A Paneremo del Fiasco, in Sicilia, non succedeva mai nulla. Nessuna band su un palco a sgolarsi in canzoni stonate e melodie rancide, mai una rapina, un Bancomat sradicato o inseguimenti cinematografici tra i vicoli ingarbugliati del centro storico. Mai una storia, di quelle belle che valesse la pena raccontare, giusto per fare un po’ i gradassi con gli amici davanti a un boccale di birra e una ciotola di vecchie arachidi. 

A Paneremo del Fiasco perfino i vigili urbani non avevano niente da fare. Passavano i giorni negli uffici, seduti attorno a un tavolo a giocare a scopone scientifico e, se la stagione era troppo calda, li vedevi davanti al chiosco dei gelati del signor Gaspare. Pure gli animali si annoiavano. I randagi per strada a sbocconcellare un po’ di cibo nella spazzatura. Quelli grassi e viziati tra le mura domestiche. O quelli esotici dello zoo del centro, prigionieri dietro a gabbie e teche di vetro.

Tuttavia, quel giorno tiepido di marzo, in quella cittadina di ventimila anime, qualcosa sarebbe mutata per davvero. E ad annunciarlo fu il suono roboante di un Liberty due tempi color giallo Uniposca. 

Sul lungomare imperlato di luci i tramonti si perdevano accesi all’orizzonte. L’acqua brillava in danze prismatiche. L’aria pregna di sale accompagnava satura i passeggiatori della sera, e tutto sembrava perdersi nel tempo. Quando il panorama cambiava colore, al muoversi delle stagioni, anche i volti degli abitanti assumevano nuove tonalità. Davanti a loro il blu e l’arancio si mischiavano accompagnati dallo scirocco.

A bordo del suo fedele compagno, la postina Gigliola sfrecciava indomita per le vie di Paneremo. I capelli verdi erano un cespuglio informe tirato indietro dalla velocità turbosonica alla quale era abituata. Gli occhi da leprotta scrutavano vispi la strada davanti a lei, ma non si curava affatto di evitare le pozzanghere o di tirare via qualche specchietto. Gì, come amava farsi chiamare, era un vero e proprio pericolo ambulante e nessuno sapeva perché non fosse stata licenziata dalle Poste già al suo primo giorno di lavoro. Al rapido udire dello sbottante raspare della marmitta, gli abitanti di Paneremo fuggivano a gambe levate. E per questo, forse, si sentiva un po’ sola.

Dentro la sua sacca delle meraviglie in cui, oltre alla posta, celava ogni sorta di stranezza, era rimasta una sola lettera. Frenò di scatto, facendo bestemmiare l’automobilista che le era dietro. Osservò con attenzione la busta ingiallita, su cui erano impresse a chiare lettere due parole:

VIA PRESTO

Spaventata e impanicata da quell’allarmante imperativo, cacciò un urlo e lanciò la lettera per aria. Le mani si portarono subito sull’acceleratore e il motorino sgommò in una nuvola di fumo.

L’itinerario del Lungomare Fata Circe si perse davanti ai suoi occhi allucinati, tanto che non si accorse della piccola colonia di maiali selvatici che grufolava lì nella sabbia. Man mano che andava avanti senza più meta, sentì montare dentro di sé una strana sensazione. O forse era soltanto l’arancina al burro di qualche ora prima. Così, presa da chissà quali pensieri per la testa, non si accorse nemmeno della figura caracollante che stazionava proprio al centro della strada. Frenò quasi all’ultimo momento, prevenendo l’immane tragedia e consumando tutti i copertoni. Dalla nube di polvere che aveva sollevato emerse un vecchio tutt’ossa, e un vibrante rutto le cacciò in faccia un aroma di chinotto d’annata.

«Sei tu la postina?»le disse puntando una bottiglia verso di lei.

Era un uomo cencioso, magro quanto il cavallo della Morte ma con due occhi vivi e penetranti. Gì si limitò a dondolare la testa in segno di assenso, facendo ballare un ciuffo di capelli.

«Ho una lettera troppo importantissima da consegnare, ma ho perso gli occhiali e non riesco a trovare la via.»

«Beh, potrei prenderla io ma… ma… ce l’ha messo il francobollo?»

«A che ti serve un francobollo?!» gridò quello fulminandola con lo sguardo.

«È brutta una busta senza un francobollo.»

Il vecchio allora, che da tre mesi cercava di smettere di fumare, si staccò un cerotto alla nicotina dal collo e lo appiccicò alla busta.

«Così va bene?»

