Zenith camminava impaziente a grandi falcate verso la porta chiusa che dava alla camera del fratello. Non era mai stato un tipo molto pacato e dalla sua nomina a Purificatore sembrava esserlo diventato ancora di meno. Si era quasi dimenticato dell’odio che covava nei confronti del grande orologio per quante volte lo aveva guardato attraverso l’enorme finestra colorata. Astryal era appena puntuale, cosa che lo infastidiva non poco. Fosse stato per lui, si sarebbe preparato il giorno prima, lasciandosi un abbondante anticipo di almeno diciotto ore, considerando l’importanza dell’evento. Astryal sarebbe diventato Sacerdote, superandolo ufficialmente di grado nella gerarchia ecclesiastica.
Le porte si aprirono con lentezza, spinte dai due servitori che, ormai da due ore, lo stavano vestendo con le dovute e opportune cerimonie. Il lungo abito bianco e oro cadeva a pennello sul ragazzo, esaltando la carnagione abbronzata e olivastra del viso e della mano destra, che teneva saldamente un lungo ramo di mogano dritto e levigato.
— Superiore. — Salutò Zenith con un profondo inchino e un tono formale.
— Non cominciare, sono ancora un Purificatore, almeno per il momento. — Sorrise Astryal avvicinandosi e mettendogli una mano sulla spalla, invitandolo a rialzarsi. — E poi, il tuo giorno è tra meno di una settimana, no?
— Lasciateci soli.— Ordinò ai due, che si congedarono dopo un inchino ancora più formale di quello di Zenith.
— Oggi sembri molto più brusco e teso del solito, il che è incredibile.— Osservò il ragazzo allungando l’occhio oltre la vetrata e guardando l’ora. “Però, sono in anticipo…” pensò tra sé e sé.
L’altro doveva essere riuscito a sentire quelle parole in qualche modo, a giudicare dallo sguardo con cui lo guardava. — Io dovrei benedire il suolo che siete destinato a calpestare per giungere alla cappella, mentre nostro padre, con tutto il rispetto che posso provare nei suoi confronti, è terribilmente in ritardo.
— Prima di dire altro, ti chiedo di smetterla di parlare come i libri che leggi. È snervante! Senza contare che invecchierai prima dicendo cose come “giungere” o “destinato a calpestare”. E comunque la cerimonia formale non viene praticata da secoli, neanche nostro nonno l’ha fatta.
— Astryal ha ragione, nemmeno io ho pregato per ogni passo che facevo in direzione della cappella.— Raccontò Zalomon avvicinandosi a piccoli passi. I due volsero lo sguardo verso di lui, abbassando il capo subito dopo.
— Cardinale. — Salutarono all’unisono.
— Dovete stare pronti, nella cappella non c’è solo vostro padre.— Scherzò lui alzando una mano, segno che i due intesero come permesso per levare la testa.
— Lo sospettavo.— Commentò Astryal ricambiando il sorriso.
— Dunque, col permesso di entrambi, io consiglierei di procedere, dato che abbiamo solo trenta minuti. — Disse Zenith accennando all’orologio.
— Per arrivare alla cappella… ragazzo mio, ti ricordi che noi siamo già nella chiesa?
— Certamente, ma trovo far aspettare due cardinali una gigantesca forma di mancanza di rispetto.
Astryal prese un profondo respiro. — Temo di dover concordare con mio fratello. Meglio cominciare ad avviarsi.
—Va bene. — Acconsentì Zalomon indicando il corridoio ai figli, che presero la strada.
— Le mie stanze sono state esaminate?— Domandò Astryal distratto. Per quanto non lo desse a vedere, la cerimonia lo eccitava e preoccupava parecchio, quindi gli sembrava giusto cercare di pensare ad altro fino al momento in cui sarebbe dovuto entrare, fissato dalle più alte cariche della Chiesa. Ripassare le preghiere non sarebbe stato utile, se le numerose simulazioni non lo tranquillizzavano per niente, e gli unici momenti in cui poteva dirsi davvero tranquillo della sua nuova nomina era quando non ci pensava.
— Da cima a fondo, — rispose Zalomon — tuttavia non è stata trovata nessuna traccia, nessun segno d’effrazione.
— Ma le parole del Sommo non portavano alla camera di Astryal? — chiese perplesso Zenith.
