Zozzik e Mr. Tennents trovarono la grande vasca vuota e, disperati, si convinsero che la loro amica fosse stata divorata dal leone. In realtà nulla poteva far sospettare di questo: l’acqua era torbida, ma non di sangue, l’aria fumigante appestava quel luogo ma non vi era ancora odore di ruggine. Sembrava come se Gì e la bestia si fossero volatilizzati nel nulla. In realtà fuori dall’acqua c’erano delle orme bagnate davvero inconfondibili che portavano verso il corridoio. Tutti concitati, incominciarono a seguirle nel labirinto che era la Spa. Pareva fossero finiti dentro a un budello umido, e la nebbia alitava innanzi ai loro occhi. D’un tratto un suono acuto li fece sobbalzare entrambi:
«Aaaaaaah!»
Gì si sgolava in una stanza a fianco nel canto più straziante che avessero mai udito. Corsero da lei, impanicati, e la scena che si trovarono davanti fu alquanto raccapricciante.
La ragazza esultava di gioia dietro al leone, completamente scozzolato e ripulito. La criniera ora corta tagliata a scodella, linda e splendente sul suo capo abnorme. E i suoi occhi scintillanti e grati sul suo volto di lame sorridenti.
«Stai benissimo, Tiberio. Sei un incanto!»
«Grazie, grazie davvero amica mia. Adesso potrò presentarmi a Graziella e confessarle il mio amore!»
«Farai un figurone, bel micio!»
Togliendo il telo acchiappapeli dalle spalle del felino, Gì vide il riflesso di due volti allibiti e sconcertati. Gli diede il benvenuto sventolandogli addosso una tempesta di peli. Il vecchio, che aveva i polmoni ormai completamente rinsecchiti, quasi soffocò. Zozzik, dopo essersi scrollato, disse:
«Ormai pensavamo fossi diventata bolo, Gì. Tutto bene?»
La ragazza, maneggiando con spaventosa destrezza le forbici, gli tagliò un ciuffo ribelle e rispose:
«Sì, Zabaione, che ne dite di accompagnare questo leoncino al suo appuntamento?»
«Ma sì… siamo anche un’agenzia matrimoniale adesso», rispose Mr. Tennents, seccato, «perché non ci occupiamo pure di organizzare eventi per il WWF?!?», sbottò tutto rosso e poi cominciò a tracannare lunghe dosi di chinotto.
«Vi prego…», proruppe Tiberio che fino a quel momento era rimasto zitto, «aiutatemi voi, io da solo non ce la fa… a… BUUUUHAAAA!», e pianse di lacrimoni grossi che inondarono le loro caviglie. Senza riuscire a fermarsi.
E allora Gì, supplicante, guardò Zozzik e lo implorò:
«Ti prego, accompagnamolo! Non ti fa pena?»
Quelle parole furono seguite dallo squittire redarguente dei topini sotto la giacca del ragazzo, che lo scossero tutto.
«E va bene, va bene…», alitò scuotendo la testa, «non mi si dica che sono un inzenzibbile.»
Gì e Zozzik procedevano lentamente su Pino, mentre Tiberio gli faceva strada portandosi in groppa il leggerissimo Mr. Tennents.
«Dove ci porti, fetido felino?» gli chiedeva il vecchio.
«La mia amata starà sicuramente dissetandosi in qualche pozza vicino al fiume, è lì che andiamo.»
I cinque attraversarono le frasche verdeggianti ai lati di Paneremo, come molte altre volte avevano fatto, e si ritrovarono sulle rive del Panerino, il fiume cittadino volgarmente noto come “Patacchio”. L’aria era fresca e distesa, leggermente frizzante, così tanto diversa dallo smog e dal fetore che in quel momento si respiravano in città. E d’un tratto lui la vide, bella come non lo era mai stata. Le gambe imbrogliate, il collo lungo e sottile, gli occhi profondi come pozzi neri e due rugose corna sul capo affusolato.
«Eccola lì», disse il leone lisciandosi la criniera, «La bellezza fatta erbivoro!»
«Proprio carina!», esclamò Gì, «Ma che problema ha alle gambe?»
«Uno di questi giorni ha cominciato a correre così veloce che le si sono imbrogliate.»
«E tu che problema hai?», chiese Zozzik incredulo, «Ci provi con una capra?»
Gì lo colpì con un pacco di spaghetti preso dalla borsa.
«Non essere ottuso, Zardoz, possibile che non capisci? L’amore non conosce ostacoli, né razze, né differenze genetiche preda-predatore!»
«Scusa, scusa… la prossima volta terrò le opinioni per me», fece sbuffando e incrociando le braccia al petto.
