Archetipi e Stereotipi, Rubriche

Archetipi e Stereotipi: Questioni di “Identità”

21-17MINUTI PER LEGGERE
by Tiziano Ottaviani

Ma buonasera! Buonasera miei cari! (oppure buongiorno/buonanotte/buon pranzo/buon natale/ pasqua/capodanno, insomma, conoscete la storia).

Ci ritroviamo di nuovo qui, dopo l’alternarsi delle settimane, nel nostro consueto e oramai familiare appuntamento al “Bar Virtuale”, impegnati a sorbirci il nostro consueto caffè digitale mattutino.

Tuttavia mi sono reso conto che, nel frattempo, questo Bar si è evoluto verso una sottospecie di tavola calda in quanto, ahimé, il tempo passa per tutti quanti, e a furia di parlar male degli stereotipi del Fantasy ci siamo dilungati tanto e oramai si è “fatta na certa”.

Si avvicina quindi il nostro pranzo intellettuale, e io comincio ad aver piuttosto fame

Voi pure? E allora “annamo a magnà”, no?

“E che se magna?” vi starete chiedendo.

Ma ovviamente si “magnano” parole, considerazioni, vocaboli, frasi più o meno sensate, guazzabugli incoerenti di considerazioni e pensieri.

Insomma, si discute, come sempre, di alcune strutture riguardanti la narrativa Fantasy a noi tanto cara che, diciamocela tutta, cominciano a fare acqua un po’ da tutte le parti!

Mi raccomando prima di iniziare il nostro pasto.

Per tenervi sempre aggiornati sulle nostre squisite pietanze, vi invito a recuperare l’antipasto QUI, e il primo al sugo a QUESTO link.

Al momento, nel corso dell’abbuffata ci troviamo al nostro primo bianco, vedremo in futuro se proseguire con un arrosto misto o passare direttamente al dessert (se siete già troppo sazi, dopotutto sono un cuoco gentile io, no? Mica vi tratto male? No? Eh? Cos?).

Rieccoci di nuovo a parlar male…

… di robe (perché sì, ammettetelo, vi piace tanto quando sparlo male di qualcosa di tanto in tanto, giusto? Luride bestie che non siete altro).

Lungi quindi da facili entusiasmi o da furibondi trascinamenti (?), oggi ho intenzione di chiacchierare con voi di alcuni stereotipi strettamente legati al concetto di identità.

Un ambiente vasto e pittusto ambiguo di cui trattare oggigiorno, sopratutto nel lato oscuro di questa rubrica che di serio e pretenzioso ha poco o nulla (se non le mie sfuriate, quelle sono serissime).

Ma piuttosto che continuare a confondervi le ide procedo a spiegarmi meglio.

Prendo in parte spunto da una bellissima live che ho tenuto ieri sera sulla pagina Facebook dedicata a “Saga: La Ragazza di Woodenvale” (che potete recuperare QUI), in cui ho chiacchierato, assieme ad alcuni amici e followers, di diversi argomenti centrali all’interno del mio operato.

Uno fra tanti è stato, per l’appunto, inerente alle varie differenziazioni che esistono tra un personaggio protagonista maschile e uno femminile.

Un discorso assai complesso e che ho sviluppato più o meno seriamente nel corso della live (che vi invito a guardare) e che riprenderò più avanti in un futuro articolo su nuove rubriche (eh sì, purtroppo Archetipi e Stereotipi sta lentamente volgendo al termine, so che vi mancherà tantissimo).

Parto quindi dall’identità intesa non solo come quella di genere, ma anche come identità autoriale, culturale, identità legata alla mano dietro la stesura del racconto o del romanzo, di tutto il bagaglio culturale che tale mano si trascina appresso.

Per forza di cose mi limiterò ad analizzare autori principalmente italiani, che scrivono di Fantasy in Italia (sempre per rientrare in un’ottica di conoscenza/competenza, in quanto laddove io mi ritenga incompetente in riguardo a un determinato argomento, piuttosto preferisco restarmene muto invece che parlare tanto per dare fiato alla bocca).

Bene, detto questo, mi armo di quelli che sono i miei preziosi “ferri del mestiere” e incomincio a manifestarvi quello che fino ad adesso vi ho solamente millantato, in modo anche fin troppo serioso.

I “Ferri del Mestiere”

Ancora tre nuovi stereotipi del Fantasy che veramente io, boh! Assurdo!

Arriverà il giorno in cui non saprò più cosa inventarmi per il titolo di questo paragrafo (ma non è questo il giorno). Per adesso, godetevelo e ZITT!

