Shydow fu sorpreso di risvegliarsi nello stesso posto in cui si era addormentato. La cosa infatti non accadeva molto spesso, ma quel giorno in particolare si era immaginato un risveglio brusco, con la locanda distrutta ed il suo letto scaraventato a qualche metro dal luogo in cui si trovava, anche se questa visione non gli aveva impedito di addormentarsi beatamente e senza molti pensieri.

E invece stava scendendo le scale con tranquillità, avvolto da uno strano silenzio che neanche il vento sembrava voler disturbare. Tuttavia, nonostante la giornata fosse iniziata nel migliore dei modi, non riusciva a stare tranquillo. Qualcosa non andava. Mancava una sensazione, un oggetto, un odore, una persona… mancava un tassello a quel mosaico che formava ogni attimo di quei secondi. C’era come già troppa magia nell’aria ancora prima del suo intervento.

Ritrovatosi di fronte il bancone della locanda, la sua attenzione venne immediatamente catturata da un uomo. Teneva un bicchiere in una mano e la bottiglia poco distante, e si poggiava al piano in legno con un gomito. Il bicchierino, più piccolo di una tazzina da caffè, era pieno fino all’orlo, ma il liquido marrone semitrasparente restava immobile esattamente come il braccio che lo reggeva.

-Ti consiglio di scappare, qui non è sicuro.- disse semplicemente Shydow guardando il cappello a falda larga, marrone scuro come il cappotto, che gli copriva completamente il viso.

-Dovunque tu vada non è sicuro, è così che condanni tutte le persone che ti vogliono bene.- commentò lui portando di scatto il bicchiere alle labbra e rovesciando il contenuto all’interno della bocca, per poi sbatterlo con forza sul bancone, rompendolo. Nonostante la mano si fosse tagliata, lui non batté ciglio, rimanendo impassibile come se nulla fosse successo.

Shydow si avvicinò a piccoli passi, tenendo il mantello nella mano sinistra e la destra lungo il fianco. -Ci conosciamo?- domandò incuriosito.

-Sì, ma tu fai finta di non sapere chi io sia.- rispose lui volgendogli lo sguardo, era inespressivo, e lo guardava con gli occhi vitrei e grigi. -Com’è che dicevi? Un viaggio dagli stessi aspetti… in un giorno della terza stagione… il suo sacrificio sarà compreso…-

Un brivido corse lungo la nuca di Shydow e poi per tutta la schiena. Si sedette di fianco l’uomo, osservandolo con uno sguardo che non aveva mai usato. La preoccupazione si era impossessata del suo viso, e la curiosità lo consumava. -Dove hai sentito queste parole?-

-Io sono il coccodrillo.- rispose con semplicità lui rimanendo immobile. -E nel corpo di questo capitano, ti avverto che è giunto il giorno.-

Shydow sgranò gli occhi. -Perché questo silenzio? Perché nessuno sta scappando?-

L’altro non rispose. Continuò a fissarlo per qualche interminabile attimo, dove forse il tempo si era dimenticato di dover scorrere. Solo quando la paura aveva riempito completamente le vene del ragazzo e le sue mani cominciarono a tremare, l’uomo misterioso riprese a parlare, ripetendo solo due parole con un filo di voce, in un rauco bisbiglio. -Tic… tac… tic… tac… tic… tac…-

Shydow eseguì uno scatto repentino che fece ribaltare lo sgabello. Non si curò se l’uomo stesse continuando a parlare, preferendo concentrarsi su qualsiasi cosa ci fosse lì fuori.

Appena aperta la porta, dovette portare una mano poco sopra la fronte per permettere agli occhi di riabituarsi lentamente alla luce del sole. Se non era mezzogiorno, lo sarebbe stato presto. Aveva dormito troppo, ancora meno tempo per intervenire.

Tolta la mano, sospirò guardando tutti coloro che si trovavano nel villaggio la sera prima erano immobili, imbambolati e fermi a fissare il vuoto. Blayke voleva inviargli un messaggio, e in questo modo ci era riuscito molto bene. Gli sfuggiva qualcosa, qualcosa che Phyneas aveva intuito con parecchio anticipo, considerando quanta organizzazione richiedesse uno spettacolo come quello. Non voleva pensarci, non voleva più pensieri di quanti la Chiesa già non gliene desse.

Pensò, quindi, che concentrarsi sul presente fosse la mossa migliore, anche se l’arrivo del ciclope non lo turbava per niente. “Un problema alla volta” continuava a ripetersi mentalmente. Si avvicinò con passo svelto fino alla folla ben ordinata, ignorando quasi in automatico gli occhi vitrei che avevano gli abitanti. Se ne stavano lì, inermi, disposti in ordinate con il viso rivolto verso le montagne, in lontananza.

