Buonasera amici e lettori cari! Vi piace l’immagine di anteprima? Potrebbe in effetti azzeccarci poco (ma infondo neanche troppo) con il contenuto dell’articolo, ma il fatto è che adoro troppo Stjepan Šejić per non inserirlo ovunque ogni volta che posso.

Bene, oramai posso “liberamente prendermi la libertà” di affermare che, verso coloro che mi seguono dal primo lontano articolo (pochi) nutro una sorta di rapporto genitoriale! Ma che dico, confidenziale! Potremmo parlare quasi di amicizia! No, di più! Siamo tutti fratelli! Tanti bei baldi giovincelli che si sono conosciuti tramite la penna [o la tastiera in questo caso. (La mia ovviamente. Non la vostra. Voi non commentate mai). *cough* *cough*] e che si muovono tutti assieme all’unisono, mano nella mano come una grande famiglia felice, verso la medesima destinazione ed il medesimo obiettivo: FARSI DUE RISATE MALEFICHE ASSIEME AL TIZIANO MALVAGIO CHE AVETE IMPARATO A CONOSCERE.
Eh si, proprio così. È proprio questo l’obiettivo di Scripta, altro che scrittura e tutte quelle robe da hipster lì! Il mio piano oscuro è infine svelato!

Il punto della situazione

Bene, devo impedire alla mia personalità birbante di venir fuori ogni volta che vuole con così poco preavviso, ohibò.
Dopo questa breve e problematica introduzione suppongo vi sarete già accorti che stasera ritorniamo ai toni più leggeri e scherzosi, adoperati quando si va parlare di Stereotipi. Come la prima volta, anche stasera si ritorna a trattare di letteratura di genere, precisamente di quella legata al mondo del Fantasy (evviva).
Detto questo, prima di iniziare con il delirio più totale, ed abbandonarmi alle roboanti correnti della mia follia delirante, mi sforzo a mantenere un’ultima parvenza di serietà, elencandovi tutti i dovuti rimandi prima del salto.
Nello scorso articolo ho deliziato la vostra curiosità esplicandovi, al meglio delle mie possibilità, quante più informazioni possibili sulla figura Archetipica del “Guardiano della Soglia” (che potete ritrovare QUI). Stasera invece, ci permettiamo di abbeverarci nuovamente del nostro caffè informatico, seduti nel nostro bar virtuale, reimmergendoci per l’ennesima volta, nell’analisi e nella codifica di alcuni tra i luoghi comuni, tra i mostri e tra gli stilemi del genere letterario a me tanto caro.
Per i “niubbi” della rubrica, potete recuperare il primo articolo sugli Stereotipi a questo LINK, in modo da avere un’idea di quello di cui si sta discutendo.

(Ci siamo quasi).

La volta scorsa, se vi ricordate bene, mi ero occupato di tre (+1 bonus) Stereotipi legati, in misura maggiore, agli stilemi e ai tratti di un’ambientazione prevalentemente High Fantasy. Clichés come la presenza massiva di una forte componente magica (spesso mal gestita) o la presentazione del classico “cattivone” ultraterreno pronto a vomitare orde di minions assetati di sangue da ogni orifizio del suo purulento corpo martoriato dalla non-morte (o dai fuochi infernali della Dimensione Oscura).
Stasera invece, estendo la critica ad alcune situazioni presenti, fin troppo spesso, anche in opere prettamente di stampo Low Fantasy, un mood a me tanto vicino e caro (qui non si risparmia nessuno).
Proseguo quindi a presentarvi alcune delle mie considerazioni personali su elementi che risultano  dissonanti persino in un mondo verosimile e lontano dalle città volanti e dai cavalieri di drago, tipici delle ambientazioni High Fantasy.
Dopo il salto, siete avvisati, l’atmosfera si fa bollente!


Altri tre stereotipi del Fantasy che mamma mia basta veramente…

Calco l’onda del ridicolo e del nonsense perché mi piace così (?) e procedo ad elencarvi altri tre elementi davvero, davvero, davvero… boh.

#1: Armi inappropriate

OOOOOOOOOOH.

Ebbene, adesso voi cari lettori mettetevi belli comodi, rilassatevi, magari prima alzatevi ed aprite la dispensa, poi preparatevi un buon cesto di pop corn (che fanno “pop pop”) e godetevi la mia iraconda ed empia sfuriata su questo delicatissimo dettaglio che, a quanto mi risulta, sfugge all’incirca al 100% DEGLI SCRITTORI FANTASY ESORDIENTI.
Non è vero. Non voglio fare nessuna sfuriata. Mi limiterò a postare un’immagine e a commentarla qui assieme a voi.

