Ben ritrovati ancora! Cari amici Scriptiani e assidui (o non) lettori di questa Rubrica!

Siamo infine entrati nell’Anno Domini 2018 pertanto, senza troppi fronzoli, riprendiamo in mano il nostro discorso sugli Archetipi, incominciando il nuovo anno con lo studio di un nuovo personaggio presente  nel famoso e stracitato ettagramma Junghiano, di cui abbiamo iniziato a trattare oramai settimane e settimane fa, cominciando con la figura del Mentore. Come ultimo “spot” libero (come vi avevo anche pronosticato in passato) terrò in considerazione l’analisi e l’approfondimento della figura del succulento Eroe (sul quale, credetemi, si potrebbe stare a parlare davvero per ore e ore!), mentre oggi stesso  proseguiremo lungo la via, destreggiandoci nell’osservazione di questa peculiare figura, particolarmente cara e nota al pubblico più variegato e “family friendly”, nonché onnipresente (a volte anche troppo) in componimenti scritti e visivi d’intrattenimento dei nostri giorni.
Dunque ecco a voi: l’Imbroglione.

Occorre fare chiarezza

In uno scorso articolo pubblicato ho affrontato, in dettaglio, la figura del Mutaforme Junghiano, mettendola in correlazione a quella del “Trickster” mitologicamente inteso, spiegando poi come i due “Imbroglioni” (mitico e Junghiano) fossero nettamente differenti l’uno dall’altro, con scopi e funzioni di poco correlate ma principalmente agli antipodi. Le diversità anticipate, derivanti in mia personalissima opinione da un mero problema di traduzione/nomenclatura, sono oggi spiegate e mostrate in dettaglio. Se vi ricordate bene, il Trickster mitologico viene inteso e presentato come un personaggio molto eclettico, cangiante, né totalmente buono né totalmente malvagio. Un portare di caos e discordia, conduttore necessario e obbligatorio per il cambiamento all’interno del mito, della storia o della vicenda in cui esso è inserito. Potremmo definirlo una sorta di mina vagante, che oltre ad apparire come seminatore di discordia, può rappresentare un pericolo concreto e reale per il nostro Eroe/protagonista.
Bene. Il Trickster Junghiano, invece, ci appare come qualcosa di totalmente differente e dai valori nettamente contrastanti da quelli sopraelencati.

Ma procediamo con ordine.

La definizione letterale dell’Archetipo dell’Imbroglione (Trickster) potrebbe essere questa:
Egli appare come un buffo e scanzonato compagno di viaggio, un individuo dal fare ironico ed irriverente che incarna fisicamente ogni momento di goliardia ed ogni contrattempo buffo che si presenta all’interno della narrazione. Egli è spesso responsabile, tra gli altri, dei cambiamenti repentini ed imprevedibili che intercorrono nello svolgersi della vicenda, attraverso i quali il protagonista riesce ad avere la meglio nelle maniere più impensabili e divertenti. Infine ha il compito di distendere il lettore nei momenti più tensivi, di divertirlo di estasiarlo e di metterlo a proprio agio, di ricondurlo ad una dimensione terrena e volgare in caso di eccessivo pathos drammatico, per evitare che egli si immedesimi troppo negativamente all’interno della vicenda.
Narrativamente parlando, l’Imbroglione è collegato con la parte istintiva e primitiva del protagonista.

Avrete potuto evincere da soli le vostre convinzioni e rendervi conto di quanto le differenze tra i due Imbroglioni siano davvero eclatanti, seppur mantenendo intatta la loro reciproca ideologia nel perpetuare il cambiamento.

Prima di proseguire, però, ho intenzione di portare alla soglia della vostra attenzione alcuni esempi esplicativi. Pensate al cinema d’intrattenimento degli anni 80/90 e a tutto il filone degli “Buddy Movies” (Arma Letale, 48 ore, Una Poltrona per Due, Die Hard, Blues Brothers) oppure ai grandi classici animati della Walt Disney (La Sirenetta, Il Re Leone, Mulan). In ognuna di queste opere, sono presenti personaggi che fungono da aiuto e sostegno ai protagonisti, ed il più delle volte si mostrano come bricconi irriverenti e umoristici. Se ci soffermassimo soltanto per un secondo a riflettere, ci verrebbe in mente un numero discretamente alto di libri, racconti o film in cui la figura della “Spalla Comica” è presente in uno, e alle volte, anche in più personaggi contemporaneamente.

Come abbiamo detto, essa incarna le virtù inconsce, fanciullesche ed infantili del nostro Eroe. Egli parla (spesso a sproposito) laddove l’Eroe invece tace. Egli agisce laddove l’Eroe resta, al contrario, bloccato e inerme. Egli prende l’Eroe e lo scaraventa (letteralmente) all’interno dell’azione con un sorriso dipinto sopra le labbra, divenendo quindi, anch’egli, fautore di un cambiamento volto allo sblocco fisico o emotivo dell’Eroe.

