Quando Gì schiacciò i freni del manubrio, prevedendo la consequenziale e naturale tragedia, Zozzik prese un’altra botta sul naso contro il suo casco. Il vecchio Tennents, che era tutto accartocciato dentro al portapacchi, sballottò in silenzio come una palla. Lo stridere irritante in quell’asfalto pulito fece svegliare tutto il vicinato, poiché già erano in corso le “ore del sonno” pomeridiano, e infatti volò subito una abat-jour da una finestra. Fu un miracolo a salvare gli Sproocycat da una morte certa, messi lì – in mezzo alla strada – a osservare i veicoli con gli occhi lampeggianti. Quando Pino si era fermato di colpo, da terra si era sollevata una densa nuvola di fumo nero che fece tossicchiare tutti i passanti.

«Big-T! Lamù! E voi che ci fate qui?», gridò incredula Gì, con ancora le mani che sudavano.

«Miao Maramaow!», rispose il più grasso dei due.

«Mimi miao!», fece la smilza.

Nonostante il bel rapporto (a suo dire) che Gì aveva coi suoi gatti, la lingua miagolese le era ancora sconosciuta. Quindi, non capendo cosa stessero combinando quei due – tra l’altro assieme a un tigrato mai visto prima – gli chiese di tornarsene a casa. Non credette neanche un attimo di poter avere una qualche autorità su di loro, infatti i mici saltellarono da tutt’altra parte. Gì e Zozzik rimasero leggermente inebetiti, stanchi e sporchi in mezzo alla corsia. Insospettito, Mr Tennents uscì la testa dal bauletto e chiese:

«Che è successo, siamo morti?»

«No!» rispose nervoso Zozzik, cercando di richiuderlo dentro.

«E allora andiamo a mangiare qualcosa, porca di quella e di quell’altra!»

«In effetti non mangiamo da ieri…», sospirò Gì con lo stomaco che brontolava, «I nostri autori sono babbi e si sono scordati!»

Così cercarono qualche ristorante aperto, ma trovarono soltanto rosticcerie di meusa che servivano i panini con l’olio invecchiato di 10 anni. Zozzik, sempre più insofferente e con gli occhi che ruotavano a ogni imprecazione, propose allora l’unica sensata soluzione in quel momento:

«Io… ho da mangiare a casa. Se non fate casino potete essere miei ospiti.»

A Gì si illuminarono gli occhi come due lampadine, sorridendo imbellemente a quella proposta.

«Che bello! Chissà com’è la casa di Zurigo!»

«E come deve essere?», rispose Mr Tennents, «Ha cinque stanze e nemmeno una TV, però n…», subito si bloccò, sentendo su di sé gli occhi interrogativi del ragazzo che, incredulo, ora non riusciva più a raccapezzarsi.

«Eh, si vede che viene dal futuro», interruppe Gì, «Sa tante di quelle cose!»

«Che ne sai tu di com’è casa mia? Mi spii, maniaco scoglionato?»

Il vecchio, lasciandosi scappare una risatina, tornò nel baule e con due colpi di nocche ordinò:

«Imo!»

D’altronde stavano fermi in mezzo alla strada da cinque minuti, era pure l’ora che si muovessero.

Zozzik aveva lanciato la proposta di andare a casa sua solamente perché sicuro che non ci fossero i genitori, né la nonna e le sue comari impiccione. C’era il mercato, e tutti erano lì a mercanteggiare su roba che non avrebbero mai comprato. E poi sua madre gli aveva sicuramente lasciato qualcosa di buono in cucina.

«Marò che risìo di frittelle!» esclamò, stranamente vitale, scendendo dalla moto e frugandosi nelle tasche. Ciò, dopo un po’, gli portò sconforto:

«Non ho le chiavi!» disse affranto.

«Le chiavi sono nella casarìa», rispose il vecchio, deciso.

Zozzik si girò verso di lui con sguardo sclerico, indietreggiando fino al vaso accanto alla porta. La mano, tra gli steli delle rose, trovò spine dolorose che gli rigarono un dito ma, effettivamente, anche una chiave ben nascosta. Così, con la mano insanguinata, espose fiero il suo trofeo. Gì però era preoccupata e si avvicinò a lui, apprensivamente.

«Ma ti sei fatto male! Aspetta che devo avere qualcosa nella mia sacca…», fece prendendogli delicatamente le dita.

