Da tutt’altra parte della città (non molto lontano, visto quant’era piccola) una coppia di gatti bianchi, con macchie grigio/marroni tigrate, passeggiavano l’uno di fianco all’altro miagolando del più e del meno.

«Uff, sono contenta di fave una camminatina. Quella stvonza coi capelli vevdi non ci lascia mai in pace. Purrrmiaow!», iniziava Lamù, gattina altezzosa e col nasino rosa a punta.

Era accompagnata da Big-T, un micione sovrabbondante con un collare che pensava fosse d’oro, ma che era solo la sorpresa di un uovo di Pasqua. Erano da poco scappati di casa approfittando di una finestra mezza aperta, e si appropinquavano ora verso i loro compari di strada. Facevano infatti parte di una gang di gattacci randagi dediti allo smembramento dei sacchi dell’immondizia. Si facevano chiamare “Sproocycat”, perché erano davvero sprucidi. Ma avevano anche un senso del dovere molto forte, soprattutto nei confronti delle vecchiette. Erano loro che mollavano sempre un pezzo di grasso agli angoli delle strade.

Mentre camminavano baldanzosi tra le vie più malfamate del quartiere, non avevano paura di niente. Non dei passanti e le loro gambe lunghe e frettolose, non dei bambini che giocavano ad acchiapparsi, tutti sporchi in viso e con le mani per aria come zampette impeciate.

Quello era il giorno della riunione mensile degli Sproocycat, molto importante. Si faceva il punto della situazione e si pianificava il futuro. Avevano altre due bande di gatti con cui spartirsi la città e non era una facile convivenza. Dovevano continuamente organizzarsi, pianificare guerre-lampo, scegliere un nuovo luogo per i rifornimenti in modo da non prosciugare tutti i bidoni dell’immondizia. Lamù e Big-T, però, erano gatti di casa, e andavano lì solo per sentirsi parte della gang e divertirsi un po’ a svuotare i vasi con le piante delle vecchiette.

Non appena arrivarono al quartier generale, furono accolti con un chiassoso trillare di voci diverse. Erano sempre bene accetti, anche se, per gran parte del tempo, bevevano il latte o si leccavano la pancia. In quella mattinata però, il cielo era torbido di nuvole. Il grigiore dei palazzoni macchiava i loro sguardi crucciati. Stava accadendo qualcosa di strano in città e l’avevano capito dall’aria che tirava: stranamente formaggiosa. Così, con le code a forma di punto interrogativo, si sedettero cheti cheti attorno a loro. Nessuno osava dir niente, stavano tutti aspettando Dolly, la capobranco.

Lamù e Big-T capirono che sarebbe apparsa a momenti non appena la folla che li circondava si divise. Dal corridoio di gatti comparve una anziana micia, con un orecchio morsicato in chissà quale vecchio litigio, e la mano di una bambola al posto della zampetta destra. Aveva una lunga e folta coda bianca, unico suo vezzo, che faceva ondeggiare a destra e a sinistra. I suoi occhi gialli non avevano ancora perso la lucentezza e il fascino dei tempi andati. Sfilò innanzi a loro, lentamente, afferrando tutti gli sguardi dei gatti maschi. Poi si sistemò sopra un alto bidone dell’immondizia, osservandoli a uno a uno.

«Buon Miaogiorno, miei cuccioli», trillò schiudendo le fauci, «ho sentito che ci sono state un bel po’ di novità: aggiornatemi purrrre!»

«Mawow!» esclamò Big-T, «La novità è che sei ancora più bella di ieri, Dolly.»

E si beccò una zampata da Lamù, che trovava sempre insopportabili le sue smancerie.

«In vealtà» disse Lamù, «Non siamo usciti molto di casa, in questi giovni. Ma c’è qualcosa di stvano nell’avia. E qualche cane dev’essevsi pevso nelle fogne.»

«Sta bene lì!» rispose Dolly, «E quindi non sapete niente degli strambi animali che ci sono in giro?»

I due mici di casa si guardaro il muso e fecero spallucce. Allora intervenne un altro micio, tale Sbregghio, un tipo losco con una cicatrice sull’occhio e il muso macchiato. Si diceva fosse in intrallazzi particolari con gli animali dello Zoo.

«Mi permetta, signora.» disse accendendosi una cicca di sigaretta, «So che c’è stato qualche problema allo zoo comunale. La gatta del guardiano mi ha detto che alcune gabbie sono vuote e non sono più ammessi i visitatori.»

«Dunque gli animali devono essere scappati da lì, ma cosa li ha trasformati? Che siano i rifiuti tossici sepolti poco fuori da Paneremo?»

«Nah, i gabbiani ci banchettano ogni giorno e stanno benissimo.»

«E poi noi siamo ancora come prima…» disse Big-T. Ma poi si guardò la pancia e pensò che non era proprio come prima. Ma non era quello il momento di pensare alla dieta.

