Pino, appena sfuggito da un’ingiusta multa, arrivò scoppiettante in Piazza Tre Giardini. Era un luogo dal nome poco equivoco: un spiazzo pavimentato di elegante pietra di scoglio, circondato da un numero dispari di rigogliosi parchetti. Era sicuramente il posto ideale per fare una scorpacciata di fogliame, se si avevano sette stomaci da riempire. Fu infatti lì che i tre vendicatori logori e puzzolenti trovarono la loro prima vittima. La giraffa hydra, superstite dal loro precedente incontro, dopo aver rigenerato le sue teste era tornata a mietere vittime. In realtà non c’erano altre persone dai capelli verdi a Paneremo del Fiasco oltre Gì, ma era noto che l’umidità marittima faceva crescere il muschio sulle teste canute dei vecchietti che passavano il tempo sulle panche della piazza.

Un rumore di zoccoli fece tremare la terra, tutti i tombini e le dentiere. La supergiraffa arrivò trottando e caricando con le sue sette teste. L’animale selvaggio cacciò fuori un coro di urla quasi umane – tanto che un signore si voltò, pensando di essere chiamato da sua moglie – e per un attimo dovettero tutti tapparsi le orecchie. La bestia tirò fuori dalle sue bocche cavalline tante lingue ruvide e biforche che cominciarono a saggiare l’aria di polvere. Presi da uno strano moto di coraggio, i tre cavalieri corsero lei incontro. Gì per prima, forte della sua esperienza pregressa, tirò fuori nuovamente la katana Gattari Sanzi e cominciò a tagliare il vento a fette.

«Stai lì dove sei, cheratina-famelica!», urlò ai sette musi.

E l’aria fischiava sopra di lei, mentre sventolava la lama senza tagliare un singolo pelo. La giraffa infatti la circumnavigava con agilità, irresistibilmente attratta dall’arborea chioma, e cercava di acchiapparne un boccone. Ma bastò un attimo di esitazione che si ritrovò con una testa mozzata, e poi con due e con tre. Gì era inarrestabile e fiera, mentre i suoi ciuffi ribelli le sventolavano selvaggiamente dietro la schiena. Quei capi cornuti e pelosi però continuavano a crescere, sempre più velocemente.

«Infingarda! Assaggerai la furia della lama assassina della scuola segreta di T’ammakku l’occhi!»

E sferzava, a destra e a sinistra. E la lama scintillante della spada spandeva il sangue di quella creatura un po’ sul suolo, un po’ sui suoi capelli. Tanto che, alla fine, divennero rossi e brillanti. Zozzik e il vecchio guardavano la ragazza con una scintilla di ammirazione e terrore negli occhi.

«Quella è la leggendaria furia della dea mestruata!», ipotizzava Mr Tennents.

«Eh!», gli rispose Zozzik, «Ma non serve a una minchia!»

«È vero, caro, e la tua ragazza si sta anche stancando un po’…»

«Che blateri?»

«Suvvia, vuoi un po’ di chinotto?»

Il ragazzo tirò un calcio a una pietruzza e accettò senza fare lo schifiltoso.

Mentre quei due si scolavano la bevanda, Gì continuava la sua perpetua lotta. Quando arrivarono alla seconda bottiglia lei ormai se ne stava seduta a terra, in una pozza di sangue, e continuava a tagliare teste.

«Ehi…» fece Zozzik, un po’ allegro per via delle bollicine, «guarda, ha otto teste quel coso!»

«Cristallo, giovane, ti ubriachi anche tu col chinotto?»

«No, guardagli la coda!»

«È vero, non l’avevo notato!»

Ed effettivamente all’estremità posteriore della colonna vertebrale, la giraffa hydra aveva un’altra testa. Un minuscolo cranio che a malapena si notava. Zozzik allora lanciò via la bottiglia, facendo disperare il vecchio, e gridò a Gì:

«Taglia la coda! Taglia la coda!»

La pupilla destra di Gì scintillò in modo sinistro e allora, impugnata l’arma più saldamente, gridò con tutta la sua forza. Le mani rapide fecero ruotare il ferro dall’alto verso il basso e, in un movimento a ghigliottina, tranciarono in un colpo l’ultimo rimasuglio di testa di quell’animale.

Il bercio grigio che gettò la bestia fu spaventoso e tremendo, così come il tonfo del corpo esanime che cadde a terra. E loro, con le sopracciglia corrucciate, non poterono che trattenere l’ultima esclamazione di spavento.

«Ben fatto, giovani!», si congratulò il vecchio, «E siamo soltanto a inizio capitolo!»

Gì stava ancora detergendosi presso la fontana del parco, l’acqua rossa come un presagio biblico. Mentre Mr Tennents tirava le molliche della barba alle oche – che erano tornate a scorazzare senza ansie – Zozzik la guardava pulirsi del sangue dell’immonda bestia policefala. Dopo la battaglia, una torma di bambini aveva circondato la carcassa e ci si sedeva sopra per immortalarsi con i telefonini in allegre foto ricordo, e le teste volavano in aria come palloni da basket.

«Ti senti bene?», chiedeva l’addestratore di toporagni.

«Oh sì! Hai visto quanto sono stata brava? L’ho colpita lì e poi là e poi… zak zak!», faceva tutta eccitata e con gli occhi allucinati dall’adrenalina.

Mentre si muoveva a destra e a sinistra, sgocciolava sangue dai capelli e dalle braccia, facendolo schizzare addosso a lui. Quello, senza badarci, si grattava la testa.

«Non c’hai i traumi tipo Rambo? Ottimo, andiamo a cercarne altri.»

Così, finalmente usciti fuori dalla tripla fila, rombarono sulla carreggiata quasi scordandosi del vecchio che era andato un attimo dietro la fontana a fare la cacca.

«Aspettatemi, voi disgraziati!», li vessava da lontano, inseguendoli caracollante e con ancora le braghe calate.