L’indomani, alle prime luci dell’alba, oltre i bagliori rossastri che si spandevano sulla moquette, a svegliarli non fu il canto del gallo, ma l’urlo acuto di un branco di scimmie. Ed era come se un intero esercito di scimpanzé fosse passato, lì sotto la finestra, a sgolare tutto il fiato che aveva nel petto. Il vecchio Tennents fu il primo ad aprire gli occhi, perché – come ogni anziano che si rispetti – amava alzarsi presto la mattina. Poi fu il turno di Zozzik e Gì, ancora scossi dalla nottata precedente. Non ebbero neanche il tempo di mangiare un boccone, ché il vecchio, con le energie rigenerate, li costrinse subito ad uscire di casa.

«Sveglia! Sfaticati giovinastri, non era un sogno quello che avete esperenziato ieri!»

Gridò così, mentre quelli ancora non si erano capacitati di che giorno fosse.

«Ho portato del ciarpame molto utile dal futuro, ma dobbiamo andare a recuperarlo. Purtroppo i bagagli si perdono anche nei viaggi temporali.»

«Ma che ora è? E tu chi sei?», proferiva Gì sbadigliando e stiracchiandosi come un gatto,«Ah, già: il tenero vecchietto! Sei ancora vivo, mi fa piacere!»

«È il giorno del giudizio, sbarbatelli. O quantomeno la vigilia. Non mettetevi troppo comodi, ci aspetta un bel safari.»

Zozzik, che si era alzato da terra solo per andare a sedersi su una poltrona macchiata di sciroppo d’acero, non aveva per niente la faccia di uno pronto a fare ciò. Cercò di assassinare Mr Tennents con lo sguardo ma, fallendo, si limitò ad esprimere un certo libero arbitrio dicendo:

«Non mi muovo senza un caffé.»

«Devi fare la cacca? Il bagno è di là», indicò Gì.

Purtroppo venne fuori che, tra tutte le erbette, i semini e le muffe che collezionava, a Gì mancava proprio il caffè. Aveva finito di acquistarlo da quando il Sud America era stato invaso dagli alieni francesi. Però, in compenso, aveva il tè alla borragine.

Il vecchio bandì subito le ciance e spinse i ragazzi fuori dall’appartamento. Era una bella giornata di sole e gli uccellini cinguettavano allegri vicino ai davanzali delle finestre. Il quartiere di Gì era un borgo di periferia frequentato dalla peggior gentaglia di Paneremo. In qualsiasi ora del giorno e della notte si potevano infatti scorgere gruppi di delinquenti armati e spacciatori di zafferano, infatti le arancine erano il miglior giro d’affari in quel momento. A ogni angolo di strada si sentivano gli odori di fritto e grasso che esalavano le ventole delle putìe. E l’aria s’infittiva pregna come una nebbia.

A quell’ora, fortunatamente, la maggior parte di quei poco di buono stava smaltendo ogni tipo di sbornia, e i nostri protagonisti si poterono muovere in tutta tranquillità. Mr Tennents si dovette rimettere nel bauletto, ma essendo già mezzo piegato dalla dormita sul pouf non fu così difficile farcelo entrare. Da lì gridava a Gì le indicazioni per trovare il posto in cui aveva nascosto le sue cianfrusaglie avveniristiche. Zozzik, poiché non s’era potuto prendere il caffè, appoggiava il mento sulla spalla di Gì, che si preoccupò non poco della bavetta che gli colava dalla bocca.

«Ehi, Zukkino, mi stai vaviando tutta la felpa!», esclamò allarmata.

Ma il ragazzo, troppo stanco per ascoltarla, continuò a guardare la strada distrattamente. Gì sospirò, facendo sobbalzare un ciuffo di capelli che ricadde in bocca a Zozzik.

«Siamo arrivati?», chiese al vecchio, non riuscendo a capire dove si trovasse.

