Un luogo comune sulla nostra epoca descrive la nostra società come materialista e totalmente insensibile alla sfera religiosa. A uno sguardo più attento, invece, apparirà una verità un po’ diversa. Le divinità che, abusando e travisando il pensiero di Nietzsche, vengono definite morte, continuano in realtà ad abitare le coscienze e l’immaginario degli uomini, anche se in forme e con scopi diversi rispetto al passato. Anche se non vengono più considerati i creatori e reggitori del mondo, ma vengono “degradati” a personaggi di uno specifico genere letterario, molte figure delle grandi tradizioni religiose albergano nell’immaginario dell’uomo contemporaneo. Credo sia un fenomeno sul quale valga la pena riflettere.

Porteremo avanti il nostro discorso prendendo spunto da American Gods che, giusto per ricordarlo, è un bellissimo romanzo di Neil Gaiman, da cui è tratta una riuscita serie tv prodotta da Amazon. Privilegeremo come sempre la prospettiva che permette di far dialogare le serie tv con la filosofia.

Il protagonista di American Gods è un uomo, Shadow Moon, che proprio mentre stava per scontare la fine della pena in carcere (per un reato che in realtà neanche avrebbe voluto commettere) perde ogni punto di coordinata esistenziale, dato che in un incidente stradale muoiono i suoi unici punti di riferimento: la moglie Laura e l’amico Robbie (che in seguito scoprirà esser diventati amanti). Durante il viaggio che dal carcere lo avrebbe dovuto riportare al funerale della moglie finisce per esser assoldato come guardia del corpo dall’enigmatico Wednesday, il quale da subito si manifesta come un personaggio non ordinario. Inconsapevole del proprio destino Shadow si ritrova al centro di un’epica guerra fra divinità vecchie (Wednesday/Odino, Anansi, Eostre, Černobog, solo per citarne alcuni) e nuove (ad esempio il misterioso Mister World e il cosiddetto “ragazzo tecnologico”) che si contendono il dominio sulle coscienze degli uomini e in, definitiva, la sopravvivenza. L’idea di fondo è che le divinità non abbiano vita propria, ma che riescano a vivere e sopravvivere nella misura in cui gli uomini credono in loro. Il punto diviene proprio questo: in un mondo in cui la tecnologia è divenuta la modalità stessa di “funzionamento” delle menti e dei cuori degli uomini, c’è ancora spazio per gli antichi déi nelle loro coscienze? Apparentemente no, ed è qui che entra in gioco palesemente la filosofia. Shadow, poco dopo essere stato assunto da Wednesday, di cui non conosce ancora la reale identità, viene sequestrato e interrogato dal “ragazzo tecnologico” che gli intima di riferire al proprio capo il seguente messaggio:

«Digli che il futuro siamo noi e che non ce ne frega niente né di lui né dei suoi simili. È stato consegnato alla discarica della storia mentre quelli come me viaggiano a bordo di limousine lungo le superautostrade del futuro.» [1]

Il messaggio del “ragazzo tecnologico” secondo cui le antiche divinità, anzi la stessa idea di religione e di sacro, sono oramai definitivamente destinate alla scomparsa, è una perfetta trasposizione fantasy e pop del famoso passo di Friedrich Nietzsche in cui il filosofo tedesco afferma che:

«Dio è morto! Dio resta morto! E noi l’abbiamo ucciso! Come potremmo sentirci a posto, noi assassini di tutti gli assassini?… Non è forse la grandezza di questa morte troppo grande per noi? Non dovremmo forse diventare divinità semplicemente per esserne degni?» [2]