Questa roba si commenta da sola…

Okay. Vi chiedo di fare uno sforzo e di tralasciare tutte le considerazioni ovvie.
È una ragazzina. Con uno spadone.
Va bene questa forse era troppo ovvia. Proviamo di nuovo.

Spogliamo l’immagine da tutte le domande più sensate che il nostro cervello verrebbe a presentare alle porte del nostro Lobo Frontale. Scartiamo quindi l’ipotesi dell’inserimento di una scena simile all’interno di un contesto parodistico, comico, infantile o erotico (giuro, se ve ne vengono altre in mente ditemelo che le inserisco subito) e iniziamo a concepire l’idea che al mondo esistono davvero persone, autori, scrittori o millantati tali, che pretendono di voler donare credibilità e serietà ad uno scempio simile.

Ma non voglio essere io a dirvi cosa pensare. Analizziamo l’immagine passo passo tutti assieme allegramente 🙂
Io sono calmo, voi siete calmi? Okay, possiamo cominciare.
L’esile ragazzina gira a zonzo sull’erba al limitare di una strada palesemente sperduta, indossando alti stivali da passeggio in latex nero, provvisti di pratico tacco antiscivolo; minigonna, sempre nera, con mutandina tattica in bella vista, finalizzata alla distrazione del nemico e alla sua terminazione nel momento più opportuno; camicetta bianca di flanella o in alternativa di fattura sconosciuta, per garantire quel tocco di serietà e professionalità che ci si aspetta da una buona spadaccina medievale vestita con abiti moderni; ed infine pratico e comodo spadone portatile di venticentomila chilogrammi, lungo trentasette metri e spesso quindici che è palesemENTE IL QUADRUPLO PIU’ GRANDE DI LEI!

Prima o poi mi verrà un’embolia…

Adesso, tralasciando l’ironia della situazione, voglio invitarvi ad analizzare più o meno seriamente l’eventualità di far utilizzare in concretezza ad una ragazza, giovane ed esile, uno spadone di una taglia che farebbe invidia alla Dragonslayer del buon Gatsu (Guts, Gats, o quello che è).
Vi pongo una domanda. Avete mai impugnato una spada in mano? Avete mai provato a destreggiarvi con essa? A mulinarla? A scagliare fendenti in aria? Non parlo necessariamente di Zweihander, di Spadoni Rinascimentali o di Claymore, ma anche di una semplice spada da lato, di una sciabola o di un gladio. Avete idea di chi sia “Fiore dei Liberi”? Conoscete il “Flos Duellatorum“? Oppure il “De arte gladiatoria dimicandi”? Avete una minima idea di quale sia la tecnica migliore per brandire armi simili in battaglia?

Vi posso assicurare con certezza matematica che tenere in mano anche la più minuta delle lame, e provare a combatterci per un tempo che sia superiore ai cinque secondi, costituirebbe per voi una fatica immensa, nonché una prova di abilità che solo una lunga carriera di preparazione schermistica può colmare appieno. Vi garantisco che per quanto vogliate rendere verosimile la possibilità di far brandire un’arma del genere ad una fanciulla dall’aspetto esile ed indifeso, non ci riuscireste mai senza ottenere un effetto assolutamente grottesco e poco credibile.
Purtroppo, di situazioni simili se ne trovano a bizzeffe nei neo romanzi di esordienti scrittori. È incredibile come si riesca a cadere in errori e cliché tanto ebeti, quando se si facesse un minimo di ricerca, ci si renderebbe conto di come parametri simili siano letteralmente impossibili da rispettare.

Infondo il trucco è sempre lo stesso: documentarsi prima di scrivere. (Ok, adesso sono tornato fin troppo serio).

#2: Il Party di Dungeons and Dragons

“Guarda quanto siamo fichi ed originali! E adesso, tutti a rompere il c**o a Lord Tenebrol!”

