Le palpebre pesanti si aprirono lentamente, ed il dolore fu la prima cosa che si fece sentire. Alle costole, stritolate con troppa forza per lasciarlo respirare normalmente, alle spalle e alla schiena, anche se era tutto il corpo a fargli male. Riuscì ad emettere un lamento senza però muovere le labbra. Fissava il basso soffitto in legno, non ricordando nemmeno l’ultima volta in cui ne aveva visto uno diverso da quello in vetro della chiesa.
-Fermo… con calma.- intimò una voce rassicurante. Anche senza muovere lo sguardo, riusciva a capire che si stesse avvicinando, sentendo i passi sul pavimento in legno. Era una donna.
Avrebbe voluto chiedere chi fosse e dove si trovasse, ma i ricordi riaffiorarono in un istante. La cerimonia, la pelle che bruciava, lo sguardo di suo padre e di Alazog su di lui. Zenyth! Stava bene? Cos’era successo? Come era arrivato lì? Domande e tensione si riversarono su di lui come una cascata, rendendo il respiro sempre più frenetico. I polmoni cercavano con tutti loro stessi di riempirsi al massimo, trovando bendaggi e tutori ad impedirlo.
-Tranquillo, Astryal, andrà tutto bene.-
-Come conosci il mio nome?- domandò preoccupato. Le braccia e le gambe erano pesanti, e scappare non poteva essere un’opzione.
-Le domande possono aspettare, adesso respira. Va tutto bene, nessuno ti farà del male.-
Senza neanche accorgersene aveva chiuso gli occhi, serrando le palpebre. Una mano sfiorò la sua guancia, accarezzandola con una delicatezza che non ricordava aver mai ricevuto. Si inebriò di quella sensazione involontariamente. Ne aveva bisogno, di quella calma e quiete che non riusciva a percepire in città, durante le epurazioni e, più in generale, in tutta la sua vita. Suo padre non lo aveva mai fatto, per quanto ci provasse non era mai riuscito a farlo stare tranquillo. Non in quel modo, almeno.
-C…come fai a sapere il mio nome?- ansimò.
-So molto di te, molto più di quanto tu possa immaginare. Ora cerca di aprire gli occhi.-
Era come se non fosse mai successo, come se si fosse svegliato in quell’esatto momento. Sapeva come riconoscere un attacco di panico, non essendo la prima volta che ne viveva uno, ma mai l’aveva risolto con tale facilità. Aprì gli occhi, di nuovo lentamente ma non per stanchezza, solo per non rompere quello stato di calma. -Molto bene, non sembri avere traumi.-
-Sei un dottore? Un’infermiera?-
-Sono quello che serve.- rispose con tranquillità. Tolse un panno dalla fronte di Astryal, lo strizzò in una bacinella lì vicino e lo immerse in un’altra. Il ragazzo volse lo sguardo, riuscendo a vederla in volto: era una donna sulla trentina, dalla carnagione scura e dai capelli argento. Aveva il volto magro, con tratti morbidi e lisci. La conosceva, o almeno la sua mente continuava a ripetergli che fosse così. -Ti senti meglio? Vogliamo vedere se riesci ad alzarti?- Senza dire una parola, cercando di fare affidamento solo alla forza del suo braccio, Astryal si mise lentamente seduto. Neanche il tempo di giungere a metà del movimento che la donna accorse in suo aiuto, muovendolo lentamente fino a quando i piedi non toccarono terra. -E ora non muoverti, per camminare ci vorrà ancora un po’.-
-Perché mi hai aiutato?- domandò cupo, non riuscendo a tenere alto lo sguardo. -Tutti sanno che i capelli argentei sono molto comuni tra gli Arkani. Io non avrei mosso un dito.-
-Credevo che tra te e tuo fratello fossi tu quello intelligente. O più sveglio.- ridacchiò allontanandosi con la bacinella e l’asciugamano. Il ragazzo la osservò confuso per qualche secondo, poi i suoi occhi si spalancarono. Avrebbe voluto avere con sé il bastone o la forza per correre via, ma entrambe sembravano non voler più stargli vicino. -Già.-
-Non credo che mio padre o la Chiesa pagheranno mai un riscatto per me.-
Lei si voltò alzando un sopracciglio. -Vivo di sussistenza in una foresta, secondo te mi interessano i soldi?-
Astryal si guardò intorno, effettivamente il letto sembrava occupare una porzione abbondante rispetto alla modesta abitazione in cui si trovava, completamente costruita in legno. Librerie, colme di tomi sistemati per sfruttare al massimo lo spazio, un tavolo e, al centro, un piccolo bivacco. -A…allora perché lo hai fatto?- domandò, sempre più confuso.