Istinto infantile dunque. L’agire che prevale sulla ragione. Valori positivi fisicamente incarnati da un essere umano, da un animale o da una creatura fantastica che sia, il quale ne diventa quindi l’araldo.

Ora, questo tipo di figura, come avrete capito, è strettamente legata ad un “mood” abbastanza leggero e scanzonato che tuttavia, se mal gestito (come accade il più delle volte) riesce a mutare verso qualcosa di odioso, irritante e spessissimo ripudiato dalla maggior parte dei lettori o degli spettatori di un’opera piuttosto che di un altra (tra cui il sottoscritto).

Non tutte le risate sono bene accette, e il problema di questa figura lo dimostra apertamente.

Una personalissima riflessione sull’Imbroglione

Allora, adesso arrivano le note dolenti.

Non sembrerebbe affatto (probabilmente avrò detto questa cosa in ogni mio articolo sugli Archetipi scritto sinora, ma adesso non ho il cuore di ricontrollare) ma credo proprio che questo sia per davvero l’Archetipo più difficile da inserire coscienziosamente all’interno della propria Opera.

Non saprei come spiegare al meglio questa mia convinzione, se non facendovi una serie di esempi da non seguire assolutamente. Tuttavia, mi impegnerò al meglio delle mie facoltà per trasmettervi ciò che è dentro la mia testa (ma gli esempi ve li farò comunque dopo).
Scrivere di comicità, a mio personalissimo parere, è davvero, davvero difficoltoso e complesso. Non mi sono mai cimentato in letteratura di tipo umoristico, proprio per la mia consapevolezza di non essere minimamente in grado di far ridere qualitativamente il mio lettore. Sì, i miei articoli sugli stereotipi saranno sicuramente molto irriverenti a tratti (e a qualche lettore sono anche riuscito a strappare una risata o due), ma tutto questo è molto diverso dal saper fare dell’umorismo di qualità. Badate bene la scelta di parole che sto adoperando: “di qualità“. Perché si, il fulcro è in realtà proprio questo, saper far ridere in modo diligente e coscienzioso, essere in grado di presentare personaggi divertenti e scanzonati, che tuttavia nascondano un velo d’agrodolce amarezza dietro di loro, tanto da fare invidia alla “Vecchia Agghindata” citata da Pirandello nei suoi pensieri.
In merito, cito testualmente le parole dell’autore siculo:

“Vedo una vecchia signora, coi capelli ritinti, tutti unti non si sa di qual orribile manteca, e poi tutta goffamente imbellettata e parata d’abiti giovanili. Mi metto a ridere. “Avverto” che quella vecchia signora è il contrario di ciò che una rispettabile signora dovrebbe essere. Posso così, a prima giunta e superficialmente, arrestarmi a questa espressione comica. Il comico è appunto un “avvertimento del contrario”. Ma se ora interviene in me la riflessione, e mi suggerisce che quella vecchia signora non prova forse piacere a pararsi così come un pappagallo, ma che forse ne soffre e lo fa soltanto perché pietosamente, s’inganna che, parata così, nascondendo le rughe e le canizie, riesca a trattenere a sé l’amore del marito molto più giovane di lei, ecco che io non posso più riderne come prima, perché appunto la riflessione, lavorando in me, mi ha fatto andar oltre a quel primo avvertimento, o piuttosto, più addentro: da quel primo avvertimento del contrario mi ha fatto passare a questo sentimento del contrario. Ed è tutta qui la differenza tra il comico e l’umoristico.”

“È tutta qui la differenza tra il comico e l’umoristico” dice, perché in fondo l’umorismo è proprio questo, sorridere sopra una tragedia, cogliere il dramma dietro la maschera di goliardia e capirne le ragioni, non soffermarsi alla grottesca facciata ma scandagliare per bene nella tormentata interiorità. Ed è proprio questo ciò che contesto alla stragrande maggioranza degli Imbroglioni, inseriti nelle maggiori opere d’intrattenimento moderne. Vedo sempre più maschere comiche relegate ai loro ruoli stereotipatissimi e urtanti all’inverosimile, e sempre meno personaggi buffi, ma dal trascorso intricato, complesso, profondo. Non necessariamente drammatico, sia chiaro, quantomeno “umano“, non il classico “spranzone” prepotente di turno, occupato a fare battutine sfacciate in presenza del generale della fazione nemica, dopo essere stato catturato dal suddetto (*cough* Poe Dameron *cough*).


No, seriamente, faccio una piccola digressione. Poe. Fo********mo. Dameron.
Seriamente, penso che la Lucasfilm/Disney non poteva impegnarsi nella creazione di un personaggio più odioso e urticante come quello. Spessore emotivo e caratteriale pari a 0, scimmiottante al vecchio Han Solo (ennesimo personaggio da buttare che, diciamocelo, è caro solo agli inguaribili nostalgici) e dal fare fastidioso nonché inutile (e non venite a dirmi che le sue origini ed il suo spessore emotivo sono narrati in qualche fumetto semisconosciuto, o cavolate del genere, perché delle mere azioni commerciali Lucas/Disney me ne infischio).