#1: Il Feeling “Mangoso”

Allora, qua va fatta una doverosa, lunga e dettagliata premessa.

Voglio escludere da queste considerazioni imminenti autori che rientrino in una fascia d’età compresa tra i dodici e i diciassette anni (non tollero oltre), autori di fanfiction (legati esclusivamente ai manga), autori con malattie mentali diagnosticate, problemi di autostima seri, individui affetti da dipendenze in fase riabilitazione e in generale qualunque essere umano che abbia un problema serio e che trovi sfogo solo e unicamente attraverso la scrittura (vi ho nel cuore e vi voglio tanto bene, continuate così <3).

Bene.

Tutti gli altri, ripeto,  T U T T I   G L I   A L T R I  che non soddisfano gli estremi di nessuna di queste categorie siete avvisati, preaparatevi alla ressa…

La premessa non è ancora finita, in quanto è necessario per me, affinché comprendiate il quadro completo della cosa, presentarvi la catartica ed esotica figura del “Weeaboo“, volgarmente noto in madrelingua con l’appellativo di “Giappominkia“.

La definizione letterale e scientifica del termine è la seguente:

“Il Weeaboo è colui, o colei, che è ossessionato dalla cultura giapponese e da tutto ciò che la riguarda, ma cerca anche di comportarsi e agire come se fosse giapponese, usando parole giapponesi, anche durante un discorso nella sua lingua originale.”

o ancora, citando questa volta gli amici di “AnimeClick.it”. possiamo aggiungere che:

Il Weeaboo, in genere, tende a infilare termini giapponesi ogni due parole, fingendo di conoscere la lingua alla perfezione grazie ai tantissimi anime visti sottotitolati in italiano;
è pronto a difendere il Giappone a spada tratta su qualsiasi argomento e lo pone su un piedistallo come campione di perfezione, trascurando spesso i difetti che ha questo paese, oltre ai pregi.
[…] in generale quella del Weeaboo è una figura da cui il vero appassionato preferisce discostarsi e trattare spesso con occhio critico e ben poco riguardoso.

Bene, adesso dovreste avere, bene o male, un quadro piuttosto delineato di questo ambiguo figuro all’interno delle vostre menti.

Adesso torniamo a noi, torniamo alla scrittura, al Fantasy e agli autori esordienti. Ultimamente mi sto imbattendo in un fenomeno piuttosto particolare.

È doveroso ricordare, prima di proseguire, che i tipici manga da cui un Weeaboo attinge solitamente per fare riferimento, rientrano nella sub-categoria denominata “Shonen” ovvero dei Manga (futuri Anime) che sono rivolti a un pubblico adolescente relativamente giovane, e che si ripropongono con stilemi classici ricorrenti, letteralmente fissati all’interno di queste opere.

Stilemi come (per esempio) dei protagonisti maschili e femminili molto giovani, uniti spesso e volentieri da vincoli di amicizia, rivalità o amori non dichiarati, tutti che concorrono, più o meno assieme, verso il raggiungimento del successo personale, di una meta spesso condivisa, attraverso molteplici sfide e molteplici avversari.

Il tutto bellamente condito da quella vena di ingenua ambizione che caratterizza i suddetti personaggi.

Bene.

Come dicevo, ultimamente mi sto imbattendo in alcune situazioni strane.

Su Wattpad e su altre piattaforme simili mi capita spesso di leggere opere di autori emergenti ITALIANI che narrano di FANTASY più o meno in questo modo…


Il sole tramontava dietro la collina che si affacciava sul lago di PrimeLand, dove sorgeva la famosa accademia dei cavalieri MetalGuards che da secoli difendeva il pacifico regno dall’invasione dei malvagi demoni della Dimensione Oscura (what is this? A crossover episode?).
Il giovane Eric, ancora una volta, si appoggiava a terra dopo essere stato sconfitto dal suo eterno rivale Gail, nella loro eterna rivalità, solo uno avrebbe potuto farcela a diventare Signore dei Cavalieri, ma chi?

«Pff! Stupido ragazzino! Non sarai mai alla mia altezza! La mia famiglia viene da anni e anni di dinastia imperiale! Nel mio sangue scorre sangue di Re! Tu sei solo un povero piccolo stupido ragazzo di campagna! AHAHAHAH!».

Eric si rialzò strofinandosi il naso insanguinato, con le gambe tremolanti.

