Eccoci qui, dunque, alla tanto attesa conclusione della rubrica Archetipi Narrativi, in cui — finalmente — ho deciso di presentare a voi la mia analisi della complessissima figura dell’Eroe.

Uno per tutti, tutti per uno

Ebbene, penso di essermi consumato le dita a furia di scrivere continuamente che l’Eroe è la summa ultima di tutti gli Archetipi e che gli Archetipi, presi singolarmente, rappresentano parti ben delineate dell’Eroe stesso. Quella che potrebbe apparire come una pantomima tanto per dire è, in realtà, una verità indissolubile se prendiamo in considerazione il funzionamento dell’Inconscio Collettivo, teorizzato da Carl Gustav Jung, da cui poi gli Archetipi derivano e traggono forma.

Da questo gigantesco calderone di coscienza condivisa, l’Eroe osserva e attinge ogni singolo aspetto dello stesso per tramutarsi, da quello che Freud chiamava Io, verso un individuo compiuto che si estende al di là dei limiti della propria persona e del proprio ego. Il percorso dell’Eroe serve proprio a questo, a elevarlo da uno stato di individualismo verso una comunione collettiva con tutto ciò che lo circonda. Attraverso il sacrificio e il distacco, l’Eroe trascende i limiti dell’Io per raggiungere il, la sua parte più saggia. Quindi, gli Archetipi che egli andrà a fronteggiare e con cui dovrà fare i conti, altro non sono che estensioni di tutti gli aspetti, positivi e negativi, già celati all’interno della sua persona. L’Eroe dovrà confrontarsi necessariamente con essi e, attraverso il suo viaggio iniziatico, egli farà i conti nient’altro che con differenti e distinti riflessi di sé stesso.

Come in un Viaggio Sciamanico, l’Eroe trascende i limiti del Io attraverso il distacco da sé stesso.

Le Funzioni Drammaturgiche dell’Eroe

Andiamo ad analizzare nel dettaglio le differenti funzioni che l’Eroe deve svolgere all’interno della nostra opera.

1) L’identificazione col lettore

Fondamentale per la buona riuscita della nostra storia è la capacità di far trovare al lettore elementi in comune con quelli dell’Eroe, affinché egli possa immedesimarsi quanto più nei suoi stati d’animo e condividere assieme e a lui timori e gioie. Gli impulsi che smuovono l’Eroe, di qualunque natura essi siano — ricordatevelo — sono universali, di conseguenza se siamo competenti nel mostrarli — sempre in modo efficace — chiunque potrà essere in grado di indentificarvisi dentro. Giocare con i “relatables” dei personaggi — banalmente elementi di relazione — è uno dei metodi più efficaci per favorire la costruzione dell’empatia. A prescindere dal tipo di eroe che vorremmo trattare — li analizzeremo fra poco — il fondamento dell’Archetipo in esame è quello di portare avanti valori positivi, che attivino in noi quel senso di “wannabe” che ci spinge a idolatrare il personaggio o, quantomeno, a tifare per il suo successo.
Non fraintendete le mie parole. Non sto dicendo di scrivere di eroi senza paura e senza macchia, di gente con costumi aderenti e nomi improbabili che la fa sempre franca in ogni situazione, è importante che si scriva di persone che appaiano vere e concrete con tutti i difetti e le debolezze del caso. Un personaggio autentico non ha mai una sola caratteristica, ma è sempre una combinazione unica di più qualità e impulsi, spesso molte di queste qualità sono anche in conflitto tra di loro, ed è proprio questo a rendere interessante il soggetto. Create Eroi con personalità e ideali contrastanti, mostrate il turbamento di ogni sua decisione e mostrate come, nonostante tutto questo, egli riesca ad andare comunque avanti, provando con tutte le sue forze a mantenere quella sua indole positiva che lo contraddistingue. Se poi ci riuscirà o no, questo farà parte della storia che sceglierete di raccontare e dalla direzione del vostro Arco di Trasformazione.

2) La crescita

Mi ricollego brevemente con la conclusione del punto precedente.
È importante capire che un Eroe è necessario mantenga, quasi sempre, un’indole propositiva. Anche se l’Eroe in questione dovesse commettere ripetutamente azioni sbagliate, pessime, che ci porterebbero a odiarlo, inconsciamente noi lettori ci aspettiamo sempre una qualche sorta di rivalsa, una redenzione, un pentimento allo stremo. Questo processo di aspettativa positiva viene reso possibile dalla messa in scena della crescita dell’Eroe, ovvero l’altro tassello fondamentale di una buona costruzione narrativa. In tal senso la figura archetipica del Mentore spesso può ricoprire un ruolo chiave, e il rapporto costante e conflittuale tra i due potrebbe generare chiavi di lettura interessanti e dinamiche.

