I tre cacciatori continuavano a cercare le loro prede. Erano però male armati, perciò Zozzik propose di fare un salto in un negozio di fucili.

«Minchiaggini!» strillò Mr. Tennents, «Sono aggeggi troppo pericolosi.»

«Per questo funzionano, babbo d’un vecchio!»

Quello gli agitò le mani davanti alla faccia lamentandosi come un rubinetto pieno d’aria.

«Gneee! Passiamo da un ferramenta e ti faccio vedere io una vera arma! E poi anche da un supermercato, eh.»

«Biscotti!» esclamò Gì col volto che le si illuminava, «Ehi, ma chi mi sta puntando questa luce addosso?»

Effettivamente i tre erano stati avvicinati da un uomo in divisa piuttosto preoccupato. In divisa si fa per dire, perché era coperto solo di stracci che un tempo, forse, rassomigliavano a un’uniforme dei vigili urbani. Quello arricciò la bocca sotto ai suoi baffi che parevano i ciuffi di una spazzola, si passò una mano sulla pelata lucida e iniziò:

«Signori», ansimava, «che ci fate in giro a quest’ora? Non sapete che c’è il coprifuoco?»

«Coprifuoco?», esclamò Zozzik, «e da quando? Ma siamo ancora a Paneremo?»

«E dove vuoi che siamo? A Carrapipi? Con questa storia degli animali ormai non si può più andare in giro, si può uscire di casa solo per buttare la spazzatura.»

I tre si guardarono attorno ma era come se fossero caduti dalle nuvole. Tutta quella storia stava precipitando troppo velocemente e non se n’erano manco accorti.

«Ci sono ancora tanti animali pericolosi in giro?» chiese Mr. Tennents.

«Eh, lo zoo si è praticamente svuotato! Anche gli animali più innocui stanno terrorizzando la gente, e sono tutti chiusi in casa come le monache.»

«Stia tranquillo, signor vigile», rispondeva Gì in posa da damigiana, «La città tornerà un piccolo paradiso prima che lei riesca a dire “contravvenzione”!».

«E come?» chiese quello incredulo.

«Io e i miei compagni combatteremo fino all’ultimo animale anomalo. Ne abbiamo già fatti fuori almeno due!»

Il vigile squadrò per bene i soggetti che si trovava davanti. Tre individui logori, denutriti, disarmati e con abiti ridicoli.

«Io rimango incredulo», gli fece. Poi li salutò e andò a nascondersi in chissà quale inefficace nascondiglio (sappiamo infatti che il giorno dopo sarebbe stato ucciso da un’ostrica gigante).

Gli inadeguati eroi salutarono lo strano uomo luminoso e procedettero verso il centro del paese.

Assecondando le direttive del vecchio, passarono innanzitutto da un ferramenta. Il primo che trovarono sulla via era aperto ma completamente deserto. Meglio così, erano senza una lira. Mentre Gì e Zozzik gironzolavano tra gli scaffali giocherellando con viti e bulloni, Mr. Tennents andava raccattando materiale un po’ a caso.

«Non sarò un ingegnere capace di compiere chissà quali prodigi…» disse dopo qualche minuto, uscendo da un corridoio con due strani aggeggi sottobraccio, «Ma qualche arma so costruirla anche io!»

Gì ne fu quasi colpita, ma i riflessi ereditati dai gatti le permisero di afferrare l’arma al volo.

«Che cos’è?» chiese esaminando l’indecifrabile collage di oggetti.

«Quella?» rispose il vecchio indicando una chiave inglese gigante, «quella è una chiave inglese gigante. L’ho attaccata a una catena così puoi usarla come micidiale arma da mischia.»

La ragazza osservò un po’ perplessa quella chiave-catena quasi più grande di lei, ma senza perdersi d’animo riuscì a farla roteare. Demolì tre scaffali e quasi decapitò Zozzik, sembrava felice. Per sé, Mr. Tennents, aveva invece costruito un bastone da passeggio che era in realtà una zappa.