«S.. Stai zitto pallone gonfiato! Un giorno io ti sconfiggerò! Vedrai, sarò io il nuovo Signore dei Cavalieri!».

Una strana energia azzurra circondava il corpo di Eric, i suoi capelli cominciavano a sollevarsi a causa dell’energia azzurra.

«C… COSA?! (NA NI?!

Eric sorpreso, ma infuriato, si gettò sopra Gail, colpendolo con un pugno dritto in faccia.

«IO… TI… SCONFIGGERO”””’».

«AAAAAAGGGGHHHH».


Ok… mi fermo qui prima di suicidarmi ficcandomi un palo arrugginito arroventato nella giugulare, ridendo mentre lo faccio. A proposito, ripetizioni e tempi verbali osceni sono volutamente inseriti.

Che cosa cavolo abbiamo letto? Uno scempio ovviamente, ne sono consapevole, ma fidatevi che orrori simili sono spessissimo presenti MOLTO FEDELMENTE alla mia versione, su piattaforme di lettura online e pubblicate da autori che non rientrano nelle sopracitate categorie a cui, invece, voglio tanto bene.

Ora, volendo tralasciare le considerazioni sulle battute (le mie sono esagerate, ma fidatevi che il livello è  davvero quello) voglio invitarvi ad analizzare l’atmosfera che permea tutto questo piccolo e rapido antefatto.

È un fo*****ssimo shonen…

Gli elementi ci sono tutti. C’è l’accademia di turno, c’è il ragazzino umile e ambizioso dal potere sconsiderato, ma celato alla sua ragione, c’è il rivale fighetto e antipatico che molto probabilmente in futuro diventerà il migliore amico del protagonista, c’è un sogno, un obiettivo, un’ambizione, e poi eccetera eccetera eccetera.

Adesso io voglio porre una domanda molto semplice.

Perché tu, autore, che vuoi scrivere di Fantasy, ti sforzi così tanto a voler prendere spunto e ispirazione da elementi caratterizzanti una cultura che si trova dall’altra parte del mondo, traslandoli su tematiche, stili e richiami ai canoni dell’epica cavalleresca o dell’epica nordica, che risultano invece come elementi prettamente tipici della nostra cultura Europea?

Perché ti ostini a volermi raccontare e mostrare nello stesso modo in cui altri autori, originari del Giappone, fanno da molto più tempo di te e in modo nettamente migliore del tuo?

Ho iniziato questo articolo parlandovi di identità. Bene. Da autori italiani, perché piuttosto che narrare in maniera consona alle nostre modalità, correte ad appropriarvi dell’identità e degli stilemi di un altro paese totalmente alieno alla nostra cultura e al nostro modo di fare? (Seppur oggigiorno così popolare).

I tratti dello shonen giapponese sono evidentissimi sin da subito, ed esistono per motivazioni socio-pedagogiche e politiche tipiche del paese del sol levante, con tutte le sue ombre e le sue luci.

L’ambizione in Giappone la fa da padrone, la società civilizzata è veloce, rapida, arrivista, quanto di più lontana dall’essere umano possa esistere (felicitazioni per Marx e le sue alienazioni).

La competizione permea quasi tutti gli aspetti della cultura di quel popolo, e questo li ha aiutati a eccellere in ambiti dove il resto dell’umanità resta ancora fermo all’età della pietra, il che è una cosa anche ottima.

Tuttavia, come tutto, il carrierismo sfrenato nipponico ha dalla sua sì dei forti lati positivi, ma anche evidentissimi e gravissimi lati negativi.

Demoni come l’incredibile tasso di suicidi, la sempre più crescente diffusione degli Hikikomori, oppure i tragici casi di morte da sfinimento sul luogo di lavoro (un fenomeno chiamato Karōshi).

Ma stiamo divagando.

Sia chiaro, io non dico che non bisogna narrare di accademie, di giovani ambiziosi e di rivali antipatici, semplicemente sforzatevi di non raccontarmelo come se stessi guardando un anime per dodicenni!

Analizzate elementi differenti, ponetevi anche su obiettivi differenti, provate a parlarmi in un altro modo.

Se dovete narrare di una scuola di magia, o similari, ispiratevi a Harry Potter piuttosto, che presenta tutti questi elementi tipici del caso, sapientemente riconfezionati all’interno di un’atmosfera tipicamente British, come è la sua autrice.

La Rowling ha usato la sua identità, la sua cultura, la sua conoscenza per mostrare qualcosa di consono e nuovo al tempo stesso, semplicemente perché l’ha vissuto.