Gì, con una mano davanti la bocca per ammutolire il proprio ribrezzo, afferrò la busta usando la manica della sua felpa a mo’ di presina. Controllato l’indirizzo della missiva (non senza una certa ansia, visto quello che era successo poco prima), salì in groppa al motorino e torse l’acceleratore come il collo di una gallina. Il vecchio non venne offeso da quella brusca partenza, mandò giù un bel sorso di chinotto e andò via.

ZOZZIK MOCHOLLA, VIA GELSOMINO 24 E ½

Costui era il destinatario del misterioso involucro. Era un nome bello strano e, seppure Paneremo del Fiasco fosse un piccolo paese, Gì non l’aveva mai sentito. Però sapeva benissimo dov’era Via Gelsomino, una volta aveva visto una nuvoletta buffissima mentre passava di lì. Era una viuzza pulita e tranquilla, colorata dai fiori che le vecchine amavano tenere sui davanzali delle finestre.

L’unica nota di contrasto, in quella pittoresca rua, era proprio Zozzik. Appariva come un ragazzo tetro, che si aggirava circospetto senza dar conto a niente e nessuno e lisciandosi il baffetto, unico dono villoso di una pubertà poco generosa. Alcuni dei vicini dicevano che si drogasse, altri che fosse solo un po’ tocco, ma comunque tutti evitavano di averci a che fare. Effettivamente il giovane Zozzik conduceva attività che avevano ben poco di lecito. Nessuno l’aveva mai visto portare a passeggio un cane o dar da mangiare a uno dei tanti gatti randagi del vicinato, eppure lo si poteva spesso notare mentre entrava e usciva da un negozio per animali. Qualcosa di losco c’era senz’altro.

Gì arrivò in Via Gelsomino facendo più fracasso del solito, ché con lo stress di quel giorno il cavalletto del motorino s’era rotto, e ora penzolava facendo scintille sull’asfalto. Le vecchine si chiusero in casa, i piccioni volarono via e uno scarafaggino nero quasi fu investito. Gì scese dalla moto tutta agitata, e saltellò nervosamente verso il portone del numero 24 e ½. 

Era una casa dalla facciata ben rifinita e curata che si alzava su due piani, più alta che larga. Il piccolo tetto rosso ospitava un comignolo fumante, e la caligine rimaneva sopra a sporcare il cielo di nero. Gì bussò due volte (gli strilli dei campanelli le mettevano una certa ansia) ma non rispose nessuno. Alla terza, una piccola fessura si aprì come un cassetto mostrandole due occhi scuri e indagatori. Stranamente familiari.

«M-mi scusi…» proruppe un po’ in soggezione.

«È lei il signor Zozzo?»

«Zozzik…»

«Come?»

«Mocholla… Zozzik. E no, si deve essere sbagliata: non c’è nessuno che si chiama così qui.»

«Allora come conosci anche il cognome?»

«Ho detto che…» provò a ripetere lui, ma fu interrotto da una squillante voce femminile che dall’interno della casa gridò:

«Zozzik, tesoro! Vieni a mangiare le frittelle, che sei tutto secco caliato!»

Gli occhi dietro la porta si ridussero a due fessure luccicanti, colmi di vergogna. L’uscio venne richiuso con violenza e Gì udì un ovattato sfogo di rabbia.

«Mamma! Non chiamarmi più così!»

Gì, allibita, non era riuscita a staccare i piedi da terra per andarsene. Era rimasta lì, con la busta in mano agitata dal vento, il sole primaverile a irradiarle la fronte e i ciuffi verdi. Dopo poco fu risvegliata dal rumore del portone che si apriva. Zozzik ne uscì di fretta, con addosso il suo solito giaccone nero e una frittella dall’aspetto delizioso in mano. Passò davanti alla postina senza degnarla di uno sguardo, ma poi si fermò, voltandosi.

«Ah, ma sei ancora qui? Che c’è?»

«Sono Gì…»

«Tutto qua?»

«No, scusa, un vecchio mi ha dato una lettera per te. È importante!»

Zozzik, sospettoso quanto mai, si ficcò tutta la frittella in bocca e prese la busta. Solo dopo averla esaminata per bene e aver squadrato Gì per capire se c’entrasse qualcosa anche lei, si decise ad aprirla. Ma non appena lesse le prime lettere sbiancò come un cencio.

AVVISO DI GIACENZA

Le mani cominciarono a tremargli e iniziò a sudare da tutti i buchi del corpo. Gì, che era rimasta lì a fissarlo, non poté trattenere una certa preoccupazione e subito, aperta la sacca delle meraviglie, estrasse un piccolo monocolo dorato portandoselo all’occhio sinistro e socchiudendo l’altro.

