La bronzea testa d’asino fu vista saltare in aria dilaniata, mentre Gì le passava davanti cercando senza successo di controllare il proprio mezzo. Atterrarono davanti a quello che restava del monumento rotolando e gridando, ma senza rompersi niente. Zozzik rimase cautamente sull’asfalto, guardandosi intorno prima di decidere se fosse sicuro rialzarsi. Mentre Gì tentava di rianimare il motore di Pino, Mr. Tennents andò a nascondersi dentro una cassetta postale. Ci fu un minuto di calma in cui i tre ebbero modo di appurare il proprio stato di salute e scansionare l’ambiente per capire chi o cosa li avesse attaccati. La strada pareva essere vuota, non un’anima la percorreva e nessuno sguardo vi si posava sopra dalle tapparelle socchiuse, ché tutti erano andati a nascondersi nelle cantine. I due ragazzi si strinsero, in attesa che qualcosa accadesse, e i topolini trattennero i loro minuscoli fiati. Si udì un cigolio sinistro, poi dei tonfi sordi.

«Stolti! Nascondetevi!» strillò il vecchio mentre si staccava francobolli dal sedere, nervosamente.

Non riuscirono a sollevare un piede da terra, però, le braccia e le gambe intorpidite dal terrore, gli sguardi vacui. Potevano aspettarsi davvero di tutto in quel momento, eppure, quando un enorme rettile dalla testa rugosa avanzò per la strada, montò in loro un morso feroce di disperazione. Di scappare non se ne parlava, ben di meno star lì a urlare. La voce era andata via, assieme al coraggio, alla spavalderia, ai sentimenti di rivalsa. Tutto era perduto: la città ipocrita con le sue piccole strade e la sua piccola gente, le palazzine seriali e i miseri quartieri storici. La spiaggia d’oro con quel tramonto che pareva un turbine di fuoco.

Il fuoco lo sentivano quasi addosso mentre l’enorme tartaruga sparava a raffica da un oblungo cannone. Perso il carapace in seguito alla sproporzionata crescita, s’era appropriata indebitamente di un carro armato dell’anteguerra e lì vi aveva stabilito la propria dimora. Con abile ferocia era riuscita a capirne i meccanismi complicati, e ora vagava con micidiale lentezza seminando distruzione.

Mr. Tennnts si guardò la schiena: l’aveva combinata grossa.

«Scappiamo via! La tankaruga non sarà soddisfatta finché non avrà annientato qualsiasi creatura vivente davanti a lei.»

Per sua fortuna Gì aveva appresso la chiave universale per aprire le cassette postali, e lo tirò fuori assieme a un mucchio di cartoline. Si illudevano di avere il tempo di scappare, ma erano già sotto la mira della mostruosa testuggine balistica. Non poterono far altro che coprirsi gli occhi per non vedere la morte che gli arrivava addosso sotto forma di proiettile. Il colpo però non partì e invece di uno scoppio si udì un verso rabbrividente simile a decine di pesanti sedie di legno che vengono trascinate su un pavimento di marmo mentre cento tigri urlano in coro assieme ad altrettanti elefanti.

Da una strada laterale sbucò un animale ancora più grande della tartaruga. Si muoveva sulle due grosse zampe posteriori, spaccando l’asfalto mentre andava all’attacco della sua preda. Con la lunga coda che si muoveva in preda a una infantile euforia abbatteva i lampioni, e dal cavo orale irto di zanne acuminate lasciava andare ettolitri di saliva.

«È un tirannosaurus rex?!» disse un signore indicando la bestia.

«No!» replicò una vecchietta, «È un canis lupus familiaris

«Ignoranti!» li sgridò Mr. Tennents, «È un canissaurus rex!» e si nascose sotto il guscio che una volta apparteneva alla tankaruga.

