Alla fine la sabbia tornò a posarsi e, dove prima stava per consumarsi una tragedia, ora rimaneva solo un cratere con una ciocca di peli bianchi al centro. Che fortunato imprevisto, per i nostri protagonisti, essere stati investiti da quella cannonata! Non erano ancora abbastanza coscienti da capacitarsi dell’accaduto. Le orecchie gli fischiavano e dei percussionisti invisibili gli picchiavano le tempie, ma erano ancora tutti interi.

Mr Tennents, rinvenendo, vide Zozzik accasciato con la faccia nella sabbia e gli strisciò incontro. Lo girò e lo prese a schiaffi.

«Se sei vivo svegliati!»

«Nghhh, che ore sono?»

«Non sei a letto, babbasunazzo. Vedi Gì da qualche parte?»

Il ragazzo si guardò intorno e la vide, riversa a pancia in giù sulla sabbia, con gli occhi chiusi e i capelli che si diramavano come spire d’erba. E non appena l’ebbe scorsa a quel modo gli si strinse lo stomaco. Il vecchio lo anticipò e cominciò a gridare nella sua direzione.

«Oh, porca pagnotta! Ragazza, tirati su!»

«Mmh… no, papà, non ci voglio andare a scuola. Ancora cinque minuti!», mugugnava quella stiracchiandosi tutta.

Loro due le strisciarono incontro per cercare di riderstarla da uno dei suoi sonni nostalgici. Non fu affatto facile e si dovette ricorrere al metodo poco ortodosso dei toporagni sotto la maglietta. Il solletico la fece riprendere in men che non si scriva.

«Cos’è successo?» chiese subito, scuotendo la testa per scrollarsi un po’ di sabbia dai capelli.

«Forse è passato l’esercito.» le rispose Zozzik.

«No, ragazzuoli, potrebbe essere qualcosa di troppo più peggiore…»

Il presagio di Mr Tennents venne accompagnato da tuoni che scuotevano l’aria in lontananza.

«Cos’è?» fece Gì, «Si mette a piovere?»

«Lo so bene io cosa può essere, ma ancora non lo dico per non fare troppi spoiler.», rispose il vecchio grattandosi la testa, «Comunque sia, sento uno strano odore di formaggio da queste parti. Devono essere sicuramente passati quegli squeti delle Taddarite Insonni.»

«Siamo noi a puzzare come il caciocavallo!» disse Gì, «Non ci laviamo da ere…»

«Bih!», esclamò il vecchio, odorandosi un’ascella, «questo è proprio aggiucco!»

«Io il bagno l’ho appena fatto.» precisò Zozzik, «Tu puzzavi già dall’inizio.»

«Sì, come vuoi, Zufolo! Io ho bisogno di un bel bagno caldo e anche in fretta che già mi viene di grattarmi.», rispose poi Gì alzandosi, «In centro c’è una spa i cui vado spesso a farmi massaggiare i gomiti. Magari possiamo lavarci per bene!»

«Stiamo attenti! Il vecchio lavandosi potrebbe scomparire!»

Zozzik si era già ripreso, ma si beccò pure della sabbia negli occhi.

In un attimo salirono in groppa a Pino e schizzarono via, lontani dal lungomare, lasciando una scia d’afrore che fece seccare tutte le piante dietro di loro. La città era una baraonda informe e gli animali si agitavano ovunque. Gli uomini e le donne, urlanti, cercavano un riparo sotto una maccia o dentro alle case. Gì, Zozzik e Mr Tennents, ormai abituati a tutto quel trambusto, passarono dritti dritti per la strada principale, arrivando lesti al centro benessere “La Grande Mollezza”.

Attraversando il cancello della struttura già si sentiva odore di saponi, sali da bagno e fanghiglia, ma nessun suono. Era però un silenzio sospetto, e una certa tensione aleggiava nell’aria, tanto che Mr Tennents poteva sentire le molecole vibrare tramite i peli delle sopracciglia. Entrarono senza far troppo rumore, in effetti, ma non scorsero nessuno nella hall patinata e dal pavimento lucido su cui potevano ammirare il loro orribile riflesso.