— Certo, più precisamente in un luogo bagnato dai raggi di luna, quindi esattamente nella zona del giaciglio. È questo che mi preoccupa di più. Finché la questione non potrà dirsi risolta, continuerai a cambiare stanza ogni sera. Consideralo un invito da parte di tuo padre, e un ordine da parte di un tuo superiore.
— Non avevo comunque intenzione di disubbidire, padre.— Sottolineò il ragazzo, diventando sempre più serioso ogni secondo che passava. I pensieri si focalizzavano sulla cerimonia ogni passo che faceva e anche parlare d’altro si stava rivelando inutile. — L’idea di essere ucciso da un Arkano non mi affascina per niente.
Zalomon osservò il volto pensieroso del figlio, e decise di continuare la strategia che gli aveva visto usare pochi attimi prima. — Com’è andata la pittura?
— Bene, credo. La cerimonia in sé è durata un po’ più del previsto, ma non c’era molto da fare al riguardo. Credo fosse colpa mia. — Spiegò Astryal mostrando le mani tremanti decorate da segni bianchi netti e ricurvi con uno strano e preciso motivo floreale.
— Zenith, potresti precederci fino alla cappella, per piacere? — Domandò Zalomon voltandosi verso Astryal. Il ragazzo non diede la possibilità di aggiungere una sola parola a nessuno dei due che già aveva cominciato a camminare veloce verso la scalinata a metà corridoio, lasciandolo solo in balia del padre. — Ricordati che non devi farlo per forza.— Rammentò lui prendendolo per le spalle, attirando a sé il suo sguardo. — Siete entrambi diventati Purificatori prima dei diciotto anni e nessuno ha ricevuto la nomina di sacerdoti a diciassette.
— Zenith lo farà a quindici. — Borbottò abbassando la testa.
— Sai quanto è osservatore, potrebbe diventare Cardinale con le conoscenze che si ritrova, ma non è questo il punto. Ciò che voglio dire è che so quanto è difficile, e voglio ricordarti che non devi farlo solo per me, ma per te stesso. Hai seguito un buon percorso spirituale in questi anni, e devi dartene atto.
— È solo che… più passa il tempo e meno sento di doverlo fare. — Spiegò lui titubante. — Temo non riusciate a capire, per voi dev’essere stato molto più semplice.
— Ci misi il doppio del tempo per far applicare la pittura purificata, visto che continuavo a tremare come una foglia nel vento autunnale. — Disse Zalomon ridacchiando e superò il figlio avvicinandosi alla finestra. Si portò le mani dietro la schiena mentre fissava un gruppo di ragazzi giocare nel grande cortile in pietra. Rincorrevano un pallone di pelle reso logoro da tutte le partite giocate e vestivano con una toga bianca e nera come tutti gli orfani lasciati alle chiese. — E poi inciampai sono inciampato per le scale, per il ritardo, si intende. Eseguii tutta la cerimonia con un grosso livido sulla fronte, anche se il cappello da sacerdote riusciva a coprirlo senza problemi.
— Voi… avete fatto questo? — Domandò incredulo.
— E non ti dico cosa è successo quando sono stato nominato Cardinale… ti basti sapere che per poco non ci scappava il morto. — Continuò senza perdere il sorriso. Sì voltò verso Astryal, e quello venne contagiato dal suo volto tanto che incurvò le labbra. — Mai nessuno ti punirà per un errore. Alazog, l’altro cardinale, non è così cattivo come tu possa credere.
— E… be’… — Astryal cercava disperatamente un modo per ribattere, volendo difendere la sua paura che, all’improvviso, era divenuta immotivata di fronte quel sostegno. Se avesse sbagliato, cosa improbabile considerando le numerose prove, non sarebbe successo nulla, e tutto sarebbe rimasto esattamente come era prima di allora.
Senza aggiungere una parola, il ragazzo guardò il padre senza farsi notare, prendendo un profondo respiro e calmando il cuore che cercava, taciturno, di uscire dalla gabbia toracica. Allungò un sorriso sul volto illuminato dai raggi del sole penetrati dal soffitto in vetro.
Riprese a camminare.
Era tranquillo, nulla sarebbe potuto andare storto.
Certo, come no…