-Ehi, svegliatevi, non è il momento di poltrire!- esclamò scuotendo una ad una le spalle dei presenti, che sembrarono svegliarsi da un sonno molto piacevole. Era come se la mano di Shydow stesse brillando di una strana luce gialla, anche se forse era un semplice gioco di ombre con quel sole così acceso.

In mezzo al borbottio confuso di molti, alcune voci si fecero preoccupate e la paura non ci mise molto a contagiare i presenti. Non avevano idea di cosa fosse successo, o di come mai il sole fosse già così alto nel cielo. Il pensiero di essere in ritardo dilagava ed era per la maggiore, insieme alle domande sul da farsi.

La paura si trasformò in puro terrore quando un sordo tonfo si sentì in lontananza. Segnò anche l’arrivo di uno spaventoso silenzio, rendendo ancora più forti quei suoni che si avvicinavano di secondo in secondo, scandendo il tempo. Con la precisione delle lancette di un orologio, i colpi diventavano sempre più forti e ben udibili, e con loro i battiti dei cuori di tutti i presenti. Shydow si fermò, con la mano sulla nuca di una giovane bambina, quando voltò lo sguardo alle sue spalle.

Dalle alte chiome di una modesta foresta ad est, comparve. Alto circa una decina di metri, dalla pelle grigia-bluastra, vestito di stracci e panni a brandelli e dai pochi unti capelli bianchi poco curati come la lunga barba pece, era lì, immobile, mentre fissava la prossima preda stringendo la presa sull’arma rudimentale nella mano destra. Sembrava che il suo tronfio respiro fosse sulla nuca di ognuno dei testimoni che, ormai, erano completamente paralizzati (tranne Shydow, che riprese a scuotere le persone con la stessa delusione di chi confonde una falena con una farfalla). Il ciclope era arrivato.

 

Zenyth misurava impaziente a grandi falcate la porta chiusa che dava alla camera del fratello. Non era mai stato un tipo molto paziente, e dalla sua nomina a purificatore sembrava esserlo diventato ancora di meno. Si era quasi dimenticato dell’odio che covava nei confronti del grande orologio per quante volte lo aveva guardato attraverso la grande finestra colorata. Astryal era appena puntuale, cosa che lo infastidiva non poco. Fosse stato per lui, si sarebbe preparato il giorno prima, lasciandosi un abbondante anticipo di almeno diciotto ore considerando l’importanza dell’evento. Astryal sarebbe diventato sacerdote, superandolo ufficialmente di rango nella gerarchia ecclesiastica.

Le porte si aprirono lentamente, spinte dai due servitori che, ormai da due ore, lo stavano vestendo con le dovute ed opportune cerimonie. Il lungo abito bianco e oro cadeva perfettamente sul ragazzo, esaltando la carnagione abbronzata del viso e della mano destra, che teneva saldamente lungo ramo di mogano dritto e levigato.

-Superiore.- salutò Zenyth con un profondo inchino.

-Non cominciare, sono ancora un purificatore, almeno per il momento.- sorrise Astryal avvicinandosi rapidamente e mettendogli una mano sulla spalla, invitandolo a rialzarsi. -E poi, il tuo giorno è tra meno di tre settimane, no?-

-Lasciateci soli.- ordinò ai due, che si congedarono dopo un inchino ancora più formale di quello di Zenyth.

-Oggi sembri ancora più brusco e teso del solito.- osservò il ragazzo, allungando l’occhio oltre la vetrata e guardando l’ora. “Però, sono in anticipo…” pensò tra sé e sé.

L’altro doveva essere riuscito a sentire quelle parole in qualche modo, a giudicare dallo sguardo con cui lo guardava. -Io dovrei benedire il suolo che siete destinato a calpestare per giungere alla cappella, mentre nostro padre, con tutto il rispetto che posso provare nei suoi confronti, è terribilmente in ritardo.-

-Prima di dire altro, ti chiedo di smetterla di parlare come i libri che leggi. È snervante! Senza contare che invecchierai prima dicendo cose come “giungere” o “destinato a calpestare”. E comunque la cerimonia formale non viene praticata da secoli, neanche nostro nonno l’ha fatta.- aggiunse prima che Zenyth potesse fare altrettanto.

-Astryal ha ragione, nemmeno io ho pregato per ogni passo che facevo in direzione della cappella.- raccontò Zalomon avvicinandosi a piccoli passi. I due volsero lo sguardo verso di lui, abbassando il capo subito dopo.

-Cardinale.- salutarono i due all’unisono.

-Dovete stare pronti, nella cappella non c’è solo vostro padre.- scherzò lui alzando una mano, segno che i due intesero come permesso per levare la testa.

-Lo sospettavo.- commentò Astryal ricambiando il sorriso.

