Schizzava così Pino, fiero e indomito motorino ribelle, assieme ai suoi fedeli fantini. Avrebbero solcato le strade di Paneremo, di Palermo e perfino di Borgata Costiera, ma per il momento si limitarono ad arrivare soltanto di fronte al lungomare. La spiaggia dorata si perdeva adesso morbida davanti ai loro occhi e i soffi di caldo scirocco la muovevano sinuosa. Il mare era una tavola di azzurro bevuta dal cielo e benché non fosse ancora estate già il caldo assaggiava avido le loro membra.

Smontati dal bolide, per qualche minuto la compagnia si fermò a osservare il tramonto. Ma era troppo presto. Non erano riusciti a trovare altri animali da quando avevano abbandonato la piazza ed erano arrivati a quel limite domandandosi che fine avessero fatto. Non si crucciarono però troppo: quella pace, il rumore del mare e lo strillare dei gabbiani affamati gli davano un attimo di relax. Il vecchio si tolse le scarpe logore e cominciò a passeggiare sulla sabbia cercando cocci e conchiglie. Gì e Zozzik, invece, si sedettero a guardare il mare.

Mentre i suoi topini abbandonavano per un po’ il loro papino per aiutare Mr Tennents, lui guardava in basso e tracciava labirinti sulla sabbia, senza sapere che fare.

Poi esordì, quasi distrattamente:

«Sai, quando ero guardiano allo Zoo pensavo che la mia vita fosse noiosa e monotona», sospirò, «ma ora tutte queste avventure mi hanno un po’ fatto ricredere…»

«Eri guardiano allo Zoo? E quando avevi intenzione di dirmelo? Siamo già all’undicesimo capitolo, mannaggia!»

«Sì… ma poi mi hanno licenziato per via dei miei intrallazzi coi toporagni», rispose un po’ vergognandosi.

Anche Gì era piuttosto a disagio, e si distraeva guardando uno scarafaggino da spiaggia che le gironzolava tra i piedi. Lo seguì con sguardo ammaliato finché quello non andò ad arrampicarsi sulla gamba di Zozzik. Allora, temendo che lui lo avrebbe schiacciato, vedendolo, provò a prenderlo. Quando il ragazzo sentì la sua mano sulla gamba, si girò e la guardò con gli occhi tondi e lucidi come biglie.

«Stai fermo, ti prego», disse lei concentrata e con le mani a coppino.

«Sì…», sussurrò lui.

Gli occhi si chiusero e la bocca si strinse come un culo di gallina. Gì allora si scordò dello scarafaggio, e la testa subito cominciò a girare come una trottola. “Che fa, mi vuole baciare?”. E allora anche lei chiuse gli occhi da leprotta, strinse il musetto e attese. Lo sentiva, lui, che respirava affannosamente, ma non si decideva. E continuava a sentirlo, lo sentì pure grugnire. “Che passionale!”. E allora il muso umido si appiccicò al suo, slinguazzandola. “Che sapore di erba secca”. Stava vivendo un sogno? Subito fu svegliata.

Un cavernoso verso le fece aprire gli occhi di soprassalto. Stava pomiciando con un maiale. E no, non è un epiteto ingiurioso per Zozzik: davanti a lei c’era proprio un suino rosa che agitava la lingua. Subito allora si ritrasse schifata, gridando e rotolando all’indietro, ma impattò la schiena contro qualcosa. Un branco di porci nani e pelosi l’aveva ora circondata.

Zozzik, che era rimasto con le labbra protese per tutto il tempo, sobbalzò sentendo tutta quella confusione e per un attimo non riuscì a capire che cosa stava realmente accadendo, forse un po’ deluso per l’occasione mancata.

Gli spavaldi suini invece, lentamente, accerchiavano la giovane ragazza con i grugni protesi e la bava alla bocca. Cominciarono così a farle il solletico con la lingua mentre quella si dibatteva per terra, ridendo come una matta e quasi rimanendo mezza svestita. Mr Tennents e i topini, troppo lontani per badare a quella scena da datato porno soft-rurale, erano ancora in giro per i fatti loro. Così soltanto Zozzik era rimasto lì davanti ma, non avendo i letali roditori con sé, si sentiva spaesato e impotente.

Disarmato e decisamente in inferiorità numerica, l’unica cosa che potè fare fu saltare sopra i maiali con la speranza di farli scappare. Ci guadagnò solamente una folle cavalcata lungo la spiaggia, mentre Gì rimaneva soprafatta dagli altri suini. Ciò, comunque, le diede abbastanza spazio per divincolarsi e provare a scappare. Con la borsa a imbrogliarle le gambe, non potè far altro che saltellare verso Mr Tennents, con le maniche della felpa che le sventolavano sopra la testa in cerca d’aiuto. Fu in quel momento che, da un cespuglio al limitare della spiaggia, sbucarono due grandi orecchie. E occhi misteriosi guardavano quell’essere saltellante con bramosia.

Gì raggiunse faticosamente Mr Tennents, che tutto concentrato col naso tra la sabbia, non s’era accorto di nulla.

