«Ti conviene sedere l’acqua per l’Orzo Picciriddo, ragazzino. Ho una lunga storia da raccontare.»

Così sentenziò il vecchio, accomodandosi su un pouf dal quale si sarebbe alzato con difficoltà. Zozzik, che si trovava già abbastanza a disagio, non accettò di buon grado quel comando.

«Che?! Non è neanche casa mia!» sbottò, rimanendo in piedi al centro del salotto di Gì.

Era una stanza ben misera, a dir la verità. Arredata da pochi ed essenziali mobili ma di tonalità a caso che, in quella flebile luce notturna, sembravano fluorescenti. I paralumi di pelo rosa erano adagiati morbidamente su piccole cassettiere. Non si sa cosa ci tenesse lì dentro, ma lì sopra era pieno zeppo di chincaglierie e cianfrusaglie di scarso valore e nemmeno una cornice. Quando erano tornati, Gì si era accorta che sia i suoi due gatti pezzati che il suo pappagallo con la cresta erano scomparsi. Non se ne crucciò più di tanto, ritenendo che probabilmente erano andati a fare una passeggiata al chiaro di luna.

«Lo faccio io, l’Orzo Picciriddo, intanto accomodatevi…»

Zozzik prese uno sgabello, il più lontano possibile dal vecchio con la barba impregnata di chinotto. Forse stava cominciando a rilassarsi per via delle candele profumate, così fischiò col naso e sette piccoli toporagni si affacciarono da sotto la sua giacca.

«Su, andate a giocare un po’.»

Quelli non se lo fecero ripetere due volte e cominciarono a rincorrersi per tutta la casa e a giocare con le mille chincaglierie di Gì. La ragazza non era affatto infastidita da tutto quel movimento, anzi le piaceva avere un po’ di compagnia e i topolini erano simpatici. Andò in cucina saltellando e con chissà quali pensieri per la testa. Quando tornò con le tazze fumanti, il vecchio si appiccicò un cerotto alla nicotina e, schiarendosi la voce, disse:

«Grazie, Gì, ora siediti. Innanzitutto dovrei presentarmi… Tutti mi chiamano Mr Tennents, anche se ormai ho smesso pure di bere birra. Però ero un fenomeno a quei tempi, dannazione…»

Per un attimo il suo sguardo si perse chissà dove e i ragazzi, imbarazzati, sorseggiarono la loro bevanda lanciandosi un’occhiata.

«Ma ora sto divaricando!» continuò il vecchio, «Avete visto quegli strani animali piedi piedi? Beh, io lo sapevo prima di voi che sarebbe accaduto.»

«Abbiamo notato un leggero movimento, in effetti…», rispose Gì, un po’ titubante.

«Se lo sapevi prima perché sei arrivato così tardi?» lo interrogò Zozzik.

Il vecchio si strusciò colpevolmente i palmi sulle ginocchia.

«E beh… sono partito troppo presto, scusatemi.»

«Vorrai dire troppo tardi, bacucco.»

«Che ne capisci di viaggi nel tempo tu? È ovvio che sei parti presto per andare indietro fai tardi!»

«In effetti non fa una piega», interruppe Gì, mordendosi il labbro.

«Vieni dal futuro?!» chiese stupido Zozzik, «Mi parevi piuttosto un reperto archeologico…»

Mr Tennents non colse la provocazione, anzi, quasi stava per avere un’altra crisi di riso.

«Sì, giovanotto, vengo da un futuro terribile! Di quelli che si possono aggiustare solo andando nel passato. Fortuna che avevo… avrò un amico ingegnere. Quello che avete visto oggi? Non è niente in confronto al futuro. Tra qualche anno ci saranno ancora più bestie strambe in giro, tutto questo perché nessuno si vorrà prendere la briga di fare qualcosa e la gente penserà solo a fare video per avere freccette colorate su Internet.»

L’aria divenne tesa e quasi si tagliava con il coltello. Persino i toporagni, che fino a quel momento stavano giocando spensierati, adesso ascoltavano attentamente il vecchio. Una folata di vento gelido passò da sotto alla finestra, come uno spiffero, scompigliando le tende e facendo raffreddare l’Orzo a Zozzik e a Gì che erano rimasti come imbambolati. Il silenzio fu rotto da Pippino. Il piccolo toporagno squittì agitando una zampetta.

«Vuole sapere che dobbiamo fare.» interpretò Zozzik.

«Oggi Gì ha dato un bell’esempio di quello che dovremmo fare: occuparci di quegli animali disgraziati prima che diventino troppi e troppo strambi. Ma questo non servirebbe a niente senza liberarci pure della causa di tutto il trambusto: Le Taddarite Insonni!»

«I pipistrelli?» rispose Gì sgranando gli occhi, «Ma quelli sono tanto carini!»

Zozzik sfiatò una risata dal naso, a sentire ciò, e lanciò un toporagno di nome Turiddo sulla testa verde di Gì.