-Dunque, col permesso di entrambi, io consiglierei di procedere, dato che abbiamo solo trenta minuti.-

-Per arrivare alla cappella… ragazzo mio, ti ricordi che noi siamo già nella chiesa?- domandò l’uomo preoccupato verso Zenyth.

-Certamente, ma trovo far aspettare due cardinali una gigantesca forma di mancanza di rispetto.- ribatté ovvio.

Astryal prese un profondo respiro. -Temo di dover concordare con mio fratello. Meglio cominciare ad avviarsi.-

-Giusto.- acconsentì Zalomon indicando il corridoio ai figli, che presero la strada.

-Le mie stanze sono state esaminate?- domandò distrattamente. Per quanto non lo desse a vedere, la cerimonia lo eccitava parecchio, quindi gli sembrava giusto cercare di pensare ad altro fino al momento in cui sarebbe dovuto entrare nella cappella, fissato dalle più alte cariche della Chiesa. Ripassare le preghiere non sarebbe stato utile, anche se le numerose simulazioni lo tranquillizzavano, in minima parte.

-Da cima a fondo.- rispose Zalomon fissando la lunga lastra di marmo di fronte a sé, che misurava con grandi passi. -Tuttavia non è stata trovata nessuna traccia, nessun segno d’effrazione.-

-Ma le parole del Sommo non portavano alla camera di Astryal?- domandò perplesso Zenyth.

-Certo, più precisamente in un luogo bagnato dai raggi di luna, quindi esattamente nella zona del giaciglio. È questo che mi preoccupa di più. Finché la questione non potrà dirsi risolta, continuerai a cambiare stanza ogni sera. Consideralo un invito da parte di tuo padre, ed un ordine da parte di un tuo superiore.-

-Non avevo comunque intenzione di disubbidire, padre.- sottolineò il ragazzo, diventando sempre più serioso ogni secondo che passava.

Zalomon osservò il volto pensieroso del figlio, e decise di continuare la strategia che gli aveva visto usare pochi attimi prima. -Com’è andata la pittura?- domandò guardando in avanti.

-Bene, credo. La cerimonia in sé è durata un po’ più del previsto, ma non c’era molto da fare al riguardo. Credo fosse colpa mia. Devo ammetterlo, sono molto agitato.- spiegò Astryal mostrando le mani tremanti.

-Zenyth, potresti precederci fino alla cappella, per piacere?- domandò Zalomon voltandosi verso il figlio maggiore. Il ragazzo non diede la possibilità di aggiungere una sola parola a nessuno dei due che già aveva cominciato a camminare a grandi falcare verso la scalinata a metà corridoio, lasciandolo solo in balia del padre. -Ricordati, che non devi farlo per forza.- rammentò lui prendendolo per le spalle, attirando a sé il suo sguardo. -Siete entrambi diventati purificatori prima dei diciotto anni e pochissimi hanno ricevuto la nomina di sacerdoti a diciassette.-

-Zenyth lo farà a quindici.- borbottò abbassando la testa.

Ciò che voglio dire è che so quanto è difficile, e voglio ricordarti che non devi farlo solo per me, ma per te stesso. Hai seguito un percorso spirituale egregio in questi anni, e devi dartene atto.-

-È solo che… più passa il tempo e meno sento di doverlo fare.- spiegò lui titubante. -Temo non riusciate a capire, per voi dev’essere stato molto più semplice.-

-Ci misi il doppio del tempo per far applicare la pittura purificata, visto che continuavo a tremare come una foglia nel vento autunnale.- ridacchiò Zalomon, superando il figlio ed avvicinandosi alla finestra. Si portò le mani dietro la schiena mentre fissava un gruppo di ragazzi giocare nel grande cortile in pietra. -E poi inciampai per le scale, per il ritardo, si intende. Eseguii tutta la cerimonia con un grosso livido sulla fronte, anche se il cappello da sacerdote riusciva a coprirlo senza problemi.-

-Voi… avete fatto questo?- domandò incredulo.

-E non ti dico cosa è successo quando sono stato nominato cardinale…- commentò senza perdere il sorriso. Sì voltò verso Astryal, contagiando il suo volto e portandolo ad incurvare le labbra. -Mai nessuno ti punirà per un errore. Alazog, l’altro cardinale, non è così cattivo come tu possa immaginare.-

-E… be’…- Astryal cercava disperatamente un modo per ribattere, volendo difendere la sua paura che, all’improvviso, era divenuta immotivata. Se avesse sbagliato, cosa improbabile considerando le numerose prove, non sarebbe successo nulla, e se nulla fosse successo, tutto sarebbe rimasto esattamente come era prima di allora.

