Tu sarai la Chiave…

Morte sarà Tua compagna e Distruzione seminerà il tuo passo.

Ombra sarà la tua vita, Terrore il baleno dei tuoi occhi

Caos sarà la tua lama, Sangue il tuo Diletto

Levando la mano sconvolgerai il mondo

Aprendo gli occhi brucerai l’universo.

Oh Figlio del Caos, tu prescelto tra i mortali,

tu sarai la Chiave!

Il mondo aspetta il tuo giudizio

Nel momento in cui Distruzione ti cercherà

Nel momento in cui Pace e Distruzione decideranno di combattere

E di convincere l’ago della bilancia del Destino

A pendere verso di loro

E tu sarai la Chiave!

Scegliere dovrai tra Pace e Distruzione, Figlio del Caos

Poiché il potere che ti sarà concesso sarà immenso

E il tuo destino sarà scritto solo dal tuo Animo

Ali d’Angelo e di Demone ti sorreggeranno

Nel viaggio che compirai

E la battaglia tra le Forze Reggenti inizierà

La vittoria sarà decisa da te

PERCHÈ TU SEI LA CHIAVE!



 

Nel corso degli anni, era stato soprannominato con diversi soprannomi, per ultimi anche “genio della finanza” e “il giovane squalo dell’elettronica”, ma quello che più aveva pesato sulle sue spalle era forse quello che si portava da più tempo. Sin da quando era solo un neonato, lui veniva chiamato il “Ragazzo del Fuoco” e, se all’inizio poteva anche essere un appellativo dato con affetto, ben presto divenne un marchio di sospetto.

La famiglia del ragazzo morì in un terribile incendio quando lui aveva poco più di un anno ed incredibilmente sopravvisse a quell’inferno le cui cause non furono mai ben specificate. L’unico parente che fu trovato era un vecchio amico del padre che lo prese con se il tempo di portarlo da New York ad un orfanotrofio gestito da delle suore nella periferia di Los Angeles. Di questo zio non se ne ebbe più traccia dopo di allora.

Il bambino crebbe e a cinque anni fu affidato alla sua prima famiglia adottiva, guarda caso una famiglia di New York, Carter e Nina Johnson. Che fosse una coincidenza o meno, dopo pochi anni ci fu un altro incendio e nuovamente l’unico sopravvissuto fu il ragazzo mentre i suoi genitori adottivi morirono arsi dal fuoco. E così accadde per anni, ovunque lui andasse. San Francisco, Chicago, Houston furono solo alcune delle città testimoni degli incendi che il ragazzo attirava su di se senza che ne rimanesse vittima. Diverse perizie psicologiche dimostrarono che, sebbene il ragazzo ammettesse che il fuoco per lui era interessante, bello da vedere quando danzava placidamente in un caminetto o anche su un fiammifero o su una candela, non giocava mai con accendini o altre cose che potessero produrre fiamme ed era rimasto sinceramente traumatizzato da tutte quelle morti violente, trovando riparo, nel corso degli anni, in un comportamento schivo e taciturno, frutto anche della cattiva fama che ormai le persone gli avevano ricamato addosso.

Trascorse gli anni dell’adolescenza nell’orfanotrofio, non volendolo adottare più nessuno, rimanendo sotto l’ala protettiva di suor Maria, la donna che l’avevo raccolto dalle braccia dello zio da piccolo e l’unica che lo trattava ancora come un essere umano. Per lui era la mamma che non aveva mai avuto.

Quando raggiunse i diciotto anni, però, i suoi veri genitori, seppur indirettamente, si fecero sentire: da New York, un avvocato di cui non aveva mai sentito parlare e di cui ben presto scordò il nome gli riferì che suo padre e sua madre gli avevano lasciato in eredità un piccolo patrimonio e che, ormai maggiorenne, poteva finalmente impossessarsi dell’asse ereditario, come era stato stabilito in un brevissimo testamento.

Il giovane, che non aveva potuto cominciare il college per mancanza di soldi e che era in procinto di andarsene dall’orfanotrofio perché ormai troppo “vecchio”, non esitò un istante: salutò l’amata suora che lo aveva cresciuto e tornò per la terza ed ultima volta a New York, dove raccolse il cospicuo patrimonio famigliare col quale si comprò un piccolo appartamento. La seconda cosa che fece fu di investire tutti i soldi, fatta eccezione per una piccola somma per sopravvivere, in una piccola società di software appena fondata, di cui per di più divenne socio di maggioranza e membro del consiglio d’amministrazione. Quello fu il primo dei diversi colpi di genio che il giovane magnate ebbe da allora e per i successivi cinque anni. Non divenne il più ricco al mondo, ma la sua azienda aveva ormai raggiunto un carattere internazionale, collaborava con i titani del settore alla pari e il giovane Ragazzo del Fuoco, presunto piromane e sociopatico, divenne solo uno dei più giovani e ricchi amministratori d’America, Red Fox, “Volpe di nome e di fatto” come piaceva ironizzare ad alcuni giornalisti.