Ragazzi, ho scoperto una cosa incredibile di recente. Pare che da qualche parte nel mondo, in un luogo non ben precisato, in un determinato momento della storia umana, qualcuno abbia stilato un libro sacro, in cui sembra siano incise alcune direttive precise, da dover rispettare assolutamente, su come poter scrivere un ottimo romanzo Fantasy. Tra queste regole, e di questo sono abbastanza sicuro, ce ne è una in riguardo al gruppo di avventurieri e alle diverse razze. Su questo libro fantomatico, pare sia scritto che tutti i protagonisti di razza umana, debbano necessariamente essere eredi dimenticati di grandi regni, o prescelti di una antica profezia, o principi rinnegati dal loro padre. Inoltre, si dice anche che tutti gli elfi presenti nella storia debbano essere biondi, con gli occhi azzurri ed i capelli lunghi, magari adornati con delle treccine, avvezzi solo ed esclusivamente all’utilizzo dell’arco, delle doppie spade o della magia, arcana o druidica che sia. Un paragrafo sugli gnomi dichiara che essi debbano necessariamente essere o ladri o ingegneri, tutti astuti, furbi, dispensatori di saggi consigli o di bieche menzogne, relegati quasi esclusivamente a spalla comica del protagonista e destinati, il più delle volte, ad una morte truculenta nel minor tempo possibile. Infine, ma non meno importante, è doveroso ricordare che tutti i nani devono apparire per forza scorbutici, ubriaconi, adoratori della carne, ignoranti come capre e maleducati come Vittorio Sgarbi quando insulta politici a caso a Pomeriggio Cinque.

No, davvero ragazzi! Sono serio! Non sto scherzando! È proprio questo il segreto per una buona storia e per dei buoni personaggi da caratterizzare! Credetemi! Sono idee che non ha mai avuto nessuno prima di voi! Tanto meno quella di metterli tutti assieme e guidarli verso una missione (più o meno) condivisa da tutti, affinché il despota o il cattivo di turno non venga sconfitto o che ognuno di loro ottenga l’artefatto magico (o non) che più desidera!

Bene. Vi dico una cosa. Anzi adesso tutti assieme facciamo un esercizio. Ripetete dopo di me per cinque volte: “Scrivere un fantasy non è giocare a Dungeons and Dragons“.

Scrivere un fantasy non è giocare a Dungeons and Dragons.
Scrivere un fantasy non è giocare a Dungeons and Dragons.
Scrivere un fantasy non è giocare a Dungeons and Dragons.
Scrivere un fantasy non è giocare a Dungeons and Dragons.
Scrivere un fantasy non è giocare a Dungeons and Dragons.
All work and no play made Jack a dull boy.

(Okay, credo sia la volta buona che qualcuno di voi lettori mi venga a trovare sotto casa armato di lupara stanotte.)
Questo è un aspetto che per quanto io mi sforzi, non riesco davvero a capire. In generale, già le tre razze cardine della letteratura Fantasy (Elfi, Nani e Uomini) sono diventati, nel corso degli anni, di uno stantio incredibile, mettiamoci pure ad usarli nelle maniere più ovvie e scontate che esistano, ed è inevitabile che mi parta via la voglia persino di utilizzarle come abbellimento per l’ufficio, quelle opere. Non fraintendetemi, posso comprendere la volontà o la necessità di inserire queste razze all’interno del proprio romanzo/fumetto/racconto, magari per rispettare e mandare avanti una tradizione decennale del genere. Posso comprendere e accettare a pieno le tre razze, perché infondo anch’esse racchiudono a loro interno delle figure Archetipiche, oppure perché si mostrano come degli aspetti fondamentali necessari allo sblocco di una narrazione o alla caratterizzazione di un’ambientazione.
Davvero, lo capisco e lo condivido.
Ma perché, dico io. Perché ricadere sempre nei soliti quattro ruoli stereotipatissimi e oramai stra abusati? Perché tutti gli elfi devono essere esperti di magia arcana o di tiro con l’arco? E perché tutti i nani devono essere armati solo ed esclusivamente di asce, vestiti di elmi vichinghi e boccali vuoti di idromele? Per favore, inseritemi un elfo muscoloso e incavolato che se ne va in giro con un maglio o con un ascia bipenne. Scrivetemi di un nano cantore, di un poeta, di un seduttore e di un briccone, esattamente come il personaggio di Varric nella saga di Dragon Age (quanto ho adorato quel nano). Allo stesso modo narratemi di un mezz-orco paladino, benedetto dal dono della luce ed esiliato dalla sua tribù perché marchiato di eresia o di stregoneria, oppure di uno gnomo circense, esperto acrobata e maestro di piroette,  specializzato nel confondere l’avversario mentre un’alleato se lo passa da parte a parte a fil di spada. Insomma, presentatemi qualcosa che differisca dai soliti ruoli impacchettati che oramai appassionano solamente quelli che dicono che il remake di It e peggiore dell’originale (maledetti ed inguaribili nostalgici che non siete altro).