Senza aggiungere una parola, il ragazzo guardò il padre prendendo un profondo respiro e calmando il cuore che cercava, taciturno, di uscire dalla gabbia toracica senza farsi notare, allungando un sorriso sul volto illuminato dai raggi del sole penetrati dal soffitto in vetro.

Riprese a camminare, guardando in avanti e seguito dal cardinale, riprendendo un’espressione seria.

Era tranquillo, nulla sarebbe potuto andare storto.

Certo, come no…

 

In pochi rimasero al loro posto non appena il ciclope cominciò a caricare in direzione delle abitazioni in legno. Alcuni erano caduti in ginocchio e avevano cominciato a pregare, facendo storcere il naso a Shydow. La maggior parte iniziò a scappare, correndo nella direzione opposta o verso i campi a nord. Altri ancora rimanevano impalati, con la mente sovraccaricata da tutte quelle informazioni arrivate tutte insieme.

-Andate al sicuro!- gridò il ragazzo abbastanza forte da farsi sentire sopra le urla ad una donna con il figlio tra le braccia.

-Nessun posto è sicuro, ormai. Solo la morte.- rispose lei serrando gli occhi e stringendo l’abbraccio.

-Piano con l’allegria signora, mi raccomando…- borbottò sarcastico Shydow, cercandoli con lo sguardo. Ci volle poco più di un secondo perché gli occhi li cadessero verso Lysandra e Tyrell che, per chissà quale motivo, stavano correndo verso la locanda esattamente come il ciclope. Aveva anche intravisto il mercante della sera prima, ma preferì fare altro anziché osservare quelle due grasse gambe tremanti.

I fratelli, in quel momento, non avevano la minima idea su cosa fare, pensare o dire. Qualcosa li costringeva a correre verso quel posto che entrambi chiamavano casa da prima che riuscissero a ricordare. Volevano proteggerla, volevano tornare a quando le preoccupazioni ancora non c’erano. A quando potevano tornare dai loro genitori. “Nessuna magia o miracolo può ridarvi ciò che vi è stato tolto” ripeteva spesso l’anziano del villaggio, e adesso quelle parole rimbombavano come pesanti tamburi nelle menti di entrambi. Forse però non serviva nessuna delle due cose, né un miracolo, né una magia. Forse era vero. Forse serviva solo lasciarsi cadere nel confortevole abbraccio della morte, sperando che sarebbe stato qualcosa di rapido, netto. Senza esitazioni. Si fermarono solo una volta giunti di fronte la taverna, puntando i piedi dando le spalle alla costruzione, distanti almeno una trentina di metri. Videro la distanza che li divideva dal ciclope ridursi sempre di più, mentre il suolo sotto i loro piedi non accennava a voler smettere di tremare.

La testa di Lysandra si riempiva sempre più di domande: come mai era già mezzogiorno? Cos’era successo? C’era della magia? Cosa stava facendo Shydow? E Tyrell? Perché non era scappata insieme a tutti gli altri? Cosa sarebbe successo? Sarebbe stato doloroso? Non aveva detto nulla a suo fratello, che fosse arrabbiato con lei?

Lo sguardo le cadde verso Tyrell che ricambiò guardandola negli occhi, deglutendo. Nessuno dei due aveva idea di quale fosse la parola giusta da usare in quel momento, o se ne esistesse una. La paura su quel futuro così ignoto continuava ad aumentare, e con essa la velocità del respiro dei due, ormai quasi all’unisono. L’uno desiderava che l’altro fosse tranquillo, ed entrambi pensarono che il modo più semplice, per quanto banale, fosse un abbraccio. Lei si chinò leggermente verso di lui, cingendolo e facendo scorrere una lacrima attraverso gli occhi chiusi non appena vide che anche Tyrell aveva ricambiato il gesto. I passi si erano fermati, troppo vicini a loro per far intuire un lieto fine.

-Mi dispiace…- mormorò Lysandra sentendo il respiro del mostro sopra la sua testa. Cominciò a stringere la presa sulla schiena di Tyrell, in attesa dell’impatto con la grossa clava di legno che aveva intravisto in lontananza, o con una delle due manone che riusciva facilmente ad immaginare. Il cuore di entrambi batteva all’impazzata, facendoli vivere quei secondi di nero e silenzio molto lentamente. Forse un po’ troppo lentamente, dato che il momento non sembrava voler arrivare. E poi silenzio? All’improvviso? Fino a pochi secondi prima tutti stavano urlando!

Titubante, dopo almeno un paio di interminabili secondi, decise di aprire gli occhi, vedendo quelli spalancati del ragazzo rivolti verso la sua sinistra. Non appena anche lei decise di voltare lo sguardo in quella direzione, non poté non sgranare gli occhi e spalancare la bocca anche lei: il grosso ciclope teneva ancora la mazza alzata sopra la testa, pronta a colpire, ma gli arti, il busto e la stessa arma erano legati da spesse cinghie color lava illuminate da luce propria. Cinque di quei vincoli si protraevano però verso le spalle dei due e Lysandra, con lo stesso timore con cui aveva aperto gli occhi, questa volta decise di girarsi, lentamente.