In breve tempo, Red riuscì a moltiplicare di molte volte il suo patrimonio iniziale, a comprarsi un bellissimo appartamento in un grattacielo nel centro di Manhattan e a poter vivere di rendita sui profitti della sua società, nelle cui decisioni interveniva solo in casi davvero importanti e in cui la sua freddezza e razionalità lo aveva portato sempre al successo. Ciò nondimeno, era altrettanto famoso per frequenti eccessi di rabbia quando una determinata situazione non lo soddisfaceva anche se, molte volte, si arrabbiava a ragion veduta.

Questa, tra alti e bassi, era la vita nota ai più del giovane Red Fox, che a ventitré anni e con un bagaglio di traumi molto pesante era riuscito a ritagliarsi un angolo di pace nella sua vita, ma tuttavia nessuno poteva sapere tutti i segreti che Red poteva nascondere, le straordinarie capacità che nel corso degli anni aveva sviluppato, gli strani esseri che regolarmente si presentavano da lui per attaccarlo e che puntualmente venivano sconfitti da un ragazzo dai poteri eccezionali e che, una volta sconfitti, divenivano semplici cumuli di sabbia.

Si, Red aveva degli strani poteri, poteri che erano stati sia la sua benedizione che la sua maledizione: i poteri che aveva lo avevano aiutato a crescere nei quartieri più malfamati di Los Angeles, ma quei poteri erano anche la causa di tutte le sue tragedie, la causa degli incendi che avevano ucciso le sue famiglie adottive. Ma erano passati tanti anni e gli scontri con quegli strani uomini di sabbia, nonché con tutti i bulletti e gli pseudo criminali del suo quartiere, lo avevano aiutato a controllarsi, ad apprendere che quella maledizione poteva essere controllata, che anzi potesse divenire quello che molti avrebbero definito un superpotere.

E poi c’era quella specie di filastrocca malefica, quei versi detti da una voce maligna che gli risuonavano nella testa fin da quando era piccolissimo, quella che sembrava essere la storia della sua vita, la predizione di tutto il male che nel corso degli anni aveva fatto e subito. L’unico modo che aveva per estraniarsi da tutti quei problemi era uscire da dovunque si trovasse a fissare il cielo stellato. In qualche modo la visione del cielo notturno lo tranquillizzava ed era per questa ragione che il suo appartamento era all’ultimo piano, così poteva salire sul terrazzo quando voleva e godersi la vista.

E sebbene New York potesse essere tremendamente caotica persino di notte, la vista dall’alto della metropoli e il cielo stellato era uno spettacolo mozzafiato, illuminata dalle mille luci della strada e dal cielo tempestato dalle stelle appena visibili.

Fu proprio una sera in cui il giovane Red era uscito sul terrazzo per ammirare le stelle, in una fredda notte di metà novembre, che gli eventi cominciarono ad allinearsi, tracciando il destino di un ragazzo ancora inconsapevole del peso che aveva sulla sopravvivenza dell’intera umanità.


Era stata una giornata pesante; riunioni con gli investitori, poi un consiglio d’amministrazione straordinario, parlare con tutte quelle persone eccitate per l’imminente fusione con una società dell’enorme gruppo Stone che avrebbe sancito definitivamente l’ascesa della Softchip nell’olimpo delle grandi aziende degli Stati Uniti… è vero, era stato lui a predisporre tutto, a stringere i patti giusti, a contattare le persone giuste, a fare le mosse giuste… sapeva che tutto sarebbe andato come programmato, non aveva bisogno di un incontro di tre ore con  gli altri “dirigenti” del gruppo per sentirselo ripetere decine di volte da voci inspiegabilmente incredule. Avevano lavorato sodo per raggiungere quel risultato, che diavolo avevano adesso per stupirsene così tanto?

Ma finalmente la giornata era finita e Red, dopo una cena veloce presa al fast food, poteva finalmente rilassarsi sul suo amato tetto, osservando le mille luci della città che gli aveva dato i natali per due volte: la prima letteralmente, la seconda quando, con i soldi ereditati dai suoi genitori, era riuscito a spazzate via l’ignominia dal suo nome. E non gliene importava nulla delle società che acquisiva e di quanto importante fosse diventato il suo nome nel mercato azionario, gli interessava avere abbastanza per poter mantenere quella casa e potersi rilassare sul tetto dopo una lunga giornata.