Sfruttate anche voi la vostra identità autoriale, e raccontatemi di luoghi che conosco, nei modi che conosco, sorprendendomi e disorientandomi con la narrazione al tempo stesso!

Tenetemi ancorato a convinzioni e abitudini che vivo e sento quotidianamente, scardinandomi da esse in maniera furiosa al contempo.

Per favore!

Finiamola con questi stereotipi e queste letture che mi fanno gridare alla follia e al massacro già dalle loro prime righe!

Narratemi attraverso racconti, introspezioni, prospettive differenti da quelle tipiche di un’opera (lo shonen) spesso esplosiva dal punto di vista visivo, ma carente da quello profondo e introspettivo tipico della letteratura nostrana (intendo occidentale).

In parole povere: non scrivete manga, scrivete romanzi. Che i manga li fanno già bene i giapponesi!

Loro vanno bene. Tu no!

#2: Il personaggio maschile cazzuto

Riprendendo il contesto del mio primo articolo in cui mi dilettavo nel considerare poco piacevolmente le copertine raffiguranti energumeni con volti grugni e ammantati da mantelloni lunghi 27km, e tornando a parlare delle tematiche trattate nel secondo articolo, ovvero delle brutalità e delle violenze fine a se stesse, arrivo adesso a presentarvi un altro luogo comune che personalmente mi dà molto fastidio.

Mi rivolgo qui e adesso agli autori prettamente di genere maschile (al gentil sesso penseremo dopo) che si dilettano nella stesura di storie Fantasy di un certo tipo.

Tralasciando il canone classico, ovvero quello del ragazzino predestinato, figlio di/nipote di personaggi importanti, ultimo erede di qualcosa, eccetera eccetera eccetera, andiamo a visionare assieme le figure degli “Antieroi” o, se non altro, di quei protagonisti un po’ oscuri, un po’ combattuti, un po’ titubanti sul da farsi e che incarnano virtù e valori differenti dal classico protagonista positivo della maggior parte delle vicende di questa tipologia.

Parliamo quindi di identità maschile.

Ebbene, cari lettori, sappiate che, ohibò, rivelazione delle rivelazioni, seppur incredibile per voi, anche un maschio cinico e risoluto può essere in grado di piangere.

Eh sì. Pazzesco vero? Anche un maschio può emozionarsi e commuoversi alla vista di un tramonto, per il verso di una canzone, per un amore finito, bene o male non importa.

Anche un maschio grosso e muscoloso può tremare di paura e fuggire dinanzi al proprio nemico, anche un maschio competente nella sua materia può esitare in preda ai dubbi e alle paure prima di prendere una decisione.

Anche un maschio guerriero può prediligere la tregua e il dialogo allo scontro diretto.

Sembrano concetti tanto banali da non meritare nemmeno di essere riproposti in questo modo, considerati i tempi “lungimiranti” in cui viviamo, ma credetemi se vi dico che questo recesso è davvero difficile da scardinare, radicato com’è nella struttura prettamente maschilista che ha caratterizzato gli scorsi secoli della nostra civiltà.

Sì perché, sembra assurdo ma è così, le prime vittime del maschilismo non sono le donne, bensì gli uomini stessi, succubi di stereotipi e di immaginari di forza e sicurezza che tendono a classificare inferiori, ridicoli, lamentosi o deboli, tutti quei personaggi che, al contrario, sono semplicemente degli esseri umani, con tutti i loro dubbi e le loro insicurezze.

Per fortuna sto notando che questo maschilismo osceno, con l’avanzare lento delle generazioni, sta pian piano sparendo (viva Dio) e laddove poveri recessi di una vecchia società morente (come noi attuali venticinque/trentenni, generazione in bilico tra due millenni per antonomasia) ancora fanno fatica a distaccarsi da vecchi preconcetti, i nuovi uomini che verranno hanno molto da dire in proposito, e molto da poter donare al futuro dell’umanità.

Ok, sono diventato troppo serio, non va bene, non va affatto bene.

Quindi tornando ai nostri amati stereotipi.

Prendendo in considerazione questi autori volutamente virili, fieri portatori della potenza maschile, arriveremo ad avere, per forza di cose, dei personaggi protagonisti piatti e riproposti in maniera, più o meno identica, in qualunque opera del genere.

Un vero e proprio attacco dei cloni!

Verremo introdotti al mercenario di turno che, senza remora e paura, si diverte a fare strage di nemici, estasiato dalla vista del sangue riverso in battaglia.