Dietro di loro, vide Shydow con la mano destra chiusa a pugno, le funi legate al polso ed un sorriso beffardo in faccia. Tendeva i muscoli del braccio senza troppo sforzo, bloccando completamente il mostro di quasi otto metri con palese semplicità.

“Ormai scappare è inutile…” pensò. “Un Arkano ed un Ciclope… siamo spacciati.”

 

Per quanto fossero bravi a nasconderlo, Zenyth e Astryal sapevano quanto potessero essere noiose le cerimonie private della Chiesa. Una cerimonia si dice privata quando a presenziare vi è una lista di persone specifiche, indiscriminate da posizione nella gerarchia ecclesiastica o dalla dottrina d’appartenenza, invitate per l’occasiona nel giorno del signore di almeno tre mesi prima della data prevista per l’evento designato; era una frase che entrambi avevano imparato a memoria ormai da parecchi anni. Se non si era il cardinale reggente si doveva rimanere in silenzio, alzati, seduti o in ginocchio. I veri fedeli ascoltavano le preghiere nella lingua antica di Kalgamesh, mentre i più annoiati si fingevano interessati pensando ad altro.

Zenyth si trovava lì, in piedi, alla destra del padre e con le spalle rivolte alla porta chiusa, mentre osservava Astryal in ginocchio al centro della stanza, con il lungo abito bianco che lo circondava come i petali fanno con un fiore. Entrambi, in ogni caso, si scoprirono contrariati dall’assenza del terzo cardinale. Zenyth vedeva il capo chino di suo fratello trovandosi ad alcuni metri dietro di lui e percepiva lo sguardo preoccupato attraverso la testa. Conosceva quel tipo di paura: la paura di dimenticare o sbagliare un dettaglio. Non c’era alcuna punizione neanche per il più grande degli errori, come entrambi ormai sapevano bene, visto che il Dio dai tre volti perdona sempre chi si pente. Ma ormai, quasi sacerdoti, non era il caso di commetterne dal loro punto di vista.

Ci vollero diversi minuti prima che la cerimonia arrivasse quasi al termine, quando la parola passò ad Astryal. Alazog, il primo dei tre cardinali, si voltò verso il ragazzo, diviso da lui solo per qualche gradino, tenendo l’alto e candido copricapo da sacerdote tra le mani con estrema cura.

-Copre la testa affinché gli abomini non possano toccare la tua mente.- disse nell’antica lingua senza nome.

-‘Che il mio cuore è protetto dalla mia fede e dalla mia forza.- aggiunse il ragazzo con tutta la sicurezza che riuscì a trovare. Il cuore gli si era fermato di colpo, sapendo che, in quel momento, non avrebbe dovuto titubare. Zenyth, alle sue spalle, prese un profondo respiro di sollievo, non appena sentì quelle parole venire dette senza alcun intoppo.

-E quando Kalgamesh ti porgerà la mano…-

-…Io sarò pronto a lasciare queste spoglie mortali, per ottenere la gloria eterna al suo fianco.- concluse Astryal abbassando il capo ancora più.

Alazog portò il cappello sopra la testa, scendendo quei pochi gradini e giungendo di fronte al ragazzo. -Con il potere conferitomi e con la mia nomina, ti investo con il titolo di sacerdote della Chiesa del Dio Kalgamesh. Titolo che ti accompagnerà anche quando la tua fede lascerà queste mortali carni.- affermò adagiando il copricapo sulla testa del ragazzo, che deformò il volto in una smorfia di dolore. Inizialmente pensava che fosse solo stretto e che il cardinale lo avesse spinto troppo contro le sue tempie, ma la sensazione di bruciore era distinta e netta.

Zenyth alzò un sopracciglio quando vide del fumo grigio chiaro levarsi dalla testa e dagli abiti di Astryal, che cominciò ad ansimare. Si accorse che anche suo padre, Zalomon, osservava il centro della cappella confuso, credendo si trattasse di un gioco di luci o qualcosa di simile. Astryal si erse sulle ginocchia e posò il piede destro a terra, accompagnato dal respiro affannoso ed il cuore che batteva all’impazzata. Erano causati da una sola idea, l’unica cosa a cui non aveva pensato.