-Secondo te? Quali potrebbero essere i motivi?-
-Non lo so, non penso come uno di voi.-
-Credo che tu ora debba iniziare.- sorrise lei indicando i suoi capelli, ormai argentei. -Ti do un indizio: conosco tuo padre.-
-Ho capito.- sorrise lui annuendo. -Mi tieni in vita per lasciargli il piacere di epurarmi. Speri che ti risparmierà in questo modo?-
-Tu hai decisamente letto le favole sbagliate quando eri piccolo.- commentò la donna disgustata dalla risposta. -Conosco tuo padre come pochi altri, e di certo non sono una sua servitrice.-
-Mi stai dicendo che sei al di sopra di un cardinale? Saresti il sommo parlatore?- C’era parecchia ironia nel tono del ragazzo.
-Io non faccio parte della Chiesa, né ho intenzione di farlo.-
-Allora dimmi chi sei e basta! Questo mistero si sta protraendo per troppo a lungo.- ribatté seccato.
-Sono… tua madre, Astryal.-

Erano passate ormai un paio d’ore da quando avevano lasciato il villaggio ed il sole era a metà strada per il crepuscolo. Molte minacciose e scure nuvole avevano iniziato a coprire il cielo, senza infastidire quella luce primaverile, accompagnate però da un vento anomalamente troppo debole. La strada era sterrata e la modesta carovana la percorreva senza mostrare alcuna difficoltà. Tyrell era seduto di fianco il posto del conducente, osservando le redini che fluttuavano a mezz’aria come tenute da un uomo invisibile. Shydow se ne stava sdraiato dietro, tra i piedi di Lysandra e Alyx, con le braccia incrociate e la testa appoggiata su un cuscino scarlatto ricamata con un filo dorato, trovato sul carretto. Silenzio, nessuno parlava.
-Come funziona?- domandò Tyrell abbassando lo sguardo, quasi vergognandosi della domanda. Si fissava il palmo della mano destra, aprendo e chiudendo le dita con forza. -La magia… come funziona?-
-Per rispondere a questa domanda ti farei un breve discorsetto di dieci anni. Una persona normale li impiega solo per imparare le basi.- rispose rimanendo immobile.
-Senti, ho lanciato il primo incantesimo senza neanche rendermene conto, magari sono portato!- sbuffò.
-Tieni gli occhi sulla strada.- rimproverò senza guardarlo e facendo scattare il collo del ragazzo in avanti. Si alzò in piedi goffamente, cominciando a rovistare sotto il mantello. -I maghi, gli stregoni, i druidi, i ritualisti, gli sciamani, i fattucchieri, gli evocatori e tutti gli altri che adesso non mi vengono in mente prendono l’energia magica dalle stelle. Non chiedermi perché, non lo sa nessuno. Sappiamo però che non è neanche un granello di sabbia rispetto a quello che è l’Oblio. Io sono un Arser, e prendo l’energia magica direttamente da lì.- spiegò raggiungendo Tyrell e sedendocisi a fianco, dietro le briglie. -Immagina di mettere a confronto un bicchiere d’acqua con tutto il mare che riesci a vedere dalla costa. Se hai sete ti basta il bicchiere, ma con tutta l’acqua del mondo saresti a posto per sempre.-
-Sbaglio o non si può bere l’acqua di mare?- domandò confusa Lysandra.
-Era una metafora. Non sono un insegnante, spiegare non è facile come mi aspettavo.- La mano emerse da sotto il mantello, trascinando con sé uno spesso tomo con una copertina rigida in pelle color porpora, dalle decorazioni incise in argento e le parole in oro. Due, sopra ad alcune più piccole, troneggiavano al di sopra di metà pagina. Tyrell sgranò gli occhi quando si accorse di riuscirle a leggere. -Questo è l’Ars Arkana, il libro degli Arser. Al suo interno c’è scritto tutto ciò che riguarda l’arte di muovere l’energia magica. In assenza di altro materiale andrà benissimo, anche se forse è un po’ troppo dettagliato.-
-Perché riesco a leggerlo? Io non so leggere…- aggiunse il ragazzo con una punta di imbarazzo sulla lingua.
