A Paneremo la situazione era precipitata mentre loro marcivano nelle prigioni delle Taddarite Insonni. Non fu certo la loro mancanza a causare tutto il trambusto, visto quanto erano stati utili… Ma non mettiamoci  a dare giudizi e vediamo un po’ cosa stava succedendo.

Paneremo del Fiasco era un borgo assai piccolo e il massimo dell’autorità militare era rappresentato dal corpo della Polizia Municipale, volgarmente detti Viggili Urbani, con consonanti da aggiungere a piacere. Questi però vivevano sotto il nome dell’ignavia e non davano la minima attenzione a quello che accadeva attorno a loro. Solevano passare il tempo, come s’è detto, a giocare a carte e a darsi ai vizi più disparati. Anche in quel drammatico momento, quindi, la città era rimasta senza nessuno a proteggerla.

Lo zoo aveva lasciato andare una marea di bestie abnormali, che ora scorrazzavano per le strade terrorizzando i cittadini. Certo, non erano tutte creature orribili e pericolose quelle uscite da lì: ricordiamoci la celebre foca col cappello, l’innocua coccodrilla con la borsa in pelle umana e l’elefante dalle uova d’oro. Quest’ultimo animale faceva disperare molta gente, perché defecava uova da ventiquattro carati grandi quanto un pugno, ma non permetteva a nessuno di avvicinarsi a prenderle; finivano tutte in fondo al gabinetto e si stavano già organizzando i sommozzatori per recuperarle.

Ma uno degli eventi più terrificanti si verificava in ogni salone da barbiere di quella pazza, pazza città. Un vanaglorioso e prorompente leone dal crine fulvo cercava disperatamente di farsi acconciare la sua folta chioma, a suo dire per riuscire a conquistare una vispa e graziosa gazzella che gli aveva rubato il cuore. Tutti i parrucchieri scappavano a gambe levate e lui, poveretto, doveva arrangiarsi da solo. Non per ultimi, un gruppo di porcellini nani si divertiva a scorrazzare e grufolare tra la sabbia della spiaggia; si facevano chiamare “I Porci Vegani” e avevano lanciato da poco una rivista per adulti che andava a ruba. Questi non erano particolarmente spaventosi, ma alcuni cittadini avevano sviluppato un certo disappunto verso di loro scoprendo che erano fatti di seitan e non di carne.

Intanto, in centrale, i Vigili Urbani erano alle prese con un importante torneo di scopone scientifico, ma furono bruscamente interrotti dall’arrivo di due ragazzi sconvolti e trafelati che cominciavano ad agitarsi per tutto lo stanzino.

«Accorruomo! Accorruomo! Ci stanno estorcendo del danaro!»

«Che accade, giovanotti?» gli chiese l’agente Spicciamennole torturando il mezzo sigaro che aveva tra le labbra, «Ci state disturbando nella fase decisi… SCOPA!»

«Non capite, agenti, c’è un Orango Abusivo nel parcheggio e vuole due euri per non tirarci la cacca sulla macchina!»

«Meglio abusivo che in giro a rubbare!»

«Ma…»

«Abbiamo finito le penne per scrivere nei verbali, ci spiace.»

Per le vittime dell’orango non ci fu verso di convincere i tutori dell’ordine a prendere provvedimenti. Anzi, quelli cominciarono pure a sbattere le carte sul tavolo per fargli capire che aria tirava. E fu per questo motivo che i ragazzi e il vecchio se lo videro pararsi davanti non appena arrivarono al centro abitato in groppa a Pino. La scimmia gli fece sì un po’ di feste, ma era così preso dalla sua brillante carriera che neanche ora li lasciò andar via senza prima ricevere un obolo.

Quando i tre arrivarono, tutti concitati, i loro stomaci erano perfino più rumorosi del suono del motore. Perciò si resero conto che non mangiavano nulla da giorni e che dovevano per forza cercarsi qualcosa da mettere sotto ai denti. Ma in tasca avevano solo cicche scadute e bottoni. Dopo aver parcheggiato Pino in tripla fila e aver contribuito al sostentamento dell’Orango, egli insistette per accompagnarli a mangiare in una delle bettole più genuine di Paneremo. Era la taverna di Donna Nunziata “a sapurusa”, che da poco aveva vinto la Blatta d’Oro, scatenando l’invidia degli altri zozzi ristoratori.

Così quegli eroi poco promettenti si trovarono nuovamente a manducare e grattarsi il ventre invece di fare il loro dovere. Ma d’altronde non avevano tutte queste colpe e si meritavano un pasto caldo dopo aver passato giorni a leccare muschi. Tra i fumi del brodo di verdure irriconoscibili e quelli del sigaro del cuoco, i corpi e gli animi si ripresero un po’. Quando l’Orango smise di protestare per la mancanza di banane, fu ripreso l’importante discorso:

«Allora, buttana della bandiera, ci proviamo a fare qualcosa?», gridò Mr Tennents agitando il cucchiaio.

«Dobbiamo mettere la benzina a Pino che l’olio di palma non lo sopporta più!», rispose Gì più risoluta che mai.

