Questo non è un articolo.

E, per quanto possibile, non vorrebbe essere nemmeno un (mero) resoconto della nostra esperienza lì, al Lucca Comics and Games 2018 (Beh, insomma, in parte deve esserlo per forza, altrimenti si perdono dettagli contestuali).

Sia chiaro eh, questo non è il mio primo Lucca Comics, anzi a dirla tutta sono un frequentatore assiduo da sette lunghi anni, oramai. Da allora, anno dopo anno, puntualmente non né ho saltato neanche uno, per la gioia immensa delle mie passioni e per la disperazione del mio portafogli.

Ad ogni modo, sarei curioso di appurare se questa sequela di riflessioni che sto per esprimere appartiene esclusivamente al mio pensiero, oppure se essa è condivisa anche da voi lettori e (si spera) frequentatori (oramai attempati) della fiera.

Perché prima di essere un appuntamento con gli altri (almeno per me) il Lucca Comics è un appuntamento con me stesso. In sette anni, credetemi, mi sono visto cambiare per davvero tante di quelle volte… e se è vero che la sinestesia funziona abbinando inconsciamente luoghi a odori, ricordi a profumi, immagini a suoni, allora Lucca per me rappresenta una gigantesca sinestesia di sensi, di percezioni, di memorie e di emozioni, dove posso sperimentare in diretta l’esperienza dei miei cambiamenti.

Andando in giro per la città può capitare un po’ ovunque.
Ti giri distrattamente e ti ritrovi davanti all’angolo della vetrina dove ti sei seduto la prima volta che hai visitato (l’allora) Japan Palace (Town), e ancora non credevi ai tuoi occhi. Davvero, non potevi credere che potessero davvero esistere al mondo così tanti sfigati che (esattamente come te) condividevano le tue stesse passioni, i tuoi stessi sogni, le tue ossessioni. Tutto questo liberamente, senza timore e senza remore come tutti ti avevano portato a credere in quegli anni così delicati.
Fai due passi sulle mura e ti ritrovi a Baluardo San Colombano, dove solo qualche anno prima tu e la tua vecchia ragazza vi scambiavate appassionati baci in cosplay, e pensavi ingenuamente che il mondo non avrebbe potuto regalarti nessuna gioia più grande.
Esci un attimo dalla calca, ti fai vicino al bancomat di Piazza San Giovanni (dove ogni anno sei puntualmente costretto a sostare) e ritrovi quel muro dove avevi fatto quello scatto in bianco e nero a quella modella che ti piaceva tanto, nemmeno un anno e mezzo fa, credendo (falsamente) di essere un’artista maledetto e alternativo in mezzo a branchi di fotografi ammassati come falene attorno a lampade di cosplayers succinte.

Ci ripensi e sorridi, ma non tanto per la nostalgia, cercate di capirmi.

“Assieme al Lucca Comics anche tu stai cambiando, e la fiera, come il Natale, pian piano comincia a perdere quel suo velo mistico di magia e di meraviglia, che un tempo ti bastavano a farti imbragare i bagagli e tornare con allegria”

È la consapevolezza che ti fa sorridere.
La consapevolezza che quei ricordi non sono affatto come tutti gli altri.
Una volta che li rivivi addosso, comprendi che quelle memorie, dopotutto, esistono soltanto lì, restano intrappolate in quei luoghi che il tempo a poco a poco scalfisce e che le sensazioni, però, conservano intatte, risvegliate puntualmente dalla sinestesia che fin troppo spesso ha il peso e l’odore della pioggia dei primi giorni di Novembre.

Quindi ti costringi a rivivere quei momenti di un te stesso passato, ma al contempo sei in trappola del te stesso presente. Quei momenti li sperimenti nuovamente dentro a un corpo e a una mente completamente differenti, che reagiscono in modo differente e che hanno gusti e pretese del tutto differenti.
E ti rendi conto, inevitabilmente, che assieme al Lucca Comics anche tu stai cambiando e che la fiera, come il Natale, pian piano comincia a perdere quel suo velo mistico di magia e di meraviglia, che un tempo ti bastavano a farti imbragare i bagagli e tornare con allegria, crogiolandoti dentro quella magia come fosse una vasca ricolma di morbida spuma da bagno.