Tra tutte le strade che avevano imboccato, in quella strana baraonda, questa era sfacciatamente disconnessa e piena di buche. Gli edifici si innalzavano sbilenchi davanti ai suoi occhi e i colori dei mattoni cambiavano una volta sì e una no. A Gì sembrò di trovarsi dentro a un sogno incompiuto. Uno di quelli che mescolava assieme spezzoni di realtà e li ributtava via masticati nella sua testa. Sulla targhetta in ceramica, un unico nome si stagliava ben dipinto:

VIA DEL FUTURO

«Fermati qua, ragazzina!», gracchiò il vecchio. E fu un suono ovattato, da dentro il bauletto.

Gì arrestò di colpo il motorino, frenando anche con le scarpe e strisciando tutta la gomma sull’asfalto. Zozzik diede una craniata così forte al casco di Gì che quasi vide le stelle a mezzogiorno.

«Te l’avevo detto di metterti il casco, stupido Zibibbo!», gli disse allora, tutta infervorata e azzeccando il cavalletto penzolante sulla pece nera. Scese giù dal Liberty giallo con un balzo. Zozzik, ancora rintronato, passò prima al posto di guida, poi scese. Infine fu il turno di Mr Tennents; i ragazzi lo estrassero faticosamente dal baule, quindi lo tirarono dalle membra per farlo tornare alla sua forma originaria. Ebbero appena il tempo di stiracchiare il vecchio, che una enorme ombra si stagliò sulle loro capocce.

«È una nuvola!» disse Gì.

«È un dirigibile… » la corresse Zozzik.

«No.» sentenziò Mr Tennents.

Effettivamente, ciò che proiettava quell’ombra era grosso quanto un dirigibile, spumoso quanto una nuvola, ma no, era un grosso orango con addosso un gilet catarifrangente e la coppola. Questo agitò le braccia mettendosi a urlare come un pazzo e ci mancò poco che afferrò Zozzik per tirarlo a sé. Si mise a saltare per tutta la strada e poi a ballare sul motorino, che era perfettamente parcheggiato. I due ragazzi si spaventarono talmente tanto che a stento trattennero il singhiozzo. Ma il vecchio non si scompose di un millimetro.

«Quello è l’Orango Abusivo e staziona nei parcheggi incustoditi. Tartassa i guidatori con le sue urla infami e pretende sempre qualcosa in cambio. Accastabbanna non avevate idea di quello che è successo nel futuro. Io ve l’avevo diciuto: addrabbanna c’è l’Inferno!»

Gì e Zozzik si guardarono un attimo di sottecchi mentre la bestia scatenata roteava e tirava loro banane ammaccate. Una strana sensazione li pervase, come se la situazione stava loro lentamente sfuggendo di mano. Poi però Gì ebbe l’illuminazione: prese due euri da dentro la tasca dei jeans e li mise in mano all’Orango. La scimmia, ottenuto il suo bottino, appulicò su un palo della luce lanciando urli di gioia. Per mezza giornata non avrebbero temuto di trovare gomme bucate.

«Che ho detto?» sbraitò Mr Tennents, «Vengo dal futuro!»

«Ah…» rispose Zozzik, annoiato, «Era solo un gioco di parole.»

«No, giovane fagiolo, una coincidenza. Da qualche parte dev’esserci ancora la mia macchina del tempo.»

«E ti ricordi dov’è?», chiese Gì, preoccupata perché aveva finito tutti i soldi per comprare le focaccine, «Facciamo presto che ho lasciato il gas aperto, ehm», mentiva spudoratamente, e infatti un feroce rossore le colorava le guance.

Allora il vecchio tirò fuori una bottiglia di chinotto dalla sua giacca inverosimilmente capiente, strappò il tappo con la dentiera e ingollò un gran sorso. Poi cominciò a camminare contando i passi e toccando certe pietre sui muri delle case.

«Sta seguendo delle tracce?» chiese Gì.

«Nah» rispose scettico, Zozzik, «Secondo me non si regge in piedi.»