Avremo il tipico barbaro con -2 a intelligenza che se ne vai in giro a sc***re (cit.) orde e orde di donzelle seminude, tutte aitanti, in taverne o bordelli in situazioni orgiastiche.

Oppure avremo il ladro avido e spietato che rubacchia dai fondi cassa del Re, arrivando poi a spenderli solo in alcool e prostitute.

Ancora una volta, non fraintendetemi e cercate di capire cosa voglio comunicarvi.

Tutte queste cose che ho nominato vanno bene, ma personalmente voglio che siano giustificate a sufficienza da parte dell’autore.

Se avete intenzione di mostrarmi un protagonista che ha la possanza fisica di Kratos di God of War e la profondità intellettuale del modello del profumo Invictus, datemi una sola ragione al mondo affinché io non lo odi da subito, augurandogli di morire male quanto prima.

Ditemi cosa nasconde dietro tutta quella sua aura di inutilità fine a sé stessa. Raccontatemi delle sue insicurezze, delle sue paure, dei suoi dubbi.

Spiegatemi perché è diventato così, cosa lo ha trasformato in un guerriero così forte.

Motivatemi quella durezza e quella potenza in modo magistrale, senza ricorrere all’ennesima escamotage della famiglia trucidata dalle orde di demoni famelici (sempre sti c**zo di demoni oh, allucinante quanti danni fanno) e dal giuramento di vendetta eterna del povero redivivo.

Date profondità alla sua brutalità e mi farete apprezzare molto di più quel personaggio.

Senza fare l’ennesimo esempio di Berserk (perché a parlare di Gatsu starei qui sei giorni consecutivi), vi invito invece a recuperare la seconda stagione del serial televisivo True Detective, andando ad analizzare in merito i personaggi di Paul WoodrughRay Velcoro, ambedue modelli maschili forti e brutali, ma di una complessità psicologica INCREDIBILE.

Entrambi provvisti di uno spessore emotivo da brividi, e dalle fortissime motivazioni comportamentali.

Così, il vostro personaggio testosteronico acquisterebbe una quadridimensionalità che lo renderebbe davvero stimolante all’occhio più esigente.

“Guardatemi! Sono bello e dannato! Le donne mi desiderano, gli uomini mi invidiano, e il mio profumo puzza di sudore.”

#3: Il personaggio femminile iracondo

Ebbene, dopo aver blastato per bene il genere maschile, per par condicio, credo bisogni necessariamente procedere verso quello femminile.

Allora, questa in realtà non vuole essere una vera e propria critica, quanto più una sorta di analisi volta alla comprensione.

Un mio desiderio personale di curiosità e, oserei dire, di “studio della psiche femminile”.

Anzi vi dirò: se sapete darmi motivazioni valide in merito, magari esponendomele anche in modo interessante, non esitate a farlo, magari è a me che sfugge qualcosa!

Detto questo, ultimamente (ma neanche troppo) sto notando questa tendenza, da parte di diverse autrici, a inserire nei loro romanzi fantasy delle protagoniste donne molto cattive, a volte brutali e meschine, stronze e più o meno succinte.

Il minimo comun denominatore, però,  resta sempre quello della cattiveria e dell’aggressività in genere.

Queste ragazze fuggiasche, viandanti, viaggiatrici di un mondo che non le capisce, non le comprende e le ripudia (ma d’altronde, queste caratteristiche le riscontro anche in Saga), le quali decidono di rispondere a tutto quell’astio con nuovo fuoco.

Sia ben chiaro, io so bene che questa cattiveria diverse volte venga presentata come il prodotto di torti subiti in passato, di brutalità vissute o osservate nell’arco della vita e dell’infanzia delle protagoniste, tuttavia ancora non riesco a comprendere come mai, a monte, si decida di intraprendere questo tipo di scelta.

A differenza dei protagonisti maschili “cazzuti”, che spesso e volentieri sono tali senza una vera motivazione se non quella della psicosi e dell’ostentato virilismo fine a se stesso presentato dall’autore (atto a nascondere un’omosessualità latente? Chi sono io per dirlo), i protagonisti femminili dello stesso calibro, se non altro hanno dalla loro delle solide motivazioni, delineate più o meno da subito.

L’autrice va a presentare la ragazza stronza, e dopo nemmeno troppo tempo va spiegare al lettore perché ella è effettivamente stronza, tanto da far esclamare al suddetto un bel:

“Ah, adesso capisco. Effettivamente ha senso”.