«Le Taddarite Insonni sono dei sedicenti animalisti! L’anno scorso distribuivano zuppa di verdure ai gatti randagi, non ricordi?»

«Oh sì, è per questo motivo che mi sono venuti tutti i capelli verdi. Mangiandola io al posto dei gatti!», squittiva Gì assieme a Turiddo, lì appollaiato sulla sua testa, «Prima erano rosa.»

«Hai fatto un bel passo avanti.» la provocò Zozzik.

Lei non sembrò particolarmente piccata da quell’affermazione, preferendo contemplare il fondo della tazza, come assorta nei suoi pensieri. Mr Tennents riportò l’attenzione su di sé con un colpo di tosse catarroso.

«Facciamo i seri, porca matrioska! Gente normale direbbe che ci serve un piano, ma temo che qui nessuno sia in grado di pensarne uno…»

Gì alzò la mano, tutta pimpante.

«Io… io! Ce l’ho un piano!», disse con un sorriso a trentadue denti.

«F-forse questi animali hanno solo bisogno di un po’ di carezze, no?»

«Ma sì!» esclamò Zozzik, «Andiamo a fare le coccole a quella giraffa! Ah no… l’hai decapitata.»

Gì, a sentire quel vile sarcasmo, si affunciò. Il labbro inferiore quasi le arrivò a terra e si sentì in colpa. Mr Tennents, che faceva del suo meglio per raccapezzarsi su quella situazione, non sopportò il bullismo di Zozzik, e gli tirò un’anatra di gomma sulla fronte.

«Lascia in pace la ma… ehm, la magnifica Gì. Dobbiamo fare squadra. È per questo che vi ho cercati, babbioni.»

Zozzik si pentì, senza darlo a vedere, di essere stato così rude, e fece segnale a Turiddo di grattare la testa a Gì. Ciò le risollevò l’umore, tanto che stava per dire qualcosa, se solo il vecchio non si fosse messo improvvisamente a russare come un trattore, impedendo qualsiasi dialogo. Gì, intenerita da quella situazione, lo coprì con una copertina di lana e gli mise un tappo di sughero in bocca.

«Guarda: si è assuntumato! È proprio un angioletto!»

«Tienitelo pure, Gì.» disse Zozzik radunando i suoi roditori, «Io sto andando a casa. Non mi va di immischiarmi in questi affari puzzolenti.»

«Ma come? E la salvezza della Sicilia?», gli rispose preoccupatissima, «Te ne vai così, senza far niente? Tu sei il protagonista di questa storia!», sbuffò.

«Ma non mi piace! Non ho una pistola, non ho un motorazzo e non ci sono neanche veri mostri! Solo de-de-de-degli animali semi-mitologici ridicolissimi!»

Gì non seppe che dire e guardò Zozzik uscire dalla porta. Rassegnata, stava per mettersi a nanna, ma d’un tratto sobbalzò udendo un terribile latrato provenire dalla strada. Fu solo uno, poi si udirono dei passi affrettati risalire le scale e la porta tremò sotto i pugni di Zozzik. Aprì allarmata, con ancora il pigiama e i capelli intrecciati in un turbante.

«Che è stato?»

Il ragazzo, ormai al sicuro, tento di riacquistare la sua aria da spaccone:

«N-niente, gioiello, mi seccava andare fino a ca…»

La recita durò poco e Zozzik corse a nascondersi dietro una tenda.

«C’era uno squalo! In un tombino! E… e… mi ha abbaiato contro!»

Gì sgranò gli occhi e, tutta preoccupata, scostò di poco la stoffa, infilandosi anche lei.

«M-ma… ma… s-sei s-s-sicuro? Non è che ti ha fatto male l’Orzo? Non ho controllato la data di scadenza», ma già dibatteva i denti anche lei e tremava come una foglia. Era così turbata che si era persino dimenticata di accendere le luci e, nel silenzio di quella minuscola casa, si udiva soltanto il russare soffocato di Mr Tennents.

Poi, di nuovo, un tremendo latrare.

Quel suono raggelante li fece sobbalzare entrambi e Gì si attaccò al braccio di Zozzik come un koala. Zozzik, per un attimo, si sentì fragile quanto un eucalipto. Non si era mai trovato in una situazione del genere con una ragazza: al buio, dietro una tenda, con un vecchio che dormiva dall’altra parte. Non da sobrio, almeno. Sentiva che con Gì non poteva fare lo smargiasso come con le altre ragazze, e ciò lo mandò in totale confusione. A quel punto, il suo cervello girò come un dado e, quando si fermò, Zozzik disse casualmente:

«Vuoi guardarmi di nuovo l’ombelico?»

Prima che finisse di pronunciare l’ultima sillaba, di Gì era rimasto solo il profumo alle prugne. Completamente sfinito, allora, si coricò sul bordo della tenda.