E quindi, quando tutto questo alone di magia termina, alla fine dell fiera, che cosa resta?

Questo, è stato il primo anno in cui sono riuscito parzialmente a darmi una risposta.

Come vi ho detto anche prima, quando si arriva al Comics per la prima volta in assoluto (e questo spesso accade in un’età preadolescenziale o direttamente adolescenziale) la prima cosa di cui ci si rende conto è la mole impressionante di gente che attraversa le strade della città. Gente che (almeno potenzialmente) dovrebbe essere tale e quale a te, condividere (come te) le tue passioni, i tuoi sogni e le tue emozioni.
Poi, con l’avanzare del tempo è inevitabile non rendersi conto di come il concetto così semplicistico di nerd = amico sia del tutto errato.
Dunque, con il venir meno di queste convinzioni, dopo questa specie di prima crisi dei valori e questa perdita di fascino complessivo, quando arriva la sera e i treni e gli autobus ripartono, gli stand chiudono e la pioggia si attenua, quando gli autori, gli artisti, gli “influencer”, gli ospiti possono finalmente rimuoversi le maschere, alla luce soffusa dei lampioni, dei bar e delle luminarie mal funzionanti, che cosa rimane?

“La speranza, per qualche bigio nichilista (che posso anche comprendere) è il nettare dei fessi. La speranza ti illude e ti forza a muoverti in avanti, senza mai mostrarti il traguardo, spesso neanche uno spiraglio. Eppure, per quell’approdo inesistente, quanto ci battiamo? Quanto sacrifichiamo? Quanti respiri manchiamo?” 

Quest’anno ho scoperto che ciò che resta sono le persone. Sono i sognatori, i creativi e gli artisti speranzosi, che spogliati dalle loro etichette, dai loro ruoli, dai loro protocolli, si scoprono essere fatti di carne proprio come tutti gli altri.
Persone. Persone che passano l’intera giornata a vivere e a promuovere il proprio sogno, la propria e intima visione, tentando di nascondere al meglio delle loro possibilità tutti i costi che il loro sogno implica. Costi che ad un occhio poco attento, colto dall’entusiasmo e dalla meraviglia di cui parlavo prima, spesso sfuggono, ma che ad uno sguardo più approfondito si manifestano in tutto il loro evidente peso. Un peso che, lo so bene, è bellissimo da sostenere. Un peso che serve a dare valore al proprio sogno, al proprio progetto, al proprio ideale. Un peso che funge da fondamenta solide per qualunque sia il palazzo di visioni e intenzioni che il creativo sta tentando di costruire, con tutte le sue forze e le sue risorse.

Le persone che ho visto quel palazzo lo vogliono costruire per davvero. Edoardo Stoppacciaro, ad esempio, al Comics ci è arrivato con ben tre progetti differenti, ed è stato Incredibile per me osservare come si possa avere la forza di volontà di portare avanti progetti distinti ed essere equamente efficienti in ognuno di essi. Edoardo, nell’arco di tre giorni, ha presentato il secondo libro della sua trilogia fantasy (Mondo in Fiamme – Requiem d’Acciaio n.d.r), ha presentato il suo progetto fan movie legato al mondo di Ghostbusters e infine ha concluso con una performance spettacolare nello show Voci di Mezzo, una rappresentazione teatrale in cui doppiatori professionisti (come lui) leggono estratti da libri di genere molto popolari (come ad esempio Harry Potter o la Storia Infinita), il tutto mentre musicisti suonano dal vivo, cantanti cantano e disegnatori (indovinate un po’) disegnano! Tutto in diretta, tutto davanti agli occhi di una platea riconoscente e sicuramente appassionata.