Per quanto fossero bravi a nasconderlo, Zenith e Astryal sapevano quanto potessero essere noiose le cerimonie private della Chiesa.

Una cerimonia si dice privata quando a presenziare vi è una lista di persone specifiche, senza discrimine di gerarchia ecclesiastica o di dottrina d’appartenenza, invitate per l’occasione nel giorno del signore da almeno tre mesi prima della data prevista per l’evento designato.

Era una definizione che entrambi conoscevano a memoria ormai da parecchi anni. Se non si era il cardinale reggente si doveva rimanere in silenzio, alzati, seduti o in ginocchio. I veri fedeli ascoltavano le preghiere nella lingua antica di Kalgamesh, mentre i più annoiati si fingevano interessati pensando ad altro. Iswinzel, il terzo dei tre Cardinali insieme a Zalomon e Alazog (quest’ultimo era proprio il Cardinale reggente, quello che stava conducendo la cerimonia), non si era presentato. Malattia, così si vociferava.
Zenith si trovava lì, in piedi, alla destra di un tipo che non aveva mai visto prima di allora e con le spalle rivolte alla porta chiusa, mentre osservava Astryal in ginocchio al centro della stanza, con il lungo abito bianco che lo circonava come i petali fanno con un fiore.

Zenith vedeva il capo chino di suo fratello trovandosi ad alcuni metri dietro di lui e percepiva il suo sguardo preoccupato. Conosceva quel tipo di paura: la paura di dimenticare o sbagliare un dettaglio. Non c’era alcuna punizione neanche per il più grande degli errori, come entrambi ormai sapevano bene, visto che il Dio dai tre volti perdona sempre chi si pente. Ma ormai, quasi sacerdoti, non era il caso di commetterne dal loro punto di vista.
Ci vollero diversi minuti prima che la cerimonia arrivasse quasi al termine, quando la parola passò ad Astryal.

Alazog si voltò verso il ragazzo, diviso da lui solo per qualche gradino, tenendo l’alto e candido copricapo da sacerdote tra le mani con estrema cura.
— Copre la testa affinché gli abomini non possano toccare la tua mente. — Disse nell’antica lingua senza nome.
—’Che il mio cuore è protetto dalla mia fede e dalla mia forza. — Aggiunse il ragazzo con tutta la sicurezza che riuscì a trovare. Il cuore gli si era fermato di colpo, sapendo che, in quel momento, non avrebbe dovuto titubare. Zenith, alle sue spalle, prese un profondo respiro di sollievo, non appena sentì quelle parole venire dette senza alcun intoppo e con una perfetta pronuncia.
Tutto stava andando bene.
— E quando Kalgamesh ti porgerà la mano…
— Io sarò pronto a lasciare queste spoglie mortali, per ottenere la gloria eterna al suo fianco. — Concluse Astryal abbassando il capo ancora più.
Alazog portò il cappello sopra la testa, scendendo quei pochi gradini e giungendo di fronte al ragazzo. — Con il potere conferitomi e con la mia nomina, ti investo del titolo di Sacerdote della Chiesa del Dio Kalgamesh. Titolo che ti accompagnerà anche quando la tua fede lascerà queste mortali carni. — Affermò adagiando il copricapo sulla testa del ragazzo che deformò il volto in una smorfia di dolore. Inizialmente pensava che fosse solo stretto e che il cardinale lo avesse spinto troppo contro le sue tempie, ma la sensazione di bruciore era distinta.
Zenith alzò un sopracciglio quando vide del fumo grigio chiaro levarsi dalla testa e dagli abiti di Astryal, che cominciò ad ansimare. Si accorse che anche suo padre Zalomon di fianco ad Alazog, osservava il centro della cappella confuso, credendo si trattasse di un gioco di luci o qualcosa di simile. Anche l’altro Cardinale non era da meno.
La campana prese a riempire l’aria con il suo suono basso e profondo e il ragazzo, in preda al dolore, si portò le mani alle orecchie come se stesse suonando proprio sopra di lui. Non aveva mai sentito quel suono così forte. Si tolse il copricapo gettandolo via e gli occhi ricaddero sulle mani. Si rese conto che era sangue quando lo sentì scendere lento e denso dalle sue orecchie.
Astryal si alzò sulle ginocchia e posò il piede destro a terra, accompagnato dal respiro affannoso e con il cuore che batteva all’impazzata. Erano causati da una sola idea, l’unica cosa a cui non aveva pensato e a cui non era pronto.
Si alzò di scatto, madido di sudore, cominciando a togliersi i lunghi vestiti, strappandoli quando sentiva troppa resistenza. I neri capelli ordinati si erano sciolti cadendo sulle spalle, diventando argentei in pochi secondi, come se il colore fosse versato in quello stesso momento da un recipiente invisibile. La pittura a gesso si era scurita, divenendo color mattone e facendo sembrare i disegni cicatrici molto accurate e precise. Cicatrici che, in alcune parti, avevano preso fuoco e ancora bruciavano la carne. Zenith osservava la scena incredulo e terrorizzato quasi quanto lo stesso Astryal. Non sentiva più dolore o, per meglio dire, non aveva smesso di farci caso. Sperava solo di svegliarsi, in qualsiasi momento, nel suo letto umido di sudore. — I… io… non sono… io… — Si guardava le mani e le braccia disperato, non sapendo cosa pensare né tanto meno cosa dire. Vide solo il cardinale Alazog cambiare drasticamente espressione. Non spaventata, ma severa, quasi delusa e colma di odio. Lo guardava come gli avevano insegnato a guardare un Arkano.