«C’è nessuno?», chiese Gì. E la sua voce rimbombava come dentro a una grande caverna vuota.

Non ricevette alcuna risposta e nessuno si mosse finché il vecchio non starnutì, un po’ allergico all’odore dei detergenti. Allora Zozzik abdusse le braccia a mo’ di invito.

«Beh, facciamo un giro? Magari hanno pure una vasca con la cioccolata calda.»

Non se lo fecero ripetere due volte e cominciarono allora a trotterellare indisturbati per la munifica spa, ora deserta. La struttura si dipanava su tre livelli. Il terzo piano era dedicato ai massaggi e alle cure sperimentali sulle esalazioni dei sali cristallizzati del Kazakistan. Nel secondo si concentravano le saune di pipì di gatto e gli spruzzi elettro termici aerografici di melma limacciosa. E infine, al piano terra, la grande vasca termale – davvero insolita, lo dobbiamo ammettere – li accoglieva in un abbraccio caldissimo, e nessuno a controllarli.

Il primo fu Mr Tennents. Con gli scarponi ancora ai piedi si tolse tutto quello che aveva addosso e lo lanciò su Zozzik, tuffandosi a bomba. Il ragazzo, inorridendo, si scrollò di dosso quegli stracci puzzolenti e sfilò anche i suoi vestiti rimanendo nudo come un verme e calandosi lentamente nella vasca, quasi avendo paura di scottarsi. Poi fu il turno di Gì che lanciando per aria le sue cose colorate si gettò come mamma l’aveva fatta, spedendo fastidiosi schizzetti in faccia agli altri. Non si curò mica di stare davanti a due uomini e si godette il bagnetto in tranquillità.

Dopo l’iniziale entusiasmo, però, l’aria si riempì di un imbarazzo tale da tagliarsi col coltello. Gì e Zozzik si lanciavano sguardi fugaci, calandosene sempre di più nell’acqua. Mr Tennents, per qualche strano motivo, guardava in tutte le direzioni  tranne che verso di loro.

I vapori acquei fumigavano appestando tutta l’aria della stanza, e non si riusciva a vedere a un palmo dai nasi. Piccole goccioline di sudore baluginante scendevano dalle tempie di Zozzik, ora sempre più a disagio, e l’acqua torbida prese a smuoversi lentamente nella sua direzione. Udì un suono ovattato di bollicine e poi vide una testa bionda e folta che riemergeva placidamente assieme a un’affilata e scintillante lama.

«Salve.» Disse una voce profonda, simile a un roboante ruggito.

Non era la Dama del Lago che veniva a dargli una nuova arma, ma un grosso felino della Savana che si puliva le orecchie con uno dei suoi spaventosi artigli. D’un tratto, nonostante l’acqua bollente e i suoi fumi, l’aria si gelò. Gì e Mr Tennents rimasero come pietrificati dentro alla vasca, quali statue su una vecchia fontana, mentre Zozzik non fiatò più.

Il leone si accorse subito del disagio che attanagliava i suoi compagni di bagno e cercò di tranquillizzarli.

«Oh gìà, non mi veniva in mente che avrei potuto spaventarvi un pochettino. Oh oh oh!» esordì grattandosi il crine.

«N-n-nooo!» gli rispose Mr Tennents, simile a uno spaghetto scotto, «Siamo tutti qui per pulirci e rilassarci le membra, dico bene?»

Gì annuì vigorosamente e con gli occhi spalancati, lisciandosi in maniera convulsa una ciocca di capelli.

«C-c-certo! È t-t-tutto apposto. O-ora siamo belli puliti e ce ne andiamo tutti, eh? V-vero Zabajone? Zabajone?!»

Ma Zozzik era scappato già da un pezzo, di lui erano rimaste solo le ciabatte e orme bagnate sul pavimento. Il leone sospirò profondamente e continuò a discutere con gli altri bagnanti come se niente fosse.

«Eh sì, ho anche io un appuntamento tra un poco. Ero venuto qua per rendermi presentabile, ma sono scappati tutti quanti…»

Dal suo viso non trasparivano l’orgoglio e la superbia tipici dei grossi gattoni africani, ma solo una certa malinconia. Gì, con la sua grande empatia verso i mici, capì che qualcosa non andava.