-Tutti li Arkani possono farlo, è la lingua creata per loro. La traduzione sarebbe “Arte magica”, e Arser significa “artista”, come se la magia fosse un quadro o… be’, hai capito.-
-E… a me interessano cose come l’Oblio o le stelle?-
-Dipende, se restiamo in vita abbastanza a lungo da capirci meglio qualcosa sì.- rispose allungando un sorriso. Si voltò all’improvviso verso Lysandra, osservandola con sguardo incuriosito. -Che succede?-
-Niente.- rispose lei, confusa quasi quanto lui.
-No, sta succedendo qualcosa, non fai che toccarti il collo.- osservò lui scattando in piedi. Il carro si fermò e le cinghie si ricordarono solo allora di dover cadere verso il basso non fissate a nulla.
-Avrò dormito male, sento un po’ di dolore, nulla di più.-
-Vieni.- ordinò lui scendendo. Non ci mise molto perché tutti facessero lo stesso. -Fammi vedere.-
-Quanta preoccupazione.- ridacchiò lei spostandosi i capelli e mostrandogli la nuca. Appena un colpo d’occhio e Shydow sgranò li occhi. Schioccò le dita, facendo schizzare via il libro dalle mani di Tyrell e fermare tra le sue, cominciandolo a sfogliare freneticamente.
-Oh cavolo.-
-Cosa succede?-
-Ecco… io… potrei aver commesso un… piccolo errore…-
-Definisci piccolo.- domandò Lysandra dopo essersi voltata.
-Ricordi quando ieri ho detto che saresti diventata mia? Ecco… potrei averlo promesso e… un Arser non può infrangere le sue promesse.-
-Quindi… cosa significa? Shydow, cosa hai fatto?-
-Potrei averti tramutata in un oggetto di mia proprietà.- I tre fecero slittare le sopracciglia verso l’alto. -Insomma, non volontariamente, è chiaro. Voglio dire, sono state solo parole di troppo. Insomma, era una specie di pagamento… che io non avrei mai richiesto.- si affrettò ad aggiungere.
-Mi stai dicendo che ora sono… di tua proprietà? Come un cagnolino?- chiese ancora la ragazza cercando di mantenere la calma.
-Il collo ti fa male per via del collare… un collare magico che non si rompe facilmente.- Lysandra scattò verso il ragazzo, che si parò immediatamente il volto, facendo qualche passo indietro. -Ti prego, non farmi male!- Il pugno che la ragazza aveva caricato di fianco la spalla si fermò lì, senza intenzione di muoversi. Lei osservò la mano immobile per qualche secondo, come se non fosse la propria, poi la lasciò scendere lungo il busto. -Insomma, se proprio vuoi fallo, ma non troppo forte.-
-Cosa succederà?- domandò dopo un respiro profondo.
Il ragazzo aprì il libro. -Be’, non puoi disobbedirmi… né allontanarti da me, a quanto pare… sei protetta dagli incantesimi, ma i miracoli possono ancora toccarti, come le armi degli uomini.-
-È fatta.- tagliò corto lei. Un’altra nuova realtà da accettare, anche se ormai ci stava facendo l’abitudine. -Ma vedi di togliermi questo coso il più velocemente possibile.-
-Cercherò di capire cosa fare. Non va via facilmente…- borbottò lui. -Ecco… vogliamo riprendere il viaggio?-
-Credo che adesso ti odi…- sussurrò Alyx mentre i fratelli Myllts, in silenzio, risalivano sul carretto.
-Sì, lo penso anche io…- annuì afflitto.