Ho visto persone come Daniele Daccò e Alessandra Zanetti, vecchia guardia del fu Orgoglio Nerd, che per motivi incompresi e incomprensibili si sono ritrovati punto e a capo come il primo giorno, a rimboccarsi le maniche dopo anni e anni di lavoro e dedizione. In quattro e quattr’otto, nonostante le evidenti difficoltà tecniche e (sopratutto) emotive, il team (composto anche da Monica Fumagalli e Nax “Carta Vetrata”) ha tirato su l’interessantissimo progetto Nothing To Say (che vi riporto a questo Link) dove, per l’ennesima volta, si offre spazio a dei pensatori e a degli autori e si tenta di divulgare un pensiero che vada in netta contrapposizione con il dilagare della morte dello stesso. Un luogo dove si ci possa rifugiare, perché (citando la stessa Zanetti):“La frase tanto è uguale dappertutto, non deve essere una giustificazione. Perché tutti ci meritiamo di sognare”.

Al Comics ho visto anche persone come Gianni La Corte, e tutto il suo staff de La Corte Editore, che ogni anno si da da fare contro gli imprevisti e i contrattempi, che si accolla in prima persona le responsabilità (e i meriti) dei propri successi. Uno staff che presenta sempre con grande orgoglio e con sorrisi a 36 denti (nonostante lo stress dovuto alla mole impressionante di gente dentro al Padiglione Carducci) gli autori che li rappresenta e che, a discapito dei luoghi comuni e delle facili conclusioni, scelgono di pubblicare.
Autori (oltre allo stesso Stoppacciaro) come Francesca Caldiani, calorosissima scrittrice di fantascienza (Twizel n.d.r.) con la quale abbiamo intrattenuto una bellissima conversazione, e che dietro ai suoi modi entusiastici e leggeri nasconde un animo determinato e risoluto.
Lei, come tutti gli altri, ci crede ai propri sogni. Si batte per essi, piange per essi. Per essi non dorme, forse magia pure poco. Per essi tutti noi condividiamo lo stesso destino di rivalsa, di sofferenza, di insicurezza, ma sopratutto di speranza.

E la speranza, per qualche bigio nichilista (che posso anche comprendere) è il nettare dei fessi. La speranza ti illude e ti forza a muoverti in avanti, senza mai mostrarti il traguardo, spesso neanche uno spiraglio. Eppure, per quell’approdo inesistente, quanto ci battiamo? Quanto sacrifichiamo? Quanti respiri manchiamo?

E quindi, dopo tutto questo, ho capito che il fil rouge che unisce tutte le persone lì, al Lucca Comics, è proprio la speranza. La speranza di continuare a provarci, la speranza di vivere i propri sogni, una speranza che tutte queste persone, addosso ancora ce l’hanno.
Ed è questo ciò che rimane alla fine della fiera.
Quella sensazione agrodolce, bella ma timorata, quasi timida, che dentro di te (nonostante la stanchezza, lo stress e la confusione) ti fa ancora dire “Forse sto facendo la cosa giusta. Forse, sto camminando sul sentiero giusto. Forse anch’io, come credevo un tempo e come ho smesso di credere, non sono affatto solo“.

Un destino, quindi, che giace alla base di ogni creativo che cammina per quelle strade. Un intreccio di intenzioni e speranze che si ritrovano lì, entro una rete fatta d’arte, di scrittura, di disegno, di pittura, di voci, di pellicole proiettate, di ricerche e studi, di pad alla mano, di abiti cuciti a mano la notte prima, di trucchi prostetici, di musica cantata e suonata, di pagine di libri e di fumetti, di progetti realizzati o in corso d’opera, di sogni che si avverano e altri che si infrangono, di cicli che terminano e ricominciano, di pioggia fredda che cade sopra tutti, di pause dalla frenesia, di ristoro dal digiuno e dalla stanchezza, di sguardi veloci e disattenti, di incontri casuali, di rapporti umani, di vita.

E allora, che questa vita venga vissuta. Che si continui a credere in essa, che ogni sognatore continui a sognare e ogni artista ad esprimersi. Perché la verità è che soltanto l’arte potrà salvare il mondo, tutto il resto, dopotutto, è solo rumore di fondo.