«Ehi bel micione, cosa ti cruccia? Vuoi parlarne a Gigliola?»

In fondo, pensava, quello era soltanto un gattone più grosso del normale.

Mr Tennents intanto, approfittando di quel momento di distrazione, sgusciò fuori dalla vasca strisciando come un’anguilla e cominciò a darsela a gambe matte per i pavimenti lustri della spa. Dietro di lui lasciò monticchi di pelle morta e quasi già in decomposizione. Il tempo della muta era vicino.

Il leone sospirò mestamente, mentre Gì gli accarezzava il muso, facendo smuovere tutta l’acqua intorno a lui.

«Sigh! Che vita grama! Sono solo un povero illuso… Graziella non mi degnerà mai di uno sguardo.»

«Graziella? E chi è?»

«È il più bell’ungolato di tutto lo zoo di Paneremo!»

Gli occhi gli brillavano di gioia e Gì non aveva mai visto tanta devozione in un solo sguardo.

«Sei innamorato, non è così?»

«Sono pazzo, pazzo per lei e tale rimarrò fino alla fine dei miei giorni, perché una bestia come me non può pretendere di poter sfiorare una delicata creatura come lei. Guarda le mie zampe: vorrebbero accarezzare ma riescono solo a spaventare.»

La giovane ragazza era rimasta colpita dalle parole del felino e stava adesso ascoltandolo crucciando lo sguardo in piena apprensione. Gli occhioni da leprotta però vagarono sul crine della bestia, così folto e indomato, e rimasero lì a fissarlo.

«Forse una soluzione ce l’ho, mio caro leo…»

«Tiberio, per favore. Chiamami col mio nome, cara ragazza. Ti piacerebbe se io ti chiamassi solo ragazza?»

«Gigliola.»

«Ecco, appunto.»

«Comunque, dico, non sei così malaccio, Tiberio. Hai solo bisogno di una spuntatina a quei capelloni.»

«Magari! Ma tutti i barbieri della città non appena mi vedono scappano di qua e di là, non c’è speranza!»

«Suvvia, ti aiuterò io!» E così dicendo, uscì fuori dalla vasca e si mise a frugare dentro alla sua borsa delle meraviglie. La mano destra, in alto, recava trionfante un paio di forbici d’argento scintillanti.

Mentre Gì sforbiciava selvaggiamente, intasando gli scarichi coi peli felini, Zozzik e Mr Tennents stavano passeggiando nervosamente di fronte all’ingresso della spa. Erano molto preoccupati per il destino della loro amica, ma almeno non erano più nudi. Molti clienti, fuggendo dalle terme alla vista di Tiberio, avevano lasciato lì un bel po’ di vestiti. Avevano preso cose un po’ a caso e ora il vecchio indossava una camicia hawaiiana, pantaloncini, infradito, degli occhiali da sole sgargianti e un grande carapace di tartaruga appoggiato alla schiena. Zozzik invece era riuscito a trovare solo una tuta rossa con sopra stampato uno strano simbolo orientale.

Passeggiavano convulsamente attorno a un sasso grattandosi la testa.

«L’avrà divorata!» diceva Mr Tennents, deisamente agitato e tremante come una foglia secca.

«Se la sa cavare bene, non dobbiamo preoccuparci. Sicuramente avrà una frusta e una sedia nella sacca.»

«Sicuramente, ma dovremmo andare a controllare la situazione.»

Zozzik, nonostante la sicurezza ostentata poco prima, era parecchio in apprensione e cominciò a giocare con i sassi lì attorno. Sollevò il grosso masso vicino a lui e lo girò. Sotto la base stava cheta una lucertolina sonnecchiante che, non appena si vide scoperta, guardò il ragazzo in modo torvo e disse con voce profonda:

«Chi mi sveglia dal mio lungo sonno?»

Zozzik, spaventato, lanciò il sasso più lontano possibile facendo volare via la creaturina che gettò un urlo chilometrico.

«Sì, andiamo a vedere cosa è successo.»