In effetti Mr Tennents era un po’ ubriaco. Non per via del chinotto, ovviamente. Lo era da almeno trent’anni, e la sbornia tardava a passargli. Ma stava comunque tentando di ritrovare la strada per recuperare i suoi aggeggi anacronistici. D’un tratto, come se avesse messo la mano in un punto a caso, mosse leggermente una pietra, vi franò su e – in un istante – la estrasse dal muro in cui era incassata, non senza un notevole sforzo. Infatti di lì a poco si spanse un leggero fiato di chinotto amaro. E con le mani e con i piedi ancora buoni si infilò in quel buco, uscendone fuori tutto pimpante assieme a dei pezzi di tubo apparentemente inservibili.

«E con questi che ci facciamo?», chiedeva Zozzik perplesso, «Ci suoniamo la tromba?».

«Ehi ragazzino, non metterti a babbiare! Questa è roba seria!», rispondeva quello, ora disponendo le componenti di quello strano marchingegno una sopra l’altra.

«Questo è lo “Sfiatasorci”, ed è un bazooka modificato a trazione laterale spastica!»

«Wow! Spaziale!», esclamava Gì con tutti gli occhi sbrilluccicanti e i capelli pieni di elettricità statica.

Zozzik, a sentire tutto quell’entusiasmo per un tubo di PVC, alzò le braccia e compì un movimento di rivoluzione guardando il cielo.

«Oh! Il vecchio ha uno sparapatate! Voglio vedere che farebbe contro un… un… che ne so. Da quel che ho visto in giro potrebbe spuntare anche un rinoceronte con un’ascia sul naso!»

«Un rinasceronte!» gridò Gì.

«Esatto, bel nome.»

«No! È dietro di te!»

Zozzik si voltò repentinamente, rimanendo a bocca spalancata. Davanti a lui e in mezzo alla strada, caricava un gigantesco rinoceronte con una grossa ascia al posto del corno. La terra tremò, il cielo sussultò e Mr Tennents sporcò il pannolone. Tutti insieme gridarono terrorizzati, dividendosi un po’ a destra e un po’ a sinistra. Il vecchio, che ancora aveva in mano lo Sfiatasorci, ne approfittò per lanciare due grosse patate contro la bestia corazzata. Ma quella, in men che non si dica, le fece a fette.

«Non funziona! Servono i toporagni!», gridò.

«Che?!?», esclamò Zozzik.

«Tu fidati!», e così dicendo lanciò il bazooka nella sua direzione.

Il ragazzo lo imbracciò, un po’ impacciato, e prese a sistemarselo su per la spalla. Ma i piccoli topini, come fossero stati ammaestrati, sapevano già cosa fare. Si udì un concitato squittire da sotto al giaccone di Zozzik, così Peppino, uno dei più coraggiosi, uscì fuori e drizzò le piccole orecchie arrotondate. Con le zampette veloci passò dalla spalla all’imboccatura dell’arma, sistemandosi proprio sopra lo sfiatatoio a pressione atmosferica. L’atmosfera era in effetti molto tesa, e questo permise a Zozzik di lanciare il toporagno a velocità ultrasuper. Quello prese a librarsi in aria in un salto carpiato triplo con avvitamento frontale. Si attaccò come una ventosa su per il naso del rinoceronte e cominciò a smangiucchiare i suoi bulbi oculari.

Poi fu il turno di Rinaldo. Questi venne proiettato subito dopo Peppino, e andò a torturare le orecchie del povero rinasceronte. La bestia, infastidita da quei parassiti, cominciò a girare su se stessa nel tentativo di liberarsene. Ma fu uno sforzo inutile. Forse non è molto noto, ma certi toporagni sono muniti di sacche velenifere. Ovviamente il veleno di due miseri roditori non poteva sortire nessun effetto su un animale di quelle stazza, ma il ribrezzo e la paura lo fecero svenire come una casalinga. Fu allora che Zozzik si accorse di essere in possesso di una vera e propria arma di distruzione di massa. Le mani gli tremarono, le ginocchia gli ballarono e cominciò a sudare come una mucca. Gì, che era rimasta con le mani dentro alla sacca, cominciò a balbettare:

«I-i-i t-t-opolini…», indicava, «i topolini sono cannibali!»

