Le macerie della Posta Centrale stavano ancora fumando, i francobolli come nevischio si posavano sulla strada. Qualcuno già arrivava, con un coltellaccio in mano, per accaparrarsi una fetta del delizioso tonno che ancora si dibatteva. Gì e Zozzik osservavano quello spettacolo con stupore, affascinati da cotanta violenza.

«Beh, allora, visto che adesso non hai niente da fare, accompagnami da una parte.»

Zozzik gelò Gì con quella apparente innocua richiesta. Ma l’ormai ex postina, già rassegnata al suo destino, acconsentì mogia mogia. Anche perché le scocciava tornare a casa dai suoi due gatti e dal suo pappagallo con la cresta. Durante tutta la strada, la ragazza non fece altro che mugugnare tra sé e sé e il motorino andava così lento che furono sorpassati perfino da una scimmia con la lapa.

«Un tonno… ciclista», continuava lei.

«No, senti… qui c’è qualcosa di strano.»

«E non aveva nemmeno i pantaloncini!»

Poi si zittirono entrambi, perché erano anche in fase di elaborazione ed era difficile esprimere qualsiasi altro pensiero. Zozzik stesso, per far capire a Gì dove andare si limitava a muovere le braccia come un fantoccio agitato dal vento. Così, tra un colpo di tosse, una scaffa a mezza strada e una cacca di cane, cominciarono a infognarsi in un vicolo dopo l’altro. Ovviamente e come al solito, Gì era ignara in che luogo Zozzik volesse condurla ma tanto, si diceva, peggio di così non poteva andare.

La Via delle Seghe era la destinazione finale dei nostri due, assemblati un po’ a caso, protagonisti. Luogo in cui pullulavano letteralmente le botteghe dei carpentieri di Paneremo e i bugigattoli dei costruttori di qualsiasi genere di archibugio. Gì la conosceva a menadito, anche perché era lì che si riforniva dei pezzi di ricambio per Pino. Quando i due ragazzi arrivarono davanti a un grosso casolare che pareva abbandonato, il suono del legno e delle pialle accompagnava già il borbottìo della marmitta.

Il motore si spense e i rumori dei carpentieri rimasero nell’aria come un suono di cicale, un sottofondo che non faceva altro che accentuare un certo senso di disagio, per lo meno nella ragazza, che non sapeva cosa facessero lì. Zozzik, che era invece totalmente cosciente degli affari che lo portavano in quelle viuzze poco osservate, sudava freddo.

«Che ci facciamo qui?» chiese Gì, «Sembra uno di quei posti in cui vanno a pisciare gli sbronzi.»

«Non farti trarre in inganno dall’odore, c’è una pescheria qua dietro. Ma io sono qui per… affari.»

«Che tipo di affari?», chiese, curiosa, la ragazza. Squadrandolo dal basso verso l’alto (ché altrimenti non poteva fare).

«Affari… miei!» e così dicendo Zozzik abbandonò la sella e armeggiò per alcuni secondi col suo telefono.

Gì non ebbe il coraggio di chiedere altro, anche perché vide una foglia secca volare e si concentrò su quella. Dopo alcuni minuti dei passi sconnessi risuonarono nella via e un losco figuro apparve in fronte a loro.

Era un omone alto e grosso, con le braccia di un gorilla e la faccia da porco. Il suo sguardo era truce mentre si perdeva ardentemente negli occhi di Zozzik, come se avesse voluto azzannarlo in quello stesso istante. Il giovane deglutì sonoramente, tanto da far balzare Gì, e si mise le mani in tasca.

«Ti stavo aspettando», sibilò quello con una voce che pareva l’eco di una caverna.

«Veramente ero qua prima di te…», rispose poco convinto Zozzik.

«Lo so, ma ero sbronzo e sono andato a pisciare. Hai quello che voglio?»

Dopo essersi lisciato il baffetto, Zozzik rovistò sotto il giaccone e ne trasse qualcosa che per un attimo celò tra le mani.

«Scusami, Pippino», sussurrò tra i suoi palmi, «spero ti tratterà bene.»