«Che fai?» chiese lui ritraendo le mani come teste di tartaruga nelle maniche del giaccone, «Sto a posto.»

«Ma no, non vedi che sei ferito? Potresti morire dissanguato, per Dio!», insistette lei, tirandogli la manica.

«Mamma mia quanto sei ancutta!»

Epperò alla fine si arrese mollemente alle cure di Gì, che gli mise sulle mani due calzini magici.

«Così si dovrebbe arrestare l’emorragia», disse lei, seria in viso e concentratissima. In effetti prendersi cura di qualcuno la metteva sempre in agitazione, ma allo stesso tempo era ben fiera di aiutare.

Entrarono in casa facendo cigolare la porta di legno come una vecchia anta. All’interno la piccola abitazione era perfettamente pulita e sistemata. E ogni annagghio era arredato con qualsiasi tipologia di mobile o soprammobile: statuine in porcellana del Congo, rametti di bambù dal vicino Venezuela, canestri intrecciati dalle mani servizievoli degli spaccalegna giapponesi. E poi tappeti, fiumare, torrenti, oceani di tappeti intessuti dai più esperti tramieri tirolesi. I centrini però erano tutti in lavatrice.

Gì vide Zozzik finalmente a suo agio. Posò i topini in una gabbietta arredata in stile molto più minimale del resto della casa e andò subito a prendere un vassoio in cucina. Era stracolmo di frittelle dorate, cosparse di zucchero e con tante noci che sbucavano dalla pasta fritta.

«Mangiamo queste.» Sentenziò.

Gì non se lo lasciò ripetere, Mr Tennents invece era un po’ sordo e glielo dovette dire più forte. Il vecchio allora si tolse la dentiera e cominciò a ingollarle tutte intere.

«Quanto sono porcariose ‘ste frittelle!» disse poco più tardi Gì, spaparanzandosi sul divano di stoffe nepalesi.

«Fì, fì…» le rispose il vecchio, poi rimettendosi la dentiera, «Però, mannaggia ai polli, non abbiamo fatto niente in questo capitolo. Invece di cusciuniare piedi piedi perché non andiamo a caccia di animali?»

«Perché…» cominciò Zozzik alzandosi, «Abbiamo solo uno sparatopi come arma. Perché non siamo mai stati a caccia. Perché – e che rimanga tra noi – ci cachiamo sotto.»

Gì lo guardò di sottecchi, lisciandosi una ciocca di capelli verdi, e proruppe: «Tu ti cachi sotto, babbasone!», accompagnò quella frase con una risata argentina che sgorgò dalla sua bocca come una fontana.

«Fandonie!» proruppe Mr Tennents, «So che sei un ragazzo coraggioso, Zozzik. Se comprendessi la potenza di quell’arma, ti sentiresti un eroe. Gì ha tutti i suoi attrezzi nella borsa, mi pare ben equipaggiata.»

«E tu?» gli chiese Zozzik, con fare provocatorio, «Tu che puoi fare contro un coniglio?»

«Io… che ti aspetti da un vecchio?» ruttò lui, «Sono inutile! Ma sai che ti dico? È questo il mio punto di forza. Se avessi potuto fare qualcosa da solo, non sarei mica qua. E invece guardate cos’ho messo in moto senza far niente. Eh?»

Il vecchio risultò convincente, tanto che nessuno rispose. Solo dopo un minutino Gì intervenne:

«Sono… ben equipaggiata?» disse guardandosi le minne.

«Parlava della borsa…» le rispose Zozzik.

«Ah, sicuro… Ma, ehm, io sono solo la spalla comica!», fece grattandosi il cespuglio, «È Zecca l’eroe qua dentro!», e lo indicò con entrambi i diti.

«Sì, e io sono la femme fatale!» sbuffò il vecchio, «Smettetela di rompere la quarta parete e uscite dalla porta, lapardei.»

E così facendo si mossero repentinamente all’unisono e varcarono la soglia come guidati da un’entità spirituale misteriosa. Il discorso di Mr Tennents li aveva rinfrancati a tal punto che s’erano scordati pure di rimettere a posto la tappezzeria. All’esterno il sole li avvolse come un manto dorato e l’aria briosa di marzo li accoglieva fin dentro alle ossa. Il silenzio fu rotto da un urlo agghiacciante e spaventoso. Penetrò le loro orecchie e non li fece schiodare da lì, morti dentro all’abisso. Ma non era l’Inferno che avevano trovato, stavolta. Solo dodici scimmie a sbraitare, impazzite, contro i loro volti, mentre assaltavano una lapa della frutta.