La mia domanda però vuole essere differente.

Perché scegliete coscienziosamente dal principio di farle stronze?

Insomma, voglio dire, per un desiderio di opposizione a tutta la letteratura classica della storia scritta occidentale dove vengono presentante solo figure femminili cortesi, educate, a modo e, spesso,  vittime/succubi dei mariti malvagi?

Per una rivalsa personale o desiderio di riscatto riversato inconsciamente nella scrittura?

Io penso che un personaggio femminile forte non necessariamente debba essere un personaggio femminile stronzo, brutale o cattivo.

Non per forza al fuoco che l’ha forgiata essa debba rispondere con nuove fiamme.

Attenzione, con questo non sto dicendo che non possiate narrare di guerriere, di berserker donne, di amazzoni o quant’altro, semplicemente la mia voleva essere un’osservazione del tutto legata al carattere della protagonista e al suo modo di relazionarsi col prossimo.

A Saga farò capitare le peggio cose, ma al massimo quegli  episodi la faranno diventare un po’ spocchiosa, ma mai brutalmente fine a se stessa, salvo che questa brutalità sia ovviamente motivata da un fattore esterno.

Mi capita di notare sempre più spesso la presenza di queste protagoniste femminili dall’alto potenziale esplosivo, che alla prima sfuriata disintegrano letteralmente tutto ciò che hanno attorno, magari pentendosene (all’inizio), per poi abituarcisi e divenirne estasiate latrici.

Prima di chiudere ribadisco la mia curiosità in merito, di conseguenza, se qualche autrice tra di voi se la sente di voler farmi sapere la sua le considerazioni sono bene accette!

“Te sfascio tutto che mo ‘o vedi! Artro che isteria premestruo! Te brucio pur i peli der cu**” – Chandra Nalaar

Infine ci siamo

La grande battaglia del nostro temp… no.

Siamo soltanto arrivati alla fine di questo articolo, seppur stavolta in modo meno irriverente del solito lo so.

In mia difesa posso dire che gli argomenti trattati (sopratutto il secondo) mi premevano particolarmente ed ero curioso di sentire un vostro riscontro.

Detto questo, vi do appuntamento alla prossima settimana con un nuovo articolo sugli Archetipi Junghiani di cui, però, non ho ancora pensato il soggetto!

See ya guys…

  • Articolo, come sempre, scanzonato e interessantissimo. Stra approvo il limoncello (quello fatto in casa non lo batte nessuno però, ehe!).

    Venendo a noi.

    Ti rispondo in quanto autrice donna sul tema spinosissimo della creazione di personaggi femminili “esplosivi”, se così vogliamo definirli. È un dramma in cui cadono in troppe, direi. Io per prima, quando avevo in mente il personaggio di Afrah – nel 2011 – l’avevo inizialmente pensato come “furia-bashee-urlatrice-caotica”, poi l’ho molto addolcito nel corso della sua storia (l’ho resa “la madre” in tutte le forme possibili), ma tutt’ora ha mantenuto alcuni aspetti originari.

    Credo che il desiderio delle autrici (le più giovani) di rendere “forte dal verso sbagliato” un proprio personaggio femminile, molto spesso la protagonista, sia proprio figlio di un retaggio culturale abbastanza radicato nella nostra società. Ti parlo dell’Italia, nella fattispecie.

    Siamo – molte di noi, troppe – cresciute nella convinzione e negli insegnamenti che una ragazza debba, per forza di cose, essere debole, remissiva, pacata e gentile. E credo che l’aggiunta di un personaggio femminile “forte” ma, ripeto, concettualmente esagerato, sia solo una risposta a tutto questo.

    • Tiziano Ottaviani

      2 anni ago

      La riflessione è molto interessante, e ricalca in parte i pareri di un’amica la quale mi ha detto che con molta probabilità le autrici, oltre a scrivere di determinati personaggi per porsi in netto contrasto con la figura femminile da sempre rappresentata nella letteratura classica, andando quindi di contro ad uno stereotipo culturale non indifferente, lo fanno anche e sopratutto perché ne hanno “bisogno”, sia loro (autrici) che eventuali lettori.
      Come se in questo momento ci fosse bisogno da parte di fautori e riceventi di leggere di questo tipo di figure, poste in questo specifico modo e con questo specifico carattere particolarmente irascibile. Un fenomeno culturale molto interessante!

  • Lascia una risposta

    Il tuo indirizzo email non sarà reso pubblico

    Potrebbero interessarti anche