Questo è il party che voglio vedere!

#3: La violenza fine a sé stessa

Questo è un argomento interessante, a tratti potrei dire anche spinoso. Perché infondo anche questa appare come un’altra delle famose “regole non scritte” appartenenti all’immaginario tomo della “buona scrittura fantasy” da me sopracitato. Sembra essere di credenza comune, che il grado di realismo e di maturità di un’opera sia data dall’alto tasso di violenza in essa utilizzata, ciò inevitabilmente garantisce alla suddetta di rientrare nella categoria Low Fantasy o Low Magic.
Okay, qua va fatto un discorso. Tralasciando il fattore gore o evidenti devianze psicotiche dell’autore che tende a giustificare il suo grado di violenza totalmente gratuita, spacciandolo per “eh, ma serve a dare potenza alla narrazione“, analizziamo i fatti nella concretezza e nella più totale freddezza. Persino io con Saga non mi sono risparmiato, e non mi risparmierò, da atti di violenza esplicita e brutale (ma più che di violenza, potrei dire di crudeltà), perché io per primo credo che la violenza, in effetti, possa donare quello scossone di cui il lettore ha bisogno per destabilizzarsi, per sconvolgersi nel corso della lettura, per arrivare ad odiare un determinato personaggio o affezionarsi ad un altro. Tuttavia, almeno personalmente, la violenza che inserisco, per quanto cattiva essa sia, non sarà MAI E POI MAI fine a sé stessa. Da essa deriverà sempre e comunque una trasformazione del personaggio, oppure lo sblocco di una situazione, o addirittura, anche di giganteschi risvolti di trama.

Gli autori esordienti più anonimi invece, tendono a condire i loro racconti ed i loro romanzi fantasy con ettolitri di sangue da far gola all‘Avis, il tutto accompagnato da montagne mastodontiche di teste mozzate, interiora estratte ed adoperate dai goblin per ballare la Hula, bambini smembrati ed utilizzati come soprammobili o luminarie, donne stuprate e impalate dall’orco o dai briganti di turno e spacciate per componimenti d’arte moderna, eccetera eccetera eccetera.
Non fraintendetemi e cercate di capire il succo della cosa. Non è la violenza in sé il problema, ma il modo in cui la si adopera. Inserirla in un’opera per aggiungere flavor o credibilità al background, è qualcosa che VA BENISSIMO ed è giusto fare, ma alle volte (troppe) sento dire in giro da un numero imprecisato di lettori:

“Hey, ma hai letto Le Cronache di Shadowgorge? È bellissimo quel romanzo! C’è un sacco di violenza! Il protagonista è un barbaro che smembra tutti quanti e c’è tantissimo sangue! Crudele come pochi!”

Ora, non so come voi deviati di mente ragioniate (ed il sottoscritto è tra gli altri un afecionados del bdsm, quindi capite che la critica viene smossa da qualcuno che ha cognizione di causa) ma personalmente io non giudico mai un’opera “matura” dalla quantità di liquidi che vi scorrono all’interno (di qualunque natura essi siano), piuttosto da quanto essa sia in grado di influenzarmi, di colpirmi, di emozionarmi, turbarmi, farmi spaventare, inorridire, incavolare, e donarmi tutte le emozioni necessarie affinché lo spettro umano si ritenga soddisfatto. Un’opera, a mio avviso, è matura quando sono maturi i temi che tratta, quando mi suscita domande, quando mi sprona alla riflessioni di problematiche, come la discriminazione, la paura del diverso, l’intolleranza verso il prossimo, il trionfo del volgo sopra la ragione.
Questo è ciò che, a mio avviso, rende un’opera matura, non la quantità di cervella in essa riversate.
Perché la verità è che se voglio la violenza gratuita fine a sé stessa, mi vado a guardare un episodio di Happy Three Friends.

Quest’immagine spruzza “maturità” da ogni poro.

Conclusioni

Che aggiungere, davvero devo ricordavi che qui si ride e si fa ironia? Voglio dire, ovvio che le problematiche da me citate siano concrete e che costituiscano il fulcro di molti problemi legati alla narrativa esordiente di genere, ma non prendete affatto queste considerazioni né come un offesa, né tanto meno come oro colato.
Esse rappresentano il mio (umilissimo) punto di vista. Fatene tesoro laddove potete!