E non si accorse del lungo braccio peloso che le stava cingendo la spalla. Dietro di lei, sentì qualcosa come:

«Uh uh oh ahaha!»

«C-che hai detto?»

«Uh ah ah uh oh!!», rispose l’Orango Abusivo.

«Ci sta chiaramente invitando in discoteca a ballare la disco densa», esplicò Mr Tennents, «Sarebbe scortese rifiutare.»

Zozzik compì un altro teatrale gesto di disappunto e fece per andarsene. Tutti gli dicevano che aveva un manico di scopa nel sedere, e questo era abbastanza vero. Non aveva mai compiuto movimenti particolari nella sua vita, a parte camminare. Ballare non gli piaceva proprio, e non ci riusciva. Ma Gì, che amava fare le capriole sul motorino, lo prese per una mano e lo trascinò ove l’animale peloso li stava conducendo. La “Balera delle Zie Schette” pullulava di giovanastri fino a scoppiare. Tutti danzavano freneticamente e scompostamente al ritmo di melodie trash-terrificanti e, non appena i nostri eroi varcarono la soglia con l’orango appresso, si sentirono leggermente osservati. Ma il vecchio Tennents si tuffò nella mischia cominciando a dinoccolarsi in movimenti complicati e passi dal ritmo sincopato.

L’orango, prima assai insicuro, vedendo il vecchio ballare esultò e si imboscò in quella selva di giovani strafatti e sudati. Subito si creò un cerchio attorno a lui e tutti lo ammirarono mentre eseguiva passi degni del miglior John Travolta. Per Zozzik l’imbarazzo era ormai insostenibile, il viso coperto dalle mani. I timpani, percossi da frequenze inumanamente basse, gli stavano esplodendo. Avrebbe voluto sprofondare in un abisso nero di vergogna, solo che era ancora mattina e i raggi del sole, che flebilmente passavano dalle finestre catarifrangendosi sulla palla prismatica, creavano un effetto strano sulla sua pelle e anche sui capelli di Gì che ora parevano onde del mare in tempesta.

Ne era ipnotizzato, ma era una cosa che non poteva accettare. Per qualche motivo, forse anni a pretendere di essere un duro, pensava che una ragazza come Gì, così eccentrica e spensierata, dovesse per forza farle antipatia. Ma quando lei lo trascinò sulla pista e cominciò a ballare peggio dell’orango, lui si sentì per un attimo felice. Così alzò lievemente le mani, senza spingerle oltre le spalle, e cominciò a muovere gli indici come le bacchette di due metronomi. Non seppe fare di meglio; i topini nella giacca invece fecero evoluzioni da paura. Fu un peccato non vederli.

Uscirono dopo qualche ora, tutti ingrasciati e bagnati di liquidi umani. Un po’ barcollanti tornarono gaiamente al loro mezzo di locomozione. Mr Tennents pareva un dente di leone, coi bianchi capelli e la rada barba all’aria, come attirati da uno strano magnetismo. Gì, con la musica ancora in testa, camminava ritmando i passi, ma la stanchezza la fece quasi inciampare. Zozzik, il povero ragazzo, stava con le mani in tasca e lo sguardo basso dalla vergogna. Distratti com’erano, non udirono il suono di alcuni piccoli passi dietro di loro. Due occhi diamantini li stavano osservando con curiosità e malizia. Uno strano individuo incappucciato procedeva lentamente verso la loro direzione. Li guardava con sguardo ferale, biascicando incomprensibili parole tra le sottili labbra rattrappite. Si rovistava nervosamente nelle tasche  bucate dei pantaloni, e fu da una di queste che scivolò via una briciola di tofu bianchiccio. Un pasto ben succulento per la tenera lumachina che strisciava tranquilla sul marciapiede.