Dentro alle prigioni sotterranee l’aria era stantia e carica di muffa. Colava acqua sporca a profusione da quelle pareti crepate e un po’ di muschio cominciava a crescere sul tetto. Si udiva soltanto il suono di qualche stantuffo in movimento mentre, lente, le ore passavano, e poi i giorni. Zozzik contava le mattonelle sporche sotto di lui arrovellandosi la testa da più di una settimana. Erano stati catturati in men che non si dica. Non che avessero grandi doti di spiccata sopravvivenza: era bastato fare il solletico al ragazzo e minacciare Gì di tagliarle i capelli. Al cane avevano dato una salsiccia. Poi il vecchio era proprio un vecchio, e stava tutto il tempo in un angolino a raccontare storie del suo passato che non erano ancora avvenute.

Avevano provato diverse volte a fuggire, ma senza successo. Le pareti erano spesse e viscide, le sbarre solide e le guardie incorruttibili. Non mostravano particolari doti di disciplina o lealtà, sembravano semplicemente dei bambolotti incapaci di ascoltare o essere attratti dalle proposte più allettanti. L’unica cosa che riuscirono a combinare, i prigionieri, fu di mandare alcuni toporagni in avanscoperta, alla ricerca di un mazzo di chiavi magari ma quelli ritornarono con le zampette cariche di segatura. La borsa magica di Gì era stata sequestrata, e con essa era svanita la speranza di trovarci dentro una fiamma ossidrica o dell’esplosivo. Invece adesso era piena di gomma pane per appendere i poster.

Mr Tennents, preso da uno stato di strana intraprendenza, cominciò a tocchicciare le sbarre e a tuppuliarle con le nocche nodose della mano. A ogni rintocco seguiva un suono sordo e metallico. Ne fece scorrere tre prima di trovare quella giusta, rimbombante, evidentemente cava all’interno. Così, infilato il braccio, cercò di staccarla dalla sua impalcatura, ma ciò che ne ricavò fu quello di incastrarsi, mezzo incriccato, e con il sedere spaccato a metà. Tirò su col naso e lanciò una flebile richiesta d’aiuto ai compagni che, però, erano tutti concentrati nello sparring con l’uomo invisibile.

«Perfetto!» disse poi Zozzik, «non ci bastava essere imprigionati, ora c’è anche il vecchio incastrato. Proviamo a spingerlo fuori?»

«Okay», rispose Gì, «ma lo prendi tu il sedere.»

Quello fece una faccia un po’ schifata, allungò le braccia quasi a toccare i glutei di Mr Tennents, ma poi ci ripensò e lo spinse con un piede.

«Mmphhh!» si lamentò lui.

Continuarono a spingerlo facendolo scricchiolare tutto, finché non furono interrotti da un gracchiare impertinente.

«Gheheheh! Immonde creature di ghirba bianca, siete solo morchia per le piante! Creperete qui sotto tra i vostri stessi liquami.»

E giù a sentirsi un’ocarina risuonare note acide e rotte, e poi uno strepitare di passi, tutti scordinati. Il gruppo si volse nell’unico punto in cui credeva fosse arrivata la voce, ma le insenature della caverna la facevano rimbombare creando uno strano effetto bungee jumping. Per un istante Gì si ritrasse, arrotandosi una ciocca di capelli:

«Sta dicendo a noi!»

«Ma chi?» chiese Zozzik.

E tutti e due si affacciarono tra le sbarre oliose, guardando verso il basso, dove si estendeva il bieco laboratorio caseario delle Taddarite. Ma nessuno li stava guardando. Ciò che videro i loro occhi fu invece la sagoma di un individuo fungiforme, curvo su se stesso e con le braccine rachitiche che sporgevano da una lunga manta scura. Egli si annaccava a destra e a sinistra lanciando chiassosi epiteti ai suoi sottoposti che ora, presi dalla paura, si lanciavano come birilli in una barcollante danza.

«Gnihihihih! Ballate! BALLATE!»

E quelli, tanto inebetiti quanto inquieti, muovevano i piedi facendo tremare tutto il pavimento. La scena continuava a ripetersi ogni cinque minuti buoni e i due giovani, che guardavano dall’alto della loro prigione, non capivano a cosa stavano assistendo.

«Che sta succedendo?» chiedeva Mr Tennents, che col tondino tra le chiappe non riusciva a muoversi per bene.