-Stai scherzando, immagino.- Astryal, ovviamente, era senza parole. Quando vide la donna uscire dalla piccola capanna immersa nel bosco, i piedi scalzi si erano mossi da soli, seguendola. Il cuore bussava contro il petto, come per attirare l’attenzione e farsi aprire. Lei sembrava camminare con una certa disinvoltura tra quelle radici, mentre il ragazzo mostrava palesemente le sue difficoltà. -Tu non puoi essere mia madre. Non può essere, voglio dire… NON PUÒ ESSERE VERO!-
-Silenzio.- sibilò con tono deciso lei, fermandosi. -O sveglierai i folletti.-
-Già…- borbottò, non avendo la minima idea di cosa dire. “Probabilmente non voglio svegliare i folletti.” pensò tra sé e sé. -E insomma, dovrei fidarmi della tua parola? Insomma, non hai prove che io sia…-
-Oh be’, magari non te lo ricordi tu, ma io lo faccio perfettamente.- si voltò verso di lui. -Ti ho chiamato come la stella che più risplende in cielo prima che tuo padre ti portasse via, rendendo i tuoi capelli di quel colore nauseabondo.-
-Ok, facciamo un passo per volta: come ti chiami?-
-Il mio nome è Shary, anche se qui nessuno usa questo nome da un bel po’…- commentò ironica. -A breve capirai il perché.-
-Come posso credere che tu… insomma, mia madre è morta, per mano di un sacerdote traditore.-
-Tuo padre lo era, ai tempi.- le sfuggì un sorriso. La sua mente aveva appena fatto un profondo ma rapido tuffo nei ricordi, nei tempi addietro. -Ci eravamo conosciuti nel borgo di Ragionmonte. C’è un monastero lì vicino e lui era stato mandato lì per studiare alcune scritture. Io ero già devota alla foresta, ma di tanto in tanto osservavo la vita delle persone normali nelle vicinanze, e Ragionmonte non è molto lontano da qui.-
Astryal si avvicinò con passo rapido e deciso, allungando la mano sinistra alla sua gola. Due dita toccarono a fondo la pelle morbida e scura, ed il suo volto si deformò in una smorfia. -Non stai mentendo.-
-Lo faccio ogni volta che dico la verità.- Scostò la mano con delicatezza. Provò a tenerla tra le sue, ma subito il ragazzo la strappò via, riportandola giù. -Poi nascesti tu, e io non potevo unirmi a tuo padre in matrimonio, senza che lui venisse scomunicato o io prendessi fuoco. Quindi ti sottrasse a me.-
-Mi ha detto di avermi adottato… me lo ha sempre detto.- Il cuore di Astryal sembrò sprofondare nel terreno, volendosi staccare dal corpo. Era tornato a battere regolarmente, ma più stanco, meno deciso. Si poggiò ad un grosso albero alle sue spalle, cominciando a respirare lentamente. -Anche Zenyth è…-
-No. La donna con cui tuo padre lo ha concepito veniva da Zietra, la città che tuo padre ha edificato. Ai tempi non poteva essere neanche considerata un villaggio.- raccontò lei tenendo lo sguardo basso. -Un attentato a dei cardinali da parte di un druido, viene chiamato “Il drago nato tra gli uomini”.-
-Abbiamo fatto dire che è stato ucciso.- annuì Astryal. -Ha ucciso la madre di mio fratello?-
-Sì.- tagliò corto lei. Lo avrebbe detto, lo sapeva, ma non aveva la minima idea di come farlo con leggerezza, senza dolore. -Io ero presente. Le fiamme avevano ricoperto anche il cielo e la cenere cadeva come neve morta. Fu allora che tuo padre mi chiese di andarmene, e di non avvicinarmi a lui mai più.-
-Mio padre ti ha parlato senza ucciderti?- domandò scettico il ragazzo. -Da cardinale?-
-La maledizione c’era e si sentiva nell’aria sia per noi che per loro, ma suppongo tu la conosca bene.- Stava cercando di avvicinarsi lentamente al ragazzo, che però non sembrava voler lasciar chiudere la distanza. -Lo sai, no?-
-CERTO CHE LO SO!- sbottò il ragazzo. Inutile dire che ci pensava sempre, ma adesso se lo spiegava: tutte quelle volte che si alzava di notte per andare alla terrazza, quando vedeva un’arma e sentiva quell’impulso, tutte le schegge del suo bastone conficcate nei suoi polpastrelli. Dopo un paio di respiri affannati allungò un triste sorriso, di chi ride su qualcosa di tremendamente triste. La rabbia era sparita, lasciando un incredibile quantitativo di spazio all’immaginazione. -Conosco perfettamente quella maledizione che ci costringe a distruggere ogni forma di magia che ci ritroviamo di fronte. E adesso mi spiego come mai fossi così interessato a togliermi la vita, nonostante la mia devozione a Kalgamesh o a quanto tempo passassi a studiare. Dio non è reale, o se lo è io non ho intenzione di dargli le mie preghiere. La mia devozione posso darla a qualcun altro.- tagliò corto lui. Quelle parole erano spinate e piene di odio, ferendogli la gola prima di uscire dalla bocca. Non era mai stato, però, qualcuno che si teneva le cose per sé.