3) Il sacrificio e la morte

Necessaria alla crescita, dunque, è la volontà di lasciarsi qualcosa alle spalle, o di venire meno a dei principi che sono sempre stati propri. Per sfuggire alla sua Flawled Vision — ovvero una visione della vita distorta, suffragata da bias di cognizione negativa l’Eroe deve abbracciare nuove ideologie e nuovi modi di essere. Detto in parole semplici, l’Eroe deve cambiare qualcosa nel corso del suo viaggio. Spesso e volentieri, un buon catalizzatore per il cambiamento è la perdita — ancor di più se è l’Eroe stesso a decidere coscienziosamente di rinunciare a qualcosa di sé — in nome di un benessere superiore, di un ideale più alto o  — nel caso di un Arco di Redenzione — di qualcosa che aiuti l’Eroe a distruggere i suoi Fatali e che lo conduca verso la propria, personale salvezza. È sempre uno stimolo empatico per il lettore condividere il sacrificio con l’eroe, farlo proprio, somatizzarlo e soffrirne — o gioirne — quando da questo scaturiscono le prime conseguenze del cambiamento. Tuttavia, ricordatevi sempre di non creare motivazioni esageratamente “esterne” all’Eroe. Oramai nessuno si aspetta che il nostro protagonista accetti senza indugio qualunque difficoltà con l’idea di “salvare il mondo“. L’altruismo fine a sé stesso, volto a grandi motivazioni, fin troppo spesso pecca di credibilità, non regge più il gioco e non favorisce lo sviluppo dei relatables, risultando perlopiù una semplicità narrativa. In conclusione, dal sacrificio ci si aspetta che l’Eroe si confronti, infine, con il più grande spauracchio della mente umana: la morte. Da come l’Eroe supererà la propria esperienza di morte verrà dettato il proseguo e la conclusione del suo arco — eroico o tragico — e da quest’esperienza, per forza di cose, l’Eroe dovrà uscirne rinato, o non dovrà uscirne affatto. Se il suo arco sarà positivo, l’Eroe ci avrà mostrato come superare “la morte” e uscirne vittoriosi, nel caso contrario esso ci comunicherà un messaggio sì tragico, ma al contempo positivo, perché ci insegnerà cosa può capitare a coloro che non riescono a liberarsi della propria Flawled Vision.

Durante il Viaggio, l’Eroe è costretto ad adempiere a tutte le sue funzioni, per poter considerare valido il suo compito (Picture Credits: Wlop)

Le differenti tipologie di Eroe

Appurato, quindi, che un Eroe non è  solo un tizio che se ne va in giro a salvare il mondo perché sì, procediamo ad analizzare nel dettaglio in quali sottocategorie  può essere collocato, per comprendere anche quali funzioni è più appropriato che egli svolga.

1) L’Eroe Determinato o Riluttante

Come da titolo, l’Eroe determinato è colui che spesso appare entusiasta del compito assegnatoli. Lo vediamo propositivo e coinvolto nell’avventura, lo vediamo farsi strada coraggiosamente tra le difficoltà e non perdere mai la motivazione e il sorriso. Tuttavia, come per il paragrafo sulle motivazioni  troppo “esterne” all’Eroe, anche qui ci ritroviamo di fronte a un modello piuttosto superato e poco empatizzabile, relegato perlopiù a fiabe o a narrativa middle grades. Al contrario, l’Eroe Riluttante è — chi lo avrebbe mai detto — l’esatto opposto del modello determinato. L’Eroe riluttante è pieno di dubbi, di esitazioni, preda di continui ripensamenti, bisognoso di costante motivazione e spesso viene spinto all’avventura da forze esterne e probabilmente avverse.
Su di questa prima divisione, in realtà, non c’è molto da aggiungere. Non è detto che una tipologia sia meno efficace dell’altra, per quanto — ricordate sempre — qualunque tipo di Eroe sceglierete di rappresentare, che sia determinato o riluttante, dovrà esser sempre preda dei contrasti e dei turbamenti emotivi legati alla messa in scena del conflitto, elencati nel paragrafo precedente. Così eviterete di incappare nella creazione di un personaggio fin troppo piatto e stereotipato. Perché un Eroe verso il quale il lettore non riesce a provare empatia è un Eroe fallito, quindi giocatevela bene!