Le divinità cui fa riferimento Nietzsche sono gli stessi uomini che, liberatisi dall’idea di Dio e dalla morale che necessariamente ne deriva, sono in grado di amare autenticamente la vita e la terra. Nelle pagine di Gaiman, come abbiamo visto, invece le nuove idee sono concretizzazioni, o se vogliamo usare un termine tecnico, ipostatizzazioni della tecnologia. Ipostatizzare è un verbo che in filosofia può avere una serie diversa di accezione, in questa sede useremo ipostatizzare nel senso di “personificare un concetto astratto, attribuendogli esistenza autonoma”. Ma davvero contemporaneità e religione sono due dimensioni antitetiche, che si escludono a vicenda? Se si parla di ipostatizzare e si parla di religione non si può che pensare a Ludwig Feuerbach il quale ha segnato decisamente gli studi in questo campo. Una delle sue intuizioni più acute riguarda il modo in cui gli uomini creano i loro dei o il loro dio. Secondo il nostro filosofo alla genesi di ogni figura religiosa c’è proprio il fenomeno dell’ipostatizzazione. Cerchiamo di capire in che modo e soprattutto cerchiamo di capire come quello di cui stiamo discutendo si ricollega ad American Gods.

Feuerbach ribalta la concezione tradizionale di ogni religione secondo la quale sono stati gli dèi a creare gli uomini e sostiene l’esatto opposto: sono gli uomini a creare gli dèi. Secondo il filosofo tedesco, il genere umano, preso consapevolezza dei propri limiti (mortalità, ignoranza, debolezza e la lista potrebbe essere infinita) ha tentato di superarli proiettando le qualità che vorrebbe possedere (immortalità, forza, onniscienza) su esseri che sono creazioni del proprio animo: gli dèi. In questa prospettiva è il medesimo percorso che ha portato alla nascita di Zeus o di Superman. Entrambi sono proiezioni ipostatizzate di ciò che gli esseri umani vorrebbero essere, quello che cambia è solamente lo scopo di tali ipostasi: Zeus o qualsiasi altra divinità è stata creata per spiegare l’universo, Superman con le sue avventure invece ci fornisce intensi momenti di svago o evasione.

Dopo questo breve percorso comprendiamo perfettamente come American Gods sia una perfetta trasposizione romanzesca della filosofia di Feuerbach. La lotta fra vecchie e nuove divinità, che hanno bisogno della fede degli uomini per continuare a esistere, è perfettamente in sintonia con la tesi del filosofo tedesco secondo cui le divinità altro non sono che proiezioni, ipostatizzazioni abbiamo detto prima, dell’animo umano. In entrambe le prospettive sono dunque gli uomini a creare le divinità.

Quali sono le conseguenze del percorso che abbiamo qui velocemente delineato? Il pensiero di Feuerbach si poggia su un materialismo ateo, è evidente. Quello che è meno evidente, e che ci rivela la potenziale contraddittorietà del filosofo tedesco è che la tesi, fin qui esposta, si fonda e presuppone un argomento di natura religiosa. Cerchiamo di essere chiari. La critica di Feuerbach alla religione ha ragione di esistere se e solo se presupponiamo una religiosità di tipo “platonica” secondo cui l’uomo è essenzialmente anima e la sua condizione materiale/naturale (il fatto di avere un corpo e di ritrovarsi nel mondo materiale) sia un incidente, conseguenza di una qualche sorta di peccato originale. Sostenere l’origine naturale delle divinità è incompatibile con una religiosità di questo tipo che relega la materialità a stato di errore, di sozzura temporanea dalla quale liberarsi. Se invece partiamo da una religiosità di tipo diverso, che non denigra la sfera materiale, (tanto per fare un esempio nel racconto della Genesi Dio crea prima il corpo e poi lo anima) ma la connatura alla dignità dell’uomo tanto quanto la sua parte spirituale, allora ci appare evidente come il ragionamento di Feuerbach perda la sua efficacia. Il fatto che la religiosità sia un bisogno naturale, come il cibo, la sicurezza e la riproduzione non ne infanga la dignità, perché la natura e la materialità non sono un errore, una fase transitoria, ma hanno di per sé uno statuto divino. Ovviamente lo scopo di questo articolo non è dare risposte, o indirizzare i lettori, ma solo quello di sollevare questioni, proporre prospettive, instillare dubbi. Nel palcoscenico della contemporaneità, in cui uomini e dèi si creano e si uccidono a vicenda, a voi, a noi, la scelta di cosa credere.


[1] N. Gaiman, American Gods, p.28, Mondadori, 2016.

[2] Friedrich Nietzsche, “La gaia scienza” (in tedesco: “Die fröhliche Wissenschaft“), 1882, libro terzo, passo125.