Shary non ci mise molto per accorgersi delle lacrime che rendevano lucidi gli occhi di suo figlio, intento con tutte le sue forze a impedirgli di scendere lungo le guance. Aveva ridotto la distanza abbastanza da permettere alla sua mano di raggiungere la spalla di Astryal, che con lo sguardo scattò verso di lei. -Va tutto bene, adesso ci sono io.-
Nonostante quelle parole non avessero alcun potere magico, la donna si chiese se avesse lanciato un qualche incanto d’amore, dato che Astryal le si lanciò addosso in un abbraccio, cominciando a singhiozzare. -Credevo… c… credevo che… qualcosa del… così… non sarebbe mai successaaaa!- piagnucolò soffocando il viso nella sua spalla.
Lei gli accarezzò la schiena delicatamente, mentre il sole spariva alle sue spalle. La luce, però, sembrò aumentare tra quegli alberi, come se una nebbia avesse incontrato un arcobaleno e avesse voglia di riempire quello spazio tra quei tronchi. Un leggero brusio si fece sempre più vivo in quel luogo. Le voci di dieci, cento, milioni. -Questo è lo spettacolo che volevo mostrarti.- sussurrò la donna al suo orecchio.
Ancora con li occhi gonfi si guardò intorno, spalancando presto la bocca per lo stupore. -È la foresta di Zhivanna?- domandò dopo aver tirato su col naso.
-Credo andrebbe chiamato “Bosco delle fate”.- corresse lei indicando di fronte loro. Una moltitudine di fate se ne stava di fronte a loro, a bisbigliare con il vicino, ognuna di loro diversa per un dettaglio: chi volava, chi restava a terra, chi su un albero, il colore della polvere che cadeva dalle loro ali, quello dei vestiti, la stessa stazza e grandezza. Tutte, guardando Shary, la chiamavano allo stesso identico modo: “Mamma”. -Lei ti ha trovato.- spiegò indicando una piccola fatina dai lunghi capelli rosa pastello, vestita con alcune foglie verdi cucite tra loro.
Astryal si sfregò il braccio sugli occhi, cercando di ricomporsi il più possibile. -Ehm… grazie.- balbettò. -Come ti chiami?-
Non ci volle molto perché il brusio si trasformasse in una fragorosa risata condivisa da tutti meno che il ragazzo, alla ricerca di risposte verso la madre, limitatasi a sorridere. -Non tutte le fate hanno un nome.- spiegò. -Solo alcune.-
-Certo, era così ovvio…- commentò lui.
Per un attimo era tornato a qualche anno prima, quando passava le notti nella sacra biblioteca per cercare di apprendere il prima possibile. Era proprio in quelle stanze che aveva scelto il nome che lo avrebbe accompagnato per il resto della sua vita: cardinale Astryal il Superiore. Non per superbia, ma perché, per quanto avrebbe dovuto odiarle non ci riusciva. Le fate continuavano a sembrargli qualcosa di diverso dalla magia, qualcosa che la Chiesa non dovesse combattere. Qualcosa di superiore, e ci aveva messo fin troppo tempo per i suoi gusti per rendersi conto che si trattasse di magia.

-Mi dispiace.- sussurrò Shydow, seduto al posto del conducente con in mano le briglie.
-Lo hai già detto otto volte.- osservò Alyx accanto a lui.