«Ehm…» cercò di spiegare Zozzik, «Forse è arrivato il capo di quegli scoglionati: stanno ballando come pappaggallini ammaestrati.»

«Che carini i pappagallini!» disse entusiasta Gì.

Proprio in quel momento si sentì un rapido frullare d’ali che attraversò tutta la sala e smosse l’aria lì attorno. Gracchiò una volta con fare compito e poi si appollaiò sulla testa di Gì.

«Craaa, craaaaniate sul capo a voje!»

«Galliano!», rispose la ragazza, tutta contenta, «Sono contenta di vederti!»

Era un pappagallo cacatua dalla appariscente cresta gialla e dal piumaggio canuto e fiero. Egli, tanto impettito, le rispose:

«Cra! Cra! Crazie al cazzo! Sono qui per liberarti! Ci sono anche quegli sprucidi dei tuoi gatti!»

«Dove sono quei due? Sono giorni che li cerco!», rispose preouccupata.

«Si sono trovati un amico grasso e striato, un tipo sospetto! Ma chissene, io ho fame… Hai qualcosa da darmi?»

«Siamo a stecchetto da una settimana. Scusa…», sospirò.

«Cra! Crasta! Qualche mollica nell’ombelico ce l’hai sempre!»

E così dicendo, il pennuto andò ad alzare la logora maglietta della sua padroncina. Lei cercò inutilmente di coprirsi ma, stanca com’era, le mancò il tempismo.

«F-fermo… l’ombe… l’ombelico no! Ah!»

Ma Galliano s’era già intrufolato e l’aveva mostrato a loro tutti. Gì stava letteralmente sprofondando dalla vergogna ed era diventata rossa rossa come un peperone. Difatti, la povera ragazza, nascondeva un terribile segreto: il suo ombelico aveva la forma di…

«Ma quello è un fagiolo che ride!», esclamò Zozzik.

Il vecchio, ancora incastrato, cominciò a sudare di più e inveì contro di loro:

«Smettetela di guardarvi la pancia e aiutatemi!»

La sua voce aspra e graffiante arrivò alle orecchie del misterioso burattinaio, che stava ancora dilettandosi a far ballare i suoi schiavi. Quegli si girò, e vedendo quell’insolita compagnia disse:

«Abbiamo anche dei prigionieri! Evviva!»

«E tu chi sei?», chiese Gì.

Il misterioso individuo fece scrocchiare le dita e ne puntò uno sul pannello di controllo alla sua sinistra. Pigiò un grosso pulsante rosso e cominciò a sghignazzare indegnamente. D’un tratto la prigione in cui i tre erano dentro si eradicò completamente dai suoi basamenti e cominciò a scivolare su un cavo metallico come una funivia. E loro presero ad ammaraggiarsi, sballottando a destra e a sinistra.

La gabbia arrivò dritta dritta nello stanzone segreto computerizzato, scuro e sghembo. Le Taddarite stavano ancora ballando. Si trovarono quindi a penzolare, ancora in quella gabbia, circondati da individui loschi e dagli sguardi inebetiti. Il vecchio capo opera si mise le mani sui fianchi e, dopo aver fatto un saltello che pareva una sorta di tic nervoso, apostrofò i prigionieri con parole che neanche loro compresero:

«Lieti giunti nel mio covile, miei incattiviti ospiti! Siete locati in fronte all’esimio, sagace e reverendo re della scienza empirica! Il demiurgo del più geniale connubio tra genetica e casearia del sol levante!»

Dopo un altro saltello carpiato, finalmente si decise a rivelare il proprio nome:

«Sono il Dr Cavalletta! E voi verrete genuflessi sotto ai vostri calzari bucati.»

«Bel discorso, smargiasso, ora sono tutto scantato!», proruppe Zozzik.

Il Dr Cavalletta, sentendosi umiliato, divenne tutto rosso e cominciò a saltellare sul posto quasi nervosamente e ad emettere versi che somigliavano agli sbuffi di una ciminiera.

«Sbrof! Sbrof! C-c-c-come si permette, lei! Uomo dagli occhi di fango! Io la denunzio!»

E subito cominciò a scrivere un verbale su un foglio di carta igienica. Arrivato al quarto quadratino di carta si fermò, realizzando l’assurdità del tutto.

«Che scempiaggine sto compiendo?! Sono il personaggio maligno!»

Dunque appallottolò la carta e si lasciò andare in un’altra risata scomposta:

«Gneheheh! Vi farò prendere a martellate sulle unghie dei piedi!»