Nel frattempo, il terribile C-Rex aveva ingaggiato una lotta senza quartiere contro di lei. Quel cane-dinosauro non era altri che il giocoso Rollòn sotto gli effetti di un pezzo di tofu particolarmente proteico, forse lo stesso ingurgitato dalla tartaruga con cui si stava ora acchiappando.

Per l’allegro loppide trasformato non fu difficile sottometterla, e con un colpo di muso la ribaltò a testa in giù, le zampe per aria che si agitavano in maniera confusa. La tankaruga, perso il vantaggio strategico derivato dal carapace corazzato, cominciò a girare su se stessa e a emettere suoni acuti e trascinati. L’enorme garbuglio di carne rettile e carrozzeria prese fuoco e Rollòn ebbe solo pochi secondi per allontanarsi prima che, sotto gli occhi esterrefatti dei protagonisti e dei pochi superstiti, questa esplodesse in una miriade di coriandoli di bruno colorati e arrugginiti in un’ultima, spaventosa detonazione. Quel rimbombo deflagrante aprì loro i timpani come il coltello acuminato che scoperchia un’ostrica. Appiattiti sull’asfalto rovente non ebbero nemmeno il coraggio di guardar su, sull’agghiacciante devastazione che aveva rigettato Paneremo.

«Ora ce ne possiamo andare?» chiese, esausto e disperato, Zozzik.

«Direi!» gli rispose il vecchio, «Credo che quel mostro ormai possa andare dallo sfasciacarrozze. In più c’è quell’altro che sta puntando il tartufo verso di noi…»

Era così, Rollòn, finito di giocare con l’abnorme tartaruga, aveva ora percepito i miasmi provenienti dai suoi fetidi amici e vi rivolse il grosso naso nero. Gì si alzò da terra, tutta sporca e con i vestiti ridotti a stracci impolverati, ma con gli occhi tondi e lucidi come due biglie.

«Cagnolone!» gridò, già immaginandosi immersa in quella soffice pelliccia a coccolare l’enorme bestia.

Rollòn, sentendosi chiamare, alzò la testa, la bocca chiusa e il respiro fermo, segno che nei cani precede sempre la pazza corsa verso le braccia pronte a coccolarli. La terra tremava di nuovo sotto le sue zampe, ma Gì lo guardava trasognante mentre si avvicinava, ignorando le conseguenze di pur solo una leccata di quell’animale smisurato. Ci mancò poco che lei e i suoi compagni venissero schiacciati come le lumache sui marciapiedi, ma un’invisibile palla lanciata da Zozzik riuscì a distrarre per un breve momento il C-Rex, dandogli il tempo di montare in sella e scappare verso casa. Rollòn non si rese conto dell’inganno e non si offese,  ma quando li vide sfrecciare via li rincorse felice, che bel gioco era!

Schizzando sulle due ruote rovinate, percorsero la strada fino all’amabile dimora di Gì così velocemente da far volar via tutti i volantini bruciacchiati della campagna elettorale. E, arrivati, chiusero la porta in un fragoroso tonfo. Il povero cagnolone, un po’ deluso di essere stato lasciato fuori, si mise ad aspettarli accovacciato sulla ghiaia del cortiletto, in attesa che qualcuno uscisse fuori a giocare con lui. I suoi tre amici, però, neanche nel pieno delle loro forze avrebbero avuto il coraggio di andargli vicino. Figuriamoci ora, stanchi, sporchi e provati da quella giornata di guerra, riuscirono solo ad abbandonarsi in un sonno profondo, cullati dalla soddisfazione di aver salvato Paneremo del Fiasco dall’apocalisse animalesca. Eppure, in fondo al cervello, sapevano che le loro fatiche non erano finite, ma ci avrebbero pensato il mattino dopo. Quel che restava della notte sarebbe passato sereno per loro, anche se il vecchio ebbe un sussulto nel sonno quando sentì, provenire da fuori, una voce fastidiosa e gracchiante che ben conosceva:

«Gne eh eh eh! Ballate! Ballate!»