Nel film “Lo chiamavano Jeeg Robot” il protagonista Enzo incarna alla perfezione la tipologia dell’Eroe Riluttante.

2) L’Antieroe

Diciamoci le cose come stanno Di questi tempi, gli Antieroi la fanno da padrone.
Se ci riflettiamo bene ci renderemo conto di essere circondati da opere ricolme di personaggi dalle indoli fortemente negative, distruttive alle volte, che tuttavia si fanno strada tra i loro turbamenti per riscattarsi in una qualche forma di redenzione finale, spesso nemmeno mai raggiunta per davvero. Gli Antieroi sono questo, non sono propriamente malvagi e non sono nemmeno buoni. Il primo vantaggio dell’Antieroe è quello di essere facilmente empatizzabile e di favorire lo sviluppo di molti relatables. Perché in fondo ogni lettore, almeno una volta nella vita, si è sentito un po’ ai margini della società, un po’ ripudiato o poco compreso. Fondamento dell’Antieroe è, per l’appunto, la condizione della sofferenza. Che sia a causa di una delusione d’amore, di un tradimento di un amico, o di un caro, di una disgrazia o di una violenza subita in passato per conto di terzi e che ha lasciato sull’animo del malcapitato un segno indelebile. Insomma, l’Antieroe è una persona ferita e che ha sofferto molto, che da questa sofferenza è stata trasformata e che è spesso parte già intrappolato nella sua Flawled Vision. Tuttavia, un Antieroe può anche essere altro al di fuori di un individuo che lotta con sé stesso. Alle volte un Antieroe è anche chi si ribella a un sistema, qualunque esso sia. A una società, a un regno, a una scuola di pensiero, a un ideale condiviso da tutti. L’Antieroe repelle tali concetti e se ne tira fuori, in un esilio più o meno volontario che lo costringe alla solitudine.

Bojack Horseman, protagonista della serie omonima, incarna il modello di Antieroe narcisista, egoista e autodistruttivo. Tuttavia, è impossibile non empatizzare con lui.

3) L’Eroe orientato al gruppo

Potrebbe apparire scontata, ma anche questa è una suddivisione da ponderare con attenzione. Escludendo la sfera degli Antieroi (che vivono quindi ai margini della società) e tornando alla figura canonica dell’Archetipo in esame, essendo essi parte di una società, gli Eroi potrebbero decidere di agire in funzione, su richiesta o al servizio di essa, oppure potrebbero, al contrario, distaccarsi e adoperarsi per proprio conto, pur condividendo ideali e scopi della stessa.
L’Eroe orientato al gruppo spesso fa parte di un club, di una tribù. Spesso ricopre anche un ruolo di spicco all’interno della stessa (capo, re, leader) che per motivazioni che comprometterebbero l’esistenza della sua realtà, e quindi anche del suo ruolo, decide di imbarcarsi nel viaggio a tutela del suo dominio. Avremo quindi una suddivisione del suo percorso che si svolgerà in tre fasi. Nella prima, egli fa parte della suddetta società. Nella seconda egli si distacca da essa, avventurandosi nell’ignoto per risolvere il problema che si è presentato nel mentre. Nella terza e ultima fase, assistiamo a un rientro dell’Eroe nel contesto societario e a un suo reintegro.
Al termine della vicenda, potrebbe capitare che l’Eroe in questione sia posto di fronte a una scelta ardua, ovvero se tornare indietro nella sua realtà ordinaria (gruppo, società) o se rimanere in quella straordinaria nella quale si è avventurato. A eccezione di alcune epopee mitologiche principalmente di stampo orientale, questa tipologia di Eroe, quasi sempre, alla fine del viaggio fa ritorno alla sua casa natia, forte di nuove consapevolezze.

Potremmo dire tantissime cose dell'(anti)eroe Ragnar Lothbrok, protagonista di Vikings. Tuttavia è innegabile che egli stesso, come Jarl di Kattegat, agisca sopratutto per il bene della sua gente.