Red aveva ventitrè anni, era alto circa un metro e ottanta, una settantina di chili distribuiti in un fisico atletico, il viso affilato sempre contratto in una espressione severa che metteva in risalto la mascella squadrata, i capelli di un castano scurissimo tagliati corti e gli occhi, di uno strano castano tendente al rossiccio ben aperti e rivolti verso l’orizzonte. Non era particolarmente alto, o grosso o muscoloso, eppure c’era qualcosa in lui che gli dava una certa imponenza, forse merito di tutte le difficoltà che nel corso degli anni era stato costretto a superare e, vestito ancora con la giacca, la camicia e i pantaloni neri che aveva indossato nella mattinata la sua austerità sembrava amplificata. Ma d’altronde a lui non interessava che emozioni incutesse nel cuore degli altri, pensava solo ad andare per la sua strada e in quel momento non esisteva altro nel suo mondo oltre lui, il tetto e le stelle del cielo. O almeno così pensava.

“Ci credo che vieni quassù tutte le sere, la vista è davvero fantastica!” disse una voce alle sue spalle, facendolo girare di scatto: sul cabinotto delle scale, unica via d’accesso al terrazzo, stava seduto un uomo, a occhio e croce suo coetaneo, dai capelli castano-biondicci tenuti appena un po’ lunghi che indossava occhiali da sole, una polo coperta da un giubbotto di pelle nero e un paio di Jeans sdruciti.

“Ciao amico!” salutò con semplicità lo sconosciuto, balzando agilmente giù dalla cabine dell’ascensore.

“Chi sei?” chiese con apparente calma Red.

Il ragazzo gli si avvicinò di qualche passo, ma Red alzò la mano destra. Aprendone il palmo e dirigendolo verso di lui: “Ho detto che voglio sapere chi sei” insistette.

Il giovane sconosciuto si sfilò gli occhiali da sole e sorrise: “Vedo che non mi riconosci… beh, sono passati molti anni dall’ultima volta in cui ci siamo visti”

“Sei un altro di quei pseudo omuncoli di sabbia?” disse Red a denti stretti.

“Ah, quindi ti hanno già mandato addosso qualcuno di quei fantocci…”

“È tutta la vita che li polverizzo! Ora dimmi chi diavolo sei e cosa ci fai sul tetto di casa mia!” disse Red, furioso.

“Ehi, calma – disse il giovane, alzando le mani – Sono Tom, Tom Harvest, siamo coetanei, io vivevo qui a New York quando sei venuto qui per la prima volta!”

“Non mi ricordo di te”

“Ma come? Eravamo compagni di classe alle elementari!”

Gli occhi di Red divennero due fessure: “Ho detto che non ti conosco. Ora esigo che tu mi spieghi cosa vuoi da me”

Tom sospirò, scrollò le spalle e disse: “Sono qui per parlarti, spiegarti cose che sicuramente ancora non sai… come l’origine dei tuoi poteri, o quella profezia che continui a sentire in testa! Deve essere una tale noia sentirsi ripetere all’infinto di essere la Chiave e…” ma il ragazzo non ebbe il tempo di finire la frase. Gli occhi di Red si illuminarono di un bagliore vermiglio, diede una spinta con la mano tesa e una potente onda d’urto colpì Tom in pieno petto, scaraventandolo violentemente contro la cabina in cemento che copriva le scale, riducendola in pezzi.

Si alzò un grosso polverone al momento dello schianto, ma già pochi istanti dopo la figura del ragazzo riapparve in piedi, intenta a scrollarsi la polvere di dosso.

“Onde d’urto, eh? D’altronde mi devo aspettare questo ed altro da te!” disse il giovane, senza scomporsi.

“Chi diavolo sei?! – urlò Red, fuori di sé – E cosa ne sai di me?! Sei tu che mandi quei dannati mostri a cercare di uccidermi?!”

“Ma no! Amico, sono qui per aiutarti!” cercò di giustificarsi l’altro.

“TU MENTI!” ruggì Red, facendo partire un’altra onda d’urto. Stavolta però Tom si mosse più velocemente e l’attacco spazzò via solo alcuni dei detriti lasciati dal colpo precedente.  Tom, spostatosi fulmineamente di un paio di metri a sinistra, si tolse la giacca: “D’accordo, mi sa che dovrò metterti a nanna prima di riuscire a ragionare con te. Mi dispiace” e, all’improvviso, attorno a lui apparvero numerosi tentacoli fatti di acqua cristallina che scattarono in direzione di Red, cercando di stringerlo nella loro morsa, ma attorno al corpo di Red si materializzò un violento scoppio di fiamme che dissipò una buona metà dei tentacoli e costringendo Tom a sospendere il suo assalto.