«Chi sono ‘ste scimmie?» chiese perplesso Zozzik, caricando un topino nello Sfiata sorci.

«Normalissime scimmie…» gli rispose il vecchio, «Ma fanno sempre un gran casino, vanniando e tirando frutta. Non prendetele sottogamba, ragazzuoli, penso ce l’abbiano proprio con noi.»

Non ebbe nemmeno il tempo di finire la frase che fu investito in piena faccia da un cocomero. Barcollò all’indietro, quasi spezzandosi nella caduta, e passarono diversi secondi prima di riuscire a rimettersi in piedi.

«Vecchietto!», esclamò Gì, preoccupata. Ma una torma di ciliegie già la colpiva, facendola rovinare tragicamente sul marciapiede.

Zozzik, che era uscito di casa con più topi del solito, ne caricò altri nell’arma e sparò una raffica contro quella marmaglia di primati involuti. Le scimmie si scansarono abilmente e i toporagni, trovandosi in paradiso, si limitarono a rubare alcuni acini d’uva e scappare.

«Stupidi!» gridò, «Vi faranno cacarella!»

«Gì» fece Mr Tennents, «Tira qualcosa di utile fuori dalla tua sacca, o queste non ci faranno andare via.»

 

Ma la ragazza non rispondeva. Era a terra, immobile e con gli occhi chiusi. Il succo di ciliegie le ricopriva la testa e i vestiti, spandendosi in una chiazza purpurea sotto di lei. Per un attimo le ossa umide del vecchio tremarono. Si mise le mani nei capelli e quasi cominciò a piangere. Zozzik, rendendosi conto di essere l’unico ancora in grado di muoversi, andò a rovistare nella borsa di Gì sperando di trovarci una mitragliatrice a canne rotanti. E invece, l’inventario degli oggetti trovati fu molto più misero: un paio di forcine fluorescenti, un pollo di gomma che gridava, uno scubidù di spaghetti intrecciato a tre colori, delle bollicine e un fischietto da vigile urbano mai usato.

Zozzik, arrivato al fischietto, si fermò. Forse, pensò, era una borsa magica e solo Gì poteva trovarci cose utili, perché ora lui aveva solo roba senza senso in mano e le bollicine erano pure volate via. Impugnatolo con entrambe le mani cominciò a fischiare così forte che le orecchie gli tremarono. In realtà quello strano oggetto non emetteva alcun suono particolare. Era un soffio sordo, come di uno sfiatatoio. Per un attimo tutto si fermò. Le scimmie, rimaste con gli arti in aria, pronti a tirare frutta, si guardarono e mormorarono qualcosa. L’aria vibrò e poi, di colpo, si udirono zampe al galoppo. Purtroppo non furono cavalli clandestini a infervorare intrepidi per la strada. Evidentemente quello strano aggeggio utilizzava gli ultrasuoni, poiché davanti si trovarono adesso al muso di un cagnolone che rideva, completamente su di giri.

«Aurrrfh, wau, je m’appelle Rollòn!», esordiva a denti stretti.

«Je suis il re della Francia, vengo in Sicilia in vacancia, e ura aiu na fami ri moriri!»

Così facendo, cominciò a correre all’impazzata e ad abbaiare alle scimmie, sotto lo sguardo incredulo di Zozzik, l’unico che era rimasto con un po’ di lucidità. I feroci primati, in preda al panico, non riuscirono a far altro che gridare e girare su sé stessi. Il titanico loppide, ghiotto di fragole, capovolse la lapa e consumò un lauto banchetto. Le scimmie saltarono via, con agili mosse da funambolo e andarono a fare casino da un’altra parte. Solo una ne rimase, un babbuino piuttosto orgoglioso di sé. Mentre il cane assaggiava un peperone, quegli provò a colpirlo con una zucca.

«Bauwau! Pisellòn de la malora, tu si tuttu impazzutu!», faceva Rollòn, ringhiante. Gli saltò addosso con fare minaccioso ma, essendo un tipo giocherellone, riuscì solo a mordicchiargli le zampe e a farlo scappar via con le braccia per aria.

Il cagnolone si avvicinò zompettante e fiero della sua vittoria a quel gruppetto di persone. Uno era lì che lo guardava con le mani in faccia. L’altro sembrava incriccato. L’ultima era più simpatica, ma solo perché era svenuta e aveva del succo di ciliegie in faccia. Rollòn ne approfittò per leccarlo via.

