’intelletto umano di un sovrano, in un mondo credibile e verosimile, non gli suggerirebbero mai di mandare tutto il suo esercito verso morte certa, se non altro anche per buon altruismo o mero istinto di sopravvivenza. Quindi perché tentare un assalto suicida, anche in condizioni così disperate? Non sarebbe stato meglio agire con più cautela? Prendere il nemico sui fianchi o tentare quantomeno di considerare una strategia meno avventata?

Prima che i bollenti spiriti bollano ancora di più, vi tranquillizzo. La verità è che tutte queste domande, lo spettatore de “Il Ritorno del Re” — badate bene, spettatore, non lettore — non se l’è mai poste. Nemmeno il sottoscritto se l’è mai poste, per un motivo molto, molto semplice. Il Patto Narrativo funziona, la Sospensione dell’Incredulità è guadagnata e accolta attraverso una sequenza unica, epica, disperata, maestosa e appagante, in cui un’onda composta da uomini e da cavalli armati per la guerra, cavalca gridando “Morte”, travolgendo e purificando allegoricamente il nero abbraccio di Mordor sulla città bianca di Minas Thirit. La logica passa in secondo piano, la verosimiglianza viene messa da parte, perché in questo Patto lo spettatore la cede, ricevendo in cambio un mare di emozioni, un pàthos che lo soddisfa ben più della credibilità di tutta la messa in scena.

Ovvio che non tutti siamo Tolkien, e non tutti siamo Jackson. Non è un caso che anche il diretto concorrente di questo tipo di intrattenimento come Game of Thrones, nel riproporre sequenze di battaglia paradossalmente più verosimili dal punto di vista strategico di quella dei Campi del Pelennor non sia stato risparmiato da critiche aspre o in generale da un minor apprezzamento da parte degli spettatori, segno che, forse, la Sospensione dell’Incredulità non è stata ben costruita e che il Patto, di conseguenza, non è stato accettato. Quindi come fare per evitare di incappare in questo problema così fastidioso?

Tipologie di Lettore e Come Accontentarle

Per quanto la maggiorparte dei lettori estemporanei della vostra opera nemmeno arriverà a porsele determinate domande, e spesso a non vedere affatto alcuni problemi di logica all’interno dei vostri scritti, ciò non deve essere abitudine, per un autore, di adagiarsi sugli allori o peccare di pressapochismo. Per quanto possibile, bisogna tentare di soddisfare quante più tipologie di lettore possibili, da quello più casuale a quello più scrupoloso. Tuttavia, è importante che non tradiate mai il vostro spirito originale e la vostra personale visione dell’opera. È bene che prima di impegnarvi nella creazione di un’opera vi poniate le giuste domande: Cosa voglio raccontare? Come voglio raccontarlo? Quali sono i miei obiettivi e i miei scopi? I miei temi? Cosa sono disposto a mettere da parte e cosa sono disposto a mantenere a tutti i costi? Qual è il senso dei fatti e degli eventi che andrò a mostrare? Ricordatevi che per stipulare un Patto con il lettore dovrete prima stipularlo con voi stessi.

Ma chi sono, dunque, questi lettori tanto citati? Dividiamoli, per ora,  in tre categorie e vediamo di trovare altrettanti tre modi per evitare che questi si rivoltino contro di noi e contro la nostra opera, sentendosi traditi dal Patto non sancito in loro favore.

NB
Questa suddivisione è meramente semantica e non tecnica. Figure come il Lettore Editoriale vengono considerate escluse da questa denominazione in quanto professionisti. I lettori che prenderemo in esame riguarderanno esclusivamente il vostro potenziale pubblico.