Si udì un lieve e dolce squittìo, e per un attimo, solo per un attimo, si intravide una scintilla trasparente tra le guance di Zozzik, ma forse era solo una caccola. Gì l’osservava con un po’ di apprensione e s’era avvicinata quatta quatta, senza fare rumore.

«Da’ qua!», proruppe invece l’omaccione, agguantando bruscamente la figurina misteriosa tra le mani di Zozzik. Da dentro il suo pugno chiuso fece capolino una piccola testa di roditore. Un grazioso toporagno gridava adesso una flebile richiesta d’aiuto, ma la mano di nuovo si strinse e l’uomo, guardando Zozzik in cagnesco, lo minacciò:

«Mocholla… sai che il traffico di roditori è in mano al clan Pitosforo. È roba nostra! Io vorrei stoccarti le gambe, ma mi hanno detto di darti solo un messaggio: vai a vendere i tuoi sorci altrove, o ti stocchiamo anche le braccia!»

Avrebbe voluto continuare quel discorso da scagnozzo di terz’ordine dei film di serie b, ma un bullone a forma di stella gli colpì il cranio. Per lui fu come la puntura di una zanzara. Si voltò, schiumando dalla bocca e lasciando cadere il toporagno che, finalmente libero, andò a rificcarsi dentro al giaccone nero di Zozzik. Gì stava là con la mano non ancora ritratta e un’espressione ebete sul viso.

«Ehm… ops?»

«’Sta scugnizza!» gridò il nerboruto malvivente.

Ferito nell’orgoglio, era pronto a malmenare due indifesi ragazzi, ma non appena alzò il braccio, rivelando un’orribile chiazza di sudore, un oggetto non identificato lo colpì al viso. Gocce di sangue scuro andarono a macchiare l’acciottolato, mentre quello, storcendo gli occhi, guardava una vecchia dentiera, gialla e puzzolente, che gli aveva afferrato il naso come una trappola per orsi. Evidentemente impressionato, emise un acuto sospiro e svenne.

Zozzik e Gì sgranarono gli occhi e gridarono all’unisono per lo spavento, indietreggiando appena dal brutto ceffo. Davanti a loro invece si parò un vecchio malridotto e barcollante con una bottiglia mezza vuota di chinotto in mano e le labbra ritratte nelle gengive, lo stesso che aveva incontrato Gì quella mattina.

«Vecchio… ma tu…»

«Non ringraziatemi», iniziò lui, con un po’ di zeppola, sputacchiando a destra e a sinistra.

Poi, puntellando un piede sul petto dello scagnozzo, che già russava, cercò di riprendersi la dentiera.

«Fpero di non tirarmi appreffo anche il nafo, ragazzi.»

Una volta recuperata la protesi, la strofinò sulla propria giacca, ottenendo tutto il contrario di quello che sperava. Se la sistemò in bocca comunque e poi, notando un certo silenzio, guardò i due ragazzi con aria interrogativa. Loro facevano altrettanto, e per un minuto e mezzo andarono avanti così. Ad un tratto, però, il suo sguardo si fissò su Zozzik. Un rantolo gli salì dal petto e presto si trasformò in un’incontrollabile risata. Il vecchio dovette appoggiarsi a una parete per non cadere a terra, talmente era divertito.

Gì e Zozzik, perplessi, alzarono le spalle. Zozzik, più di tutti c’era rimasto male.

«Che ha da ridere sto vecchio?»

«Non lo so, è stato lui a darmi la busta per te.»

Il ragazzo sbiancò come un cadavere e, preso dal panico, cercò di rimettersi in sella al motorino.

«P-presto: togliamo le tende!»

Non voleva di certo andare in prigione e quello doveva essere per forza un poliziotto in borghese. Lo si capiva dallo sguardo truce. Era come guardarsi allo specchio, uno di quelli che mettono ai Luna Park. Il vecchio, dopo essersi calmato con un sorso di chinotto, cercò di tranquillizzarlo:

«Non ti agitare, Zozzik, quella busta serviva solo per attirare la tua attenzione. Ci sono un paio di cose che devo dirvi, ragazzuoli.»