In generale, è’ proprio questo ciò che ogni autore deve tentare di evitare con tutte le sue forze. Tutto ciò che ci porta alla presentazione di un personaggio dalla forte ed ingiustificata stereotipizzazione, unita ad una caratterizzazione inesistente, va preso, accartocciato e gettato nell’umido, l’unico luogo dove dovrebbe stare.

Ma sto divagando.

“IO TI ODIOOOOOOOOOOOOO” -cit.

Consigli sull’inserimento

Come considerazioni finali sull’inserimento di questo Archetipo, dunque, quello che vi consiglio è di riflettere attentamente sull’utilità che volete attribuire a questo personaggio. Volete che esso funga da “spezza-tensione” nei momenti più oscuri e peggiori passati dal protagonista? Volete che esso si mostri come uno stimolo volto ad uno snodo narrativo necessario per lo sblocco caratteriale del vostro Eroe? Volete che esso svolga entrambe le funzioni elencate? Volete attribuire a lui un valore alto, per suscitare nel lettore un sentimento contrastante, che mostri la risposta umoristica ad un dramma esistenziale concreto?

Potete fare ognuna di queste cose, se agite nel migliore degli intenti e vi prodigate a renderla nel migliore dei modi.
Per farvi comprendere facilmente, procedo nuovamente per esempi, riprendendo il discorso da due aiutanti comici spero noti a tutti.
Ne “Il Re Leone”, nel momento in cui il nostro Eroe (Simba) perde il contatto col suo mentore (Mufasa) viene allontanato dal Mutaforme/Ombra Scar e spinto ad un viaggio di crescita e riscoperta di se stesso, che sarà in grado di recuperare solo grazie all’intervento del Guardiano della Soglia Rafiki, supportato dai due Imbroglioni aiutanti Timon e Pumbaa.

Con il Re Leone, stiamo trattando di un’opera per bambini, di una rivisitazione in chiave Disneyana e “Africanizzata” dell’Amleto di Shakespeare. Eppure Timon e Pumbaa, dietro la loro evidente e all’apparenza banale comicità, nascondono una caratterizzazione mica da poco.
Entrambi, infatti, ci vengono presentati come due esiliati dalle loro rispettive tribù/branco, uno di loro a causa delle sue flatulenze troppo pronunciate (uno dei momenti più divertenti), l’altro per abbandono volontario a causa dei suoi contrasti con lo stile di vita pragmatico e laboratorio dei suricati (la specie animale di cui fa parte). Entrambi introducono Simba allo stile di vita dell’ “Hakuna Matata” ovvero il vivere senza pensieri, il concentrarsi sul presente e dimenticare il passato, traendo da quest’ultimo solo i dovuti insegnamenti necessari alla crescita e alla maturità. Questo stile di vita risulterà a tutti gli effetti necessario allo sblocco di Simba e alla sua riconquista del trono che gli spetta di diritto.
Stile di vita basato sulle leggerezza e sul farsi scivolare le negatività addosso (roba che gli asceti ambiscono a raggiungere mediante anni e anni di meditazione e preghiera) insegnato all’Eroe da due perfetti ultimi, dei “signor nessuno” che vivono la vita con spensieratezza, dopo avere evidentemente sofferto dell’allontanamento e della solitudine dalle loro case e dalle loro famiglie. Tutto questo è, ovviamente, ignorato da una mente infantile come quella di un bambino, ma evince tra le righe ad un occhio più attento, permettendo a quei personaggi (mai fuori contesto nel loro modo di fare umorismo) di assumere una connotazione molto più vicina alla “Signora Agghindata” Pirandelliana, piuttosto che ad una mera macchietta comica, con zero spessore, creata ad hoc per far si che l’opera risulti “family friendly” in modo da abbracciare una maggior platea, e quindi garantire un miglior incasso (tempi comici fantastici e come non saperli usare…).

Tra le migliori spalle comiche che io abbia mai visto.

Conclusioni

In generale, il consiglio che vi do è sempre lo stesso, rendete i vostri personaggi umani, profondi, credibili e dettagliati, a prescindere dall’Archetipo che vogliate essi indossino.

Studiate la loro psiche, ragionate come loro, pensate come loro, indossate i loro abiti e le loro scarpe. Fate che appaiano come un modello da seguire, oppure da evitare. Fate scaturire nel lettore un’emozione che vada oltre la mera risata che potrebbe scaturire da una gaffe, o da un modo di fare bislacco. Trasmettete, fate sentire. Comunicate mostrando, invece che allontanando.

Spero di avervi fornito qualche spunto interessante, e vi auguro appuntamento al prossimo articolo!

Buona scrittura!