  • Il Lettore Puro

    Partiamo da una premessa semplice: al lettore puro piace leggere. È quel tipico individuo che divora più di cinquanta libri all’anno e al quale poche cose davvero non piacciono. Il lettore puro adora farsi trasportare dal flusso delle parole, non ha una vera e propria preferenza di genere, purché sia una bella storia il resto passa in secondo piano. Il lettore puro è appassionato, a volte ingenuo, e sarà tra tutti chi farà meno caso ai termini e alle clausole nascoste del vostro Patto, chi vi perdonerà gli errori o le leggere incongruenze dell’opera, e chi in generale si lascerà trasportare dal “flow” del vostro lavoro. Il metodo per non deludere le aspettative del lettore puro è molto semplice: dategli ciò che vuole. Mantenete la promessa fatta all’inizio del vostro scritto, fornitegli le risposte alle domande che ponete, o in generale fornite le basi atte a comprenderle o ad anticiparle nel caso queste arrivassero in episodi successivi del vostro lavoro. Il lettore puro è succube della vicenda (Main Plot) e la sua sete di curiosità non sarà placata fintanto che i nodi non giungeranno tutti al pettine. È la tipologia più relativamente “semplice” di lettore da accaparrarsi e da mantenere, e che probabilmente si affezionerà più facilmente alla vostra opera. Con il lettore puro il Patto va rispettato in questa maniera, e la Sospensione dell’Incredulità viene quasi data per scontata.

  • Il Lettore Selettivo

    Contrariamente al puro, il lettore selettivo “seleziona” molto scrupolosamente le opere nelle quali dovrà investire il suo tempo. È spesso uno studioso, un tecnico o in generale un esperto di un determinato argomento che si aspetta di trovare, nelle opere che esamina, un’accuratezza e una dovizia di particolari da manuale. Un lettore selettivo giudicherà ogni elemento inserito all’interno della vostra opera e lo valuterà in maniera a sé stante. Un lettore selettivo è difficile da “stregare” e non abbassa mai la guardia. Guadagnarsi una sospensione dell’incredulità è estremamente complesso, ed è sempre pronto a ritrattare i termini del Patto Narrativo alla prima occasione. Cosa rincorre, quindi, questo tipo di lettore? Di cosa ha bisogno per essere rapito dall’opera? Di una cosa e una soltanto: la coerenza. Per “arraffare” il lettore selettivo ogni elemento deve essere al posto giusto, ogni azione deve avere una conseguenza logica e credibile, ogni elemento deve avere un suo substrato e una sua “raison d’être“, e tutti questi fattori devono amalgamarsi insieme in un minestrone preciso e minuzioso, dove nulla è lasciato in sospeso. Per poter far questo, la cosa migliore da fare è lavorare molto sul “building” del vostro lavoro, sommergendovi di appunti, fogli, documenti che analizzino tutti gli elementi presenti nella vostra opera, dai personaggi ai luoghi, da come questi interagiscono tra loro, da come è caratterizzato il loro passato, dalla lingua che parlano al cibo che mangiano, dalla geomorfologia del territorio in cui vivono e da come questa influenzi sulla loro quotidianità. Qualunque sia l’opera che state scrivendo, scrivetene il doppio solamente per fare building, affinché la rete dei vostri elementi sia intrecciata, credibile e verosimile. Fate ricerca, documentatevi parecchio, non narrate di qualcosa di cui non siete convinti almeno all’ottanta percento, e sopratutto non tradite la credibilità della vostra opera, il lettore selettivo a queste cose farà caso e non tarderà a segnalarvele quando le scoverà — perché le scoverà —.