-Evidentemente sarà vero.- ipotizzò Lysandra. -Ormai è quasi buio, non credo sia bene continuare. Potresti… non so, far apparire una casa.-
Shydow trattenne con grande forza una risata, coprendosi la bocca con una mano. Non gli sembrava carino ridere in faccia alla ragazza dopo quello che le aveva fatto, anche se involontariamente. -Non è proprio come schioccare le dita, sai? E poi muovere così tanta energia magica attirerebbe l’attenzione della Chiesa. Un conto è un normale incantesimo, ma questo è uno di quelli decisamente superiori alla media.- spiegò fermando il carro. -Dovremmo accamparci.-
-Di bene in meglio, io posso avere una cuccia, padrone?- ringhiò lei, scendendo, senza distogliere lo sguardo da Shydow, che preferì non rispondere mentre ripiegava le cinghie ancora a mezz’aria.
-Tu… conosci bene l’arkano?- domandò Tyrell passeggiando a piccoli passi con le mani in tasca, attendendo il suo turno per parlare. Si erano fermati vicino al limitare di un piccolo bosco, intintosi nelle ombre prima del tempo.
-Direi perfettamente. Dove sono cresciuto lo insegnavano ogni giorno.-
-Eh… come si dice… cielo?- chiese ancora.
-Cieli.- rispose mettendo a posto le cinghie.
-Stella?- domandò Alyx vedendone una apparire in cielo.
-Ly.-
-Acqua?- chiese Lysandra, ancora a braccia incrociate.
-Wat.-
-E ramo?- chiese speranzoso afferrandone uno.
-So nosce mo.-
-SONO SCEMO!- esclamò Tyrell a pieni polmoni tenendo saldamente il bastone con entrambe le mani come la più pesante delle spade. Lo sguardo sognante si spense poco dopo, tramutatosi in uno infastidito, diretto a un allegro Shydow.
-Andiamo, avresti dovuto prevederlo.- commentò con il volto piegato in uno strano sorriso, che andò piano piano ad ingrandirsi fino ad una risata, condivisa con Lysandra. -E poi, non credere che la magia sia solo dire una parola e muovere le mani.-
-Cos’altro c’è?-
-Leggi fino a pagina 394, e inizierai ad avere le fondamenta per le basi, anche se già da pagina 50 possiamo iniziare con la pratica.- Shydow batté le mani due volte, come per chiamare a sé qualcuno. Parecchi rami strisciarono fuori dal piccolo bosco, avvicinandosi al carro come rigidi serpenti.
-E per fortuna che la magia non è solo agitare le mani…- bofonchiò infastidito, andando con passo svelto e capo chino verso l’Ars Arkana.
-Infatti è leggere i libri giusti fino a quando la magia non ti esce dalle orecchie.- ridacchiò quando gli passò di fianco. -Se hai domande chiedi.-
-Ce la farà?-
Shydow, che aveva seguito con li occhi il ragazzo, si voltò per osservare Lysandra. -Non è difficile, e all’inizio per nulla pericoloso.-
-Insomma, non ti… logora l’anima, vero?- domandò poi, sempre meno sicura.
-Questa non l’avevo mai sentita, ma no, non ti logora l’anima o qualsiasi altra cosa. Ma ti avviso, mette una gran fame, all’inizio soprattutto.-
-Soltanto questo? Insomma… mio fratello impara incantesimi e l’unico difetto è l’appetito?-
-Non sempre può essere chiamato difetto, a me ha fatto venire un fisico invidiabile, magari succederà lo stesso anche a lui.-
-Riesci sempre a scherzare su tutto?-
-Ci provo, di certo tenendo il muso non cambierebbe molto. Mi piace immaginarmi la faccia di chi guarda la mia e vede un sorriso nonostante tutto.- Ne allungò uno, quello a cui ormai Lysandra si era abituata, quello pieno di messaggi nascosti che non aveva ancora capito come leggere. -Ti giuro sulla mia arte che mi dispiace profondamente per quello che ti ho fatto passare, e per quello che ti sta succedendo.-
-Accettare tutto non è poi così difficile, la vera difficoltà sta nel pensare che starà bene.- Lo sguardo di entrambi si gettò su Tyrell che, con il tomo in mano, si era allontanato di alcuni metri, seduto sul prato bagnato dagli ultimi raggi di sole, e cominciato a leggere e usando una roccia per poggiare la schiena. -Non sei certo il primo Arkano che incontriamo, ma tutti li altri sono stati bruciati. Di fronte a noi. La magia continua a sembrarmi qualcosa di pericoloso.-
-Se permetti mi do una grattatina ai coglioni.- disse Shydow facendo il gesto con decisamente poca grazia. -E poi voi potrete anche averne visti molti, ma nessuno come me.- Schioccò le dita e piegò il braccio, come per lanciare una monetina in una fontana invisibile alle sue spalle. A volare però fu una piccola scintilla rosso chiaro, che cadde perfettamente al centro di una perfetta catasta di legna, formatasi in silenzio alle spalle dei due. La legna prese fuoco all’istante e il bivacco non perse tempo per cominciare a scoppiettare. -Io devo dirgli una cosa, tu potresti cucinare, per favore?-
-Potresti ordinarmelo.- osservò Lysandra facendo spallucce.