«E per me?», chiese Zozzik deluso.

Il vecchio si rimise ad armeggiare nel mucchio di ferraglia con un fracasso assordante, poi cavò fuori un pugno di oggettini minuscoli che consegnò direttamente ai topini del ragazzo. Quelli, tutti felici, cominciarono a costruirsi da soli le proprie armi distruttrici politrope, tra le quali: una penna con una graffetta appuntita, una cerbottana sparachiodi e un gancio di fil di ferro.

Armati fino alle ginocchia, gli indomiti eroi tornarono a epurare le strade di Paneremo dalle orribili aberrazioni animalesche. La piazza era un bagno di sangue, nuda dal vello di gente che vi camminava ogni giorno. La pioggia d’acido sgorgava fitta fitta sulle strade e sull’unico monumento della città: una grossa testa d’asino che pareva impagliata. Si sarebbe detto un normale acquazzone primaverile, ma il chiasso non c’era, inghiottito da un inguaribile terrore. Da lontano il suono di versi inumani raggelava l’aria.

Poi un grido di donna. Lo seguirono, pieni di adrenalina e pronti alla lotta. Girato un angolo una signora sbucò da un cortiletto e si buttò, gemendo, addosso a Mr. Tennents.

«Aiutatemi! Volevo solo raccogliere qualche lumaca… »

«Che succede, signora?» chiese il vecchio, tutto rosso dall’imbarazzo e dallo sforzo che faceva per non accartocciarsi.

«Uno di quegli animali! State attenti!»

«Bene! Io e i miei pupilli siamo qua per aiutarla.»

La lasciò andare, quella rotolò a terra e lui, gonfiando il petto come un pollo, avanzò verso il cortiletto pronto a zappare qualche capoccia pelosa. Zozzik e Gì, ovviamente, gli facevano da coda.

Un’ombra minacciosa rabbuiava le siepi, seguita da un soffio agghiacciante.

«Oing!»

La grigia foca coi baffi andò loro incontro agitando una pinna in segno di saluto. Sul capo portava un grosso cappello a falde larghe color giallo paglierino. Non fece in tempo a dire “panino alla spigola” che una violentissima zappata sul muso la fece stramazzare a terra. Il cappello, che era volato via, fu raccolto da Mr. Tennents e usato per salutare in modo galante la spaventata signora.

Zozzik e Gì guardavano orripilati il corpo senza vita del pinnipede.

«Sembrava così innocua…» disse il ragazzo.

«Aveva solo un cappello!» rintuzzò lei.

«Bazzabubbole! Un giorno hanno il cappello e il giorno dopo saltano dentro a un cerchio di fuoco. Avrà sicuramente ucciso qualcuno per averlo!»

La scena del delitto fu abbandonata. I gatti del quartiere o qualche altra bestia avrebbero spazzolato il cadavere.

Molti animali, riunitisi in piccoli branchi, si acquartieravano presso le piazze, i parcheggi, le aiuole delle rotatorie e altri spazi ampi e ricchi di erbacce da brucare. Altri, dotati di ali, trovavano sulle cime delle case un rifugio e un buon punto da cui prendere la mira sulle ignare prede. Quanti poveri cagnolini furono artigliati da quello strano pinguino-missile capace di prendere il volo! I predatori più grossi si nascondevano invece nell’ombra, ed era sempre da temere un attacco ogni volta che si girava l’angolo. Poi c’erano i rospi. Ce n’erano tanti allo zoo di Paneremo, non si sa chi avesse voluto creare un ambiente per  quegli anfibi così poco interessanti. Ora, anche loro avevano seguito gli altri animali nella loro fuga verso la libertà (nonostante stessero piuttosto comodi nei loro stagnetti artificiali) e avevano trovato riparo e ristoro all’incrocio tra Corso Mangiacavalli e Via G. Astrite, ricca di pozze verdeggianti e al riparo di vecchi ficus le cui radici davano all’asfalto una simpatica conformazione bozzolosa.