  • Il Lettore Empatico

    Il lettore empatico è una categoria particolare. Anch’egli è un selezionatore e solitamente non apprezza qualunque contenuto gli venga proposto, sceglie e si interessa davvero soltanto a poche opere. Il lettore empatico non si lascia sempre trasportare dal flow, per quanto possa esserne stregato, egli preferisce immergersi totalmente in una buona opera, non necessariamente in una buona vicenda. Al lettore empatico interessano soprattutto le dinamiche psicologiche tra i personaggi, egli scova e si appassiona ai vari subplot e in generale è propenso a costruire un rapporto molto personale con le dinamiche e il senso dell’opera stessa. Se una storia parla all’animo del lettore empatico, ha dei forti “relatables”, allora quella sarà una storia che avrà fatto colpo. Il lettore empatico è una via di mezzo tra il puro e il selettivo, e non necessariamente ricerca tutte le risposte alle domande presentategli dall’opera, a patto che queste siano superflue rispetto all’anima della stessa. Un lettore empatico è in grado di rispettare l’autorialità di un lavoro, comprendendone gli schemi nascosti e “perdonando” anche alcune falle, ma solo se queste possano garantirgli altre sensazioni in cambio — come il discorso sui Rohirrim di cui sopra —. Allo stesso tempo, il lettore empatico non perdona tutto, e di base è spesso critico nei confronti di un lavoro che appaia troppo piatto o mediocre. Tuttavia, guadagnarsi l’attenzione di un lettore empatico è relativamente “semplice”, in quanto egli non indugerà nemmeno un secondo di più sopra un’opera che non l’abbia rapito sin già dalle prime righe. Un lettore empatico è “a presa rapida“, comprende subito se un qualcosa farà per lui oppure no, perché lo carpisce dalle righe di testo, dai modi in cui descriverete il contenuto del vostro lavoro, dalla maniera in cui i personaggi parlano tra loro, dalle pause, dai silenzi e dai tempi che mostrerete. Come garantirgli, quindi, un appassionamento istantaneo alla vostra storia? Sappiate che più di ogni altra cosa il lettore empatico aborra il piattume emotivo, presentategli sempre personaggi e situazioni che siano concrete, mostrategli reazioni ed emozioni umane credibili, turbamenti interiori complessi e che possano facilmente creare un senso di appartenenza — Relatables, per l’appunto — e un forte legame empatico. Egli deve affezionarsi ai personaggi più che a tutto il resto. Il mio consiglio è quello di evitare di inserire maschere, ruoli o personaggi con una struttura troppo definita all’interno delle vostre opere. Il lettore empatico non ha bisogno di figure da collezione, non cerca “i protagonisti di una storia”, il lettore empatico cerca persone, con tutte le loro idee in contrasto, le loro ipocrisie, i loro pregi e i loro difetti. Il lettore empatico vuole rispecchiarsi nell’opera, vuole vederla camminargli affianco, vuole sentirsi trasportato e capito dall’opera. Se riuscirete in questo, vi sarete accaparrati l’amore incondizionato di un lettore empatico.

Sarebbe superfluo per me specificare che questa distinzione, per quanto probabilistica, non sia necessariamente così netta e marcata, e che in generale per poter far si che la vostra opera piaccia a quante più persone possibile essa dovrebbe soddisfare tutti i punti citati in questa denominazione. Non tutto il pubblico è uguale, alcuni adoreranno i vostri lavori e ad altri farà venire da vomitare dopo solo qualche pagina. Per quanto possibile, tentate di metterci quanto più del vostro possibile, tentate di abbattere la barriera del gusto personale costruendo una buona Sospensione dell’Incredulità e guadagnandovi la fiducia del Patto con il vostro lettore, mostrategli che ci avete provato e che vi siete impegnati, se dall’altra parte il Patto verrà capito, saprete che avrete fatto bene il vostro lavoro.

Per concludere con una sintesi, riproponendovi l’esempio di sopra dei Rohirrim, come è stato soddisfatto il bisogno dello spettatore in quella determinata sequenza, utilizzando tutti i punti elencati per le differenti tipologie di fruitore? Abbiamo visto una buona costruzione dell’empatia, in quanto i personaggi coinvolti nella carica sono letteralmente terrorizzati da quanto sta per accadere, mentre le loro emozioni virano dalla paura all’euforia quando comprendono finalmente che, forse, una speranza si staglia ancora all’orizzonte. L’armata e i personaggi non peccano di incoerenza, rimanendo fedeli a quanto mostrato fino a quel momento, di conseguenza non viene meno la credibilità interna del mondo e dei popoli che lo abitano, per come ci sono stati presentati. Infine, abbiamo una sorta di collimazione finale di quello che ha rappresentato Rohan per tutto quel tempo. La vicenda di Theoden si conclude nel miglior modo possibile — narrativamente parlando) — in relazione al suo Arco di Trasformazione fatto di redenzione e sacrificio. In sostanza: le premesse sono state portate a compimento, il tutto è stato coerente con quanto mostrato fino a quel momento — ve l’immaginavate i Rohirrim con le catapulte? — e l’empatia coi personaggi è stata ben costruita, di conseguenza, le basi per il funzionamento del Patto Narrativo erano tutte presenti e ben inserite, tanto che noi, infine, lo abbiamo semplicemente accettato.