«Ma in che senso?» cominciava Zozzik. «Non aspettavo niente, a parte… »

Zozzik, perso tra i suoi pensieri, non si era accorto che la postina gli aveva sollevato la maglia. Con il monocolo ancora davanti all’occhio, esaminava concentrata l’ombelico del ragazzo. E ora ne era certa: aveva la forma di una lenticchia.

«Hai un ombelico bellissimo», sentenziava con aria trasognante. «Leguminoso come pochi.»

«Ma cosa…»

Zozzik era sì parecchio perplesso, ma l’apprezzamento l’aveva anche lusingato. E vedeva anche in quella strana monocolata una opportunità per farsi scarrozzare alla Posta Centrale. Lui non era mai riuscito a prendere la patente, perché scriveva bene tutte le lettere tranne la x.

«Ehi, mi porteresti a ritirare il pacco? Ti potrai tenere il millebolle, se ce n’è.»

«Va bene, Zuzzurellone, io e Pino ti porteremo a destinazione!»

Gì era davvero contenta di essere utile a qualcuno e non vedeva l’ora di mostrare le sue incredibili doti da pilota. Ah, non ve lo abbiamo detto: Pino, il motorino, era il suo migliore amico. Lo aveva chiamato così in onore dello zio, scomparso qualche anno prima, che sfortunatamente soffriva di aerofagia. Gli sembrava di sentirlo ogni volta che metteva in moto.

Dopo almeno dieci minuti di proteste, Gì riuscì a convincere Zozzik a indossare il casco per i passeggeri. A lui non importava il fatto che fosse splendido e mai usato, che fosse per la sua sicurezza o che avesse un fantastico bue muschiato aerografato sopra. Anzi, proprio per quello non voleva metterlo. Gì gli fece il solletico e glielo ficcò su quel suo capoccione di forza.

«Non mi ricordo come ti chiami, ma non provare a dire a qualcuno che soffro il solletico, o ti taglio quel ciuffo.»

«Senti, Zozzone, non mi fai paura. N-nemmeno un’anticchia» disse risoluta lei. «E mi chiamo Gì come Genova!»

In realtà un po’ di timore l’aveva, di quello sconosciuto, perché mentre gli guardava l’ombelico aveva avvertito una strana presenza sotto la sua giacca. Effettivamente, se un medico avesse provato ad auscultare il cuore di Zozzik, non avrebbe sentito solo il suo battito, ma anche quello di almeno sette piccoli cuoricini che battevano all’unisono (tranne uno, che aveva un soffietto). Gì avrebbe scoperto molto presto cosa nascondeva, e ne sarebbe rimasta sconvolta.

Alla fine di Via Gelsomini, e dopo un nugolo intricato di viuzze interne, il motorino sboccò dritto dritto nella via principale del paese: Corso Mangiacavalli, una strada larghissima, l’unica in cui si riusciva a parcheggiare in doppia fila e sulla quale una volta sfrecciavano indomiti gli equini delle corse clandestine. I viglili urbani erano ancora là, da Gaspare, a mangiare il gelato, e solo un suono ripetuto e ovattato poté udirsi oltre al roboare del Liberty. Era un raglio strascicato, rauco. L’abbaiare di un cane. Ma era come se provenisse da un tombino.

Gì non ci fece troppo caso e proseguì senza timore verso la sede della Posta Centrale. Non fece caso neanche agli anziani che, come ogni giorno, facevano la fila per entrare alla posta. O più esattamente, non si accorse che invece di entrare uscivano, e pure di fretta. Zozzik invece colse qualcosa nell’aria e un moscerino in bocca. Afferrò la spalla di Gì e le disse di fermarsi subito.

«Mettiti di fianco! C’è qualcosa di strano.»

«Dove stai toccando, vastaso? Vedi che ce lo dico a tua mamma!» rispose ella, allarmata da tutte quelle confidenze. E, non guardando più la strada, cominciarono a zigzagare.

«Ma hai la crusca in testa? Frena!»

Lei allora fermò il motorino, con l’intenzione di dare una cascata a Zozzik, ma lui la distrasse puntando un dito verso l’alto e gridando:

«Guarda là!»

«Sì… baccalà! Ma per chi mi hai pre…»

«No, è un tonno!»

La postina alzò dunque gli occhi al cielo, non perché il tonno volasse, ma perché era talmente grande che bisognava farsi venire il torcicollo per guardarlo negli occhi. Il titanico pesce apparve davanti a loro in sella a una bicicletta Nostromo nuova di zecca. Pedalava terrorizzato, come se non sapesse frenare, e infatti si schiantò contro l’edificio delle Poste, e lo demolì. Quando i due ragazzi si avvicinarono alle macerie lo trovarono boccheggiante. Gì sgranò gli occhioni da leprotta e si portò una mano alle labbra.

«Oh no, sono disoccupata!»