4) L’Eroe Solitario

Un Eroe solitario è colui che essendo inserito all’interno di una società e condividendone gli scopi, preferisce comunque agire per proprio conto, che sia per un tornaconto personale di qualche tipo o per una qualche motivazione legata ai tempi e ai metodi dell’Eroe, tipici della sua personalità.
Un Eroe solitario potrebbe essere un giustiziere errante, un mercenario, un cacciatore di taglie. Un Eroe Solitario è colui che non vive fuori dalla società, non ne è stato esiliato malevolmente, tuttavia ne cavalca i confini con estrema maestria, un poco più fuori e la discesa verso l’anti-eroismo si farebbe subito presente.
Paradossalmente, il percorso in tre fasi dell’Eroe solitario è diametralmente opposto a quello dell’Eroe orientato al gruppo. Il solitario, infatti, nella prima fase fa di solito ritorno alla società, ed egli ci viene presentato spesso come un viaggiatore estraneo e ritornato dopo tempo trascorso altrove. Nella seconda fase l’Eroe assiste il gruppo, il clan, la compagnia, la società di turno fino al raggiungimento dello scopo previsto. Nella terza fase, una volta terminato il suo compito, l’Eroe torna da dove è venuto, ricongiungendosi con la sua esistenza solitaria che lo contraddistingue e che fa di esso una figura quasi leggendaria.
La forza dell’Eroe Solitario, il più delle volte, risiede nel suo carisma. Un individuo che ha scelto coscienziosamente di servire il bene ma in un modo proprio, lontano, distaccato e autosufficiente. Un self-made man che ha imparato a cavarsela nelle avversità, e che sfocia quasi un poco nell’area di competenza tipica del Mentore. Proprio per questo motivo, l’utilizzo di questa tipologia di Eroe è spesso problematica, e la narrativa moderna raramente se ne serve, in quanto un personaggio del genere quasi mai è in grado di mettere in scena forti conflitti interiori. In questi casi può essere utile adoperare una differente strategia, ovvero il non fare tanto leva sul Difetto Fatale dell’Eroe per alzare il livello del conflitto, quanto più mettere in discussione la sua “regency” — come quella di Sherlock Holmes, per esempio — con elementi che vanno a minare l’autorità del personaggio, che altrimenti risulterebbe sostanzialmente infallibile.

Conan il Cimmero è il tipico esempio di Eroe Solitario. Valori forti e portati avanti con dedizione e carisma, tramutano questa figura quasi in una leggenda.

6) L’Eroe Catalizzatore

Abbiamo capito infine come l’Eroe, per essere definito tale, debba sottoporsi necessariamente a un processo di cambiamento, che lo trasmuta dalla forma di un diamante grezzo, alla migliore versione di sé stesso. Durante il viaggio è d’uopo che l’Eroe cresca, cambi, si sacrifichi, che affronti la morte e che ne rinasca, che ne riesca rinvigorito, diverso, nuovo.
Bene, a questa regola fa eccezione l’Eroe Catalizzatore. Egli infatti ci viene presentato, il più delle volte, come una personalità fatta e formata, il suo viaggio è stato già compiuto. Proprio come l’Eroe Solitario, egli ha già completato il suo Arco di Trasformazione. L’Eroe Catalizzatore, quindi, non ha più il compito di risolvere sé stesso, piuttosto si fa carico di un compito, di una missione importante e parte all’avventura affinché non sia lui a cambiare, ma la realtà che lo circonda.
Egli è un condottiero, un comandante, un pioniere che si fa carico del compito, spesso arduo, di ergersi come nuova guida del mondo che lo circonda e di far sì che la realtà attorno a lui muti in meglio, il più delle volte. In alternativa, potrebbe anche essere semplicemente un individuo fatto e finito, una persona che sa bene chi è e quale è il suo ruolo nel mondo, che potrebbe fungere, quindi, da agente del cambiamento per coloro che gli orbitano attorno, e che magari ne necessitano per davvero. Come in chimica, il catalizzatore provoca un cambiamento nel sistema, tuttavia senza subire alterazioni, restando perlopiù invariato, ed è proprio per questo motivo che questa tipologia di Eroe viene spesso adoperata per mettere in scena conflitti che siano principalmente fuori dal protagonista.

Conclusioni

Si conclude qui questa rubrica di analisi sulle sette figure archetipiche Junghiane. Potete trovare altri articoli di Narratologia scritti da me nella rubrica “Lo Scrittore Artigiano”, sempre qui su Scripta!