Red fece una risata sardonica, mentre le fiamme si concentravano attorno ai pugni chiusi: “Un domatore dell’acqua?! Non sono solo leggende allora!”

“Senti chi parla! – rispose con un sorriso Tom – Anche controllare il fuoco non è un’abilità comune”

“E non è la mia sola abilità” disse Red, tornando perfettamente serio.

“Ascoltami, io non voglio farti del male…”

“Non preoccuparti, non ci riuscirai!” e dalle mani di Red scaturì un flusso di fiamme caldissime, dirette verso Tom, il quale, colto di sorpresa, alzò le braccia nel tentativo di proteggersi e, a pochi centimetri da lui, comparve una grossa barriera di ghiaccio che intercettò il flusso di fiamme, arginandole.

“Non credere di riuscire a fermarmi!” urlò Red, aumentando il flusso delle fiamme, il cui colore era divenuto vermiglio, quasi violetto, e il cui calore stava pesantemente intaccando il muro ghiacciato.

“Dannazione, non avrei mai creduto di dover arrivare a tanto! Arte Divina! Scudo di ghiaccio!” esclamò solennemente Tom ed un bagliore accecante avvolse il suo corpo: la barriera di ghiaccio scomparve e al suo posto apparve uno scudo perfettamente rotondo sempre composto da ghiaccio solidissimo, ben posizionato sull’avambraccio sinistro di Tom. Il ragazzo cominciò ad avanzare, respingendo con una facilità allarmante le fiamme eruttate dalle mani di Red. Vista la sua inutilità, Red interruppe l’attacco.

“Non potrai scalfire il mio scudo con quelle fiamme, c’è solo una cosa che può annullare una magia divina!” esclamò Tom, sporgendosi da dietro lo scudo solo per veder comparire sul volto di Red un’espressione terrificante, un misto di rabbia e presunzione: “E cosa ti fa pensare che io non sappia di cosa stai parlando?!”

Tom divenne cinereo: “Non è possibile…”

Le fiamme che Red stringeva letteralmente nei pugni cominciarono a scurirsi finché non divennero completamente nere: “Arte Demoniaca! Fiamme nere Infernali!”

Gli occhi di Red si illuminarono di un inquietante rosso cremisi e le fiamme partirono dritte contro lo scudo di Tom che, al primo impatto, emise un rumore sinistro mentre le prime crepe cominciavano già ad apparire sulla superficie ghiacciata altrimenti perfetta ed iridescente.

Tom credeva di essere costretto a dover combattere davvero sul serio contro quello che desiderava fosse un suo alleato ed era ormai già pronto per una contromossa che impedisse a quelle fiamme di dilaniargli il braccio ma, senza un’apparente spiegazione, l’attacco delle fiamme nere si interruppe.

“Ehi, ti sei finalmente calmato… oh no…” disse Tom, facendo scomparire lo scudo mentre osservava Red, giratosi verso il parapetto, che osservava numerosi cumuli di sabbia trasportati dal vento che cominciavano a prendere la forma di uomini ben vestiti dallo sguardo vacuo eppure minaccioso.

“Nephilim, allontanati dalla Chiave” intonarono tutti nello stesso momento, rivolti al giovane Tom.

“Di certo non lo lascerò a voi, mostri!” disse Tom, per la prima volta irritato dalla sua apparizione.

Red si voltò un attimo verso il giovane, dubbioso, poi sorrise: “Lasciali a me” disse mentre fiamme dorate cominciarono a danzare intorno al suo corpo.

“Arte Divina! Fuoco della Creazione, Castigo dei Mille Soli!” declamò Red e centinaia di palle di fuoco cominciarono a volare a tutta velocità dal corpo di Red verso gli uomini di sabbia, colpendoli centinaia di volte e facendoli ritornare polvere nell’arco di pochi secondi.

“Anche l’Arte Divina…” disse esterrefatto Tom, mentre Red gli si avvicinava.

“Andiamo nel mio appartamento – gli disse, passandogli di fianco – Voglio sentire cosa hai da dirmi” e si diresse verso il cumulo di macerie. Con una piccola onda d’urto pulì quello che rimaneva dell’ingresso dalla macerie rimaste e scese con calma le scale, seguito dopo pochi attimi da Tom.