«Vecchietto! Aiuto!» gridava.

Quello si voltò e, non appena mise a fuoco la situazione, lasciò cadere cocci e conchiglie.

«I porci vegani!» strillò, e tirò fuori una bottiglietta piena di liquido scuro.

«Ti serve ora il chinotto?» chiese Gì mettendosi al riparo dietro di lui.

«È salsa di soia, li terrà occupati per un po’.»

E infatti, quando questa si frantumò su uno scoglio, i suini accorsero a leccarla avidamente.

«Nel 2093 saranno a capo di una famosa rivista per adulti e tutti guarderanno le zozzerie loro in mezzo a cetrioli e tuberi. Sarà un inferno. Un vero inferno.»

«Oh no, ma è terribile!»

«Sì, Gigliola, dobbiamo fermarli a tutti i costi.»

«No, ehm, qualcuno mangia carne!»

In effetti non c’erano solo i maiali a spizzicare sulla spiaggia. Davanti ai loro occhi si era palesata improvvisamente una lepre grassissima e zompettante che si era attaccata con le zanne al sedere di uno di quei suini, e ora se lo stava smangiucchiando a poco a poco. Quello aveva emesso un bercio terrificato e l’eco del suono acuto era arrivato a spandersi in tutta la città. Non fu l’unico maiale a soccombere sotto i taglienti incisivi della lepre. Quella, in cerca di carne, andava azzannandoli tutti e loro fuggivano di qua e di là, agitando le code ricciolute. Ma la lepre era un fulmine, e quindi fu un’ecatombe.

«Oink! Oink!», facevano loro, tutti agitati e sanguinanti.

Il vecchio, leggermente confuso dalla piega che avevano preso gli avvenimenti, per primo fu sollevato dall’arrivo del morbidoso animaletto, ma poi – come avendo un’illuminazione – si rabbuiò tutto e cominciò a sudare da dietro alle ginocchia.

«La le… la lepre affaffina!», esclamò sputando via la dentiera.

«Cosa possiamo fare? Cosa?», chiese poi Gì con le mani nei capelli.

Zozzik, che era rimasto a cavalcare uno di quei maiali, cercò invano di caricarla strattonando il suino dai peli sulla schiena, ma ne ricavò soltanto un bel tuffo nell’acqua gelata di aprile. Quando riemerse si agghiacciò ancor di più, vedendo quel che era rimasto dei poveri maialini. La lepre, col pelo intriso di salsa di soia, odorava i corpi disgustata.

«Cerca la carne, lei…» diceva il vecchio a Gì, «Dei suini fatti di seitan non possono certo soddisfare il suo appetito.»

Zozzik, tutto inzaccherato, vedeva Mr Tennents e Gì da lontano. Tra di loro un feroce roditore odorava ora l’aria in cerca di una preda più appetitosa.

Così, con il muso proteso in avanti, saltellava lesta nella loro direzione. I due indietreggiarono appena e Zozzik si sentì per un attimo inerme, lì nell’acqua, incapace di correre poiché la fanghiglia limacciosa impantanava le sue gambe.

Gì strizzò gli occhioni e si mise le mani in  faccia per la paura mentre Mr Tennents, preso da uno strano ardire coraggioso, si frappose tra lei e la bestia imponendo le mani ossute. Gli bastò serrare le dita attorno alle lunghe orecchie della lepre per farla stare ferma. Quella si arrestò all’istante e sbarrò gli occhi, entrando subitamente in modalità catatonica.

«Si sa che le lepri vanno prese per le orecchie. Non sono un vecchio per nulla!»

Ora che l’aveva presa, però, non sapeva più che fare. Quando Zozzik li raggiunse, strizzandosi i vestiti tutti infradiciti, lui manteneva ancora quella posa come un’opera d’arte incomprensibile.

«Eh…» disse il ragazzo lisciandosi i capelli all’indietro, «Che si fa ora?»

Gì lo guardò con gli occhi che sbrilluccicavano e la pelle d’oca.

«Andiamo incontro al tramonto…»

Zozzik la guardò e anche i suoi occhi sbrilluccicarono, pieni di cristalli di sale.

Mr Tennents ebbe un brivido e il suo viso assunse una smorfia d’intolleranza. Guardando chissà dove chiese con tono implorante:

«Non trovate qualcosa di meglio, voi?»

Effettivamente era un bel empasse e rischiava di prendere una piega troppo romantica. Ma questa è un’opera umoristica, quindi ‘sti cavoli! Il vecchio si mise le mani sul viso, disperato.

«Non posso tenerle le orecchie per sempre!»

E poi ops. La lepre, libera, lo travolse e sguainò gli incisivi pronta ad affondarli nelle tenere carni di uno di quei tre malcapitati. Perse troppo tempo a valutare chi papparsi per primo e ciò le procurò uno sfortunato caso di esplosione. Improvvisamente infatti, tutti vennero sbalzati via da una terribile onda d’urto e finirono coperti da un’impanatura di sabbia e brandelli di lepre.