«Che? Come sai il mio nome? Ci conosciamo? E poi di cosa dobbiamo parlare? Io non so niente», rispose lui, ancora impanicato.

«ZAN ZAN ZAAAN!» gridò il vecchio.

Zozzik a quel punto stava per fare un commento sull’età e sullo stato mentale dell’anziano analcolizzato, ma un sottile gridolino lo interruppe. Era Gì che, allontanatasi un attimo chissà  perché, ora era sotto un muro, paralizzata dal terrore.

«S-scusate l’interruzione, ma penso che mi stia succedendo qualcosa ai capelli!»

I suoi capelli erano effettivamente tutti in su, più del solito, tirati non dall’aria ma da qualcosa che, lentamente, la stava sollevando. Sopra di lei una grossa mandibola si contendeva quei verdi filamenti di cheratina con altre sei teste. Sette giraffe inglobate in un’unica bestia grufolavano e sbavavano sul suo capo. Gì emise un acuto urlo di terrore, perdendo una Converse nel frattempo.

«Ma che diavolo…», esclamò Zozzik senza poter finire la frase.

«Quella è la potente giraffa Hydra, ragazzino. È un essere pericolosissimo che si diverte a mangiare i capelli verdi delle persone. Guardacaso la tua amica è a portata di bocca.»

«Ma da dove è uscita fuori?»

«Beh, tutto è cominciato quando…»

«Aiuto!» gridò Gì, interrompendo la lezione.

Effettivamente i piedi le penzolavano ormai a un metro da terra e i suoi capelli passavano da una testa all’altra.

«Non hai delle forbici in quella sacca?» le chiese il vecchio.

«E per fare cosa?», rispose allarmata.

«Così ti liberi, tanto poi ricrescono!»

«N-no, non voglio… ci ho messo tanto per farli crescere! Aaaah!», gridò tirata a destra e a sinistra.

Effettivamente non se li tagliava dal giorno in cui la sua parrucchiera preferita (a Palermo, la sua città natale) aveva tirato le cuoia in seguito a un’overdose da tintura chimica. Dunque erano cresciuti davvero a dismisura. D’un tratto si ricordò della sacca delle meraviglie che teneva ancora a tracolla, e – in men che non si dica – tirò fuori la sua katana Gattari Sanzi, affilata come il dente di uno squalo. Fece scorrere la lama scintillante dell’arma fuori dalfodero con una spinta del pollice, poi, impugnatala con la mano destra, la roteò sopra di sé. Un colpo secco servì a decapitare le sette teste dell’hydra in una pioggia di sangue fresco e scintillante che le macchiò tutti i vestiti. Si ritrovò col sedere a terra e finalmente libera.

Zozzik la guardò sbigottito, pure i topini che aveva in tasca si affacciarono, tutti curiosi.

«Ma che robe tieni nella borsa?»

«Beh, può sempre servire un pelapatate.»

«Ben fatto, ragazzina!» pronunciò il vecchio, «ora dobbiamo trovare un posticino tranquillo per parlare. C’è una situazione in città che potrebbe risolvere chiunque, ma per qualche motivo ho deciso di affidarmi a voi.»

«Possiamo andare a casa mia», disse Gì, attorcigliandosi i capelli sbavati, «non c’è nessuno. E poi voglio farmi una doccia che sono tutta ingrasciata!»

Quindi indossò il casco e salì in sella a Pino. Zozzik, fingendo di sbuffare, si accomodò dietro. Il vecchio, invece, stette a guardarli, attendendo una reazione.

«Beh?» gli chiese Zozzik.

«Eh, non ci entriamo in tre su quel motorino.»

«È vero…» disse Gì, e si grattò il mento per trovare una soluzione. «Ma sei uno scoppo, se ti pieghiamo forse entri nel bauletto!»

E così fecero, lasciandogli una piccola fessura per l’aria affinché non soffocasse col suo stesso alito. Mentre i tre si allontanavano accompagnati dall’allegro borbottare della marmitta, l’hydra, apparentemente esanime, mosse una zampa. Loro non se ne accorsero, ma altre sette teste nuove stavano crescendo al posto delle vecchie, sviscerate e neonate, come fossero code di lucertola.