Si alzò di scatto, facendo volare via il cappello e cominciando a togliersi febbrilmente i lunghi vestiti, strappandoli quando sentiva troppa resistenza. I neri capelli ordinati si erano sciolti cadendo sulle spalle, diventando argentei in pochi secondi, come se il colore fosse versato in quello stesso momento da un recipiente invisibile. La pittura gesso si era scurita, divenendo color mattone e facendo sembrare i disegni cicatrici molto accurate e precise. Zenyth osservava la scena incredulo e terrorizzato quasi quanto lo stesso Astryal. Non sentiva dolore, o per meglio dire non ci stava facendo caso. Sperava solo di svegliarsi, in qualsiasi momento, nel suo letto umido di sudore. -I…io… non sono… io…- Si guardava le mani e le braccia disperato, non sapendo cosa pensare né tanto meno cosa dire. Vide solo il cardinale Alazog cambiare drasticamente espressione. Non spaventata, ma severa, quasi delusa. Lo guardava come gli avevano insegnato a guardare un Arkano.

 

Il pugno di Shydow era fermo mentre le cinghie rosso acceso tenevano il ciclope immobile, a pochi passi dai due. Lo sguardo di Tyrell rimaneva fermo sull’incantesimo di vincolamento, mentre quello della sorella viaggiava lungo le funi, facendo avanti e indietro rapidamente.

-Spostatevi da lì! È pericoloso!- gridò Shydow muovendo repentinamente il braccio verso sinistra, capovolgendo il gigante e costringendolo a terra, dove si divincolava speranzoso di liberarsi. Lysandra non se lo fece dire due volte e prese il Tyrell per una spalla, trascinandolo e allontanandolo dalla locanda. -Bene, ora siamo solo noi due mi lasci carta bianca o facciamo finta che sia un duello alla pari?- ridacchiò il ragazzo aprendo la mano. I vincoli scomparvero, dissolvendosi nell’aria come fumo colorato, e permettendo al ciclope, parecchio confuso, di rialzarsi. Neanche il tempo di rimettersi pienamente in piedi, che già aveva cominciato a caricare il ragazzo, con molta più grinta di quella appena usata verso la taverna parata dai due fratelli.

-BASTA!- esclamò Tyrell. La parola era uscita dalla sua bocca quasi da sola, senza che lui potesse controllarla.

Lysandra avrebbe assunto un’espressione confusa verso di lui, non avendo mai sentito un tono simile da parte sua, ma la sua attenzione era stata completamente catturata dal ciclope, se così si può dire. Lo stesso, infatti, era scomparso nel nulla subito dopo la parola del ragazzo, come era stato per le cinghie dalla mano di Shydow. Quest’ultimo osservava Tyrell allungando con un lungo sorriso soddisfatto sul volto.

-E finalmente, dopo quasi un anno e mezzo, eccoci qua.- sussurrò guardando il cielo. Non ci aveva fatto caso fino a quel momento: era una bella giornata. -Mi restano trenta giorni.-

Chi era rimasto fermo, in ginocchio a pregare, o aveva preferito nascondersi a scappare, si avvicinava lentamente al ragazzo, incuriosito da quello che aveva appena visto e sperando che non fosse ciò che pensava. Non molti erano riusciti a vedere interamente la scena, ma la descrizione, ridotta ad un sussurro viaggiava rapidamente da bocche ad orecchie.

Dalla folla spiccava una persona sulle altre, mentre si avvicinava a passo spedito. Shydow non conosceva il suo nome, ma bastava guardare le lunghe vesti candide oro e panna per fargli capire che fosse un uomo della Chiesa, probabilmente un parroco. Ciò, tuttavia, non gli fece perdere il sorriso, che però muto fino ad un piccolo ghigno.

-Nel nome del Dio dai tre volti, ti ordino di metterti in ginocchio.- ringhiò lui mettendosi in mano un lungo contapreghiere.

-Ha davvero mai funzionato? Qualcuno ha mai fatto quello che gli dicevi con questa semplicità?- domandò beffardo alzando le sopracciglia. -È chiaro che non lo farò. Sarebbe molto più logico cercare di scappare.-

-E allora spero che il tuo tornare all’Oblio sia qualcosa di doloroso, abominio.-

-FERMO!- sbottò una voce dietro molte altre teste. Al suo suono, però, l’uomo si arrestò immediatamente, fermando anche la lunga collana ornata di palline in legno. -Gazwig, allontanati da lui.-

-Signore, lo avete visto! È chiaramente uno di quei mostri!- protestò il parroco rimanendo immobile, spostando solo di poco lo sguardo.

-Può anche essere un paio di pantaloni, per quanto mi riguarda, ha salvato comunque le nostre vite.- continuò facendosi strada e rivelandosi al giovane: era un anziano gobbo con lunghi capelli e barba grigi scuro, che si reggeva ad un basso e nodoso bastone d’ebano. I vestiti logori e poco colorati erano vecchi e tenuti insieme da numerose toppe e cuciture, mentre uno strano berretto rosso cucito forse per una banana molto grossa, vista la lunghezza, era in perfetto stato. -Voglio che tutti quanti, qui presenti, si sentano in debito con quest’uomo che ha scacciato il ciclope.-

-La prego, non dica così… mi fa sentire vecchio. Ho diciannove anni, non me li faccia anche sentire.-

-Sono diciannove anni di troppo.- borbottò in bisbigli confusi Gazwig.