«Così risparmierò sullo smalto…» gli rispose Zozzik, per niente impressionato.

«Ma insomma! Qualcuno mi tiri fuori di qui!», si agitava Mr Tennents con ancora il sedere incastrato tra le sbarre, ché nel movimento della gabbia le sue natiche avevano sfregato al muro.

«Non è ancora giunto il momento propizio, vetusto derelitto! Esigo prima qualche spiegazione… in che modo siete giunti nella mia alcova blasfema? E per quale ragione?»

«Pagherai le votre minchiaggini, pisellòn! Je te muzzico la tête!», rispose Rollòn.

«Ma cosa significa tutto questo? Non ci sto capendo più niente, voglio tornare a casa, che qui si attronza dal freddo!», frignò Gì.

«Ora te lo spiego, madamigella arborea. Noi stiamo affrancando gli animali dalla loro prigionia per ridarli alla natura, nella loro veste più ferale. È una rivoluzione contro gli abietti meccanismi della società capitali… comunis… consumistica? Dannazione!»

Imprecando, il dottore picchiò un suo sottoposto con un manrovescio e gli fece gesto di dargli qualcosa. Quello gli passò un foglietto tutto sgualcito, che egli spiegò e lesse, quasi appiccicandoselo alla faccia.

«Che mi venga un accidente se un giorno riuscirò a ricordare questo discorso! Insomma! Lo dico solo a voi perché tanto morirete: mi piace fare casino e mi piace cucinare! E dunque ho creato questo!»

E così dicendo tirò fuori dalla tasca una bustina per surgelati. Dentro c’era un quadratino di materia spugnosa che emetteva una strana luce verdognola. Mr Tennents, ormai insofferente verso la sua scomoda posizione, roteò le palle degli occhi e, fingendo di non sapere niente, chiese:

«Oooh! E che cosa è? Formaggio francese?»

Il dottore, troppo ebbro di sé stesso per carpire il sarcasmo, gli rispose:

«Gneh! Il formaggio è cattivo! Questo è tofu geneticamente modificato, col ventidue percento di radiazioni… sono un genio!»

«Oh mamma!» gridò l’altro vecchio, «Quindi è quello che fa diventare gli animaletti grossi e cattivi?»

«Sì!»

«Beh, sono terrorizzato! Posso confessarle qualcosa prima di fare la fine della quaglia? Si avvicini, esimio…»

Il dottore, incuriosito, compì qualche cauto passo e si accostò a Mr Tennents. Quegli, socchiudendo gli occhi come se stesse per piangere, gli lasciò andare in faccia l’ultimo rimasuglio di chinotto che aveva nello stomaco. La grotta tremò e uno stormo di pipistrelli volò via da una insenatura dalla quale filtrava una fioca luce. Gì, seguendo con lo sguardo la fuga, notò tre figure tozze e appuntite sedute sul crostone di roccia che sporgeva da quel buco.

«Gattini miei! Dove siete stati?!», gridò felice.

«Maow, maramaow!»

«Mi mi mi…. meh.»

«Roar?»

Così miagolando e ormai scoperti dal loro nascondiglio, balzarono giù in  men che non si dica, atterrando con le unghiette acuminate sul collo del Dr cavalletta. Quello, preso dal panico, cominciò a gridare come un ossesso, cercando di levarseli di dosso.

Non appena Rollòn si accorse degli sprucidi felidi iniziò per primo ad abbaiare e poi, totalmente eccitato, si gettò sulle sbarre di ferro con tutto il suo corpo da vitello, aprendo un varco abbastanza ampio da far uscire i prigionieri. I gatti si spaventarono, le Taddarite gridarono, il Dr Cavalletta sbiancò. Ci fu molta confusione.

C’era invece tanta quiete nel bosco, poco più tardi, mentre la piccola Clementina andava a cercare coccinelle da dare in pasto alla sua tarantola Peter. Stava quasi per riprendere il sentiero del ritorno, quando udì strani rumori provenire da là vicino. Grida, tonfi e tuoni attirarono la sua attenzione. Così scoprì una grotticella mai vista e si chiese se ci potesse essere qualche altro animaletto delizioso. Invece ne uscirono tre individui sporchi, coi vestiti sbrindellati e con appresso tre gatti e un pappagallo completamente ricoperti di sbava.

Di Rollòn, le Taddarite e dello strano scienziato pazzo non vi era invece nessuna traccia.