«Ottima idea!» esclamò Zozzik, «Così ce ne andiamo via da Paneremo. Mia nonna ha una stalla vicino Favastorta, tutti lì.»

«Che bello, non vedo l’ora!», continuò la ragazza più entusiasta che mai.

«Ma che minchionerie state dicendo? Il nostro dovere è rimanere qui a salvare capra e cavol… uomini e donne, infanti e bacucchi. Non ci pensate ai vostri figli?!»

Il discorso del vecchio li fece tremare, tanto che scattarono in piedi e si guardarono per un istante.

«Non ho intenzione di figliare!», rispose secco Zozzik.

«Eh! Non si sa mai… vecchio lupo di mare! Ghghgh!»

Quel commento fece infuocare le guance del ragazzo, che intraprese uno scontro a colpi di cucchiaio col vecchio.

«Non hai nemmeno addotto motivazioni plausibili per salvare Paneremo! Ci sono un mucchio di persone anche fuori di qui!»

«A me mi ha convinto!», disse contenta la ragazza, «È stato un discorso illuminante. E poi non ho niente di meglio da fare. Andiamo!»

Così ingollò l’ultimo sorso di succo alla pesca e si avviò all’esterno, verso il motorino, lasciando gli altri due a darsi cucchiaiate e l’Orango a mangiarsi le unghie dei piedi. Uscendo però fu distolta dalla vista di un cassonetto che si muoveva da solo. Quello rollò giù per il marciapiede lordandole tutte le scarpe, e dal coperchio uscirono fuori due vecchie conoscenze che si stavano litigando una lisca di pesce.

«Mrrr mimiaoo!»

«Meomeomeoow!»

«Tesori di mamma, perché scappate sempre da me?»

I gatti non la degnarono di una vera risposta, ma le si strusciarono addosso per pulirsi un po’ il pelo dai sughi dell’immondizia. Allora Gì notò che a Big-T mancava la punta della coda.

«Nooo!» disse afferrandolo e stringendolo quasi a fargli schizzare gli occhi di fuori, «Cosa ti è successo, piccolino?»

«Mawow!» gli rispose il micione, e puntò una zampetta verso la strada.

«Guardi il tombino? Vuoi andare a caccia di topi di fogna? Bleah!»

Ma da sotto il grigio cerchione un ragliare feroce si udì, così vicino. E a Gì le si gelarono tutte le ossa. Il coperchio fu spinto con un getto furioso che lo scaraventò oltre tre metri. Da dentro al buco vuoto sorgeva il muso di uno squalo dai denti affilatissimi che sbavava e ringhiava contro di loro.

Zozzik e Mr Tennents si erano già allarmati sentendo gridare Gì, e dopo un breve stallo alla messicana avevano deciso di andare a vedere cosa stesse accadendo. Zozzik la vide a pochi centimetri dalla bestia che lo aveva terrorizzato molte notti addietro e fu colto dal terrore. Quella, riconoscendolo, cominciò ad abbaiare e ululare al suo indirizzo.

«È il pescecane!» spiegò Zozzik, «Allontanati, Gì!»

La ragazza tremava come una foglia e cercò disperatamente qualcosa dentro la sacca delle meraviglie che potesse aiutarla in quella brutta situazione, ma quello che ne ricavò fu soltanto un osso di seppia. Presa dal panico, lo lanciò nella direzione dello strano animale e quello, tutto eccitato, lo afferrò con la bocca e si mise a scodinzolare. Con un balzo da pesce lesso, uscì fuori dal tombino e rimase a boccheggiare tra l’asfalto.

«Tutto ‘sto pesce per strada non si vede manco in estate!» esclamò Mr Tennents avvicinandosi al pelagico mostro.

Quello cominciò a guaire, mettendo una certa pena negli animi dei più giovani.

«Ora di nuovo ho fame», sentenziò Gì con un po’ di bavetta alla bocca.

«A me invece sta tornando su tutto il pranzo!» strillò Zozzik furioso.

Preso da un attacco d’ira funesta, caricò lo Sfiatasorci e bersagliò l’agonizzante pescecane di roditori bellicosi. Ma il pesce faceva troppa puzza di fogna anche per loro, e preferirono stargli lontano.

«Questa è la boccia che fa attraversare il naso, ragazzuoli.» disse Mr Tennents senza troppo pathos, dato che era ancora un po’ appanzato, «Ora che le Taddarite sono allo sbaraglio procuriamoci un po’ di ferraglia mortifera e andiamo a fare un safari!»

Fu a quel punto che da qualche speaker ben nascosto uscirono le note di una famosa canzone rock degli anni ‘80 e i nostri protagonisti si equipaggiarono ritmicamente di armi e vestiti da vigilanti della domenica all’ultima moda.

Quando arrivarono in piazza camminando al rallentatore, s’avvidero che la situazione stava letteralmente degenerando: gruppi di animali geneticamente modificati assalivano i passanti. Ma il feroce trillare di un fischietto li distrasse da tutto quel chiasso infernale.

«Alt! Fermi! Kaput! Togliete immediatamente quel ciclomotore da lì o vi facciamo la contravvenzione!»

Qualche vigile urbano si era rimesso a lavoro.