Gli anfibi, sotto l’effetto delle sostanze assunte tramite il criminale tofu delle Taddarite Insonni, avevano preso uno strano colorito cangiante, come di nafta sulle strade bagnate. Ciò li rendeva assai attraenti agli occhi dei giovani (e non solo) paneremini sbomballoni, che pensavano di raggiungere chissà quale sorta di Nirvana leccandone il dorso. Purtroppo per, le  quelli, le sostanze secrete dalla ruvida pelle trasportavano il loro spirito tutt’altro che in alto. Per questo, quando i tre guardiani di Paneremo si trovarono a passare da lì, lo spettacolo che gli si presentò agli occhi fu piuttosto deprimente. Gruppi di adolescenti stavano a piangere e singhiozzare, mentre passavano la lingua sui soddisfatti rospi. La cosa strana era che chi riusciva a smettere dava subito un’altra leccata per tornare a versare lacrime.

«Che minchia stanno facendo questi?» esordì Zozzik dopo cinque minuti che stavano lì impalati a osservare la scena con occhi increduli.

«Leccano rospi!» esclamò Gì mentre uno di questi le saltellava vicino ai piedi guardandola languidamente.

La ragazza, vedendo quell’animaletto cicciotto e carino, non potè porre alcuna resistenza alla voglia di prenderlo tra le mani per fargli qualche simpatico versetto in faccia.

«Molla!» gridò il vecchio Mr Tennents colpendole le mani con la sua bottiglia di chinotto. L’anfibio volò via e non si sentì atterrare. «Attenta a questi rospi! E lavati le mani! Un solo millesimo di grammo di quello che hanno addosso basta per far cadere il più sicuro degli uomini in una spirale di depressione e piagnistei. E la cosa peggiore è che dopo non puoi più farne a meno!»

«E allora cosa possiamo fare per cambiare questa situazione?», chiese Zozzik, «il sale dici che basterebbe?»

«Non sarebbe abbastanza efficace, sono troppi», rispose lapidario il vecchio, «le cipolle di Giarratana, quelle sì che farebbero la differenza! Ma ormai è tardi…», si voltò lentamente osservando con pacata tristezza la desolazione di giovani che aveva alle sue spalle. Un senso di angoscia lo pervase. «Andiamo via, qui tutto ormai puzza di squallore.»

Decisero di lasciare che l’ingenua marmaglia continuasse a leccare i rospi, ma molti animali caddero quella notte sotto le loro armi micidiali. I pinguini volanti compirono le loro ultime picchiate, stramazzando sotto ai colpi di Mr Tennents come palle da baseball. I predatori divennero prede, come quei piccoli serpentelli, avvelenati dai dentini dei coraggiosi toporagni. E nessuna bestia selvaggia poteva ormai competere con la furia distruttiva della dolce Gì. Alla fine s’incamminarono verso casa di Zozzik, certi di aver fatto abbastanza in quella grigia giornata.

Forse però nulla di buono li aspettava, poiché le urla delle bestie che avevano soppresso ora risvegliava qualcos’altro di più terribile. Un orrendo boato riecheggiò nelle note dolciastre della sera e il cielo si illuminava di fiammate improvvise. I compagni cercarono di allontanarsi rapidamente dall’origine di quel suono, ma ebbero come l’impressione di non poterci riuscire. Sulla strada sterrata e piena ormai di fango, il motorino arrancava cacciando via gli ultimi fiati di disperazione. E quando pensarono di poter trovare un facile rifugio, una fragorosa cannonata smosse violentemente l’aria attorno a loro, facendo tremare l’asfalto sotto le ruote consumate. I cuori tremarono come gelatine per lo spavento e per la realizzazione che l’ultimo atto di quella guerra stava per compiersi.