«Bonsoir, bedda ghiente. Je vous ringrazié de avermi chiamato pi mangèr tutta ‘sta robba.»

Zozzik si strofinò gli occhi e diede un pizzicotto a Gì per assicurarsi che non stesse sognando. Quella rinvenne con un gridolino sottile, che tirò su anche il vecchio Mr Tennents. Il cagnolone non proferì altre parole, ma prese a spulciarsi.

«Che è successo?» chiese il vecchio.

«Beh…» disse Zozzik, «Le scimmie sono state spaventate da un cane. Che parla, ma non si capisce niente.»

«I cani non parlano, Zozzik, avrà ruttato e basta.»

«Ma certo che parlano!», rispose Gì, ora rinvenuta, «Il suo è proprio un bel francese. Io riuscirei a comunicare con lui, però…», si guardò intorno con fare sospettosa. «Ho bisogno di ubriacarmi…»

«Che avresti da dire a un cane, Gì?» chiese Zozzik.

«Beh, intanto ringraziarlo, no? E poi è… coccoloso.»

Così dicendo rubò la bottiglia di chinotto del vecchio e cominciò a tracannarla tutta in un sorso. Quando l’ultima goccia di quel liquido marrone le arrivò in gola, già singhiozzava come un’ebbra.

«Ma che diavolo…», disse Zozzik ad alta voce.

Mr Tennents invece se ne stava zitto zitto, affatto turbato da quel comportamento, né dal fatto che gli avessero soffiato la bottiglia.

La ragazza lisciò con una mano i suoi capelli ondosi e allora disse:

«Je te capisc, bel canuzzo. Nous putemu parlé!»

Il cane, sentendosi interpellato, si sedette e alzò regalmente una zampa.

«Oui, mademoiselle, ce que tu ma diri?»

«Mercì cagnolin! Ora nous vulemu sapiri où ils stannu le Taddarite Insonni.»

«Me ouioui, jolie vert! Capisci ammia, vi ci puortu je!»

Così, nonostante Zozzik fosse rimasto allibito da quella conversazione senza senso, il gruppo si mosse guidato da Rollòn. Sul motorino lo misero davanti, come si fa coi bambini, e partirono sgommando e riempendo di smog tutto il quartiere.

Il mezzo arrancava sotto il peso dei ragazzi e dell’imponente quadrupede, fortunatamente Mr Tennents era una piuma. Gì, con quel testone peloso davanti la faccia che mordeva l’aria e mangiava le mosche, non riusciva  vedere bene la strada e beccava qualunque buca. Il vecchio ne soffriva molto, ché nel bauletto aveva anche spazio per sballonzolare. Il viaggio fu lento e lungo, ma alla fine giunsero in una boscaglia fuori città.

«Nous allons quatti quatti, je consigl.» disse a quel punto Rollòn.

Si misero a camminare tutti curvi, non perché effettivamente servisse a qualcosa, ma perché era così che si faceva di solito nei film a basso budget. Passarono qualche larice prima di addentrarsi in una fitta selva di gramigne. Dietro a quelle piante tenaci e fastidiose, il cane riconobbe un’entrata nascosta da una tenda di edere. E non appena varcarono la soglia di quella caverna un odore di formaggio orientale li investì.

Una volta che gli occhi si furono abituati al buio e i nasi al tanfo, gli avventurieri si trovarono su una specie di ballatoio dal quale poterono ammirare l’ampiezza della caverna. Sotto ai loro piedi videro una specie di grande laboratorio caseario in cui diversi uomini erano impegnati a fabbricare uno strano formaggio.

«Je reconnais ‘stu ciauru.» disse Rollòn muovendo il tartufo, «Chistu n’es pas formaggio, est tofu!»

«Che schifo!» esclamò Zozzik, «Perché lo fanno?»

«Te lo dirò presto, ragazzo.» gli rispose Mr Tennents, «Ma dopo che ci avranno imprigionato, credo.»

Effettivamente le schiene dei quattro malcapitati vennero subito toccate dalle bocche di certi fucili un po’ arrugginiti. Un piccolo commando di Taddarite Insonni, tutti agghindati di nero e con grandi orecchie posticce, li aveva circondati.

«Burp!» protestò il vecchio, poi finirono tutti in gattabuia.