-E comunque, dovete ringraziare me solo in parte, il merito è anche di Tyrell.- spiegò mettendosi le mani in tasca e accennando a lui con il capo. Ognuno dei presenti sgranò gli occhi, puntando il proprio sguardo verso il ragazzo che, a sua volta, lo dirigeva verso Shydow. -Oh, andiamo, era palese. Neanche un paio di giorni e ci sarebbero arrivati da soli.-

-Io… sarei… un Arkano?-

-Per parafrasare un bel libro ti dico: tu sei un mago Tyrell.- recitò lui soddisfatto, perdendo il sorriso quando si vide unico ad aver colto il vero senso di quella frase. -Ma esatto, sei un Arkano. Certo, credo soltanto che tu sia un mago, non è facile dirlo con così poco.-

-Tyrell non può essere un mago!- esclamò Lysandra. -Non ha mai neanche fatto finta di usare la magia!-

-E allora? Solo perché tu non sei mai salita su un cavallo significa che non sappia cavalcare? Vista l’occasione, l’adrenalina… cioè, volevo dire le emozioni, e tutto il resto, la magia ha pensato bene di schizzare fuori dal suo corpo.- spiegò Shydow gesticolando. -C’è qualche problema a riguardo?-

-Be’… insomma…-

-Sono un mostro.- interruppe Tyrell con decisione. La sorella, in realtà, non aveva idea di come continuare la frase, e Shydow, con le mani in tasca e un ghigno compiaciuto sul volto, lo sapeva. -Quelli come te uccidono persone, interi villaggi, per puro divertimento!-

-Hai idea di quanto sia stancante usare la magia? Mica sono uno che spreca energia per passatempo.- rispose voltandosi poi verso l’uomo anziano, appeso al suo bastone. -Zaahid, giusto?-

-Ehm… io in realtà non ho detto ancora il mio nome…-

-Ah, già… scusi, quando si legge nella mente delle persone si tende a dimenticare cosa si è detto. Mi chiamo Shydow Neyer, e non richiedo alcun tipo di ricompensa per ciò che ho appena fatto, al contrario di quello che lei crede. Vorrei solo pranzare e andarmene da questo villaggio, in modo anche da permettervi di proseguire con le vostre vite come se io non ci fossi mai entrato.-

-Non ho niente da obiettare.- rispose lui pacato.

-IO SÌ!- sbottò Gazwig furente prima di indicare i tre. -Stiamo davvero prendendo in considerazione di lasciar andare via questi tre mostri? Senza nessun provvedimento?!-

-Scusa, ma cosa c’entra lei?- domandò confuso Shydow accennando a Lysandra.

-È amica vostra…-

-Silenzio! Non litigare come un bambino, Gazwig! O sarò costretto a prendere provvedimenti.- gridò Zaahid sovrastando il parroco con tono furente, ammorbidendolo appena si rivolse a Shydow. -Saremo sempre in debito con te, ragazzo.-

-Allora si presenti a Kaminesh tra trenta giorni, capirà quando dover partire. Se non vi dispiace, sono in ritardo per un duello.-

 

Il mercante a malapena avrebbe combattuto contro una persona normale, ma duellare contro un Arkano era qualcosa che non avrebbe fatto neanche morto. Non appena il ciclope era scomparso, e quello Shydow si era fermato a parlare di fronte a tutti, era corso alle stalle, dall’altro lato del villaggio, a legare il carro ai due cavalli in fretta e furia. Normalmente sarebbe stato più rapido, ma la paura nei confronti di quello che aveva appena visto era indescrivibile. Prima si era fatto mezzogiorno all’improvviso, il ciclope era apparso dal nulla e con la stessa rapidità era scomparso sotto i suoi occhi. C’era troppa magia per i suoi gusti, e quella gli sembrava una di quelle situazioni in cui era meglio tagliare la corda.

Si sedette sulla panca nella parte anteriore del carro, afferrò le redini con mano tremante e diede un deciso e forte colpo di polso, facendo partire i cavalli.

-Appa.-

Gli animali inchiodarono, facendolo cadere dalla piccola carovana. Dopo il tonfo, cercò di mettersi in piedi il più velocemente che riuscì. Aveva riconosciuto la voce.