«Roarrr!», proruppe una voce potente.

Era quella di uno strano gatto che non somigliava per niente a tutti gli altri Sproocycat. Aveva il manto a strisce nere e arancioni, la pancia bianca e denti affilati come sciabole. La stazza però era quella di un normale micio non ancora castrato. Costui era alle prese con un povero scarafaggio che faceva di tutto per non farsi acchiappare. Tutte le discussioni si interruppero e gli sguardi si posarono su quella lotta selvaggia. L’insetto, riuscendo a passare tra le zampe del gatto, gli sfuggì e corse alla cieca. Per sua sfortuna, si trovò proprio in mezzo alla riunione degli Sproocycat, e in un attimo finì trafitto dagli artigli di Big-T. L’altro, per niente intimorito dalla gang, gli si avvicinò minacciosamente e disse:

«Giù le zampe, strana tigre albina, quell’insetto gigante è mio!»

Si udì un rapido mormorare di miagolii e poi, subitamente, il soffio serpentino del gattone che gonfiò tutta la sua pelliccia.

«Meomeomeow! Fuori dal nostro territorio, gatto mandarino!», gli gridava Big-T, gli altri s’erano messi tutti dietro di lui e, in men che non si dica, l’avevano circondato. Avevano le code gonfie e le orecchie ritratte sulla testa.

«Chi hai chiamato gatto?!» soffiò lo straniero, «Io per te sono Occhidolci, il più spaventoso felino di tutto lo zoo!»

Sentendo quel nome, Sbregghio cominciò a tossire e butto via la cicca. Si avvicinò al gatto tigrato e lo esamino perplesso.

«Occhidolci?»

«Sì. Tu chi sei? Assomigli a un gattino che passa spesso davanti la mia gabbia.»

«Io sono quel gatto, compare.»

«Impossibile, non è così grande.»

Sbregghio non seppe che rispondere e tutti gli altri gatti se ne stettero in silenzio. Dolly, che aveva osservato tutta la scena dalla cima del bidone, intervenne:

«Dimmi, bel micio di fuoco: come sei uscito dallo zoo?»

Occhidolci ci pensò un attimo e, titubante, rispose:

«Beh, non è stato difficile. Una mattina le sbarre si sono allargate così tanto che ci sono passato attraverso.»

I gatti ritrassero gli artigli, incapaci di credere alle loro orecchie appuntite. Un silenzio di tomba li stava adesso avvolgendo e nessuno osò emettere un verso. Solo Dolly ebbe il coraggio e l’ardire di miagolare qualcosa:

«Occhidolci, guardati bene intorno: ti sei rimpicciolito.»

La tigre si mise a scrutare la strada, poi i bidoni e gli edifici. Tutto era stranamente più grande di come lo ricordava e, a meno che non era la città che si era allargata di colpo assieme alle sbarre, doveva proprio essere come diceva lei. Un tremendo sconforto allora lo colse, e poco ci mancò che si mettesse a singhiozzare.

«Roaruw… me infelice, me misero! Ero così fiero e possente, tutti avevano paura delle mie fauci e delle mie grosse zampe artigliate. E ora? Ora sono soltanto un tenero micetto!»

«Miaomiaow! Non sottovalutarci, fellone! Noi gatti abbiamo lo stesso sangue delle tigri!», repicava Big-T, un po’ offeso.

«Sì, perdonate la mia impudenza, ma vorrei tornare come prima. Come faccio?»

«Ti aiuteremo a scoprirlo: noi felini dobbiamo darci una zampa a vicenda quando accadono certe mestizie», rispose Dolly con risolutezza, «Big-T, Lamù, voi che siete due lazzaroni d’appartamento, accompagnate il felide ristretto da qualche bravo veterinario.»

«Mao!» strillò Big-T, «Davvero? Non sarà pericoloso?»

«Non dive sciocchezze» lo rimbottò Lamù, «Savà un piaceve stare in compagnia di questa cveatuva selvaggia.»

«Bel micione, hai paura?» lo provocò Dolly.

Sentendosi quasi accusare di codardia, Big-T gonfiò il petto, fece tintinnare il collare luccicante e rispose:

«Assolutamente no! Cara Dolly, temevo solo di prendere le pulci. Lo scorterò dovunque tu voglia.»

Gli occhi di Lamù rotearono, che farfallone! Dolly non si scompose, era abituata alle lusinghe di Big-T e sapeva che poteva fargli fare qualunque cosa. Ora, la riunione sarebbe andata avanti fino all’ora della pappa, ma i due Sproocycat vennero subito mandati a compiere la loro missione. Con Occhidolci dietro, che camminava mogio mogio, andarono a cercare un dottore, ma non sarebbe stato un viaggio facile. Il suono di un motorino che si arrestava di colpo gli fece rizzare tutti i peli sulla schiena.