Nel frattempo Tiberio si era avvicinato a Graziella, timido e delicato come un giunco in primavera. Fece tre piccoli passi nella sua direzione e cominciò a rigirarsi i pollicioni non opponibili. Lei si era accorta di quell’azzardato approccio e aveva volto il muso. Sbatté due volte le palpebre dei suoi occhioni di tenebra e iniziò un verso che pareva l’invito di un mammifero in calore. Gì, Zozzik e Mr. Tennents, ormai certi che tutto si sarebbe risolto per il meglio, cominciarono a defilarsi senza fare rumore e augurando ogni bene a Tiberio. Non si accorsero delle due fauci spalancate alla volta di lui, delle zanne affilate come rasoi che squarciavano la sua pelle e laceravano i suoi muscoli e della gazzella, muta e senza espressione, che lo divorava come fosse il pasto più succulento che avesse mai assaggiato in tutta la sua vita.
Finito che ebbe di mangiarlo scappò via defilata con le gambe imbrogliate dietro la schiena. Loro mai avrebbero saputo di cosa fosse successo.
«Tutto è bene ciò che finisce bene…», sentenziava Gì con un ampio sorriso dipinto sulla faccia.
E l’altra correva nella foresta lasciando una scia di sangue dietro di sé.
«Già…»

* * *
C’era qualche gattino che se la passava un po’ meglio. Big-T e Lamù continuavano ad accompagnare Occhidolci nel suo errabondare in cerca di una soluzione al rimpicciolimento. Grazie all’ampia rete di spionaggio degli Sproocycat erano riusciti a trovare un altro laboratorio delle Taddarite Insonni che si diramava sotto il manto stradale di Paneremo. Ben scaltri erano dunque i felini dal manto pezzato, molto più dello strano gruppo di umani che millantava di poter sconfiggere gli animali pazzi. E in effetti per loro era stato un gioco da micetti trovare quella tana, impregnata dell’inconfondibile fetore del tofu marcescente.
Era un laboratorio ancora più arrangiato e raffazzonato di quello nella caverna. Le poche taddarite sopravvissute al trambusto ora lavoravano il doppio di prima e inalando l’aria insalubre delle fogne invece che quella muschiosa del sottosuolo naturale. I gatti si muovevano non visti tra gli scuri locali, con i nasi che si muovevano in cerca di qualcosa di particolare.
«Maow maow, siamo dentro, e ora che facciamo?», chiedeva Big-T.
«Mech! Che tonto! Tvoviamo l’antidoto, no?», miagolava Lamù.
«Roar! Sento uno strano odore provenire da quella scatola di latta.»
Gli astuti felini, sinuosi come una tilde, riuscirono a far cadere il contenitore in una zona ricoperta da paglia e a non farsi scoprire. Annusandolo avevano tutti concordato che era ciò che cercavano, ma a Lamù erano venuti un paio di dubbi:
«Mi mi, sei davvevo sicuvo di volev vitovnave gvosso com’evi? In fondo noi gatti piccoli siamo in gvado di passave inossevvati e nessuno può tovcevci un pelo.»
«Cosa stai miagolando? Chi può torcere un pelo a una potente tigre come me?»
«Mawow, pensaci bene: prima o poi ti rimetteranno in gabbia se ritornerai grosso. Almeno fai come me: resta piccolo e mangia un sacco!», concludeva Big-T, davvero soddisfatto della sua pancetta.
La tigre corrucciò la fronte. Non aveva mai pensato a questa possibilità. E allora, con il cuore pesante quanto un macigno rispose:
«Va bene, mi avete convinto. Rimarrò libero e indomato nello stato in cui sono adesso.»
Contenti di aver fatto cambiare idea a Occhidolci e felici di aver trovato un nuovo membro gli Sproocycat cominciarono a zampettare verso l’uscita. D’un tratto però, mentre stavano per arrampicarsi sull’ultimo gradino della scala a pioli che portava in superficie, le loro vibrisse cominciarono a tremare udendo il suono di un rapido galoppare ben noto.
«Meeech! È quel loppide demoniaco di Vollòn!»
«Mawow! Andiamo via prima che ci acchiappi!»
«Roar! Aspettate…»
L’ansimare grufolante del cagnolone si faceva sempre più vicino e così, preso da un nuovo impeto d’astuzia, Occhidolci ebbe un’idea.
«Forse riesco a fermarlo.»
Aveva conservato un pezzo di Tofu per gli attacchi improvvisi di fame. Si arrotolò il formaggio nella zampetta e lo tirò nella direzione delle mandibole spalancate della bestia. Quello lo inghiottì tutto intero senza accorgersi nemmeno del sapore (che non c’era). E fu la tenebra.