Estrasse un coltello dalla cinta, puntandolo verso Shydow con mano tremante subito dopo essersi voltato. -N… non ho paura di te… f…fai un altro passo e io ti…-

-Non recitare se non sai essere convincente.- disse il ragazzo usando il tono di un professore che corregge uno studente, muovendo una mano come per scacciare una mosca. Il coltello volò via dalla mano del mercante, conficcandosi in una trave della stalla. -E non usare oggetti come quello, potresti farti male.-

Probabilmente non aveva mai neanche preso in considerazione l’idea di ascoltarlo, dato che era  caduto al suolo con le mani tra la fronte e la terra. -Pietà! Sono solo un mercante, ho moglie e figli!-

-Due delle tre cose che mi hai detto non sono vere, ma non importa. Alzati.- ordinò prendendolo per un braccio, rimettendolo in piedi. -Prendo i tuoi cavalli, il tuo carro e tutto ciò che contiene. Questi dovrebbero bastare a pagare quel poco di onesto che c’è la sopra.- aggiunse mettendogli tra le mani una piccola sacca, lasciando che le monete risuonassero. Lo sguardo gli cadde sulla gabbia, e inevitabilmente sulla ragazza al suo interno, rannicchiata nell’angolo opposto che si faceva il più piccola possibile. -Le monete.-

-Come?- domandò lui in un sussurro, misurando incredulo il peso della piccola sacca.

-Ci eravamo accordati per dieci monete. Ricordi? Gli splendi? Sono le monete d’oro.- spiegò lui indicando la gabbia. Senza esitazioni lui aprì la borsa appena ricevuta, afferrando con poca attenzione alcuni splendi e lanciandoli verso la ragazza, che istintivamente chiuse gli occhi, non essendo sicura di cosa si trattasse. -Molto bene, la città da cui ti conviene ricominciare si trova a ventiquattro miglia in quella direzione. Un piccolo borgo senza molta criminalità. Ti conviene avviarti se vuoi arrivare prima del tramonto.-

Non se lo fece ripetere due volte, anche se per poco non se ne andò prima ancora di lasciargli il tempo di finire la frase. Con le monete ben strette in pugno, cominciò a correre verso il sentiero che gli aveva indicato Shydow, con passo decisamente più svelto di quello che il ragazzo sarebbe stato in grado di immaginare su quelle gambe.

In pochi passi si portò alle spalle del carro e salì con un piede alla volta, non degnando di sguardo ogni oggetto lasciato disordinatamente. Si chinò di fronte la gabbia, portando lo sguardo sulla serratura.

-Sasam.- sussurrò, sentendo poi un distinto suono metallico. Afferrò le sbarre, le fece scorrere verso l’alto e aprì la gabbia. Chinato, fece qualche minuscolo passo verso la ragazza, ancora più rannicchiata sperando come di riuscire a sfuggirgli, schiacciandosi contro la parete opposta.

Lui sospirò. -Tu… sei davvero molto forte…- commentò senza riuscire a tenere lo sguardo. Lei intravide un paio di occhi lucidi sul suo volto, ma preferì non interrompere il suo silenzio. -Riesci a capire quello che dico?- Lei annuì. -Sai chi sono?- Scosse la testa, titubante. -Sai cosa sono queste?- domandò portando una delle monete, molte più di dieci, di fronte agli occhi. Annuì di nuovo. -Sai come ti chiami? Potresti dirmelo, per favore?-

-Alyx.- sussurrò lei.

-Ciao Alyx, io sono Shydow, Shydow Neyer.- si presentò lui con un sorriso. -Secondo te voglio farti del male?-

-No… direi di no…- rispose, quasi confusa dalle sue stesse parole.

-Esatto. Io non ho intenzione di farti del male.- rispose avvicinandosi di qualche minuscolo passo, contento di non vederla più molto spaventata o intenta ad indietreggiare. -Vorrei che tu venissi con me per un po’. Mi piacerebbe prendermi cura di te finché non crederai di poter… continuare da sola.-

-Perché vuoi farlo?- domandò con voce rotta. Dopo alcuni istanti di silenzio decise di alzare lo sguardo, puntando gli occhi verdi su quelli viola del ragazzo.

-Forse sono semplicemente gentile.- scrollò lui le spalle. -Ma… diciamo che… devo un favore ad una persona.- aggiunse vago, rimettendosi in piedi. -Da qualche parte troveremo qualcosa di meglio di quegli stracci.- sorrise porgendole una mano. Alyx non ricordava molto, ma non rammentava di una sola occasione in cui qualcuno le avesse posto la mano con tanta gentilezza. La afferrò con le poche energie che riuscì a trovare, appoggiandosi a lui non appena alzata. Le gambe erano stanche e prive di forza, colpa forse di tutti quei giorni passati seduta o sdraiata. Shydow la reggeva senza sforzo, tenendola con delicatezza, timoroso della sua fragilità. -A quanto pare non sono l’unico ad aver saltato la cena.- ridacchiò.