-Potrei, come potrei dare fuoco ad una città, o come potrei fare del male ad un sacco di persone, ma mi ricordo che sono uno dei buoni, e i buoni non hanno bisogno di fare cose del genere.- le sorrise. Non disse altro prima di avviarsi verso Tyrell, che non distolse lo sguardo da quella che Shydow riconobbe come pagina 394. Aveva letto quel libro talmente tante volte da aver perso il conto, e ormai ricordava a memoria quasi ogni pagina. -Non sono lupi mannari, ma è comunque interessante.- scherzò avvicinandosi. -Niente, è una battuta che non puoi capire.- aggiunse non appena vide un’espressione interrogativa sul suo volto. -Hai già letto tutto?-
-Ehm… in realtà ho guardato le figure.- ammise Tyrell stringendosi nelle spalle. -Questa cos’è?- domandò indicando la figura sulla pagina sinistra. Raffigurava una radura disseminata di porte in pietra vuote, abbandonate lì come alla ricerca di una stanza da aprire; alcune erano piccole, altre arrivavano a decine di metri di altezza. Una figura, avvolta in un mantello scarlatto, camminava sotto una di quelle soglie nell’estrema destra mentre uno di quei portoni, con ai lati due alte pareti naturali simili a catene montuose, emanava una strana luce dal suo interno come se dall’altro lato non ci fosse semplicemente la stessa distesa infinita che chiunque si sarebbe aspettato. Chiunque, anche solo da quell’immagine, riusciva a capire che quella porta era colma di magia, e sarebbe potuta essere descritta con una sola parola: magnifica.
-È la più grande delle porte profetiche. Sono naturali, nessuno può costruirle. Quando le attraversi, sei in grado di raggiungere qualsiasi luogo nel tempo e nello spazio, su questo pianeta. Gli Arser le usavano per le profezie, e in questo modo le abbiamo chiamate così.-
-Esistono ancora?-
-Francamente non ne ho idea. Tre millenni fa c’erano, e adesso se ci sono potrebbero essere come queste altre, purtroppo.- spiegò indicando le porte vuote. -Ma ritrovarsele davanti… è qualcosa che non può essere descritto con nessuna parola di nessuna lingua.- Tyrell intravide una sorta di pensiero attraversare gli occhi di Shydow, rendendo il sorriso cupo. -Voglio darti una cosa.-
-Che cosa?- domandò Tyrell sedendosi di fianco a lui.
Shydow mostrò una piccola borsa tenuta sotto il mantello, e dopo aver rovistato per un paio di secondi ne tirò fuori una fiala grande quanto un pugno contenente un liquido verde chiaro. -Questo è un incantesimo in bottiglia. Non sono molto complicati, ma questo in particolare… be’, lo è. Per usarlo basta rompere la bottiglia dove vuoi che l’incanto venga lanciato e sarà come se lo avessi fatto tu.-
-E cosa fa?- chiese ancora rigirandosi l’ampolla nelle mani.
-Meglio se non lo sai, ma capirai perfettamente quando usarlo. Io non starò sorridendo e… qualcuno non potrà più farlo. In questo modo avrà… degna sepoltura, non so se mi spiego.-
-No, non ti spieghi.-
-Meglio così. Nel migliore dei casi non dovresti mai usarlo. E ora forza, andiamo a mangiare.-
Shydow si alzò, ma Tyrell ci mise qualche secondo prima di seguirlo. Gli aveva dato un incantesimo, tra l’altro potente, senza spiegargli quando avrebbe dovuto usarlo. Aveva sempre desiderato quel genere di avventura e libertà, e adesso che lo aveva sentiva solo il timore di fare qualcosa di sbagliato.